venerdì 13 febbraio 2026

I Quattro Pilastri

Una volta, parlando con un amico credente del mio ateismo, lui mi ha chiesto “Va bene, tu non credi nell'esistenza di Dio, ma non puoi non avere dei punti di riferimento. Tu in cosa credi ?”. Io ho ripensato alle tante riflessioni condivise con voi in questo blog, ed ho risposto: “Io credo nei 4 pilastri”. LUMEN


Ogni essere umano vive immerso in forze più grandi di lui. Forze che non ha scelto, che non controlla e che spesso non vede. Eppure queste forze modellano la sua vita più di qualunque decisione personale.
Questo breve saggio nasce dal tentativo di guardare in faccia queste forze, una per una, senza paura e senza illusioni.
È il risultato di un percorso lungo anni, fatto di letture, riflessioni, errori, intuizioni improvvise e lente sedimentazioni.
Un percorso che mi ha portato a riconoscere quattro dimensioni fondamentali dell’esistenza umana: energia, evoluzione, società, psicologia. Questi sono i quattro pilastri.
Non sono teorie astratte. Sono strutture profonde, radicate nella natura e nella storia, che definiscono ciò che possiamo essere e ciò che non possiamo essere. Sono i limiti entro cui si muove ogni civiltà, ogni individuo, ogni relazione, ogni desiderio.

I. Il limite energetico - La civiltà come sistema termodinamico

Ogni civiltà nasce da una fonte di energia. Non da un’idea, non da un valore, non da un progetto politico: da una fonte di energia.
L’energia è la condizione materiale di ogni forma di organizzazione umana. Senza energia non c’è agricoltura, industria, tecnologia, cultura.
La storia dell’umanità è la storia delle sue transizioni energetiche. Ogni trasformazione energetica produce un aumento di entropia.
La civiltà è un’isola di ordine in un mare di entropia crescente. E questo significa una cosa semplice: la crescita infinita non esiste.
Ogni grande salto storico coincide con una nuova fonte di energia:
> agricoltura → aristocrazie terriere
> carbone → rivoluzione industriale
> petrolio → modernità e globalizzazione
> elettricità e informazione → élite digitali e finanziarie
Le civiltà non crollano per caso. Crollano quando esauriscono la fonte energetica che le sostiene o non riescono a gestire l’entropia che producono.
Il limite energetico non è un ostacolo: è una forma. È ciò che dà ordine alle nostre possibilità.

II. Il limite biologico - Il gene come unità di selezione e la nascita del fenotipo consapevole

Ogni essere umano nasce dentro un corpo che non ha scelto. Un corpo che porta con sé una storia antichissima, fatta di adattamenti, strategie, vincoli e possibilità.
La rivoluzione concettuale della biologia evolutiva è semplice e radicale: non sono gli individui a essere selezionati, né le specie. Sono i geni.
Gli organismi — noi compresi — sono veicoli temporanei costruiti dai geni per replicarsi. La vita è un flusso di informazione genetica che attraversa i corpi come un fiume attraversa le pietre.
Il fenotipo — corpo, comportamento, emozioni — è lo strumento con cui i geni operano nel mondo.
La paura, la cooperazione, la competizione, la moralità sono strumenti adattativi. L’altruismo non nasce dalla bontà, ma dalla convenienza genetica: parentale; reciproco; di gruppo
La cultura non cancella la biologia: la organizza.
L’essere umano, però, ha una caratteristica unica: può osservare le proprie spinte evolutive. Questa osservazione è già una forma di libertà.
È qui che nasce l’idea del fenotipo consapevole: un essere vivente che riconosce i propri limiti biologici e li usa come strumenti, non come catene.

III. Il limite sociale - La stratificazione come costante antropologica

Ogni società umana presenta una divisione interna tra chi guida e chi segue, tra chi decide e chi esegue, tra élite e popolo. Non è un difetto: è una struttura costante.
La stratificazione emerge spontaneamente dalla cooperazione umana. Gli individui non sono uguali nelle capacità, nelle motivazioni, nelle ambizioni. Le società organizzano queste differenze in ruoli.
Pareto introduce un concetto decisivo: la circolazione delle élite. Le élite non sono statiche: salgono, decadono, si rinnovano. Quando una società impedisce questa circolazione, si irrigidisce. Quando la favorisce, si rigenera.
La gerarchia non nasce dalla cultura: nasce dalla biologia. Gli esseri umani, come tutti i primati, competono per lo status e cercano leader competenti.
L’energia modella la società: ogni transizione energetica produce un nuovo tipo di élite. Le élite sono forme energetiche incarnate.
Il limite sociale non serve a giudicare, ma a vedere. E vedere significa non essere manipolati da narrazioni ingenue.

IV. Il limite psicologico - I due meccanismi della felicità.

La felicità non è un mistero ineffabile. È il risultato di due meccanismi fondamentali.
= Il meccanismo negativo: “piacer figlio d’affanno”
Il piacere nasce dalla cessazione di un dolore. È il meccanismo del sollievo: desiderio, tensione, soddisfazione, vuoto. È un ciclo entropico, fragile, breve.
= Il meccanismo positivo: la superiorità
Siamo felici quando ci sentiamo superiori a qualcuno. Non per crudeltà, ma per biologia: negli animali sociali lo status determina sopravvivenza e riproduzione. Il cervello ricompensa la percezione di vantaggio relativo.
= La seconda metà: la competenza
Esiste però una forma di felicità più profonda: siamo felici quando ci sentiamo più capaci di prima. È la felicità della crescita, dell’apprendimento, della comprensione.
Non nasce dal confronto con gli altri, ma dal confronto con se stessi. È lenta, cumulativa, stabile. Le due felicità non sono alternative: sono complementari. Una è un picco, l’altra un’onda lunga.
La consapevolezza non elimina i meccanismi biologici: li illumina. E questa luce è già una forma di libertà.

Conclusione — La forma che nasce dal limite

I quattro pilastri non sono muri: sono colonne. Sostengono, non imprigionano.
> Il limite energetico ci ricorda che ogni ordine ha un costo.
> Il limite biologico che siamo animali con una storia evolutiva.
> Il limite sociale che ogni società si struttura in élite.
> Il limite psicologico che la felicità ha due radici: sollievo e crescita.
La libertà non nasce dall’assenza di limiti, ma dalla loro comprensione. La consapevolezza è l’unico spazio in cui l’essere umano può davvero muoversi.
Non per sfuggire ai pilastri, ma per abitarli con lucidità. I limiti non sono il contrario della libertà. Sono la sua condizione.
Questa è la lezione dei quattro pilastri. E questa è la forma che ho scelto di dare al mio percorso personale: non fuggire dal limite, ma trasformarlo in struttura.

