sabato 27 dicembre 2025

I dubbi sul Cambiamento Climatico

Sul fatto che sia in corso un cambiamento climatico importante, con una tendenza al riscaldamente globale, ci sono ormai pochi dubbi. Infuria invece la discussione sulle cause ed in particolar modo sulla percentuale di incidenza del sistema antropico, che secondo alcuni sarebbe preponderante, mentre secondo altri sarebbe marginale.
A questa secondo posizione è dedicato il post di oggi, scritto da Andrea Bassetta e tratto dal sito di Sollevazione (LINK),
LUMEN


<< La transizione energetica si fonda sostanzialmente sul presupposto fallace e menzognero che rende la CO2 responsabile del cambiamento climatico in atto quale gas serra emesso in eccesso nell’atmosfera a causa delle attività umane.

Tali ipotesi poggia le sue basi principalmente sul rapporto speciale redatto da un organismo delle Nazioni Unite, l’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC) realizzato ad uso e consumo dei decisori politici che, attraverso un modello matematico, prevede un riscaldamento globale di 1.5 °C entro il 2052, rispetto ai livelli preindustriali, correlato alle emissioni di gas serra, nel contesto di un rafforzamento della risposta globale alla “minaccia” dei cambiamenti climatici, dello sviluppo sostenibile e degli sforzi per debellare la povertà.

Il modello matematico del rapporto è di tipo probabilistico e i valori risultanti e le conseguenti valutazioni vengono espressi in termini di una scala gerarchica di livelli di “confidenza” (bassa-media-alta) e di “intervalli di probabilità” espressi in termini di % (improbabile-poco probabile-probabile-molto probabile).

In sostanza tale rapporto individua le emissioni antropiche cumulate di CO2 come la causa principale dell’innalzamento di temperatura globale di 1.5 °C nell’arco temporale che va dal 2030 al 2052, con un livello di confidenza “alto”, come risultato del modello matematico adottato.

Tale stima probabilistica poi, consente di fare previsioni sull’impatto che tale aumento di temperatura produce sul sistema terra: siccità, innalzamento del livello dei mari, etc.., con conseguente ricaduta sulla sopravvivenza della specie umana.

Per chi è avvezzo a maneggiare modelli matematici sa bene come tali strumenti siano estremamente sensibili a variazioni algebriche delle variabili introdotte nel modello e di conseguenza dei risultati ottenuti.

In contrapposizione a tale rapporto e alle stime e alle valutazioni che da esso scaturiscono, si sono pronunciati migliaia di scienziati di tutto il mondo, appartenenti al GLOBAL CLIMATE INTELLIGENCE GROUP, firmando la World Climate Declaration dal titolo “THERE IS NO CLIMATE EMERGENCY”, che denunciano in sostanza la prevalenza politica e ideologica sulla scienza riguardo alle questioni climatiche.

Il suddetto rapporto consta di sei punti fondamentali:
1- Sia i fattori naturali che quelli antropici causano il riscaldamento globale
2- Il riscaldamento globale è molto più lento del previsto
3- La politica climatica si basa su modelli inadeguati
4- La CO2 è nutrimento per le piante, base di tutta la vita sulla Terra
5- Il riscaldamento globale non ha aumentato i disastri naturali
6- La politica climatica deve rispettare le realtà scientifiche ed economiche

E termina con la seguente dichiarazione verso i governi europei:
“Il nostro consiglio ai Leader europei è che la scienza dovrebbe impegnarsi per una comprensione significativamente migliore del sistema climatico. Mentre la politica dovrebbe concentrarsi sulla minimizzazione dei potenziali danni climatici dando priorità a strategie di adattamento basate su tecnologie comprovate e accessibili”.

In conseguenza del rapporto dell’IPCC si è scatenato un vero e proprio fanatismo anti-CO2 con direttive EU atte a raggiungere l’obiettivo entro il 2050 della totale decarbonizzazione delle attività umane, sposando in toto la visione decisamente allarmistica e politicamente orientata, che enfatizza il contributo antropico al riscaldamento globale e sottostima la variabilità climatica naturale.

A tal senso infatti occorre riportare alcuni argomenti scientifici fondamentali che anche considerati singolarmente, dimostrano la totale infondatezza della tesi catastrofista anti-CO2:
= Il clima è dominato in modo assolutamente schiacciante dalle forze della natura: SOLE, OCEANI e NUBI.
= Il principale gas serra è di gran lunga il VAPORE ACQUEO (…) con un rapporto di 90 a 1
= Negli anni dal 1940 al 1980 e dal 1997 al 2015 si è verificata una “pausa climatica” globale mentre la CO2 antropica globale è aumentata notevolmente (…)

Sull’onda di questo fanatismo anti-CO2 sorge quindi il concetto di “TRANSIZIONE ENERGETICA VERDE”, ossia il concetto di “sostenibilità” attraverso la produzione di energia “pulita” con lo sfruttamento di fonti di energia rinnovabile (FER) quali l’irraggiamento solare ed il vento.

