martedì 18 novembre 2014

Il Dawkins egoista - 4

(da IL GENE EGOISTA di Richard  Dawkins – quarta parte)

<< Così sembra che siamo giunti ad una situazione di stallo, con una grande popolazione di repliche identiche. Ma adesso dobbiamo menzionare un’importante proprietà di qualunque processo di copiatura: non è perfetto. Avvengono degli errori. Spero che non ci siano errori di stampa in questo libro, ma se cercate attentamente potreste trovarne un paio. Probabilmente gli errori non distorceranno seriamente il significato delle frasi, perché saranno errori di “prima generazione”.

Ma immaginate quando la stampa non era stata inventata, e i libri come i Vangeli venivano copiati a mano. Tutti gli scrivani, per quanto attenti, faranno irrimediabilmente qualche errore, e alcuni di essi cederanno alla tentazione di fare qualche “miglioramento” a fin di bene.
Se copiassero tutti da una singola matrice originale, il significato non sarebbe pervertito granché. Ma se le copie sono fatte da altre copie, che a loro volta furono fatte da altre copie, gli errori cominceranno a diventare cumulativi e seri.

Man mano che gli errori di copiatura avvenivano e si propagavano, il brodo primordiale si riempiva di una popolazione non di repliche identiche, ma di molte varietà di molecole replicanti, tutte “discendenti” dallo stesso antenato. Potrebbero alcune varietà essere state più numerose di altre? Quasi certamente sì. Alcune varietà dovevano essere intrinsecamente più stabili di altre. Certe molecole, una volta formate, avevano meno probabilità di altre di dividersi di nuovo.

Questi tipi diventavano relativamente numerosi nel brodo, non solo come diretta conseguenza della loro “longevità”, ma anche perché avevano molto tempo per produrre copie di se stessi. I replicatori ad alta longevità tendevano quindi a diventare più numerosi e, a parità di altri fattori, ci fu nella popolazione di molecole una tendenza evolutiva verso una maggiore longevità.

Ma gli altri fattori probabilmente non erano uguali, e un’altra proprietà dei replicatori, che deve aver giocato un ruolo ancora più importante nel diffondere alcuni replicatori nella popolazione, fu la velocità di replicazione, o “fecondità”.
Se le molecole replicatori di tipo A fanno copie di se stesse in media una volta alla settimana, mentre quelle di tipo B fanno copie di se stesse ogni ora, non è difficile capire che molto presto le molecole del tipo A saranno presto numericamente sovrastate, anche se “vivono” molto più a lungo delle molecole di tipo B. Ci sarebbe quindi probabilmente una “tendenza evolutiva” verso una “fecondità” più alta delle molecole nel brodo.

Una terza caratteristica dei replicatori che sarebbe stata sicuramente selezionata è l’accuratezza di replicazione. Se le molecole di tipo X e di tipo Y durano lo stesso tempo e si replicano alla stessa frequenza, ma X fa in media un errore ogni 10 replicazioni, mentre Y fa un errore ogni 100 replicazioni, Y diverrà ovviamente più numeroso.
Il contingente X della popolazione perderà non solo quei “figli” che commettono errori “personalmente”, ma anche tutti i loro discendenti, veri o potenziali.

Se sapete già qualcosa dell’evoluzione, potreste trovare qualcosa di leggermente paradossale nell’ultimo punto. Possiamo riconciliare l’idea che gli errori di copiatura siano un prerequisito essenziale per l’evoluzione, con l’affermazione che la selezione naturale favorisce un’alta fedeltà di copiatura?
La risposta è che sebbene l’evoluzione possa sembrare, in un certo senso, una “cosa buona”, specialmente poiché noi ne siamo il prodotto, niente “desidera” davvero evolversi. 

L’evoluzione è un effetto collaterale, qualcosa che succede nonostante gli sforzi dei replicatori (e oggigiorno dei geni) di impedire che succeda.  (…)
Per tornare al brodo primordiale, esso dovette divenire popolato di varietà stabili di molecole; stabili nel senso che le molecole duravano a lungo singolarmente, oppure si replicavano rapidamente, oppure si replicavano accuratamente.
La tendenza evolutiva verso questi tre tipi di stabilità va intesa in questo senso: se tu avessi prelevato dei campioni dal brodo in due momenti diversi, il secondo campione avrebbe contenuto una frazione più alta di varietà dotate di alta longevità/fecondità/fedeltà di copiatura.

Questo è essenzialmente ciò che i biologi intendono per evoluzione quando parlano di creature viventi, e il meccanismo è lo stesso — la selezione naturale.
Allora dovremmo chiamare “viventi” le originali molecole replicatori? Chi se ne importa? Io potrei dire a voi “Darwin fu l’uomo più grande mai vissuto” e voi potreste rispondere “No, fu Newton”, ma spero che questo diverbio non durerebbe a lungo.
Il punto è che il modo in cui risolviamo il nostro diverbio non influenza la realtà delle cose. I fatti della vita e delle imprese di Newton e di Darwin rimangono totalmente immutati, non importa se li etichettiamo come “grandi” o meno.

Similmente, la storia delle molecole replicanti avvenne probabilmente in modo simile a come la sto raccontando, non importa se decidiamo di chiamarli “viventi”.
Troppa sofferenza umana è stata causata per l’incapacità di capire che le parole sono solo strumenti al nostro servizio, e che la semplice presenza nel dizionario di una parola come “vivo” non significa che si riferisca necessariamente a qualcosa di preciso nel mondo reale. Non importa se chiamiamo “vivi” i primi replicatori, essi furono gli antenati della vita; furono i nostri padri fondatori.

