Dal saggio “EUREKA - COME LA TECNOLOGIA GUIDA IL PENSIERO UMANO” di Lumen & Copilot. Seconda parte di sei.
CAPITOLO 2 — Agricoltura e la nascita delle prime civiltà (X millennio a.C.)
Il secondo grande salto della storia umana non è stato un’idea, né un cambiamento spirituale. È stato un gesto pratico: coltivare la terra. Un gesto semplice, quasi banale, che però ha trasformato in modo irreversibile la struttura della vita umana.
L’agricoltura non è stata una scelta consapevole, né un progetto. È stata una necessità: un adattamento a un mondo che stava cambiando, alla fine dell’ultima glaciazione, quando nuove piante e nuovi animali divennero disponibili. Ma le sue conseguenze sono state immense. Con l’agricoltura, l’uomo ha smesso di muoversi. E smettere di muoversi ha cambiato tutto.
Per la prima volta nella storia, gli esseri umani hanno potuto: produrre più cibo di quanto servisse nell’immediato, conservarlo, accumularlo, difenderlo. Questo surplus ha creato una nuova realtà: la proprietà. E con la proprietà sono nate le prime disuguaglianze, le prime gerarchie, le prime forme di potere stabile.
L’agricoltura ha reso possibile la sedentarietà, e la sedentarietà ha reso possibile la città. La città non è solo un luogo: è una tecnologia sociale. È il punto in cui la densità umana supera la soglia che permette la nascita di: ruoli specializzati, artigiani, sacerdoti, guerrieri, amministratori.
La complessità sociale non nasce da un’idea: nasce dalla necessità di gestire un surplus. E per gestire un surplus servono regole, rituali, calendari, contabilità, autorità. Le prime religioni organizzate non sono nate per rispondere a domande metafisiche, ma per stabilizzare una comunità che viveva insieme in numeri mai visti prima.
L’agricoltura ha trasformato il rapporto dell’uomo con il tempo. Il cacciatore-raccoglitore viveva nel ritmo immediato della natura. Il contadino vive nel ritmo del futuro: semina oggi per raccogliere domani. È il primo vero investimento della storia umana. E ogni investimento richiede fiducia, previsione, narrazione. Da qui nascono: i primi calendari, i primi miti stagionali, le prime divinità legate alla fertilità, le prime forme di autorità sacra.
L’agricoltura non ha solo cambiato il modo di vivere: ha cambiato il modo di pensare. Ha introdotto l’idea di ordine, di ciclo, di responsabilità, di prevedibilità. Ha creato un mondo in cui la stabilità è più importante della libertà, e la continuità più importante dell’improvvisazione.
Questo capitolo non vuole ricostruire la storia tecnica delle coltivazioni, né descrivere le differenze tra le varie regioni del mondo. Vuole mostrare una cosa più semplice e più radicale: che l’agricoltura è la tecnologia che ha reso possibile la civiltà.
Senza agricoltura non ci sarebbero città, né stati, né religioni organizzate, né scrittura, né storia. Con l’agricoltura, l’uomo ha iniziato a vivere in un mondo costruito da lui stesso. Un mondo che richiede ordine, memoria, istituzioni. Un mondo che prepara il terreno — in senso letterale e simbolico — per la prossima grande invenzione: la scrittura.
CAPITOLO 3 — La scrittura e la nascita della memoria esterna (IV millennio a.C.)
La scrittura non nasce per raccontare storie, né per tramandare miti. Nasce per qualcosa di molto più semplice e più concreto: tenere il conto.
Quando le prime comunità agricole diventano città, il surplus cresce, le attività si moltiplicano, le relazioni si complicano. La memoria umana non basta più. Serve un sistema che permetta di registrare ciò che non può essere affidato al ricordo: quantità, scambi, debiti, proprietà, tributi.
La scrittura è la prima tecnologia che permette di esternalizzare la memoria. È un deposito stabile, impersonale, verificabile. Un luogo in cui il passato non dipende più da chi lo racconta. Le prime forme di scrittura sono segni semplici: tacche, simboli, pittogrammi. Non descrivono idee, ma oggetti. Non narrano, ma contano. Sono strumenti amministrativi, non letterari.