Stiamo quindi parlando di energia prodotta, oltre che da impianti termoelettrici e geotermici, da pannelli fotovoltaici, che trasformano energia solare in energia elettrica, e da pale eoliche che trasformano energia cinetica del vento in energia elettrica. Si sta quindi considerando queste due forme di sfruttamento energetico come in grado di sostenere in un prossimo futuro tutto il fabbisogno energetico nazionale.

Ora, ogni volta che la collettività ha scoperto un nuovo sistema di conversione energetica, questa ha potuto compiere un salto in termini di espansione demografica, possibilità comunicative e sviluppo sociale, espandendo anche le sue capacità strategiche e offensive.

Il margine di azione di ogni comunità è sempre stato delimitato dalla sua capacità energetica che si compone di due elementi: la disponibilità di risorse e la disponibilità di mezzi idonei ad utilizzarle. Nel 2024, l’81% dell’energia prodotta nel mondo proviene da combustibili fossili (23% gas naturale – 31% petrolio – 27% carbone); nel 1997 tale valore era dell’85.7%e nel 2022 dell’81.7%: in 25 anni la produzione mondiale di energia da combustibili fossili si è ridotta del solo 4%.

La spiegazione sta nel fatto che ogni energia ha le seguenti peculiarità:
= Una diversa densità energetica, ossia quanta energia posso ottenere dall’unità di massa di quella risorsa.
= Un suo rendimento energetico, ossia quanta energia si riesce effettivamente a ricavare da quella che la fonte mette a disposizione.

In tale contesto pensare di far alzare in volo un aeroplano attraverso fonti di energia rinnovabile o di alimentare l’industria pesante diventa improponibile; ad esempio il cherosene consente di far alzare in volo mezzi che pesano svariate decine di tonnellate ed è in grado di fornire, a parità di peso, 30 volte tanto l’energia delle più efficienti batterie.

Ora, sia il fotovoltaico che l’eolico sono tecnologie ormai “mature”, ossia hanno raggiunto il loro limite tecnico; questo significa che in futuro non sarà possibile ridurre significativamente le loro dimensioni e quindi il loro impatto sull’ambiente. >>

ANDREA BASSETTA

lunedì 22 dicembre 2025

Horror Vacui

E' opinione di molti che oggi, in occidente, le elites economiche abbiano preso il comando delle operazioni, a scapito del potere politico, che si limiterebbe a ratificare quanto deciso altrove.
Secondo alcuni si è trattato di una conquista attiva da parte dei poteri economici, secondo altri della semplice occupazione di un vuoto di potere lasciato dalla politica tradizionale.
A questa seconda ipotesi si richiama Giuseppe Gagliano, in questo breve articolo, tratto dalla pagina Facebook 'Termometro Geopolitico'.
A seguire, una breve descrizione del World Economic Forum, della sua storia e delle sue attuali funzioni (testo tratto dal web).
LUMEN


<< C’è chi parla di “nomina tecnica”, chi di “fase di transizione”, chi si affanna a precisare che no, BlackRock non ha preso formalmente il controllo del World Economic Forum. Tutto vero. Ma irrilevante.

Perché il punto non è il titolo sulla porta, bensì chi tiene le chiavi. E oggi una di quelle chiavi è finita nelle mani di Larry Fink, capo del più grande gestore di capitali del pianeta, chiamato a co-presiedere il tempio di Davos proprio mentre il sistema globale scricchiola.

Dicono che non sia una presa di potere. Sarà. Ma quando il signore di dieci e passa trilioni di dollari di asset diventa il garante della “governance globale”, forse una domanda bisognerebbe farsela. Anche solo per sport.

Il World Economic Forum è sempre stato questo: un luogo dove il potere si dà del tu, lontano da urne, parlamenti e fastidiose opinioni pubbliche. Ma finché restava un salotto, una fiera delle buone intenzioni, si poteva liquidarlo come folklore d’élite. Oggi no. Oggi Davos è il posto dove si prova a supplire al fallimento della politica. E chi meglio di BlackRock, che governa capitali più grandi di molti Stati, può farlo?

BlackRock non legifera, certo. Ma decide cosa è finanziabile e cosa no. E nel mondo reale, quello dove le fabbriche chiudono e le transizioni si pagano, questo equivale a decidere cosa esiste e cosa muore. Se non investi, non cresci. Se non cresci, scompari. Altro che sovranità.

La favola racconta che è tutto per il bene comune: sostenibilità, clima, responsabilità sociale. Peccato che a stabilire cosa è “responsabile” sia sempre lo stesso club. Un club che non risponde a elettori, ma ad azionisti. E che quando sbaglia non viene sfiduciato, ma al massimo cambia consulente.