Il prossimo passaggio importante nell’argomento, passaggio che lo stesso Darwin enfatizzò molto (sebbene lui stesse parlando di animali e piante, non di molecole) è la competizione. Il brodo primordiale non era capace di dare sostentamento a un numero infinito di molecole replicanti.
Tanto per cominciare, la terra ha dimensioni finite, ma anche altri fattori di limitazione devono aver giocato un ruolo importante. Nella nostra immagine dei replicatori che agiscono come stampini, abbiamo ipotizzato che essi fossero immersi in un brodo ricco di piccoli blocchi costitutivi molecolari necessari per produrre copie.

Ma quando i replicatori divennero numerosi, i blocchi costitutivi dovevano venire usati a una frequenza tale da divenire una risorsa preziosa e scarsa. Le differenti varietà, o linee, di replicatori devono essere stati in competizione per queste risorse. Finora abbiamo considerato i fattori che potevano aumentare il numero di tipi favoriti di replicatori.
Ora possiamo vedere che alcuni tipi meno favoriti devono essere diventati meno numerosi a causa della competizione, e alla fine molte delle loro varietà devono essersi estinte.

Ci fu una lotta per l’esistenza tra le varietà di replicatori. Non sapevano che stavano combattendo, né se ne preoccupavano; la lotta si conduceva senza alcun sentimento di rancore, anzi senza sentimenti di alcun tipo.
Ma stavano combattendo, nel senso che qualunque errore di copiatura che producesse un livello più alto di stabilità, o un nuovo modo di ridurre la stabilità dei rivali, veniva automaticamente preservato e moltiplicato.

Il processo di miglioramento era cumulativo. I modi di aumentare la stabilità e di diminunire la stabilità dei “rivali” divennero sempre più elaborati ed efficienti.
Alcuni replicatori potrebbero persino avere “scoperto” come distruggere chimicamente le molecole delle varietà rivali, e utilizzare i blocchi costitutivi così rilasciati per produrre le loro proprie copie. Questi proto-carnivori ottenevano cibo e allo stesso tempo eliminavano i rivali.
Altri replicatori forse scoprirono come proteggersi, o chimicamente, o costruendo un muro fisico di proteine attorno a sé. Potrebbe essere stato così che apparvero le prime cellule viventi.

I replicatori cominciarono non soltanto ad esistere e basta, ma a costruire per sé stessi dei contenitori, dei veicoli per assicurare la loro esistenza continuata. I replicatori che riuscivano a sopravvivere erano quelli che costruivano delle macchine di sopravvivenza per abitarci dentro.
Le prime macchine di sopravvivenza non erano probabilmente niente più che strati protettivi. Ma sopravvivere diventava sempre più difficile, man mano che i rivali producevano macchine di sopravvivenza migliori e più efficaci. Le macchine di sopravvivenza divennero sempre più grandi e più elaborate, ed il processo era cumulativo e progressivo.

Questo miglioramento graduale, nelle tecniche e negli artifici usati dai replicatori per assicurare la loro stessa sopravvivenza nel mondo, era forse destinato ad avere fine? Avevano molto tempo a disposizione per migliorare. Quali strani meccanismi di auto-preservazione sono stati prodotti nei millenni?
Quattromila milioni di anni dopo, quale è stata la sorte degli antichi replicatori? Essi non sono morti, perché sono campioni assoluti nell’arte della sopravvivenza. Ma non cercateli ancora mentre galleggiano nel mare; da molto tempo hanno rinunciato a quel genere di libertà.

Adesso vivono in enormi colonie, al sicuro all’interno di enormi robot torreggianti, completamente sigillati dalle insidie del mondo esterno, e comunicano con esso per vie tortuose ed indirette, manipolandolo con dei comandi a distanza.
Si trovano dentro di voi e dentro di me; ci hanno creati, sia i nostri corpi sia le nostre menti; e la loro preservazione è il motivo ultimo della nostra esistenza. Hanno fatto una lunga strada, questi replicatori. Adesso hanno il nome di geni, e noi siamo le loro macchine di sopravvivenza. >>

RICHARD DAWKINS
 

sabato 15 novembre 2014

Il Dawkins egoista - 3

Continuo con la pubblicazione di alcuni passi del fondamentale libro di Richard  Dawkins intitolato IL GENE EGOISTA. Le pagine che seguono, sempre tratte dalla parte iniziale del libro, parlano della comparsa, sulla scena del mondo, del mitico  “replicatore”. Dopo di lui, nulla sarà più come prima.
LUMEN


<< In principio era la semplicità. È già abbastanza difficile spiegare come sia cominciato un universo semplice. Do per scontato che sarebbe ancora più difficile spiegare l’improvviso spuntare di un ordine complesso — come la vita, oppure un essere capace di crearla.
La teoria di Darwin dell’evoluzione per selezione naturale è soddisfacente perché ci svela come la semplicità può trasformarsi in complessità; come degli atomi disordinati possono raggrupparsi in strutture sempre più complicate fino a produrre delle persone.

Darwin fornisce una soluzione, l’unica sostenibile finora proposta, al profondo problema della nostra esistenza. Cercherò di spiegare questa grande teoria in un modo più generale di quanto si faccia di solito, cominciando dal tempo precedente l’inizio dell’evoluzione stessa. La darwiniana “sopravvivenza del più adatto” è in realtà un caso particolare di una legge più generale: la sopravvivenza di ciò che è stabile.