LUMEN (con l'aiuto di Copilot)

sabato 7 febbraio 2026

Il Miracolo Europeo

Il boom economico ed il benessere sociale raggiunti dall'Europa nel secondo dopoguerra sono avvenuti, come noto, nel pieno della Guerra Fredda. Secondo alcuni, però, la presenza ingombrante dell'URSS sarebbe stata più un vantaggio (indiretto) che un ostacolo.
A questa ipotesi è dedicato il post di oggi, scritto sotto pseudonimo e tratto dalla pagina FB 'Termometro Geopolitico'.
LUMEN


<< Tra il 1945 e la fine degli anni Ottanta l’Europa occidentale ha conosciuto il periodo di maggiore crescita materiale, stabilità sociale e mobilità inter-generazionale della sua storia, e con ogni probabilità uno dei momenti migliori dell’intera storia dell’umanità industriale.

Non si tratta di un giudizio nostalgico né ideologico, ma di un dato che emerge con chiarezza da indicatori convergenti: crescita dei salari reali, accesso universale alla sanità e all’istruzione, diffusione della proprietà della casa, riduzione delle disuguaglianze, centralità politica del lavoro, espansione del ceto medio. La domanda cruciale non è se questo sia accaduto, ma perché.

La risposta non può essere cercata né nella moralità delle classi dirigenti, né in una presunta virtù intrinseca delle istituzioni liberali, né tantomeno nella qualità individuale dei leader politici di quell’epoca. Il fattore determinante è di natura sistemica ed esterna: l’esistenza, nel cuore dell’Europa, di un sistema politico ed economico alternativo, antagonista e strutturalmente credibile.

L’Unione Sovietica, al di là dei suoi fallimenti, delle sue contraddizioni e delle sue tragedie interne, ha svolto una funzione storica essenziale come polo di confronto. Non come modello da imitare, ma come minaccia concreta alla legittimità del capitalismo occidentale se quest’ultimo non fosse stato in grado di garantire benessere diffuso, sicurezza sociale e prospettive di vita dignitose alle proprie popolazioni.

È in questo contesto che va compreso lo sviluppo dello Stato sociale europeo. Il welfare, la progressività fiscale, la forza dei sindacati, la stabilità occupazionale, l’investimento pubblico massiccio in infrastrutture, ricerca e istruzione non furono concessioni spontanee né il frutto di una superiore etica democratica. Furono strumenti di competizione sistemica.

Il capitalismo europeo del secondo dopoguerra fu costretto a disciplinarsi, a limitare la propria vocazione predatoria, a redistribuire una parte significativa della ricchezza prodotta, perché non poteva permettersi di perdere il consenso delle classi lavoratrici e della nascente classe media. La paura della radicalizzazione politica, della forza dei partiti comunisti, della possibilità reale di uno spostamento dell’asse sociale verso Est costituiva un potente incentivo a rendere il sistema funzionante per la maggioranza.

In questo senso, l’Europa occidentale deve all’URSS più di quanto spesso siano disposti ad ammettere gli stessi europei, e paradossalmente deve all’URSS più di quanto non abbiano beneficiato molti dei cittadini che vi vivevano. La funzione storica dell’Unione Sovietica non è stata quella di incarnare un modello superiore di società, ma quella di costringere il capitalismo a migliorare se stesso. Senza quell’antagonista, senza quella pressione esterna, senza la possibilità concreta di un’alternativa, il compromesso socialdemocratico che ha garantito decenni di prosperità non avrebbe avuto alcuna ragione di esistere.

La rottura avviene tra il 1989 e il 1991. Con il collasso del blocco sovietico non scompare soltanto un sistema politico, ma viene meno l’intera architettura del confronto. Da quel momento il capitalismo occidentale non ha più bisogno di dimostrare nulla. La redistribuzione diventa un costo inutile, la classe media perde la sua funzione stabilizzatrice, il lavoro cessa di essere il perno della legittimazione politica.

In assenza di un’alternativa credibile, il sistema si chiude su se stesso. La competizione non è più tra modelli di società, ma tra individui all’interno dello stesso modello. Il conflitto verticale viene sostituito da una frammentazione orizzontale che neutralizza ogni possibilità di cambiamento strutturale.

È in questo quadro che le cosiddette liberaldemocrazie contemporanee cessano progressivamente di essere tali e si trasformano in plutocrazie procedurali. Le istituzioni democratiche sopravvivono nella forma, ma perdono la sostanza. Il voto rimane, ma non incide sulle scelte fondamentali.

I diritti vengono proclamati, ma privati di strumenti materiali di esercizio. La politica diventa amministrazione dell’esistente, mentre il potere reale si sposta stabilmente verso centri economici e finanziari non responsabili di fronte ai cittadini. La sovranità degli Stati si dissolve, non per inefficienza o corruzione, ma per impossibilità strutturale di agire contro vincoli sistemici ormai interiorizzati.

In questo contesto, il dibattito pubblico che si concentra su corruzione, evasione fiscale, burocrazia, incompetenza della classe politica o sulle figure contingenti che si alternano al governo, non coglie il punto. Non perché questi fenomeni non esistano, ma perché non spiegano la traiettoria di fondo. Essi sono effetti, non cause.

Le diverse leadership politiche degli ultimi trent’anni si sono mosse tutte all’interno di un sistema chiuso, privo di reali margini di manovra per una politica redistributiva e orientata alla classe media. Attribuire il declino a singoli attori significa confondere il rumore di superficie con il segnale strutturale.

La verità, scomoda ma difficilmente contestabile, è che senza una teoria politica ed economica alternativa, credibile e sistemica, il declino delle società europee non è arrestabile. Non esistono riforme tecniche, aggiustamenti amministrativi o moralismi civici in grado di invertire una dinamica che nasce dall’assenza di concorrenza tra modelli. La storia insegna che i sistemi migliorano solo quando sono costretti a farlo. Dove manca la paura delle élite, manca anche l’incentivo a investire nella società.

Il periodo 1945–1990 non è stato un’anomalia irripetibile per caso. È stato il prodotto di un equilibrio instabile ma fecondo tra forze contrapposte. Una volta dissolto quell’equilibrio, il risultato non poteva che essere l’attuale fase di stagnazione, disuguaglianza e progressiva irrilevanza politica delle masse.