Sul piano geopolitico il messaggio è chiarissimo. Mentre Cina e Russia rafforzano il controllo statale sull’economia, l’Occidente sceglie un’altra strada: privatizzare la stabilità. Delegare al capitale il compito di tenere insieme un sistema che la politica non sa più governare. Non è liberalismo, è resa. Una resa elegante, in giacca scura e cravatta ESG [regimental].

Il problema non è Larry Fink. È il vuoto che lo rende indispensabile. Stati indeboliti, istituzioni multilaterali paralizzate, democrazie che non decidono più ma ratificano. In questo spazio entra la finanza, che non fa prigionieri ma nemmeno promesse. E soprattutto non chiede permesso.

Poi ci stupiamo se fuori dall’Occidente Davos viene visto come il volto sorridente di un ordine economico imposto dall’alto. Ci stupiamo se cresce la diffidenza, se il Sud globale parla di ipocrisia, se la parola “governance” suona come un sinonimo elegante di comando.

La verità è che nessuno ha eletto BlackRock, ma tutti ne subiscono le scelte. Nessuno ha votato il World Economic Forum, ma molte politiche pubbliche sembrano scritte con il suo vocabolario. 

E quando il potere diventa così grande da non avere bisogno di legittimazione, allora sì che il problema non è più complottista. È democratico. Davos non ha bisogno di prendere formalmente il potere. Gli basta che nessun altro lo eserciti davvero. >>

GIUSEPPE GAGLIANO



CHE COS'E' IL W.E.F.
Il Forum Economico Mondiale (WEF), conosciuto anche come Forum di Davos, è un’istituzione senza scopo di lucro con sede a Ginevra, in Svizzera.
Nata nel 1971 per iniziativa dell’economista Klaus Schwab, l’istituzione organizza ogni anno un incontro tra leader mondiali della politica, dell’economia, scientifico e accademico, per discutere delle questioni più urgenti che il mondo si trova ad affrontare.
L’incontro, a inviti e a porte chiuse, vede la partecipazione di leader delle imprese associate alla fondazione, leader politici, rappresentanti di organizzazioni non governative, scienziati, leader religiosi e giornalisti.
L’idea alla base del Forum di Davos nacque quando Klaus Schwab, professore di business all’Università di Ginevra, organizzò il primo Simposio europeo del management con l’obiettivo di avvicinare le imprese europee alle pratiche manageriali statunitensi. 
La scelta della sede sulle Alpi svizzere era dovuta all’amenità del luogo e alla tradizionale indipendenza del Paese, ritenute condizioni favorevoli per la riuscita dell’iniziativa.
Da allora, il Forum di Davos si è evoluto diventando un importante punto di incontro per leader mondiali, che nell’arco degli anni hanno utilizzato l’occasione per affrontare crisi bilaterali e negoziare soluzioni. (…)
Il WEF si considera “impegnato a migliorare la condizione del mondo” e si sforza di essere imparziale e privo di vincoli di natura politica, ideologica o nazionale. Fino al 2012 ha avuto lo status di osservatore presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite.
La fondazione è finanziata dalle circa mille imprese associate, in genere multinazionali con fatturato superiore ai 5 miliardi di euro. Le imprese associate hanno un ruolo chiave nell’orientare gli sviluppi futuri del settore o del paese in cui operano.

mercoledì 17 dicembre 2025

Il '68 dell'egoismo

Un'analisi degli aspetti meno nobili del mitico '68, in questo pezzo scritto da Ferdinando Bilotti per il sito 'Partenza da Zero' (LINK).
LUMEN


<< Dobbiamo (...) tenere presenti le trasformazioni a cui la società andò incontro nel ventennio di forte sviluppo successivo alla seconda guerra mondiale. Il rapido avanzamento sia demografico, sia economico di quella fase ebbe tra i suoi effetti quello di ampliare i ranghi del ceto medio in misura tale da rendere problematico l’assorbimento delle sue nuove leve da parte delle università e poi del mercato del lavoro intellettuale.

Alla fine degli anni Sessanta, questa incapacità del sistema sociale di soddisfare le ambizioni di formazione e di occupazione nutrite dai giovani esponenti di tale classe spinse molti di loro su posizioni fortemente critiche nei confronti dei esso: si spiegano così, almeno in parte, l’esplodere della protesta studentesca e più in generale l’assunzione da parte della gioventù dell’epoca di atteggiamenti radicali.

Dal momento che questa contestazione degli assetti vigenti avvenne in nome della realizzazione di una società dalle maggiori capacità inclusive, era del tutto naturale che essa assumesse in massima parte una connotazione politica progressista.

A orientarla in tal senso, tuttavia, dovette valere anche la parallela esplosione della protesta operaia, che faceva dell’adesione alla dottrina marxista un potenziale strumento di saldatura fra le due lotte, saldatura che avrebbe consentito agli intellettuali di avvalersi, per realizzare i propri obiettivi di trasformazione della società, della forza del numero su cui potevano contare le masse operaie.