L’universo è popolato da cose stabili. Una cosa stabile è una collezione di atomi abbastanza permanente o abbastanza comune da meritare un nome. Potrebbe trattarsi di una collezione unica di atomi, come il monte Cervino, che dura abbastanza a lungo da meritare un nome.
O potrebbe essere una classe di entità, come le gocce di pioggia, che nascono abbastanza frequentemente da meritare un nome collettivo, anche se ciascuna di loro singolarmente ha una vita molto breve.

Le cose che vediamo intorno a noi, e che pensiamo necessitino di una spiegazione — le rocce, le galassie, le onde dell’oceano — sono tutte, in modo maggiore o minore, strutture stabili di atomi. Le bolle di sapone tendono ad essere sferiche perché questa è una configurazione stabile per delle sottili pellicole piene di gas.
Dentro un’astronave, l’acqua è stabile anche in globuli sferici, ma qui sulla terra, dove c’è la gravità, la superficie stabile per l’acqua in quiete è piatta e orizzontale. I cristalli di sale tendono ad essere cubici perché questo è un modo stabile di impacchettare insieme ioni di sodio e di cloro.

Nel sole, gli atomi più semplici di tutti, gli atomi di idrogeno, si fondono per formare atomi di elio perché, nelle condizioni che prevalgono lì, la configurazione di elio è più stabile. Altri atomi ancora più complessi si formano nelle stelle in tutto l’universo, sin dal tempo del “Big Bang” che, secondo la teoria prevalente, diede inizio all’universo. È da qui che si generarono gli elementi del nostro mondo.
A volte, quando gli atomi si incontrano, si legano insieme in reazioni chimiche per formare molecole, che possono essere più o meno stabili. Tali molecole possono essere molto grandi.

Un cristallo come un diamante può essere considerato una molecola singola, eccezionalmente stabile in questo caso, ma è anche una molecola molto semplice, poiché la sua struttura atomica interna si ripete all’infinito. Nei moderni organismi viventi ci sono altre grandi molecole che sono molto complesse, e la loro complessità si rivela su vari livelli.
L’emoglobina del nostro sangue è una tipica molecola di proteina. È fatta da catene di molecole più piccole, gli aminoacidi, ognuna delle quali contiene qualche decina di atomi organizzati secondo una struttura precisa. Nella molecola di emoglobina ci sono 574 molecole di aminoacidi.

Queste sono organizzate in quattro catene, che si avvolgono l’una attorno all’altra per formare una struttura globulare tridimensionale di stupefacente complessità. Un modello di molecola di emoglobina assomiglia a un denso cespuglio di rovi.
Ma, diversamente da un vero cespuglio, non è una struttura improvvisata, ma una precisa struttura invariante, ripetuta in modo identico, senza neanche un pezzettino o una curva fuori posto, più di seimila milioni di milioni di milioni di volte in un corpo umano medio.

La precisa forma a cespuglio di una molecola di proteina come l’emoglobina è stabile nel senso che due catene che consistono delle stesse sequenze di aminoacidi tenderanno, come due molle, ad assestarsi esattamente nella stessa struttura di spirale tridimensionale. Nel vostro corpo, dei cespugli di emoglobina si stanno assestando nella loro forma “preferita” ad una velocità di circa 4000 milioni di milioni al secondo, ed altre vengono distrutte alla stessa frequenza.

L’emoglobina è una molecola moderna, che uso solo per illustrare il principio che gli atomi tendono ad assestarsi in strutture stabili. La cosa importante è che, prima della nascita della vita sulla terra, potrebbe essere avvenuta qualche rudimentale evoluzione di molecole, grazie a normali processi di fisica e chimica.
Non c’è bisogno di pensare ad una progettazione, ad uno scopo, o a una direzione di qualche tipo. Se un gruppo di atomi in presenza di energia si assesta in una struttura stabile, tenderà a restare in quel modo. La prima forma di selezione naturale fu semplicemente una selezione delle forme stabili e una scomparsa di quelle instabili. Non c’è niente di misterioso in tutto questo. Doveva succedere per definizione.

Da questo, naturalmente, non segue che si possa spiegare l’esistenza di entità complesse come le persone esattamente con gli stessi principi e niente più.
È inutile prendere la quantità giusta di atomi e shakerarli insieme con l’aiuto di qualche energia interna, sperando che da soli si assestino nella struttura giusta, e che venga fuori Adamo! Con questa tecnica potreste produrre una molecola di qualche decina di atomi, ma una persona è fatta di più di 1000 milioni di milioni di milioni di milioni di atomi.
Per creare una persona, dovreste scuotere il vostro cocktail-shaker biochimico per un tempo così lungo che l’intera età dell’universo sembrerebbe al confronto un battito di ciglia, ed anche allora non ci riuscireste.

È qui che la teoria di Darwin, nella sua forma più generale, viene alla riscossa. La teoria di Darwin entra in gioco dove la storia della lenta costruzione delle molecole esce di scena.
Il racconto dell’origine della vita che sto per dare è necessariamente speculativo; per definizione, nessuno si trovava in quei paraggi ad assistere.
Esiste un certo numero di teorie rivali, ma hanno tutte certe caratteristiche in comune. 

L’esposizione semplificata che darò non è probabilmente molto lontana dalla verità.
Non sappiamo quali materie chimiche prime fossero abbondanti sulla terra prima che comparisse la vita, ma tra le possibilità plausibili abbiamo l’acqua, il biossido di carbonio, il metano e l’ammoniaca: tutti composti semplici che sono presenti su altri pianeti del nostro sistema solare.
I chimici hanno cercato di imitare le condizioni chimiche della terra giovane. Hanno messo queste semplici sostanze in una provetta ed hanno fornito una fonte di energia come la luce ultravioletta o una scintilla elettrica — una simulazione artificiale dell’illuminazione primordiale.