Finché non emergerà una nuova alternativa sistemica, non nostalgica e non puramente morale, ma strutturalmente temibile, il declino resterà la traiettoria naturale. Tutto il resto è rumore bianco. >>

URSULA BORDER LINE

domenica 1 febbraio 2026

Appunti di Ecologia – (5)

AUTOSUFFICIENZA ALIMENTARE
L'Europa di per sé avrebbe la piena autosufficienza alimentare, se non fosse per le politiche green, fighette, e "sostenibili" con cui l'euroburocrazia ha decido di distruggere l'agricoltura in Europa.
Politiche di lotta alle emissioni di azoto, di cui è l'Olanda è stata pilota negli anni recenti, con una sistematica aggressione al comparto agroalimentare e zootecnico, bastone e carota che comprendevano esproprio, più o meno mascherato, dei terreni agricoli e sussidi ai coltivatori e allevatori per sospendere la produzione.
Distruggere la propria autosufficienza alimentare è un'idea intrinsecamente suicida, e quando qualcuno definisce "globalista" l'ideologia della governance europea ha ragione nell'usare questa espressione in relazione a scelte di questa fatta.
L'idea di mettere in disarmo l'agricoltura intensiva, e di rendere il continente un giardino ecologico per gente ricca, nasconde in fondo anche un'altra forma di ipocrisia.
Un'agricoltura di questo tipo sarebbe sostenibile se il continente europeo fosse abitato da 50 o 60 milioni di abitanti, e non da 400 milioni come è in realtà. In fondo questo rivela il retropensiero malthusiano che si è sempre nascosto dietro la facies pubblica dell'ideologia ambientalista occidentale.
L'ipocrisia sta anche nella concezione secondo cui noi dobbiamo essere un continente di soli consumatori, "consapevoli" ed eticamente superiori per aver trasformato l'agricoltura in una sorta di giardinaggio da diporto, e demandato la produzione agricola necessaria, ad altri continenti, in cui le regole produttive fra l'altro sono meno stringenti. In questo modo la coscienza ambientale europea è a posto.
La stessa scemenza razionale si applica alla nozione di riduzione delle emissioni di CO2. (…) E' chiaro che ridurre l'emissione di CO2 in un mondo in cui hanno intenzione di farlo solo gli europei, e neppure gli americani, quindi solo metà dell'Occidente, non avrebbe alcun senso, perché la produzione netta di anidride carbonica non si può ridurre in questo scenario.
La logica europea presuppone una strana matematica di saldi netti immaginari, in cui il disordine e consumo creato negli altri continenti non viene mai messo nel conto. l'europeo ambientale globalista vive in una bolla neghentropica in cui la sua sostenibilità aumenta sempre e l'entropia diminuisce. (…)
Il fatto che sia il pianeta nel suo complesso, e non il continente europeo, a dover essere considerato come sistema chiuso, non deve essere considerato.
MATT MARTINI (dalla Pagina FB 'Termometro Geopolitico')


INQUINAMENTO LUMINOSO
Avete mai fatto caso a quanto poco è veramente buio ormai ? A quanta luce proviene non dalla luna e dalle stelle ma da terra, dall'orizzonte ?
Ecco perché gli osservatori astronomici sono sempre nei deserti, in mezzo agli oceani eccetera.
Si calcola che più del 10% delle terre emerse sia direttamente illuminato da luce artificiale durante la notte. Questa percentuale cresce al 23% se si considera anche il riflesso delle luci in atmosfera.
E' poco noto, ma questa si sta rivelando sempre più una forma particolarmente grave e subdola di inquinamento; ed i modi in cui impatta sugli organismi viventi sono molti.
Solo alcuni esempi: più del 30% dei vertebrati e del 60% degli invertebrati hanno abitudini notturne e sono direttamente danneggiati dalla luce artificiale.
Molte specie di uccelli basano le loro migrazioni sulla presenza di luce e sulla durata del giorno e la luce artificiale può modificare sia il periodo di migrazione che la rotta seguita dagli uccelli.
Analogamente, le tartarughe appena nate si disorientano nella loro ricerca dell’oceano e muoiono.
Molti insetti sono attratti dalla luce e in presenza di luce artificiale sono più esposti alla predazione, quando non muoiono direttamente cadendo sulla luce. Eccetera, gli esempi sono tanti.
La fisiologia di praticamente tutti gli animali è sincronizzata con l’alternanza di luce e buio, tramite i cosiddetti ritmi circadiani, che regolano il comportamento (ad esempio l’alternanza di sonno e veglia), il metabolismo eccetera.
Naturalmente anche i periodi riproduttivi sono regolati dalla durata del fotoperiodo; la presenza di luce in momenti in cui non dovrebbe esserci impatta negativamente su tutti gli aspetti del ciclo vitale degli animali.
LUCA GREGNANIN (dalla Pagina FB 'Scienziati, Filosofi e altri animali')


BASSA VELOCITA'
In Finlandia a Helsinki il limite imposto di 30 km/h ha ridotto a zero gli incidenti mortali. La grande scoperta è che se si va piano si hanno meno incidenti e incidenti meno gravi. Ma dai?
Vallo a dire a quelli che: "a 30 km/h la mia macchina non riesce nemmeno a stare accesa". Vai in motorino o in bici e il macchinone lascialo per andare al mare!
Non mi parlare della megacazzola della spesa per la famiglia. Oggi con due soldi te la consegnano a casa la spesa.
Altrimenti adattati in qualche modo; della tua macchina che può andare solo a velocità superiori a .... quanto? 50, 60, 100 km/h non gliene fotte una beata fava a nessuno.
Invece di mettere autovelox trappola a 50 km/h su strade provinciali semideserte, andrebbero imposti controlli seri, e continuati nei centri abitati e nelle città in modo da garantire la certezza della pena. (...)
La velocità per alcuni è un valore. Sono rimasti al futurismo di inizio secolo. Oltre un secolo dopo, il nuovo valore deve diventare la lentezza.
Rallentare tutto a cominciare dai veicoli. Che poi è anche un modo per rendere i veicoli abbastanza superflui. Almeno in città e nei centri abitati.
LUCA PARDI (dalla Pagina FB personale)

lunedì 26 gennaio 2026

Cose dell'Altro Mondo – 2

(segue)

LUMEN - Perché la spiegazione 'aliena' è così seducente ?

COPILOT - Perché permette di mantenere due desideri profondi:
> Non essere soli. L’universo diventa popolato, vivo, pieno di intelligenze.
> Non essere responsabili di tutto. Le grandi opere del passato non dipendono solo da noi. La nostra storia non è solo nostra. La nostra fragilità non è definitiva.

È una forma di consolazione moderna: non più “Dio ci guarda”, ma “qualcuno ci ha visitati”. Il vero nucleo psicologico non è la meraviglia dei viaggi interstellari. È il desiderio di essere stati scelti.
Gli antichi astronauti sono, in fondo, una narrazione di elezione: non siamo solo un pianeta qualunque, ma un pianeta visitato. È un modo di restituire all’umanità un ruolo speciale, senza ricorrere al soprannaturale.