Questa radicalizzazione delle nuove generazioni di intellettuali, però, evidentemente in molti casi non mise radici profonde negli animi degli interessati, rimanendo così legata alle loro condizioni del momento e dunque risultando suscettibile di venir meno una volta che essi fossero riusciti a integrarsi nella società. 

In ragione di ciò, a partire dai tardi anni Sessanta i partiti di sinistra furono colonizzati da un gran numero di militanti la cui adesione ai loro ideali di progresso sociale era sincera ma superficiale, perché figlia di contingenti motivazioni personali, o peggio ancora opportunistica, perché finalizzata a volgere a proprio vantaggio la forza del movimento operaio, e quindi in entrambi i casi destinata a scomparire una volta che il raggiungimento di una posizione elevata in seno alle strutture partitiche li avesse resi soddisfatti della propria condizione.

Venuta meno l’adesione ai valori inizialmente professati, nell’animo di tali politici rimase poi soltanto la volontà di affermazione personale, che aveva costituito il movente originario della loro militanza: essi pertanto non esitarono a tramutarsi da nemici in servitori del potere economico, in modo da facilitare la propria ulteriore ascesa procurandosi il sostegno di quest’ultimo.

La contestazione giovanile ebbe anche motivazioni culturali. Come a suo tempo rilevò Daniel Bell (nel suo “The cultural contradictions of capitalism”), la società capitalista si fonda su due sistemi di valori in opposizione fra di loro, uno funzionale a sostenere la produzione e l’altro a spingere il consumo.

Nel ventennio di forte sviluppo 1950-70, l’incremento della produttività del lavoro da una parte rese più agevole la produzione di beni, facendo perdere rilevanza alle tradizionali virtù borghesi funzionali al compimento d’investimenti e a un’efficiente conduzione delle attività economiche (risparmio, laboriosità, disciplina); e dall’altra, come abbiamo già spiegato, fece sorgere la necessità di valorizzare questa sempre più ingente quantità di beni prodotta, imponendo perciò la promozione di una mentalità di segno opposto.

Inoltre, la crescita del benessere rese non più necessaria la concentrazione delle risorse nelle mani dei capifamiglia, consentendo l’assunzione di decisioni di consumo autonome (e quindi una più generale autonomia di pensiero e di azione) da parte di soggetti tradizionalmente subalterni, quali le donne e per l’appunto i giovani.

Questi, pertanto, divennero propensi a mettere in discussione l’autoritarismo e la gerarchizzazione che alla fine degli anni Sessanta ancora informavano la vita sociale (sia pure in misura già spontaneamente calante).

Logicamente, un simile atteggiamento critico nei riguardi della cultura e dei valori dominanti induceva ad assumere una posizione critica anche verso le situazioni di ineguaglianza e di sfruttamento che connotavano i rapporti fra i ceti. Questo orientamento antisistema di marca progressista, però, si fondava su una visione della società individualista e libertaria che coincideva con l’apparato valoriale del capitalismo consumista ed era suscettibile di sposarsi anche con una mentalità improntata al più gretto egoismo di classe.

Nel lungo periodo, pertanto, la cultura della contestazione non fu in grado di fare da argine, nelle coscienze dei reduci da quell’esperienza, alla pressione che la convenienza personale esercitò in direzione dell’accettazione del ‘patto col diavolo’ costituito dalla propria trasformazione in rappresentanti degli interessi capitalistici.

Naturalmente, va precisato che questo processo di subordinazione dei partiti di sinistra al potere economico non ha riguardato l’intero arco politico della sinistra stessa, in quanto al suo interno hanno comunque continuato ad esistere delle forze di ispirazione marxista fortemente orientate in difesa dei lavoratori. Esse, tuttavia, hanno mantenuto un peso politico modesto, non riuscendo quindi a diventare i nuovi punti di riferimento dei ceti abbandonati dai grandi partiti socialdemocratici.

Ciò si spiega, in parte, con la difficoltà di fare presa sulle coscienze di una cittadinanza la cui cultura e il cui immaginario sono stati manipolati in maniera tale da renderla largamente priva di coscienza politica e votata a un individualismo che esclude dall’orizzonte mentale la prospettiva di una salvezza collettiva; in parte ancora, con le ridotte possibilità di fare proseliti che inevitabilmente hanno connotato movimenti poveri di risorse finanziarie e condannati a operare in un ambiente mediatico ad essi ostile; ma in parte anche col fatto che le proposte politiche di tali formazioni sono state segnate da gravi elementi di criticità, i quali hanno finito per respingere molti loro potenziali elettori. >>

FERDINANDO BILOTTI

venerdì 12 dicembre 2025

L'orlo dell'Abisso

Due brevi post di Luca Pardi sul progressivo deterioramento della situazione ambientale, che sembra ormai totalmente fuori controllo. 
I testi sono tratti dalla sua pagina Facebook.
LUMEN


<< Siamo di fronte ad un situazione che a livello globale è serissima. Le guerre e il debito stratosferico sono solo sintomi di un'instabilità prevedibile e prevista già cinquant'anni fa con una precisione inattesa perfino da coloro che quella previsione la fecero. Siamo sempre più vicini all'orlo dell'abisso.