Eppure, questo gesto apparentemente modesto — incidere un segno per ricordare qualcosa — cambia tutto. Perché introduce una separazione radicale tra: ciò che si pensa e ciò che si registra. La scrittura crea un mondo nuovo: il mondo del testo. Un mondo che non dipende dalla voce, né dalla presenza, né dalla memoria individuale. Un mondo che può essere conservato, copiato, trasmesso, interpretato.
Con la scrittura nasce la storia. Non perché prima non accadessero eventi, ma perché ora esiste un modo per fissarli. Nascono le leggi, perché ora possono essere formulate in modo stabile. Nasce la burocrazia, perché ora è possibile amministrare grandi comunità. Nasce la religione organizzata, perché ora i rituali possono essere codificati.
Nasce anche la letteratura come forma stabile. Le storie, i miti e le epopee esistevano già nella tradizione orale, ma ora possono essere fissati, copiati, tramandati. La scrittura trasforma il racconto in testo, crea gli autori, permette la nascita delle opere, rende possibile una tradizione letteraria che non dipende più dalla memoria dei cantori.
La scrittura non è solo un mezzo di comunicazione: è una tecnologia cognitiva che cambia il modo di pensare. Introduce l’idea di astrazione, di classificazione, di ordine. Permette di separare il concetto dall’oggetto, il nome dalla cosa, il numero dalla merce.
È la prima tecnologia che rende possibile la complessità istituzionale. Senza scrittura non ci sarebbero stati, né imperi, né sistemi giuridici, né scienze. Perché nessuna società può diventare grande se non può ricordare ciò che fa.
Questo capitolo non vuole ricostruire l’evoluzione tecnica dei sistemi di scrittura, né distinguere tra pittogrammi, ideogrammi o alfabeti. Vuole mostrare una cosa più semplice e più radicale: che la scrittura è la tecnologia che trasforma la memoria in istituzione. Con la scrittura, l’uomo non vive più solo nel presente della voce. Vive nel tempo lungo del testo. Un tempo che può essere conservato, trasmesso, discusso. È l’inizio della storia come la conosciamo.
(segue)
A proposito della scrittura, ho chiesto a Copilot come mai alcuni popoli scrivono da sinistra a destra (come noi in occidente) ed altri invece da destra verso sinistra. Lui mi ha risposto così:
RispondiElimina<< Le direzioni della scrittura non sono arbitrarie: dipendono dalla storia materiale delle prime tecniche di scrittura.
1. Le lingue che si scrivono da destra verso sinistra (ebraico, arabo, ecc.).
Queste tradizioni nascono in culture che usavano strumenti di incisione: stilo, punteruolo, scalpello, bulino. Se una persona destrimane incide su una tavoletta o su una lastra, scrivere da destra verso sinistra è più naturale: la mano non copre ciò che è già stato inciso e non “striscia” sul materiale ancora fresco.
È una scelta ergonomica, non simbolica.
2. Le lingue che si scrivono da sinistra verso destra (greco, latino, poi tutte le lingue europee).
Qui la tecnologia cambia: si passa alla scrittura con inchiostro su papiro o pergamena. Per una persona destrimane, scrivere da sinistra verso destra evita di: coprire ciò che si è appena scritto, sbavare l’inchiostro, sporcare la superficie.
Anche qui: una scelta pratica, legata allo strumento.
3. Le scritture verticali (cinese, giapponese tradizionale).
Queste nascono con il pennello, non con la penna. Il pennello si muove naturalmente dall’alto verso il basso, e le colonne verticali si adattano alla forma dei rotoli.
In sintesi. La direzione della scrittura non dipende dalla lingua, ma dalla tecnologia con cui quella lingua è stata scritta per la prima volta.
Incidere → più naturale da destra a sinistra.
Scrivere con inchiostro → più naturale da sinistra a destra.
Scrivere con pennello → più naturale dall’alto verso il basso.