Dopo qualche settimana di tutto ciò, nella provetta trovarono qualcosa di interessante: un lento brodo marrone contenente un gran numero di molecole più complesse di quelle inserite all’inizio. In particolare, sono stati trovati degli aminoacidi — i blocchi costituenti delle proteine, una delle due grandi classi di molecole biologiche.
Prima di questi esperimenti, degli aminoacidi che si formano da soli sarebbero stati considerati una diagnosi della presenza della vita. Se fossero stati scoperti, diciamo, su Marte, la vita su quel pianeta sarebbe sembrata quasi una certezza.

Nel nostro caso, però, la loro esistenza implica soltanto la presenza di qualche semplice gas nell’atmosfera e di qualche vulcano, o raggio di sole, o tempesta.
 Più di recente, simulazioni in laboratorio delle condizioni chimiche della terra prima dell’avvento della vita hanno prodotto sostanze organiche chiamate purine e pirimidine. Questi sono i blocchi costitutivi della molecola genetica, il DNA.

Processi analoghi a questi devono aver dato luce al “brodo primordiale” che i biologi e i chimici credono abbia costituito il mare di 3 o 4 mila milioni di anni fa.
Le sostanze organiche si concentrarono localmente, forse in una poltiglia che si asciugava lungo le spiagge, o in piccole gocce sospese. Sotto l’ulteriore influenza di energia come la luce ultravioletta dal sole, si combinarono in molecole più grandi.

Oggigiorno, delle grandi molecole organiche non durerebbero abbastanza a lungo da essere notate: sarebbero rapidamente assorbite e decomposte da batteri o da altre creature viventi. Ma i batteri e il resto di noi siamo arrivati tardi nella storia, e a quel tempo le grandi molecole organiche riuscivano a fluttuare indisturbate attraverso il brodo che si addensava.
A un certo punto, per caso, si formò una molecola particolarmente notevole. La chiameremo il replicatore. Il replicatore potrebbe non essere stata la molecola più grande o la più complessa di tutte, ma aveva la straordinaria proprietà di riuscire a creare copie di se stessa. Questo potrebbe sembrare un avvenimento molto improbabile. E lo era. Era straordinariamente improbabile.

Nella vita di un uomo, cose così improbabili si possono trattare come impossibili, per tutti gli scopi pratici. Ecco perché non farai mai 13 al Totocalcio. Ma nelle nostre stime umane di cosa è probabile e cosa no, non siamo abituati ad avere a che fare con centinaia di milioni di anni. Se riempissi schedine ogni settimana per 100 milioni di anni, vinceresti molto probabilmente varie volte.

In realtà una molecola che fa copie di se stessa non è così difficile da immaginare come sembra sulle prime, ed è dovuta nascere una volta sola. Pensate al replicatore come a una formina o uno stampino. Immaginatela come una grande molecola fatta di complesse catene di vari tipi di blocchi costitutivi. I piccoli blocchi costitutivi erano abbondantemente disponibili nel brodo che circondava il replicatore.
Ora supponete che ogni blocco costitutivo abbia un’affinità verso il suo stesso genere. 

Allora, ogni volta che un blocco costitutivo dal brodo viene a contatto con quella parte del replicatore con cui ha affinità, tenderà a restare attaccato lì. I blocchi che si attaccano in questo modo saranno automaticamente disposti in una sequenza che ricopia quella del replicatore stesso.
Allora è facile pensare che essi si uniscano per formare una catena stabile proprio come il replicatore originale. Questo processo potrebbe continuare per accatastamento successivo, dove ogni strato è costruito sopra l’altro. È così che si formano i cristalli.

D’altra parte, le due catene potrebbero dividersi, nel qual caso abbiamo due replicatori, ognuno dei quali può continuare e produrre ulteriori copie.
Una possibilità più complessa è che ogni blocco costitutivo abbia affinità non verso il suo stesso tipo, ma verso un altro tipo ben preciso, e questo reciprocamente. Allora i replicatori agirebbero come uno stampo che produce non una copia identica, ma una specie di “negativo”, il quale a sua volta riprodurrebbe una copia esatta dell’originale positivo.

Per i nostri scopi non importa se il processo di replicazione originale sia stato positivo-negativo oppure positivo-positivo, sebbene valga la pena di notare che gli equivalenti moderni del primo replicatore, le molecole di DNA, usano la replicazione positivo-negativo. Ciò che conta è che improvvisamente era nata nel mondo un nuovo tipo di “stabilità”.
In precedenza, è probabile che nessuna molecola in particolare fosse molto abbondante nel brodo, perché ognuna di esse dipendeva da blocchi costitutivi che si dovevano assestare per caso in una ben precisa configurazione stabile.

Ma appena nacque il replicatore, deve aver diffuso rapidamente le sue copie per tutto il mare, fino a che i piccoli blocchi costituenti divennero una risorsa scarsa, ed altre grandi molecole si formavano sempre più raramente. >>

RICHARD DAWKINS

(continua)

sabato 8 novembre 2014

Eppur si muove !