Praticamente si accumulano continue conferme del fatto che la civiltà globale si avvicina a un collasso senza precedenti. I motivi per cui siamo a questo punto sono controversi, ma alla fine le opzioni sono due: i limiti delle risorse o i limiti degli ecosistemi terrestri di accogliere i rifiuti (emissioni di gas serra e altre forme di inquinamento che determinano una disintegrazione della biosfera) di 8 miliardi di individui lanciati in un modello economico insostenibile e profondamente ingiusto?

Io propendo per non scegliere fra l'una e l'altra ipotesi. Ambedue i fatti sono evidenti, stabilire quale sia quello prevalente mi sembra un esercizio abbastanza inutile che ripete le polemiche fra chi sosteneva (e forse sostiene ancora) che il picco del petrolio era più importante del cambiamento climatico o viceversa.

«The limits to growth» (LTG), il primo rapporto per il Club di Roma intitolato in Italiano come "I limiti dello sviluppo» conteneva, in uno dei 13 scenari presentati, uno scenario che si è rivelato, a dispetto dello scetticismo degli stessi autori, sorprendentemente predittivo. (…) 

Ci sarebbero un paio di cose da aggiungere (...).

1 = Quando il modello di LTG raggiunge il punto critico, che è oggi, non funziona più, cioè il sistema che esso tenta di modellizzare si deve per forza riassestare. Quindi le curve dopo i vari picchi della popolazione, della produzione industriale e di cibo ecc.. vanno prese con le molle. Sicuramente non descrivono la dinamica mondiale nel lungo periodo, cioè da qui al 2100. È su questo punto che si accentrano speranze, ma anche paure. Entriamo in un regime radicalmente diverso, non sappiamo quello che ci aspetta.

2 = Secondo i ricercatori che hanno operato la ricalibrazione di LTG l'inizio della crisi si presenta come un collasso sistemico vero e proprio, rappresentato, nella loro simulazione, da un'inversione dell'Human Development Index.

3 = (Quindi, poi, le cose da dire erano tre e non "un paio").  Il mondo è diviso in stati nazione, a loro volta divisi in regioni più o meno omogenee dal punto di vista economico, sociale, culturale ed ecologico. Quindi non verrà giù tutto in un botto unico. Ci saranno (ci sono) conflitti e resistenze, i più resilienti assorbiranno le crisi in modo più efficace di quelli più fragili. Saranno tempi interessanti. >>


<< Tutti sappiamo di camminare sull'orlo di un abisso. Sappiamo che per evitare l'abisso dovremmo affrontare sacrifici molto seri, sappiamo che questa società è condannata ad un collasso, ma non vogliamo ammetterlo (anche perché quasi tutti abbiamo fatto dei figli e ci sentiamo responsabili).

A questo punto ci rifugiamo in due scappatoie alternative.
La prima è costituita dai "miti salvifici": la transizione ecologica, la rivoluzione sociale, la decrescita felice e combinazioni varie di questi.
La seconda è una combinazione di negazionismi e ricerca del capro espiatorio: il cambiamento climatico è un'invenzione del potere, così come lo sono le epidemie/pandemie, la colpa è dell'Europa, del mercato, dello stato, degli immigrati, degli islamici, degli ebrei .....

Il risultato è che, governati dai bisogni immediati, spesso determinati dalla natura atomizzata della società costituita da un insieme di famiglie mononucleari, continuiamo con comportamenti e stili di vita insostenibili talvolta addolciti da comportamenti ossessivamente virtuosi come il riciclo della plastica e simili. La crisi si aggrava, la caduta nell'abisso si avvicina. (...)

Il problema non è che la plastica non è riciclata abbastanza efficacemente. il problema è che di plastiche ce ne sono troppe e in quantità eccessiva.

Il problema non è la scelta fra diesel e auto elettrica, ma il fatto che di auto ce ne sono troppe.

Il problema non è fra carne e fagioli, ma il fatto che il 95% della biomassa degli animali su questo pianeta è costituita dagli umani e da mucche, maiali, pecore, pollame, (cani e gatti).

Non è nemmeno fra carne e pesce dato che stiamo devastando anche le zone di pesca usando metodi industriali di estrazione dei pesci dal mare e a sistemi industriali di allevamento che sono insalubri ed ecologicamente impattanti.