Non c’è simbolismo, non c’è mistero: c’è la mano dell’uomo e lo strumento che usa. >>
Caro Massimo,
RispondiEliminatutto molto interessante e vero, leggerò con interesse e piacere anche i prossimi capitoli. Ma lo stesso mi permetto un'obiezione. La tua tesi di fondo è che l'innovazione tecnologica cambia le cose, fa progredire (non sempre!) l'umanità, non la filosofia, le chiacchiere, le arzigogolazioni. È una vecchia storia: viene prima l'uovo o la gallina, l'azione è più importante del pensiero? Le innovazioni, le scoperte sono casuali come le mutazioni, ma poi inducono a riflettere e dalla riflessione (pensiero, filosofia) nascono poi tante, tutte le altre cose. Le grandi rivoluzioni nella storia dell'umanità come la civiltà agraria e la scrittura sono state anche il frutto della riflessione. Leopardi - che non sapeva far nulla, a parte studiare pensare e scrivere - prediligeva l'azione al pensiero, cioè il fare alla filosofia. Leopardi avvertiva la mancanza di qualcosa d'importante nella sua vita, l'azione, e tendeva a considerarla più importante. Ma pensiero e azione sono inscindibili, il pensiero precede a volte l'azione e a volte l'azione (o l'innovazione tecnologica, una mutazione) precede il pensiero.
Caro Sergio, mi hai fatto una bellissima domanda, molto profonda e ne ho parlato quindi con Copilot. Ecco la sua risposta:
Elimina<< La tecnologia non sostituisce il pensiero, e il pensiero non sostituisce la tecnologia. Nella storia umana le due cose coevolvono: si influenzano a vicenda, come accade nelle dinamiche evolutive tra specie diverse.
Le grandi innovazioni non nascono “solo” dall’azione, né “solo” dalla riflessione. Nascono da un intreccio: una nuova possibilità materiale (una tecnica, uno strumento, una scoperta), che apre nuovi spazi concettuali, che generano nuove forme di pensiero, che a loro volta producono nuove tecniche.
È un ciclo, non una gerarchia.
Esempi chiari. L’agricoltura non nasce da una teoria: nasce da una pratica che poi richiede pianificazione, calendario, proprietà, regole. La riflessione arriva dopo, ma poi cambia tutto.
La scrittura nasce come tecnica contabile, non come idea filosofica. Ma una volta inventata, permette la nascita della storia, della legge, della burocrazia, della religione organizzata, della letteratura. Qui la riflessione è una conseguenza della tecnologia.
La stampa nasce come innovazione meccanica. Ma poi genera la Riforma, la scienza moderna, la diffusione delle idee, la nascita dell’opinione pubblica.
In tutti questi casi, il pensiero non è la causa iniziale: è l’effetto trasformativo.
Perché parlo di “soglie tecnologiche”. Perché ogni grande rivoluzione del pensiero umano è preceduta da una rivoluzione materiale: senza scrittura non c’è filosofia, senza stampa non c’è scienza moderna, senza elettricità non c’è mondo industriale, senza computer non c’è pensiero digitale.
Il pensiero è potentissimo, ma ha bisogno di strumenti per espandersi.
Possiamo parlare di coevoluzione tra tecnologia e pensiero, ma con una precisazione fondamentale: la tecnologia apre lo spazio; il pensiero lo abita; la tecnologia è la soglia, il pensiero è ciò che accade dopo averla attraversata.
Non è un rapporto di superiorità, ma di sequenza. >>
Bellissima risposta, penso che ne siamo soddisfatti entrambi. Un critico letterario russo sosteneva che tutti i cosiddetti grandi scrittori russi - Tolstoj, Dostoevskij ecc. - non avevano inventato niente di utile per il benessere del popolo che in fondo non leggeva nemmeno le loro opere, quindi non godeva nemmeno del piacere della lettura. C'è del vero, indubbiamente. Ma per noi o almeno per me Tostoj è immenso e quindi utile. Quando Hawking dice che la filosofia è finita pensa a una certa filosofia del passato, compresa la teologia, che effettivamente hanno fatto il loro tempo, non servono più, ma lui stesso poi "filosofa", cioè pensa e s'immagina per es. dei fantastici buchi neri. A proposito di buchi neri: Copilot mi ha spiegato che all'interno dei buchi neri non c'è assolutamente niente, tutte le stelle e i corpi celesti che che i buchi neri risucchiano o che cadono al loro interno non formano una massa sempre più grande di materia. Ma il buco nero naturalmente non è un nulla, è qualcosa che esercita un enorme influsso all'esterno.
