Questo post è dedicato agli aspetti psicologici e giuridici della violenza sociale, che tanta parte ha nella nostra vita di cittadini, anche solo per via indiretta, come spettatori dei fatti di cronaca.
Non per nulla si sottolinea che una delle caratteristiche fondamentali dello Stato moderno è il monopolio legale della violenza.
Ne ho discusso con Copilot e poi gli ho chiesto, tanto per provare, di impostare il contenuto come se fosse la breve relazione di un avvocato penalista che deve tenere un discorso in pubblico.
Il risultato mi è sembrato eccellente e quindi ho deciso di riportarlo qua sotto. Buona lettura.
LUMEN
Buonasera a tutti.
Quando mi hanno chiesto di parlare della violenza, ho pensato che fosse un tema troppo grande.
Poi mi sono ricordato che, in fondo, nel mio lavoro non faccio altro che incontrare persone che la violenza l’hanno subita, l’hanno vista, o l’hanno esercitata.
E allora ho deciso di parlarne nel modo più semplice possibile.
Perché la violenza non è un concetto astratto. È una cosa che accade tra le persone. E per capirla bisogna partire da lì.
1. La violenza strumentale
La prima forma è quella che potremmo chiamare strumentale.
È la violenza che serve a ottenere qualcosa. Non nasce da un’emozione. Nasce da un calcolo.
È la violenza del rapinatore che colpisce per farsi consegnare l’incasso. Del mafioso che minaccia per ottenere obbedienza. Del marito che usa la forza per imporre un controllo.
È una violenza fredda, razionale. E proprio per questo è spesso la più difficile da contrastare. Perché chi la esercita non ha perso la testa. L’ha usata.
Nel processo, questo tipo di violenza si riconosce perché è coerente, lineare, funzionale. Non ci sono esplosioni improvvise, non ci sono errori emotivi. C’è un obiettivo, e c’è un mezzo per raggiungerlo.
2. La violenza impulsiva
La seconda forma è quella impulsiva, o reattiva.
È la violenza che esplode. Qui non c’è calcolo. C’è rabbia, frustrazione, paura, umiliazione.
È la lite degenerata. Il delitto passionale. La reazione sproporzionata a un’offesa.
È una violenza che nasce in un secondo e spesso si rimpiange per tutta la vita.
Nel mio lavoro, quando incontro questo tipo di violenza, vedo persone che non sanno spiegare cosa è successo.
Non perché mentono. Ma perché non lo sanno davvero. La violenza impulsiva è caotica. Lascia tracce, errori, contraddizioni.
E paradossalmente, proprio questi errori la rendono più comprensibile, più umana. Non giustificabile, certo. Ma comprensibile.
3. La violenza sadica
La terza forma è la più difficile da guardare in faccia.
È la violenza che non serve a niente. Se non a se stessa. È la violenza di chi trae piacere dal dolore altrui. È rara, per fortuna. Ma esiste.
È la violenza di alcuni serial killer. Di certi torturatori. Di chi umilia per sentirsi vivo.
Qui non c’è calcolo, e non c’è perdita di controllo. C’è un vuoto che si riempie con la sofferenza degli altri.
Nel processo, questa violenza si riconosce dal distacco. Dalla mancanza di emozione. Dalla teatralità, a volte. È la violenza che non so spiegare. E che non voglio spiegare.
Perché questa distinzione è importante
Perché capire che tipo di violenza abbiamo davanti significa capire che tipo di persona abbiamo davanti.
E nel mio lavoro — come nella vita — capire le persone è metà del lavoro.
La violenza strumentale parla di calcolo. Quella impulsiva parla di emozione. Quella sadica parla di personalità.
Sono tre mondi diversi. E richiedono risposte diverse.
E cosa c’entra tutto questo con gli interrogatori?
C’entra moltissimo. Perché un interrogatorio non serve a far confessare. Serve a capire. E per capire bisogna ascoltare. Non schiacciare.
Un interrogatorio condotto con calma, con domande aperte, senza pressione — quello che in alcuni Paesi chiamano modello non accusatorio — permette di vedere la persona per quello che è.
La violenza strumentale produce risposte fredde. Quella impulsiva produce emozioni, incoerenze, rimorsi. Quella sadica produce distacco.
Se invece l’interrogatorio diventa un duello, una prova di forza, una gara di nervi…
allora non capiamo più niente. E rischiamo di confondere l’ansia dell’innocente con la menzogna del colpevole. Succede più spesso di quanto pensiate.
Conclusione
La violenza non è un gesto. È una storia. E ogni storia ha un movente diverso.
Se non capiamo il movente, non capiamo il gesto. E se non capiamo il gesto, non capiamo la persona.
E senza capire la persona, la giustizia diventa un esercizio cieco. E la giustizia cieca non è giustizia.
Grazie.
COPILOT
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