Il dialogo che segue, che si svolge tra lo scienziato pisano Galileo Galilei e l’inquisitore spagnolo Tomas de Torquemada, è liberamente tratto dal capitolo XXIII dei “Promessi Sposi”, in cui Alessandro Manzoni mette di fronte il Cardinale Borromeo e l'Innominato. LUMEN

 
GALILEO – Cos’è questo trapestio ? Chi è qui ? Che vedo ?
TORQUEMADA – Messer Galileo…

GALILEO – Oh, che preziosa visita è questa !
TORQUEMADA – Ma che dite…

GALILEO - E quanto vi devo esser grato d’una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po’ del rimprovero !
TORQUEMADA – Rimprovero ?

GALILEO - Certo, m’è un rimprovero, ch’io mi sia lasciato prevenir da voi; quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venir da voi io.
TORQUEMADA - Da me, voi ! Sapete chi sono ? V’hanno detto bene il mio nome ?

GALILEO - E questa consolazione ch’io sento, e che, certo, vi si manifesta nel mio aspetto, vi par egli ch’io dovessi provarla all’annunzio, alla vista d’uno sconosciuto ? Siete voi che me la fate provare; voi, dico, che avrei dovuto cercare; voi che almeno ho tanto amato e pianto, per cui ho tanto sospirato; voi, de’ miei fratelli umani, che pure amo tutti e di cuore, quello che avrei più desiderato d’accogliere e d’abbracciare, se avessi creduto di poterlo sperare. Ma la Ragione sa fare Ella solo le maraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de’ suoi poveri servi.
TORQUEMADA – Sono commosso, sbalordito; non so che dire.

GALILEO - E che ? Voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare ?
TORQUEMADA - Una buona nuova, io ? Ho l’inferno nel cuore; e vi darò una buona nuova ? Ditemi voi, se lo sapete, qual è questa buona nuova che aspettate da un par mio.

GALILEO - Che la Ragione v’ha toccato il cuore, e vuol farvi sua.
TORQUEMADA – Ragione, Ragione ! Se la vedessi ! Se la sentissi ! Dov’è questa Ragione?

GALILEO - Voi me lo domandate ? Voi ? E chi più di voi l’ha vicino ? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate ?
TORQUEMADA - Oh, certo ! Ho qui qualche cosa che m’opprime, che mi rode ! Ma la Ragione ! Se c’è questa Ragione, se è quello che dicono, cosa volete che faccia con me ?

GALILEO - Cosa può far la Ragione di voi ? Cosa può farne ? Un segno della sua potenza e della sua lungimiranza: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare. Che il mondo gridi da tanto tempo contro di voi, che mille e mille voci detestino le vostre opere, che gloria ne viene alla Ragione ?
TORQUEMADA - Son voci di terrore.

GALILEO – Sì, Son voci di terrore, son voci d’interesse; voci forse anche di giustizia, ma d’una giustizia così facile, così naturale ! Alcune forse, pur troppo, d’invidia di codesta vostra sciagurata potenza, di codesta, fino ad oggi, deplorabile sicurezza d’animo. Ma quando voi stesso sorgerete a condannare la vostra vita, ad accusar voi stesso, allora…
TORQUEMADA – Allora ?

GALILEO - Allora la Ragione sarà glorificata ! E voi domandate cosa la Ragione possa far di voi ? Chi son io pover’uomo, che sappia dirvi fin d’ora che profitto possa ricavar da voi una tale potenza quale la Ragione ? Cosa possa fare di codesta volontà impetuosa, di codesta imperturbata costanza, quando l’abbia animata, infiammata d’amore, di speranza, di pentimento ? Chi siete voi, pover’uomo, che vi pensiate d’aver saputo da voi immaginare e fare cose più grandi nel male, che la Ragione non possa farvene volere e operare nel bene ? Cosa può la Ragione far di voi ? E perdonarvi ?
TORQUEMADA – Perdonarmi ?

GALILEO – Sì, perdonarvi. E farvi salvo. E compire in voi l’opera della redenzione. Non son cose magnifiche e degne di Lei ? Oh pensate ! Se io omiciattolo, io miserabile, e pur così pieno di me stesso, io qual mi sono, mi struggo ora tanto della vostra sorte, che per essa darei con gaudio (Ella m’è testimonio) questi pochi giorni che mi rimangono: oh pensate quanta, quale debba essere la lungimiranza di colei, la Ragione, che m’infonde questa così imperfetta, ma così viva scienza; come vi ami, come vi voglia quella che mi comanda e m’ispira una fratellanza per voi che mi divora !
TORQUEMADA – Oh sì. Lasciate ch’io pianga.

GALILEO – Ragione grande e buona ! Che ho mai fatto io, servo inutile, pensatore sonnolento, perchè Voi mi chiamaste a questo convito di gioia, perché mi faceste degno d’assistere a un sì giocondo prodigio !
TORQUEMADA – No ! Non tenetemi la mano. Lontano, lontano da me voi: non lordate quella mano innocente e benefica. Non sapete tutto ciò che ha fatto questa che volete stringere.

GALILEO - Lasciate, lasciate ch’io stringa codesta mano che riparerà tanti torti, che spargerà tante beneficenze, che solleverà tanti afflitti, che si stenderà disarmata, pacifica, umile a tanti nemici.
TORQUEMADA – E’ troppo ! Lasciatemi, signore; buon Galileo, lasciatemi. Un popolo affollato v’aspetta; tante persone buone, tanti onesti e sinceri, tanti venuti da lontano, per vedervi una volta, per sentirvi: e voi vi trattenete... con chi !

GALILEO - Lasciamo le novantanove pecorelle, sono in sicuro sul monte della Ragione: io voglio ora stare con quella ch’era smarrita. Quelle persone son forse ora ben più contente, che di vedere questo povero scienziato. Forse la Ragione, che ha operato in voi il prodigio della misericordia, diffonde in esse una gioia di cui non sentono ancora la cagione.
TORQUEMADA – Che dite ?