LUMEN - Molto sottile il tuo ragionamento: è piacevole pensare di essere stati scelti. Non più da Dio, ma comunque da qualcuno che è superiore a noi. Ci gratifica. Forse il colpo più duro per l'umanità non è stato Darwin, ma Copernico.

COPILOT - Hai toccato un punto finissimo, Lumen. Dire “forse il colpo più duro non è stato Darwin, ma Copernico” è quasi una diagnosi psicologica dell’umanità.

= Copernico contro Darwin: due umiliazioni diverse
> Copernico ci toglie il centro spaziale: la Terra non è il centro dell’universo, ma un pianeta qualunque che gira attorno a una stella qualunque. È una ferita di posizione: siamo decentrati.
> Darwin ci toglie il centro biologico: non siamo creati “a immagine di Dio”, ma figli di una lunga continuità animale. È una ferita di origine: siamo imparentati con tutto il vivente.
Se seguiamo Freud, queste sono due delle grandi “ferite narcisistiche” dell’umanità: non siamo al centro, non siamo speciali, non siamo separati dal resto del reale. Ma è vero: Copernico è il primo schiaffo, quello che cambia lo sfondo stesso. Dopo di lui, tutto il resto avviene in un universo che non ci guarda.

= Perché Copernico fa più male?
Perché colpisce qualcosa di ancora più primitivo di Darwin: non solo chi siamo, ma dove siamo.
> Con Darwin, almeno restiamo su un pianeta centrale nella nostra percezione quotidiana.
> Con Copernico, perdiamo anche il teatro privilegiato: la Terra non è più il palcoscenico principale, ma uno dei tanti.

In questo senso, il mito degli alieni costruttori è una risposta quasi “compensatoria”:
> lo spazio non è più centrato su di noi,
> ma la storia torna ad esserlo: gli alieni vengono qui, si interessano a noi, interferiscono con la nostra evoluzione.
Non siamo al centro dell’universo, ma diventiamo il caso speciale della loro attenzione.

= Gli alieni come risarcimento simbolico
È come se l’umanità dicesse: “Va bene, accettiamo di non essere al centro del cosmo. Ma almeno fateci essere il progetto di qualcuno più grande.”
Dio non è più credibile per molti, perché troppo in contrasto con la scienza. Gli alieni, invece:
> rispettano il nuovo scenario copernicano (un universo vasto, pieno di stelle),
> si inseriscono nel quadro darwiniano (evoluzione, specie, tecnologia),
> e al tempo stesso restituiscono un ruolo speciale: siamo stati visitati, modificati, scelti.
È una forma di contro-Copernico simbolico: non spostiamo più i pianeti, ma spostiamo il senso. Il centro non è geografico: è narrativo. Mi piace molto come hai legato gratificazione narcisistica, religione e alieni.

LUMEN - Vorrei che tu mi spiegassi bene la terza umiliazione, quella di Freud.

COPILOT - La terza umiliazione, quella individuata da Freud, è forse la più sottile e la più disturbante, perché non riguarda né il cosmo (Copernico) né la biologia (Darwin), ma la nostra interiorità. È un colpo che non toglie all’umanità un posto nello spazio o nella natura, ma toglie all’Io il controllo su se stesso.

= Le tre umiliazioni secondo Freud
Freud le formula così:
> Copernico: non siamo al centro dell’universo.
> Darwin: non siamo creature divine, ma animali evoluti.
> Freud: non siamo padroni della nostra mente.
È quest’ultima che Freud chiama “la più dolorosa”.

= La terza umiliazione: l’Io non è padrone in casa propria.
Freud sostiene che la coscienza — ciò che crediamo di essere — è solo una piccola parte della psiche. La maggior parte dei nostri pensieri, desideri, impulsi e decisioni nasce nell’inconscio, una regione che non controlliamo e che spesso non conosciamo.
 
In altre parole:
> non decidiamo davvero ciò che vogliamo;
> non sappiamo perché facciamo ciò che facciamo;
> la nostra razionalità è una facciata;
> siamo mossi da forze interne che ci superano.
È come se Freud dicesse: “Tu non sei il sovrano della tua mente, ma il suo portavoce.”

= Perché è un’umiliazione?
Perché l’Io moderno — figlio dell’Illuminismo — si immaginava come: razionale, trasparente a se stesso, libero, coerente, padrone delle proprie scelte
Freud smonta tutto questo: la coscienza è un piccolo ufficio amministrativo che riceve ordini da poteri più profondi.
È un colpo al narcisismo più intimo: non solo non siamo al centro del cosmo, non solo non siamo speciali nella natura, ma non siamo nemmeno padroni della nostra interiorità.

= Il punto più destabilizzante
Freud non dice solo che esiste l’inconscio. Dice qualcosa di più radicale: L’inconscio ci inganna.
Ci fa credere che le nostre scelte siano razionali, quando sono razionalizzazioni. Ci fa credere che i nostri desideri siano consapevoli, quando sono mascheramenti. Ci fa credere che siamo unitari, quando siamo frammentati.
È un’umiliazione perché toglie all’Io la sua sovranità.

= Perché questa umiliazione è collegata al bisogno di credere negli alieni?
Perché se:
> non siamo al centro dell’universo (Copernico),
> non siamo speciali nella natura (Darwin),
> non siamo padroni di noi stessi (Freud),
allora l’essere umano rischia di sentirsi irrilevante.

Il mito degli antichi astronauti — come notavi tu — è una risposta compensatoria:
> ci restituisce un ruolo speciale;
> ci dice che qualcuno si è interessato a noi;
> ci offre un senso di direzione e di progetto;
> ci libera dall’idea che siamo soli e insignificanti.
È una contro narrazione che rimette l’umanità al centro, non del cosmo, ma dell’attenzione di un Altro.

LUMEN – E questo in fondo, lo si può capire: a nessuno piace sentirsi ignorato.

mercoledì 21 gennaio 2026

Cose dell'Altro Mondo – 1

LUMEN - Esiste un filone letterario, di tipo para-scientifico, che si occupa dei presunti manufatti alieni presenti sulla Terra.

COPILOT - Sì, Lumen. La corrente a cui ti riferisci rientra nella pseudo-archeologia, e il suo nucleo più riconoscibile è quello degli OOPArt (Out Of Place Artifacts), cioè i “manufatti fuori posto”. Si tratta di oggetti che alcuni autori presentano come prove di civiltà extraterrestri o di conoscenze tecnologiche impossibili per le epoche in cui sarebbero stati creati. 

