sabato 1 dicembre 2012

68 e dintorni

Io, personalmente, non ho fatto il '68 (per semplici motivi anagrafici), ma ho sempre avuto l'impressione che la leggenda costruitagli intorno fosse un po’ troppo mitizzata.
Ecco infatti cosa ne pensa il grande sociologo Zygmund Baumann, in un passaggio di una lunga e bella intervista a “Lettera 43”, che mi è stata segnalata dall'amico Sergio (che ringrazio).
Come prevedevo, il mitico ‘68 non ne esce benissimo.
LUMEN


D - Oltre ai consumi che le masse non possono più permettersi, la crisi globale sta distruggendo lo stato sociale.

BAUMANN - Tutti i governi lo stanno smantellando, socialdemocratici e di centrodestra. Come per i premier eletti, la scomparsa dello stato sociale non è né di destra, né di sinistra. Del resto, non lo fu neanche sua creazione.


D - Da cosa nacque lo stato sociale?

BAUMANN - L’idea che la comunità venisse incontro nei momenti di difficoltà si concretizzò, in modo particolare, dopo la terribile esperienza della Seconda guerra mondiale.


D - Tutti ne uscirono a pezzi.

BAUMANN - Al di là della destra e della sinistra, si arrivò alla conclusione di aver tutti bisogno dell’aiuto reciproco. I lavoratori, ma anche i capi. L’uno dipendeva mutualmente dall’altro.


D - Perché mai il padrone, the boss, dipendeva dagli operai?

BAUMANN - Allora il capitalismo aveva ancora bisogno di lavoratori locali. Era interesse del boss tenere la sua potenziale forza lavoro in buone condizioni. Buona salute, buona istruzione, buona forma. Magari anche una buona auto per andare al lavoro!


D - Ma a pagare il welfare era lo Stato.

BAUMANN - A maggior ragione c’era bisogno del welfare. Con questo meccanismo, i capitalisti abbattevano anche il prezzo per avere forza-lavoro attraente. La comunità pagava loro buona parte dei costi.


D - Invece oggi?

BAUMANN - Oggi le aziende non hanno più bisogno di lavoratori locali. Con la globalizzazione fanno arrivare manovalanza dall’Asia e dall’Africa. Oppure traslocano in Bangladesh.


D - L’industria è davvero finita in Europa?

BAUMANN - Togliamoci dalla testa che ritorni. I disoccupati europei non sono più neanche potenziali lavoratori. La classe operaia – e più in generale la classe lavoratrice dipendente – sta scomparendo molto velocemente. Come nel 1900 accadde con i contadini.


D - Cosa resta nel continente?

BAUMANN - Lo vediamo dai danni fatti. Da decenni i profitti non si fanno più dall’incrocio tra capitale e lavoro. Ma dall’incrocio tra prodotti e clienti. Occorreva tenere buoni i consumatori.


D - Come il welfare, anche le conquiste del 1968 sono polverizzate dalla crisi.

BAUMANN - Da un punto di vista sociologico, rivalutato a posteriori, il movimento del ’68 coincise con l’entrata dei cittadini nella società dei consumi. Fu questa la sua conseguenza più duratura.


D - Non le considera conquiste?

BAUMANN - Il ’68 fu una rivoluzione culturale, non c’è dubbio. E di certo, gli studenti che scendevano in strada volevano tutto, tranne che sdoganare la società dei consumi.


D - Ma?

BAUMANN - Ma, volenti o nolenti, la conseguenza fu quella. Dall’austerità del dopoguerra emerse una nuova generazione che voleva godersi la vita, semplicemente.


D - È un paradosso.

BAUMANN - Eppure è così. I sessantottini erano consumatori di mercato, pronti a cogliere le occasioni che si presentavano. Volevano divertirsi. Vestirsi alla moda. Crearsi identità diverse dalle precedenti. Essere liberi di provare piaceri temporanei. Alla lunga, anche gli iPhone sono una conseguenza del ’68.


D - Anche l’amore liquido è una conseguenza del ’68.

BAUMANN - Gli appuntamenti su Internet, gli incontri di una notte («one night stand»)… Tutto è una conseguenza. È facile: ti diverti, poi premi il bottone “dolete”, cancella. E tutto sparisce.


D - Nell’attimo, però, la soddisfazione è maggiore. Si conoscono più partner, si accumulano esperienze di vita.

BAUMANN - Sì, ma il punto è che, nel tempo, ciò che dà soddisfazione è innanzitutto collezionare esperienze su esperienze. Una volta ottenuto l’oggetto del desiderio lo si getta via, per ottenerne subito un altro.



6 commenti:

  1. Un "sessantottino" risponde.

    Be', non direi che ne usciamo così male (ovvero "non benissimo"). Direi né bene né male. Quel movimento fu in un certo senso necessario o naturale: "doveva" succedere. Ha fatto più guasti o prodotto anche del buono? Direi che ha avuto anche risvolti positivi: divorzio e aborto sono stati per esempio una conseguenza (contro il volere del PCi !). Col senno di poi quel "tutto e subito" di allora appare ridicolo. Anche "la fantasia al potere" fa sorridere ormai.