GALILEO - Quel popolo è forse unito a noi senza saperlo: forse lo spirito della scienza mette ne’ loro cuori un ardore indistinto di solidarietà, una richiesta ch’esaudisce per voi, un rendimento di gioia di cui voi siete l’oggetto non ancor conosciuto. Lasciatevi abbracciare.
TORQUEMADA – Oh, Ragione veramente grande ! Ragione veramente buona ! io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso; eppure..., eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita !

GALILEO - È un saggio, che la Ragione vi dà per cattivarvi al suo servizio, per animarvi ad entrar risolutamente nella nuova vita in cui avrete tanto da disfare, tanto da riparare, tanto da piangere!”
TORQUEMADA - Me sventurato ! Quante, quante cose, le quali non potrò se non piangere ! Ma almeno ne ho d’intraprese, d’appena avviate, che posso, se non altro, rompere a mezzo: una ne ho, che posso romper subito, disfare, riparare.

GALILEO - Ah, non perdiam tempo ! Beato voi ! Questo è pegno della forza della Ragione ! Far sì che possiate diventare strumento di salvezza a chi volevate esser di rovina. La Ragione v’ha illuminato !
TORQUEMADA – Allora andiamo.

GALILEO – Sì, orsù, andiamo.

sabato 1 novembre 2014

New look

Ho parlato spesso, in questo blog, dell’importanza della cultura scientifica, e della necessità che sia sempre più diffusa, per poter gestire al meglio i gravi problemi che il mondo di oggi deve affrontare.
Questo, ovviamente, non significa che la cultura umanistica sia diventato un inutile ferrovecchio da buttare, anzi, ma solo che deve sapersi aggiornare e rinnovare.
Ce ne parla il saggista e politologo Aldo Giannuli, in questo provocatorio post, tratto dal suo sito. 
LUMEN


<< La crisi del sapere umanistico è ormai conclamata. (…) Questo collasso è uno dei fenomeni culturali più inquietanti del tempo presente, contro il quale non servono a nulla le solite geremiadi. Esso è determinato da due cause principali fra loro connesse: le caratteristiche proprie del neo-liberismo e il rifiuto degli umanisti di reinventarsi le loro discipline e ridefinire la loro figura sociale.

Il neo-liberismo ha prodotto una vistosa regressione culturale: la visione pan economicista e la riduzione della stessa economia al solo filone walrasiano e derivati [teoria dell’equilibrio economico generale – ndr] sono stati il brodo di coltura del maggior arretramento intellettuale mai registrato in epoca moderna. (…)

Da questo discendono i tagli alle spese culturali e per l’istruzione, di cui oggi gli intellettuali umanisti si risentono, ma dopo anni di acquiescenza. L’ondata neo-liberista si è accompagnata ai cori festanti degli economisti massicciamente convertitisi a questo verbo, ma non ha trovato resistenze neppure fra i giuristi, gli storici, i sociologi, i politologi, ecc, che non hanno manifestato che rare ed occasionali obiezioni spesso improprie o più arretrate del fenomeno che avrebbero voluto criticare. (…)

La produzione storica, sociologica, politologica, giuridica, filosofica ecc. dell’ultimo quarto di secolo è, nella maggior parte dei casi, paccottiglia di nessun valore intellettuale. E’ tutto molto ripetitivo, stantio, privo di originalità e le opere di valore, per ciascuna disciplina, si contano sulle dita di un paio di mani. Diciamocelo sinceramente: se si trattasse di questo attuale assetto delle scienze umane, la loro scomparsa non sarebbe un gran danno.

Il punto è che le discipline umanistiche non si sono adeguatamente confrontate con le vastissime conseguenze culturali della globalizzazione. Non che manchino studi sul fenomeno in sé (ad esempio quelli, peraltro non sempre soddisfacenti, di Zygmunt Bauman, Manuel Castells, Ulrich Beck Alain Touraine, ecc.), ma si tratta di punte individuali, che non si innestano su un solido reticolo di opere minori indispensabili a determinare una svolta complessiva di questa area di studi.

E, infatti, si tratta in larga parte di opere che non si sottraggono ad un’ottica eurocentrica e non sfuggono ad un taglio specialistico disciplinare, che precludono molti sviluppi alla ricerca.

La globalizzazione implica sia la mondializzazione dei rapporti sia una stretta interdipendenza fra le sfere politica, economico finanziaria, sociale, culturale, militare e, se il primo aspetto richiede imperiosamente un punto di vista più “centrale” e meno sbilanciato verso occidente, il secondo impone una capacità di analisi transdisciplinare, che allo stato si intravede solo in pochissime opere.

Occorre un cambio di passo complessivo nei metodi, ripensare, soprattutto, la storica frattura fra scienze umane e scienze logiche, matematiche e naturali: i fisici, i biologi, i neurologi, ecc. lo hanno capito e fanno sempre più frequenti incursioni nel mondo delle scienze umane, mentre gli umanisti (con l’eccezione di quei filosofi e psicologi che partecipano a progetti di scienze cognitive) tardano a comprenderlo e si tengono ancora troppo al di qua della linea di demarcazione che li separa dall’ “altra metà del cielo”.

Quanti storici, sociologi, politologi immaginano di poter lavorare usando un modello di simulazione? E quanti di loro sono in grado di misurarsi con il campo delle scienze cognitive? Nelle nostre università si respira un’aria viziata perché da troppo tempo non si aprono le finestre.