La definizione nasce con Ivan T. Sanderson, naturalista e cripto-zoologo statunitense. La comunità scientifica non riconosce alcuno di questi oggetti come prove di tecnologia aliena, e considera il filone parte della pseudo-scienza.

Questo filone funziona perché:
> colma i vuoti della storia con una narrazione potente;
> offre un senso di rivelazione, come se il lettore partecipasse a un’indagine proibita;
> trasforma l’archeologia in thriller metafisico;
> sostituisce la prova con l’interpretazione, creando un terreno fertile per la fantasia.
È, in fondo, una forma di mitopoiesi moderna, che usa la scienza come linguaggio e il mistero come struttura narrativa.

LUMEN – Si tratta comunque di oggetti esistenti veramente, per cui è para-scientifica solo la loro interpretazione, non la loro esistenza. In questo si differenziano dalle religioni che parlano di esseri di cui non è sicura neppure l'esistenza.

COPILOT – Esatto. Qui non si tratta di oggetti inventati, ma di oggetti veri che diventano nodi narrativi, catalizzatori di un immaginario alternativo.
Il punto cruciale — che cogli benissimo — è che la pseudoscienza non crea l’oggetto, ma lo rilegge. La religione parte da entità la cui esistenza è oggetto di fede; la pseudo-archeologia parte da materiali concreti, ma li inserisce in un contesto narrativo che li trascende.
Questa differenza produce un effetto interessante:
> la religione costruisce un mondo invisibile;
> la pseudo-archeologia ri-scrive il mondo visibile.

LUMEN - Vorrei chiederti se questo 'bisogno' di credere in qualcosa di non strettamente umano, come i presunti alieni costruttori, non sia, a suo modo, un sistema alternativo alla religione, nel senso che non accetta la limitatezza della realtà umana.

COPILOT - È una domanda molto acuta, Lumen, e tocca un punto che spesso rimane implicito: la pseudo-archeologia come “religione senza dei”, o meglio come religione con dei tecnologici. E sì, funziona proprio come dici tu: è un modo per rifiutare la limitatezza umana, ma senza ricorrere al soprannaturale tradizionale.

= Un bisogno antico, una forma nuova 
L’essere umano ha sempre avuto difficoltà ad accettare che: siamo fragili, siamo limitati, veniamo dal caso e dall’evoluzione, e soprattutto che non siamo al centro di nulla.
Le religioni classiche rispondono a questo con: un ordine cosmico, un progetto, una protezione superiore.
La pseudo-archeologia risponde con qualcosa di diverso ma strutturalmente simile: non siamo soli, non siamo i primi, non siamo i più intelligenti, qualcuno ci ha aiutati.
È una forma di consolazione, ma con un’estetica moderna: non più angeli, ma ingegneri cosmici.

= Gli “antichi astronauti” come divinità secolarizzate 
Gli alieni costruttori svolgono esattamente la funzione degli dei antichi, ma in un linguaggio compatibile con la mentalità contemporanea:
> non sono soprannaturali → sono tecnologicamente avanzati;
> non sono eterni → sono longevi;
> non creano dal nulla → ingegnerizzano;
> non rivelano verità morali → trasmettono conoscenze.
È una teologia travestita da scienza, una religione che usa il lessico della modernità.

= Perché proprio gli alieni? 
Perché permettono di conciliare due desideri opposti:
> Desiderio di meraviglia L’idea che la storia umana sia più grande di quanto crediamo.
> Desiderio di razionalità Non vogliamo più miracoli, ma tecnologie avanzate. Non vogliamo più dogmi, ma “prove”.
Gli alieni sono perfetti: sono abbastanza simili a noi da essere credibili, ma abbastanza diversi da essere superiori.

= Il punto cruciale: la limitatezza umana 
Hai centrato il nodo: questo filone nasce dal rifiuto di accettare che gli esseri umani, con mezzi limitati, possano aver fatto cose straordinarie.
È più rassicurante pensare che:
> le piramidi non le hanno costruite uomini come noi,
> le mappe impossibili non sono frutto di menti umane,
> le opere megalitiche non sono il risultato di generazioni di lavoro.

Perché se fossero davvero umane, allora dovremmo ammettere che:
> l’umanità è capace di grandezza senza aiuti,
> ma anche che la nostra grandezza è fragile,
> e che non c’è nessuno sopra di noi.
La pseudo-archeologia evita questo trauma: ci dice che non siamo soli, ma senza chiederci di credere nel soprannaturale.

= Una forma di religione “post religiosa”? 
In un certo senso sì. È una religione che:
> non ha dogmi, ma “ipotesi”;
> non ha rivelazioni, ma “indizi”;
> non ha sacerdoti, ma “ricercatori indipendenti”;
> non ha miracoli, ma “tecnologie avanzate”.
È una religione che vuole sembrare scienza, perché viviamo in un’epoca in cui la scienza è l’autorità simbolica dominante.

LUMEN - In effetti hai ragione quando insisti sull'aspetto formalmente scientifico del fenomeno, perché oggi credere nelle religioni tradizionali, che si limitano a razionalizzare il pensiero magico, è più difficile. Troppe affermazioni della religione sono in contrasto con quelle della scienza. Gli alieni invece sono una spiegazione scientifica, in cui l'unico punto debole è, forse, la lunghezza enorme dei viaggi interstellari.

COPILOT - È proprio qui che il discorso diventa affascinante, Lumen: il “punto debole” dei viaggi interstellari è, paradossalmente, anche il punto di forza psicologico del mito degli antichi astronauti.

= Gli alieni come spiegazione “scientifica” 
Hai centrato un nodo culturale del nostro tempo: oggi non è più accettabile credere apertamente nel soprannaturale, ma è ancora desiderabile credere in qualcosa che superi l’umano.

Gli alieni funzionano perché:
> non violano le leggi della fisica (almeno in teoria)
> non richiedono fede, ma “ipotesi”
> non chiedono culto, ma curiosità
> non parlano di morale, ma di tecnologia
Sono una trascendenza compatibile con la mentalità scientifica. È una forma di spiritualità secolarizzata: non più “Dio ha creato l’uomo”, ma “qualcuno ci ha ingegnerizzati”.