Il problema non è la "tutela dell'ambiente", cioè il giardinaggio, ma il fatto che in meno di mezzo secolo abbiamo falcidiato le popolazioni di insetti e altri artropodi riducendo la diversità genetica e funzionale della biosfera. E come siamo riusciti in questa impresa? Usando pesticidi senza ripensamenti, riducendo gli habitat delle altre specie e allargando lo spazio agricolo.

Il problema non è la lotta contro il cancro, ma la salute dell'ecosistema in cui viviamo.

Il problema non è la depurazione delle acque, ma il fatto che in poco più di un secolo (con una accelerazione negli ultimi 50 anni) abbiamo sconvolto tutti i cicli bio-geo-chimici che si sono instaurati in centinaia di milioni di anni: quello del carbonio (che è l'unico di cui si parla e spesso a sproposito), quello dell'acqua, quello dei nutrienti (Azoto e fosforo).

Il problema non sono le culle vuote. Ma 8-9 miliardi di individui condizionati dal sogno americano del consumo senza limiti.

La crisi è conclamata e avviene con delle élite che hanno smesso di condurre le società e grazie a una ricchezza senza fine si sono arroccate difendendosi dai danni ambientali che le loro stesse società infliggono al pianeta, si possono permettere il lusso di non vederli e/o nutrire le fedi contraddittorie nei miti del progresso o della negazione a cui ho accennato sopra. Controllando informazione- intrattenimento- spettacolo ed educazione di massa gli viene facile. >>

LUCA PARDI

domenica 7 dicembre 2025

Liberi Tutti

La morale sessuale della Chiesa Cattolica e sempre stata molto rigida e piena di divieti. Le cose però potrebbero cambiare con il nuovo papa Leone XIV, le cui aperture lasciano intravedere sviluppi inaspettati.
A queste aperture, che suscitano molta apprensione nei cattolici tradizionalisti, è dedicato il post di oggi, scritto da Chris Jackson per il blog (tradizionalista) Duc in Altum (LINK).
LUMEN


<< Torniamo su “Una caro. Elogio della monogamia”, la “Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca” diffusa dal Dicastero per la dottrina della fede con l’approvazione di papa Prevost. Il documento si presenta come una meditazione sulla carità coniugale e in superficie suona abbastanza bene: linguaggio biblico su “una sola carne”, riverenti cenni a Giovanni Paolo II, qualche inchino d’obbligo all’”Humanae vitae” e all'”apertura alla vita” degli sposi cristiani.

Sotto la patina pia, il documento compie però un’operazione che va sottolineata. Sposta silenziosamente il centro del matrimonio dal legame divinamente istituito tra sesso e procreazione a una visione essenzialmente psicologica della “carità coniugale”, vissuta secondo un’antropologia fluida e terapeutica mutuata dalle più recenti sperimentazioni della Pontificia accademia per la vita.

Una volta osservato il modo in cui il testo cita Karol Wojtyła e riformula l'”apertura alla vita”, diventa chiaro cosa sta succedendo. “Una caro” non è un attacco frontale alla dottrina cattolica. È il cavallo di Troia parcheggiato appena dentro i cancelli: ancora avvolto nel vocabolario di Wojtyła, ma intriso della logica di cui gli ingegneri morali dell’Accademia avranno bisogno per giustificare la contraccezione artificiale e, in ultima analisi, le sterili “unioni” sessuali di ogni tipo. (...)

Invece di un muro a protezione del matrimonio, questa lettera è una porta sapientemente progettata. Il magistero più antico trattava il matrimonio in termini soprannaturali. (...) La “Casti connubii” di Pio XI parlava chiaramente: Dio ha attribuito all’atto coniugale un fine primario, la procreazione e l’educazione della prole, e un fine secondario, l’aiuto reciproco e il rimedio alla concupiscenza.

In questa tradizione, l’amore non è un sentimento libero di fluttuare e che crea il proprio significato. L’amore è ordinato dalla natura e dalla grazia. La carità coniugale abbraccia i figli perché è radicata nel disegno del Creatore. “Una caro” eredita il lessico, ma non la struttura portante. Parla con calore di carità coniugale e di “fecondità responsabile”, ma tratta costantemente la procreazione come un aspetto tra i tanti, un simbolo inserito in una narrazione più ampia di autorealizzazione, sostegno emotivo e “accompagnamento”.