Certo che occorre continuare a studiare la letteratura greca e la guerra dei sette anni, Leopardi e Weber, la secessione austriaca e la riforma protestante, ma occorrerà ripensarli comparativamente agli sviluppi delle altre civiltà che, naturalmente, bisognerà studiare.

Da due secoli e mezzo l’Europa (e tutto l’Occidente) ha costruito la sua identità intorno all’idea di modernità: l’Occidente è moderno per definizione e la modernità è occidentale allo stesso modo. E la globalizzazione è stata pensata come “modernizzazione del Mondo” cioè come progetto di omologare tutto il Mondo al modello occidentale. Ma le cose non stanno andando così: quello che le nostre scienze sociali pensavano fosse un modello universale si è rivelato solo il racconto di “come è andata in Europa”.

La modernità è stata pensata come l’intreccio organico di sviluppo economico ed urbanizzazione, di specificazione individuale e di secolarizzazione, di affermazione dello stato di diritto e di disincanto del mondo, di nazione e di acculturazione di massa, un insieme in cui ogni aspetto presuppone e rafforza l’altro. Ed abbiamo pensato che tutto questo avesse regole precise, che permettessero di replicarlo in ogni contesto, salvo trascurabili varianti locali.

Ebbene, non sta andando affatto così: lo sviluppo economico non trascina dietro di sé quei processi di democratizzazione, secolarizzazione, ecc. di cui si diceva ed ogni contesto sta avendo un suo sviluppo particolare.

Questo obbliga a ripensare anche molte delle nostre convinzioni sulla nostra storia e sul modo con cui l’abbiamo interpretata ma, più ancora, ci obbliga ad una opera di mediazione e di traduzione culturale: sia noi che i cinesi, gli indiani o gli egiziani abbiamo il concetto di nazione, ma siamo sicuri di dire tutti la stessa cosa? E lo stesso potremmo dire per concetti come classe, popolo, potere, secolarizzazione ecc. ecc.

E questo lavoro di riesame non riguarda solo storici, politologi e sociologi, ma anche giuristi, filosofi, letterati ecc.

Questo è il piano su cui le scienze umanistiche devono impegnarsi trasformandosi ed è quello che ci dà la misura esatta del ritardo accumulato in questi anni, in gran parte dovuto allo statuto sociale dei nostri intellettuali umanisti che da troppo tempo non hanno stimoli verso l’innovazione.

Dopo gli anni ottanta, cessate le passioni politiche, che costituivano l’unico vero stimolo alla ricerca, gli umanisti si sono seduti sulla rendita di posizione di intellettuali burocratici retribuiti dallo Stato. Tutto oggi si riduce alla stucchevole rivendicazione del ruolo del “sapere inutile che ci renderà liberi”.

Questa emerita sciocchezza, in realtà, vorrebbe dire che ci sono altre utilità oltre quelle economiche, il che è giusto, ma questo non implica che non debba esserci un calcolo dei costi e dei benefici dell’investimento e, se anche è accettabile l’idea che non sempre i benefici di un investimento culturale siano misurabili in termini monetari, non ce la si può cavare con i luoghi comuni sul “sapere critico” e simili.

Un po’ di rapporto con il mercato non guasterebbe, per dare una scossa ai nostri intellettuali sedentarizzati. Non sto pensando all’università privata, che è un disastro anche peggiore. (…) Sto pensando ad imprese autogestite degli intellettuali umanisti che si misurino con il mercato. Servirebbero anche cose minime, come ad esempio retribuire i docenti in base al numero di studenti che hanno, lasciando ovviamente gli studenti liberi di scegliere. Vediamo quante aule restano disperatamente vuote?

Concludendo: certo che occorre difendere le materie umanistiche, ma questo sarà possibile solo cambiandole profondamente e mutando altrettanto radicalmente lo stato sociale dei suoi operatori, da “intellettuali” in “lavoratori della cultura”. La cultura non serve per i salotti. >>

ALDO GIANNULI

sabato 25 ottobre 2014

Forza Svizzera !

Ricevo dall’amico Sergio Pastore, e molto volentieri pubblico, alcune considerazioni sulla prossima iniziativa di legge popolare che si terrà in Svizzera (il 30 novembre) in tema di immigrazione e demografia.
L’associazione ambientalista ECOPOP (Ecologie et Population), di cui Sergio è socio attivissimo da anni, ha ottenuto il piccolo miracolo di smuovere le acque stagnanti di questo argomento tabù, ed è riuscita ad indire questa importante consultazione democratica.
Consultazione che noi, ovviamente, seguiremo con grande partecipazione, facendo un tifo sfegatato per il SI.
LUMEN