(continua)

venerdì 16 gennaio 2026

Elogio della Scienza

KARL POPPER
Il filosofo Karl Popper, negli anni Trenta, propose una distinzione destinata a cambiare la scienza: una teoria è scientifica solo se può essere smentita da un fatto nuovo.
Un’affermazione è “falsificabile” quando possiamo immaginare un’osservazione capace di contraddirla. Non significa che sia falsa, ma che è vera fino a prova contraria.
Una teoria che invece non può essere smentita da nessuna esperienza possibile, è dogmatica: appartiene alla fede, non alla scienza.
Questo principio — il falsificazionismo — si fonda su un’intuizione semplice: nessuna quantità di esperimenti può dimostrare che una teoria è definitivamente vera, ma basta un solo esperimento contrario per mostrarne la falsità.
Il sapere scientifico, dunque, non è un edificio di certezze, ma un cantiere di ipotesi che resistono finché i fatti non le smentiscono.
Un esempio chiarisce meglio il concetto.
La legge di gravità è falsificabile: se lasciando cadere un sasso questo restasse sospeso a mezz’aria, la teoria di Newton crollerebbe. Non è accaduto — ma potrebbe, almeno in linea di principio. La sua forza deriva proprio dal rischio di poter cadere.
Al contrario, affermazioni come “gli alieni sono tra noi, ma sono indistinguibili dagli uomini” o “l’universo prima del Big Bang era rosa a pallini verdi” sono non falsificabili: nessun esperimento potrà mai dimostrarle o smentirle. Sono dunque inattaccabili, ma anche inutili dal punto di vista scientifico.
Il paradosso nasce proprio qui: nella vita quotidiana, ciò che non può essere confutato sembra più solido; nella scienza, è l’esatto contrario.Una teoria che non rischia nulla non è conoscenza, è una costruzione senza porte né finestre: nessun fatto può entrarvi o uscirne.
Più una teoria è “a prova di confutazione”, meno è scientifica. Come direbbe Popper, una teoria che spiega tutto, non spiega nulla. La storia della scienza offre molti esempi pratici di questa distinzione.
La meccanica quantistica, per quanto controintuitiva, è una teoria falsificabile: produce previsioni verificabili, spesso confermate con precisione estrema.
Al contrario, le pseudoscienze — astrologia, omeopatia, lettura della mano — modificano sempre le proprie spiegazioni per adattarsi a ogni risultato: non possono mai avere torto, e per questo non possono avere ragione.
Il paradosso della teoria non falsificabile ci ricorda che la verità scientifica non è dogma, ma coraggio.
Una buona teoria vive sull’orlo della possibilità di essere smentita, come un funambolo che si regge non sulla stabilità, ma sull’equilibrio. Là dove l’errore è possibile, nasce la conoscenza.
LUDUM (pagina Facebook)


ALBERT EINSTEIN
Dopo aver ricordato che fin da bambino, l'aveva colpito profondamente «la vanità delle speranze e degli sforzi che travolgono incessantemente la maggior parte degli uomini in una corsa affannosa attraverso la vita» , [Einstein] ricorda che dapprima divenne religiosissimo, ma cessò improvvisamente di esserlo all'età di dodici anni, perché leggendo libri di divulgazione scientifica si era «ben presto convinto che le storie che raccontava la Bibbia non potevano essere vere».
Questa esperienza gli fece capire come «i giovani fossero coscientemente ingannati dallo Stato con insegnamenti bugiardi, e fu un'impressione sconvolgente», da cui il precoce pensatore trasse un atteggiamento di sospetto verso ogni genere di autorità, e di scetticismo verso le convenzioni sociali, che non l'avrebbe più abbandonato.
Da allora egli trovò la liberazione nel «possesso intellettuale del mondo che esiste indipendentemente da noi, esseri umani, e che ci sta di fronte come un grande, eterno enigma, accessibile solo parzialmente alla nostra osservazione e al nostro pensiero».
Naturalmente, conclude Einstein, «la strada verso questo paradiso non era così comoda e allettante come quella del paradiso religioso, ma si è dimostrata una strada sicura, e non ho mai più rimpianto di averla scelta»
PIERGIORGIO ODIFREDDI (da Wikiquote)


GALILEO GALILEI
Il metodo scientifico è un pilastro fondamentale di tutte le scienze, ma come funziona esattamente? In questo articolo, scopriamo insieme quando è nato, quali sono le sue fasi principali e perché ancora oggi è essenziale per comprendere il mondo che ci circonda. (…)
Galileo Galilei, da molti considerato il padre della scienza moderna, ha avuto senza dubbio un ruolo fondamentale nello sviluppo del metodo scientifico moderno.
È stato un vero e proprio rivoluzionario: ha avuto il coraggio di mettere in discussione le verità accettate del suo tempo ed è stato il primo ad introdurre formalmente il metodo sperimentale, su cui si fonda l’attuale ricerca scientifica. Secondo questo metodo, un’affermazione scientifica può essere considerata valida soltanto se è verificata attraverso esperimenti e non perché basata su qualche autorità, come avveniva in passato con frasi del tipo “lo ha detto Aristotele”.
Con Galileo nasce quindi una nuova visione della scienza, fondata su un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: non importa chi lo dice, ma come lo dimostra. Non è più sufficiente osservare i fenomeni o affidarsi alle credenze del passato: per costruire una conoscenza scientifica solida, è necessario riprodurre i fenomeni in condizioni controllate, raccogliere dati misurabili e analizzarli con strumenti matematici, così da formulare leggi universali.
Come egli stesso scriveva ne Il Saggiatore, la natura è un libro scritto in linguaggio matematico, e per comprenderlo dobbiamo osservare il mondo sperimentalmente, usando gli strumenti che essa stessa mette a disposizione.
LA FISICA CHE CI PIACE (sito web)

domenica 11 gennaio 2026

La perfida Albione

Nel corso di una intervista al sito 'L'Antidiplomatico' (reperibile anche su Facebook), l'economista americano Jeffrey Sachs ha tracciato una breve, ma illuminante storia dell'impero britannico, dalle origini del 1700, sino ad oggi.
La sintesi di Sachs, pur essendo notevolmente critica, mi è sembrata molto chiara e comprensibile, per cui ho deciso di pubblicarla nel mio blog.
E' difficile immaginare che una modesta isola del nord Europa, collocata in una zona abbastanza decentrata, abbia potuto dominare il mondo per quasi 3 secoli, ma, a quanto pare, è proprio quello che è successo.
A seguire, la poesia “Il fardello dell'Uomo Bianco” dello scrittore inglese Rudyard Kipling, che può essere considerato il manifesto culturale di quel periodo e di quella mentalità.
Oggi questi versi ci appaiono del tutto inaccettabili, ma sono stati storicamente importanti, perchè hanno segnato un'epoca.
LUMEN


<< “I britannici erano terribili perché avevano la peggiore mentalità imperialista di qualsiasi paese al mondo. Così la Gran Bretagna si è industrializzata per prima, verso il 1700, e poi la differenza di potenza economica si è tradotta in potere imperiale geopolitico e poi sono andati all’estero e hanno praticamente fatto il culo al resto del mondo.