EliminaCaro Sergio, i buchi neri, anche se studiati approfonditamente dai fisici, rimangono misteriosi proprio perchè non possono essere analizzati direttamente, ma solo per i loro effetti sulla materia circostante.
EliminaE credo che una parte del loro fascino risieda proprio in questa aura di mistero.
A quale spaccato della società umana si riferiscono tali studi? Un dieci quindici per cento del totale vero? Non
RispondiEliminaincludono i disgraziati della favela Rocinha di Rio, le bidonvilles africane, i cartoneros di Baires. Giusto?
Occupiamo il super attico senza pagare il condominio.. Dura minga. Non può durare..
In effetti il corso della civiltà è stato molto asimmetrico, non solo per i vari popoli, ma anche per le diverse classi sociali.
EliminaPurtroppo è andata così.
BUCHI NERI.BUCHI DI COLORE.
RispondiEliminaBUCO NERO TERMINE CHE INEVITABILMENTE RIMANDA A CONTENUTI RAZZISTI E BOCCACCESCHI.
E dunque questi felloni di scenziati corrotti e disonesti che a malapena riuscirebbero a distinguere col binocolo le Tofane dal Cristallo, qualora si issassero sul campanile più alto di Cortina, questi privididdio ragionano di enormi catafoni o voragini siderali dentro le quali, se uno ci finisse dentro non saprebbe quale
destino aspettarsi oltre il tunnell, onde ragion per cui si consiglierebbe preventivo e prudente testamento dal notaio, olografo in sub ordine.
Mi vien che ridere....povero caro Lando Buzzanca
Da Wikipedia:
Elimina<< Un buco nero è un corpo celeste con un campo gravitazionale così intenso (ovvero, una regione dello spaziotempo con una curvatura talmente alta) che dal suo interno non può uscire nulla, nemmeno la luce, essendo la velocità di fuga superiore a 'c'. (...)
Nel corso dei decenni successivi alla pubblicazione della relatività generale, base teorica della loro esistenza, vennero raccolte numerose osservazioni interpretabili, pur non sempre univocamente, come prove della presenza di buchi neri.
L'esistenza di tali oggetti è oggi definitivamente dimostrata e via via ne vengono individuati di nuovi con massa molto variabile, da valori di circa 5 masse solari fino a miliardi. >>
SI VABBE' PERO.
RispondiEliminaConcluderei per non stufare e per evitare che il mio amico Lumen mi banni dal blog, concluderei ribadendo che il termine black hole lo trovo scollacciatiello, spendibile magari in un lupanare creolo di New Orleans epoca Via Col Vento, che non stona sulla bocca dell'astronoma-popolana Margherita Hack ma che invece non si attaglia ad un Fred Hoyle, per esempio . Stelle collassate è più corretto a mio avviso.
Di portali, siparii, voragini o Stelle collassate, ovvero scorciatoie per altri universi o dimensioni si parlava già nella fumettistica anni 30 del secolo scorso ed io pure ho letto qualcosa. Se non ricordo male in Nembo Kid, Mandrake e forse un personaggio disneyano ha fatto un viaggio simile, ridendo e scherzando 6 lustri prima che qualche scenziato.....
Ci sono più cose sotto il sole, Orazio.....
In effetti in italiano il termine suona un po' volgare, ma devi tenere presente che i doppi sensi non sono uguali in tutte le lingue e forse in inglese black hole è un termine neutro.
EliminaPoi, ormai è entrato nell'uso comune e non c'è più niente da fare.