Il cambiamento decisivo si manifesta nel paragrafo 145, la sezione in cui i ghostwriter di Leone si affidano a Karol Wojtyła per superare i limiti senza dare l’impressione di farlo. Ecco il nocciolo della questione. La lettera afferma: “L’unione sessuale, come espressione della carità coniugale, deve naturalmente rimanere aperta alla comunicazione della vita, anche se ciò non significa che questa debba essere una finalità esplicita di ogni atto sessuale. Possono infatti verificarsi [delle] situazioni legittime:

a) Che una coppia non possa avere figli. Karol Wojtyła lo spiega magnificamente quando ricorda che il matrimonio ha «una struttura interpersonale, è un’unione e una comunità di due persone […]. Per molte ragioni, il matrimonio può non diventare una famiglia, ma la mancanza di questa non lo priva del suo carattere essenziale. Infatti, la ragione interiore ed essenziale dell’esistenza del matrimonio non è solo quella di trasformarsi in una famiglia, ma soprattutto di costituire un’unione di due persone, un’unione duratura fondata sull’amore […]. Un matrimonio in cui non ci sono figli, senza colpa degli sposi, conserva il valore integrale dell’istituzione […] non perde nulla della sua importanza».

b) Che una coppia non ricerchi consapevolmente un certo atto sessuale come mezzo di procreazione. Lo afferma anche Wojtyła, sostenendo che un atto coniugale, che «essendo in sé un atto d’amore che unisce due persone, non può necessariamente essere considerato da loro come un mezzo di procreazione consapevole e desiderato».

Letto velocemente, il paragrafo può sembrare ortodosso. La Chiesa ha sempre riconosciuto i matrimoni sterili come veri matrimoni, e non ha mai preteso che gli sposi elaborassero nella loro immaginazione un’intenzione esplicita di avere un bambino prima di ogni abbraccio. Ma “Una Caro” non si limita a ricordarcelo. Il periodo “l’unione sessuale… deve naturalmente rimanere aperta alla comunicazione della vita, anche se ciò non significa che questo debba essere un obiettivo esplicito di ogni atto sessuale”, sposta già il baricentro. Dice in effetti: la storia generale dell'”apertura alla vita” della coppia è sufficiente, anche se atti particolari non vengono vissuti, qui e ora, in quell’orizzonte procreativo.

Il problema non è solo la cornice che circonda quella frase. La frase stessa viene utilizzata per introdurre un nuovo standard. Invece di chiedersi se questo atto concreto rispetti la struttura procreativa voluta da Dio, “Una caro” ci invita a chiederci se la relazione di coppia, considerata nel suo complesso, possa ancora essere descritta come “aperta alla vita”, anche quando i singoli atti sono chiusi nella pratica. Poi canonizza questo cambiamento elencandolo come una delle tre “situazioni legittime”.

Anche la clausola sul non “cercare consapevolmente” la procreazione in ogni atto diventa tossica in questo contesto. Nel contesto originale di Wojtyła potrebbe essere letta come un semplice promemoria del fatto che gli sposi non sono obbligati a formulare un’intenzione procreativa esplicita prima di ogni abbraccio. In “Una caro” la stessa frase viene strappata dal suo contesto e riproposta. Viene inserita come una delle “situazioni legittime” proprio per suggerire che il significato procreativo dell’atto può recedere in secondo piano, purché la narrazione interiore della coppia sulla “carità coniugale” rimanga intatta. (…)

La stessa logica che attenua la contraccezione finisce per minacciare l’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità. Se il peso morale degli atti sessuali risiede principalmente nella loro capacità di esprimere “amore”, e se “l’apertura alla vita” non è più legata alla struttura intrinseca dell’atto ma a un atteggiamento diffuso di generosità e cura, allora l’argomentazione contro le “unioni” omosessuali è già indebolita.

Cosa impedisce a un teologo formatosi in questa nuova scuola di affermare che due uomini o due donne possano vivere una “carità coniugale” di reciproco dono di sé, servizio e “fecondità” intesa come adozione, impegno sociale o sostegno psicologico? Se l’orientamento procreativo dell’atto è stato ampiamente assorbito in una metafora di “generatività”, e l’uso concreto dei poteri generativi può essere bloccato per gravi motivi, quale barriera di principio rimane?

Documenti come “Fiducia supplicans” hanno già giocato su questo terreno benedicendo le coppie omosessuali in astratto, pur insistendo sul fatto che non stanno benedicendo l’unione “in quanto tale”. La nuova teologia morale dell’Accademia fornisce una giustificazione più profonda: l’attenzione è rivolta alla storia interpersonale, alla “gioia di vivere”, al discernimento della coscienza, non alla specie morale oggettiva degli atti.

Una volta abbandonato l’antico insegnamento di “Casti connubii”, secondo cui ci sono atti che, per loro natura, costituiscono gravi violazioni della legge del Creatore, indipendentemente dalle circostanze, il resto si disfa rapidamente. Il cavallo di Troia che introduce clandestinamente la contraccezione in città non si fermerà qui. >>

CHRIS JACKSON

martedì 2 dicembre 2025

Sensi di colpa

LUMEN - "Will Hunting - Genio ribelle" è un film che ho apprezzato molto, sia per la recitazione di Robin Williams che per la storia in sè

COPILOT - È un film che lascia il segno, vero? “Good Will Hunting” riesce a coniugare profondità emotiva, brillantezza intellettuale e una straordinaria umanità.