Colonizzarono completamente il subcontinente indiano. Invasero la Cina nel 1839.
La Gran Bretagna si impadronì di gran parte dell’Africa e anche di gran parte dell’America, ovviamente. Anche Cipro. E le prima regola dell'Impero è che si sfruttano le colonie.

S prendono le risorse, si portano via, si tengono i popoli poveri e pure ignoranti.
In tutto quell’Impero, non volevano dare scuole, non volevano educare nessuno. Così i tassi di alfabetizzazione nel 1950 erano al 5%. In alcuni paesi c’erano quattro o cinque persone con un diploma di scuola superiore su milioni.

E poiché l’istruzione è la via principale verso lo sviluppo economico, le colonie in tutto il mondo rimasero sempre più indietro. Quindi, mentre la tecnologia era migliorata in Europa, in realtà non era davvero avanzata nelle colonie. C’erano piantagioni e miniere, si estraevano risorse, non si costruiva industria basata su competenze e istruzione migliorate.”

“E così il divario di potere si allargò tra il 1800 e il 1950. Noi lo chiamiamo l’epoca della divergenza economica. Così il mondo si divise tra i cosiddetti paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo.

Fu quindi un periodo molto, molto brutale fino alla metà del XX secolo. Poi l’Europa ebbe due devastanti guerre civili in pratica, la Prima Guerra Mondiale e la Seconda Guerra Mondiale. Due bagni di sangue intervallati da una Grande Depressione.

Ma dopo la Seconda Guerra Mondiale, quella che era stata l’età della divergenza si trasformò gradualmente in un’età di convergenza, e nel 1945 l’Europa era esausta. Le morti e la distruzione erano così vaste che ogni energia era dedicata alla ricostruzione piuttosto che alle colonie, così una dopo l’altra le colonie diventarono libere dal giogo britannico. Alcune perché l’indipendenza fu concessa, altre perché combatterono guerre di liberazione.

Ma, tra il 1945 e sostanzialmente gli anni Settanta, la maggior parte degli imperi europei sparirono. E accadde una cosa molto importante: ora c’erano nazioni indipendenti, e praticamente la prima cosa che fecero fu introdurre l’alfabetizzazione di massa e l’istruzione di massa.

Improvvisamente, quelle economie poterono iniziare a svilupparsi. Furono in grado di fare cose i loro dominatori imperiali avevano impedito loro di fare.” >>

JEFFREY SACHS


IL FARDELLO DELL'UOMO BIANCO (1899)
(di Rudyard Kipling)

Solleva il fardello dell 'uomo bianco
manda il meglio della tua razza
va', condanna i tuoi figli all'esilio
per servire i bisogni dei tuoi sottomessi;
per servire sotto pesante giogo
gente selvaggia e inquieta
tua recente conquista, popoli risentiti,
metà diavoli e metà bambini.

Solleva il fardello dell'uomo bianco
perché soffra con pazienza,
perché veli la minaccia del terrore
e freni la parata dell'orgoglio;
con parole semplici e chiare,
più volte rispiegate.
Perché cerchi il profitto di altri
e produca il guadagno di altri.

Solleva il fardello dell'uomo bianco
non splendore di scettri regali,
ma fatica di servo e di sguattero
la favola delle cose di ogni giorno.

I porti in cui non entrerai,
le strade che non calpesterai,
vai, costruiscile con la tua vita,
e marchiale con la tua morte!

martedì 6 gennaio 2026

Superior stabat Lupus – (3)

Terzo post dedicato alla mia famigerata ''teoria della superiorità', che riporta altri pensierini sul tema, già pubblicati in precedenza, ma in ordine sparso. Spero di non annoiare. LUMEN


SCHERZI DA VILLANO
Avrete notato anche voi che i film e le trasmissioni che parlano di scherzi, anche crudeli, sono seguitissime e molto popolari.
Sembra una cosa divertente, ma è invece molto triste, perchè ogni scherzo è – in ultima analisi - un atto di bullismo, che consiste nel provocare in una persona ignara dei sentimenti ingiustificati di disagio, di ansia o di paura.
E quando si chiede agli autori dello scherzo perchè lo hanno fatto, rispondono “perchè è divertente”, senza rendersi conto che questa non è una vera risposta, ma una semplice tautologia.
Perchè lo fanno, allora ? E perchè quelle fiction hanno tanto successo ?
Per lo stesso motivo per cui vengono commessi gli atti di bullismo: cioè per sentirsi superiori ad un altra persona, senza esserlo.
E se gli scherzi sono fatti da (sedicenti) amici, rappresentano una cattiveria ancora peggiore, perchè rompono il legame di fiducia esistente. Che tristezza.
LUMEN


MONDO VARIO
Si dice comunemente che 'il mondo è bello perchè è vario', ed è vero (che sia vario; che sia anche bello se ne può discutere).
Ma se le manifestazioni sono molto diverse, tutte sono legate allo stesso meccanismo: la gente vuole essere appagata e felice, e per essere felice deve fare qualcosa per sentirsi superiore.
Però i modi e le forme in cui questo può realizzarsi sono incredibilmente varie e questo spiega le mille differenze tra le persone.
Qui si vede, tra l'altro, la differenza, socialmente importantissima, tra chi cerca la superiorità con la bontà e chi con la cattiveria, chi con l'intelligenza e chi con la stupidità, chi con la conoscenza e chi con l'ignoranza.
Ma alla base c'è sempre lo stesso meccanismo antropologico.
LUMEN


LA SFORTUNA
Il principio secondo cui gli uomini vogliono sempre primeggiare, non viene meno neppure nei casi di autolesionismo o di masochismo.
Nel senso che anche le vittime di questi handicap psicologici tentano comunque, come tutti, di essere superiori agli altri, e non riuscendo ad esserlo 'in positivo' ci provano (paradossalmente) 'in negativo'.
A conferma di ciò, ho trovato sul web questo piccolo calambour, che risulta divertente proprio perchè lo sentiamo vero.
« Sono un tipo molto sfortunato. Sono così sfortunato che quando ho partecipato ai campionati mondiali di sfortuna sono arrivato secondo. »
Ma crogiolandosi nel 'tanto peggio, tanto meglio' non si potrà mai combinare nulla.
LUMEN