    Ma i passaggi dell'intervista citati contengono "materiale esplosivo". Baumann ci dice tranquillamente che "in Europa l'industria è finita e togliamoci dalla testa che ritorni". Perdindirindina! Vaglielo a dire a Renzi o Bersani, ad Alfano, a Monti, la Fornero, la Camusso, i lavoratori e i giovani senza lavoro. Ma temo che abbia ragione.
    La globalizzazione, "voluta da Washington e ormai irreversibile" (Habermas), ci ha fregato.
    E adesso che si fa?

    Una parola sul "uelfer". Questa odiosa parola così di moda in Italia (anche gli analfabeti masticano così un po' d'inglese ...) nei paesi di lingua tedesca non si usa, è sconosciuta. I germanofoni non hanno avuto bisogno di ricorrere all'inglese per nascondere la realtà che sta dietro questa parola: l'assistenza. Il uelfer (del cavolo) è lo Stato sociale. Lo Stato deve provvedere ai bisogni essenziali di tutti. Ottima idea: tutti devono avere il minimo indispensabile che garantisce oltretutto anche la coesione e la pace sociale (che permette ai ricchi di godersi in santa pace le loro ricchezze).
    Lo Stato sociale (in italiano "uelfer") è nato e si è sviluppato negli anni del boom economico del dopoguerra quando si credeva che ormai la strada era in discesa per omnia saecula saeculorum (le "magnifiche sorti e progressive"). Invece.

    A mio onore voglio dire che io mi preoccupavo dell'esplosione demografica già nel Sessantotto - ed ero schernito dai "compagni". Che ancora oggi continuano ad eludere la questione ("c'è da mangiare per tutti" dicono. E da bere?). Allora eravamo tre miliardi e qualcosa ...

    Però è vero, ammettiamolo: il '68 non fu vera gloria e per certi versi c'era da vergognarsi (come dice anche Nanni Moretti in suo film: "Dicevamo cose orribili").

    RispondiElimina
  2. Caro Sergio, anzitutto ti ringrazio per l'intervento e per la precisazione pro-68.
    In effetti credo che sia stata più fastidiosa la successiva 'mitizzazione' che non il movimento vero e proprio, che, come tutti i movimenti, portava con sè un po' di tutto (buono e cattivo, utile e dannoso).

    Ti faccio inoltre i complimenti per la tua penultima frase: << A mio onore voglio dire che io mi preoccupavo dell'esplosione demografica già nel Sessantotto - ed ero schernito dai "compagni" >>.
    Io, a questa consapevolezza, sono giunto solo in età adulta, dopo molte letture e riflessioni.

    RispondiElimina
  3. Caro Lumen, lucidissima l'analisi di Baumann. La cosa più inquietante è che allora si credeva di guidare i processi storici, invece se ne era guidati. Probabilmente si sbagliava attribuendo all'economia e alla politica un potere che apparteneva a qualcosa di più profondo: la tecnica planetaria e lo sradicamento dell'uomo. Alla fine noi europei siamo stati le vittime. Forse il 68 va anche visto come la conclusione della guerra civile europea 1915-1945. La fine di una egemonia comporta una distruzione generale di valori. La cosa drammatica è che ai valori precedenti non si è sostituito nulla. I rivoluzionari, come dice Baumann, sono divenuti consumatori. Ma consumatori sono divenuti anche i comunisti russi e poi i comunisti cinesi. Il potere si è trasformato ed è divenuto sovranazionale. Nessuno riesce più a controllare i processi planetari. Non ci sono più autorità né nazionali né sovranazionali. Eravamo quasi tre miliardi nel 68. Oggi siamo più del doppio. E' come se la terra fosse un cerino e, con una accelerazione, fosse bruciata in un attimo. Fermare la sovrappopolazione, fermare la distruzione del pianeta è sempre più difficile. Ma ci dobbiamo provare

    RispondiElimina
  4. Caro Agobit,
    la sfida che ci attende è terribile, ma certamente ci dobbiamo provare.

    Tu dici << Nessuno riesce più a controllare i processi planetari. Non ci sono più autorità né nazionali né sovranazionali. >>
    E’ vero, ma io mi aspetto un ritorno al localismo, quale conseguenza inevitabile del picco dei combustibili fossili, e questo potrebbe portare un po’ di respiro al maltrattamento del territorio.

    Le comunità locali, lo dice la storia, sono le più attente alle conseguenze ecologiche e demografiche dei propri comportamenti.
    Forse non ci sarà il tempo per un rientro “dolce”, ma il punto di arrivo potrebbe proprio essere un nuovo equilibrio localistico.

    RispondiElimina
  5. Non preoccupatevi troppo dell'incremento demografico su questa Terra! Si che siamo in troppi, ma vedrete che fra pochi decenni picco del petrolio, picco dei minerali, defaults da debiti sovrani, riscaldamento globale (oramaile istituzione internazionali non governative danno a +4°C. a fine secolo) con conseguenti carestie, guerre ed epidemie varie, faranno una ecatombe di persone e la popolazione scenderà ad 1 miliardo o forse anche meno in poco tempo. Con buona pace di Malthus

    RispondiElimina
  6. Sì, alla fine la popolazione dovrà necessariamente scendere al livello di sostenibilità, ma succederà in modo rapido (su scala storica, si capisce) e crudele. Non sarà un bel periodo per l'umanità.

    RispondiElimina