La performance di Robin Williams — intensa, misurata, piena di compassione — è uno dei ritratti più autentici di uno psicologo sul grande schermo. Il suo personaggio, Sean Maguire, non è solo un terapeuta: è un uomo ferito che riesce a incontrare Will proprio nel punto in cui entrambi sono vulnerabili.

La scena in cui dice “It’s not your fault” (Non è colpa tua) — ripetuta più volte finché Will crolla — è diventata quasi un archetipo del momento terapeutico di rottura e liberazione. E il film stesso è un inno alla possibilità di trasformazione attraverso la relazione, non solo attraverso l’intelletto.

LUMEN - Quella in effetti è proprio la frase risolutiva del film ed è fondamentale. Però vorrei che tu me la spiegassi bene. Per cosa avrebbe dovuto sentirsi in colpa il ragazzo ?

COPILOT - È una domanda cruciale, Lumen — e la risposta tocca il cuore del film. Quando Sean (Robin Williams) ripete a Will “It’s not your fault”, non sta semplicemente cercando di consolarlo. Sta smontando un meccanismo psichico profondo: la convinzione radicata che Will sia responsabile del dolore che ha subito.

= Il senso di colpa di Will: da dove nasce
Will Hunting è un ragazzo brillante, autodidatta, ma profondamente ferito. È cresciuto in un ambiente abusivo, con violenze fisiche e psicologiche. Come spesso accade nei bambini traumatizzati, Will ha interiorizzato l’idea che se è stato maltrattato, dev’essere colpa sua.
Questo è un meccanismo noto in psicologia infantile: il bambino preferisce pensare “sono cattivo” piuttosto che “il mondo è cattivo”, perché così mantiene un senso di controllo.

= Difese e maschere
Per proteggersi da quel dolore, Will ha costruito:
> Una corazza di sarcasmo e aggressività;
> Una fuga nell’intelligenza, usata come barriera emotiva;
> Relazioni superficiali, per evitare il rischio di ess ere ferito di nuovo.
Ma sotto tutto questo, c’è un nucleo di vergogna e colpa non elaborata.

= La frase risolutiva: “It’s not your fault”
Quando Sean glielo ripete, non è solo una frase. È un atto terapeutico: una ripetizione che scava, che sfida le difese, che cerca di far crollare il muro. Will inizialmente resiste, poi si spezza. E in quel momento, il trauma viene riconosciuto come ingiusto, esterno, non colpa sua.
È il momento in cui Will può finalmente perdonarsi, accettare di essere amato, e scegliere di vivere.

= Conclusione
Will non doveva sentirsi in colpa per essere stato abusato, per essere stato abbandonato, per aver sofferto. Ma la sua mente lo aveva convinto del contrario. La frase di Sean è il grimaldello che apre quella prigione interiore.

LUMEN – Hai detto: << Will ha interiorizzato l’idea che se è stato maltrattato, dev’essere colpa sua. Questo è un meccanismo noto in psicologia infantile: il bambino preferisce pensare “sono cattivo” piuttosto che “il mondo è cattivo”, perché così mantiene un senso di controllo. >>. Davvero la mente umana funziona così ? E' terribile.

COPILOT - Sì, Lumen, è terribile — e al tempo stesso profondamente umano. Quel meccanismo psicologico, noto come colpa introiettata, è una strategia di sopravvivenza mentale che molti bambini adottano in situazioni di abuso, trascuratezza o trauma. Non è razionale, ma è funzionale: meglio sentirsi colpevoli che impotenti, perché la colpa dà l’illusione di poter cambiare le cose.

= Perché il bambino sceglie la colpa
Il bambino dipende totalmente dagli adulti. Se l’adulto è violento o assente, ammettere che il mondo è cattivo sarebbe insopportabile.
Pensare “sono io il problema” permette di mantenere un senso di ordine: se mi comporto meglio, forse mi ameranno.
È una forma di magia difensiva: attribuire a sé il potere di influenzare ciò che in realtà è fuori controllo.

= Ma questa strategia ha un costo
La colpa introiettata diventa una ferita identitaria: il bambino cresce sentendosi sbagliato, indegno, invisibile.
Da adulto, può sviluppare:
> Paura dell’intimità (per non essere ferito di nuovo);
> Auto-sabotaggio (per confermare la propria indegnità);
> Difficoltà a ricevere amore o fiducia.

= La terapia come atto di liberazione
Frasi come “Non è colpa tua” non sono solo parole: sono atti di disinnesco psichico, che aiutano a riscrivere la narrazione interna. Ma ci vuole tempo, fiducia, e spesso una relazione terapeutica che sia diversa da tutte le altre vissute prima.

= Conclusione
Sì, la mente umana può funzionare così — e proprio per questo la psicanalisi, la psicoterapia, la narrazione e la relazione diventano strumenti di salvezza. Riconoscere quel meccanismo è già un passo verso la guarigione.