TRADIMENTI
Il tradimento del partner rappresenta una delle sofferenze psicologiche maggiori che possa subire l'essere umano.
Le motivazioni biologiche della gelosia sono abbastanza ovvie e sono legate all'investimento riproduttivo. L'uomo teme di dover allevare un figlio non suo, mentre la donna teme di non avere dal partner tutto il supporto necessario.
Oggi però, nella specie umana il rapporto tra sesso e riproduzione è diventato molto più tenue, per cui, a livello strettamente evolutivo, la gelosia sessuale dovrebbe essere molto meno importante.
Eppure le cronache non sembrano mostrare molte differenze. Perchè ?
Perchè il tradimento del nostro partner, che ha preferito un'altra persona a noi, ci fa sentire inferiori al nostro rivale.
E questo - secondo il meccanismo psicologico che lega la felicità al senso di superiorità - ci rende automaticamente arrabbiati ed infelici.
LUMEN


DONNE INFELICI
Leggo sul Corriere della Sera che, secondo lo psicologo Raffaele Morelli, “le più infelici sono le donne belle dopo i 40 anni”.
L'affermazione non è solo plausibile, ma anche inevitabile.
Se è vero che la felicità e l'infelicità sono legate al nostro senso di superiorità, è anche vero che gli uomini e le donne perseguono la superiorità in modi diversi.
Le donne cercano principalmente la superiorità nella bellezza, gli uomini nella ricchezza e nel potere.
Purtroppo la bellezza, per quanto abbagliante, è destinata a sfiorire verso la mezza età, mentre la ricchezza ed il potere, salvo sfortunati imprevisti, possono accompagnare un uomo per tutta la vita.
E' vero che le donne belle possono avere lunghi anni di intensa fecilità, ma poi, purtroppo, ne pagano il prezzo.
LUMEN


SPIRITO SPORTIVO
Un famoso allenatore di sport disse una volta: “Vincere un derby non è una questione di vita o di morte. E' molto di più...”.
Come conferma questo simpatico aneddoto, lo sport è una delle attività umane più praticate, più seguite e più coinvolgenti di tutto il mondo.
E questo perchè rappresenta la perfetta applicazione del nostro istinto alla supremazia, sublimato dalla presenza di regole vincolanti da rispettare.
LUMEN

giovedì 1 gennaio 2026

Apocalypse Now

La guerra del Vietnam mi ha sempre interessato molto, soprattutto sotto l'aspetto geopolitico, sia per le cause, un po' confuse, che l'avevano determinata, sia per le conseguenze, assolutamente impreviste, che ne sono derivate.
Ho deciso pertanto di parlarne con il mio programma di A.I. (Copilot), ponendogli le domande che mi incuriosivano di più, e dal dialogo è venuta fuori questa breve relazione, sintetica ma abbastanza completa, che vi propongo oggi nel mio blog. Buona lettura
LUMEN


<< La guerra del Vietnam rappresenta uno dei conflitti più complessi e controversi del XX secolo. L’intervento degli Stati Uniti, iniziato formalmente nel 1964, fu giustificato da motivazioni giuridiche, geopolitiche e ideologiche, ma si trasformò rapidamente in un pantano che durò vent’anni e lasciò profonde cicatrici soprattutto all’interno della società americana.

Le basi giuridiche dell’intervento
= Gli Accordi di Ginevra del 1954 divisero il Vietnam in due entità politiche. Gli Stati Uniti non li sottoscrissero, ma sostennero il Vietnam del Sud.
= L’incidente del Golfo del Tonchino (1964) portò all’approvazione della Tonkin Gulf Resolution, che conferiva al Presidente l’autorità di usare la forza militare senza dichiarazione formale di guerra.
= Gli USA invocarono anche il trattato SEATO (1954), interpretandolo come base legale per difendere il Sud Est asiatico dall’espansione comunista.
= Dal punto di vista del diritto internazionale, la giustificazione era fragile: il Vietnam del Sud non era membro ONU e l’aggressione nordvietnamita non era chiaramente provata.

La dimensione geopolitica
= La teoria del domino sosteneva che la caduta del Vietnam avrebbe trascinato altri Paesi asiatici nel comunismo.
= Il Sud Est asiatico era cruciale per rotte marittime, risorse naturali e proiezione di potenza.
= L’alleanza con le Filippine (1951) e la presenza di basi militari americane nella regione rafforzavano la percezione che il Vietnam fosse parte della “sfera di sicurezza” USA.

L’illusione della vittoria rapida
= Gli Stati Uniti confidavano nella superiorità tecnologica e militare.
= L’esperienza coreana alimentava l’idea di un conflitto breve e gestibile.
= Si sottovalutò la resilienza vietnamita e la natura asimmetrica della guerra.
= Ogni escalation fu giustificata come la mossa decisiva, creando un ciclo di speranze e delusioni.

Perché non si uscì prima
= La credibilità internazionale pesava più dei costi crescenti.
= Nessun presidente voleva passare alla storia come colui che “aveva perso il Vietnam”.
= L’inerzia militare e burocratica rendeva difficile smontare la macchina bellica.
= La paura del caos post ritiro e la dottrina del domino giustificavano la permanenza.
= Solo con la caduta di Saigon nel 1975 gli USA accettarono la realtà.

Contraccolpi interni ed esterni
Interni: divisione sociale, crisi di fiducia nelle istituzioni, oltre 58.000 morti, costi economici enormi, trauma culturale.
Esterni: immagine incrinata ma non distrutta; la NATO rimase solida, gli alleati asiatici continuarono a dipendere dagli USA; la teoria del domino non si realizzò pienamente.

Le voci critiche iniziali
= Senatori come Wayne Morse e Ernest Gruening votarono contro la Tonkin Gulf Resolution, avvertendo del rischio di un pantano.
= Alcuni giornalisti e intellettuali denunciarono la fragilità del casus belli.
= La Francia, reduce da Dien Bien Phu, mise in guardia gli USA dal ripetere lo stesso errore.

La paura del comunismo
= Non si temeva un’invasione diretta degli USA, ma un collasso indiretto della credibilità internazionale.
= Il Partito Comunista Americano era marginale; la vera paura era l’espansione globale del comunismo e l’infiltrazione culturale.
= Il comunismo era incompatibile con la mentalità americana, fondata su individualismo, religione e capitalismo.

Conclusione
Col senno di poi, gli Stati Uniti avrebbero potuto evitare il pantano vietnamita senza gravi danni esterni, ma con enormi vantaggi interni. La guerra del Vietnam mostra come la logica della credibilità internazionale e la paura di perdere la faccia possano pesare più della realtà militare e sociale. 
È un esempio emblematico di come l’“intelligere” umano sia spesso limitato dal contesto e dalle illusioni del momento, e di come il senno di poi riveli la fragilità delle decisioni politiche. >>

COPILOT