<< I soci di Ecopop (circa 350), sono riusciti in un'impresa di cui nemmeno vi sognate: imporre all'agenda politica una riflessione sulla crescita demografica in Svizzera e nel mondo intero. Grazie a un lascito è stato possibile lanciare l'iniziativa "Stop alla sovrappopolazione - per la conservazione delle basi naturali della vita". Sono state raccolte le 100'000 firme necessarie e adesso il popolo sarà chiamato a esprimersi il 30 novembre. L'iniziativa ha superato lo scoglio dell'ammissibilità - contestata dai democristiani - ed ora la parola tocca agli elettori. (…)
Nel dibattito parlamentare l'iniziativa è stata fatta a pezzi da tutti i partiti che hanno sparato a zero su Ecopop, considerati nella migliore delle ipotesi degli imbecilli, ma piuttosto anche xenofobi e razzisti. Quante possibilità ha la nostra iniziativa? Difficile dire perché dopo l'iniziativa del 9 febbraio scorso - approvazione dell'iniziativa contro l'immigrazione di massa - il popolo svizzero è sotto attacco da tutto l'establishment elvetico e dall'UE e regna molta apprensione.
La nostra iniziativa è molto più radicale e soprattutto precisa, perché indica delle cifre che sarebbero fissate nella Costituzione (l'iniziativa del 9 febbraio era invece aperta e ambigua). Comunque si parla di incremento demografico, in Svizzera e nel mondo, e di pianificazione familiare nei paesi in via di sviluppo. Questo secondo punto è considerato persino dai Verdi indegno, colonialista, perché c'immischieremmo nelle faccende interne di altri paesi.
In realtà l'iniziativa di Ecopop esige semplicemente l'utilizzo del 10% dell'attuale aiuto allo sviluppo della Svizzera per promuovere la pianificazione VOLONTARIA in detti paesi. Il 10% sono ca. 200 milioni di franchi, una somma irrisoria. Fate il tifo per noi. Quasi sicuramente l'iniziativa non passerà, ma si sarà parlato a livello ufficiale e nazionale di sviluppo demografico e di sovrappopolazione. >>
SERGIO PASTORE


LE CONSIDERAZIONI DI ECOPOP

<< La sovrappopolazione mina la natura e la qualità della vita.
All’inizio del 1900 la Terra era popolata da 1.6 miliardi di persone. In poco più di un secolo la popolazione è cresciuta fino a 7.2 miliardi e – in base alle proiezioni dell’ONU – entro la fine del secolo saremo circa 12 miliardi. Negli ultimi 40 anni l’espansione della nostra specie ha causato la scomparsa della metà dei vertebrati – uccelli, pesci, mammiferi. L’equilibrio tra l’uomo e la natura è seriamente compromesso.

Forte incremento demografico in Svizzera
Da quando nel maggio 2007 sono stati aboliti i limiti all’immigrazione per i cittadini dell’UE l’incremento demografico annuo in Svizzera si situa tra l’1,1% e l’1,4%. L’80% circa di questo incremento è riconducibile all’immigrazione. Da quella data immigrano ogni anno in Svizzera in media 70'000-80'000 persone: il numero di abitanti aumenta cinque volte più velocemente che nell’UE; il tasso di crescita è in anni di punta pari a quello di un paese emergente come l’India.

Cementificazione e insediamenti selvaggi
A causa della massiccia immigrazione – secondo l’Ufficio di statistica essa è responsabile all’80% dell’ulteriore fabbisogno di superfici – ogni anno nasce una nuova città delle dimensioni di San Gallo. Nei prossimi 20 anni sorgerebbero dunque altre 20 città di queste dimensioni, una ogni 15 chilometri dal lago di Costanza a Ginevra. Ogni minuto secondo 1,1 metro quadrato scompare sotto l’asfalto o il cemento, qualcosa come 12 campi di calcio al giorno.

Dumping salariale e effetti negativi nel mercato del lavoro
Soprattutto i lavoratori anziani si vedono brutalmente estromessi dal mercato del lavoro. I livelli salariali in Svizzera sono molto elevati per cui le imprese preferiscono assumere i molti giovani e specialisti provenienti dall’UE a cui offrono salari più bassi. Il lavoratore svizzero, che percepisce un salario adeguato allo standard di vita del paese, non ha più alcuna possibilità contro i milioni di concorrenti. Cala anche da parte delle imprese la disponibilità ad assumere persone non perfettamente adatte a certe mansioni e che bisogna quindi prima istruire. Invece di metter mano alle necessarie riforme si mantengono in vita le assicurazioni sociali con un sistema a valanga.

Sono i Paesi più poveri ad essere maggiormente colpiti
È proprio nei paesi poveri che l’incremento demografico è più forte. Nonostante la modestissima impronta ecologica degli abitanti l’ambiente è molto degradato. Mancano acqua, legna da ardere, terreni fertili – cioè le cose essenziali per vivere. Mancano però anche informazione e contraccettivi benché l’accesso alle misure di pianificazione familiare autonoma e volontaria sia un diritto umano riconosciuto dall’ONU dal 1968. Le donne e le famiglie non hanno così alcuna possibilità di sfuggire alla spirale della povertà. >>


LE CONSIDERAZIONI DI PHILIPPE ROCH

<< Nonostante le reiterate votazioni contro una crescita incontrollata (…) il parlamento [svizzero] continua a puntare ancora ciecamente su una crescita illimitata e assurda: crescita economica, cementificazione del territorio, crescita demografica.

Il parlamento è cieco e non vuole riconoscere che l’ideologia della crescita sarà la nostra rovina: un incremento demografico incontrollato in un territorio limitato non è possibile senza sacrificare le nostre libertà e arrecare irreparabili danni alla natura. Anche la crescita economica ha dei limiti: non tenerne conto significa finire prima o poi in una drammatica recessione seguita dal collasso delle assicurazioni sociali e l’impoverimento di gran parte della popolazione. Quanto più smisurata sarà la crescita tanto più doloroso sarà il crollo.

Nei Paesi più poveri, i quali già ora non hanno mezzi a sufficienza per nutrire le loro popolazioni, lo sviluppo economico deve realizzarsi unitamente al contenimento dell’incremento demografico. In caso contrario ogni progresso sarà vanificato dall’incremento demografico. Non vogliamo fare a questi paesi delle prescrizioni ma al contrario permettere loro di scegliere una vita dignitosa.

Una vita in condizioni dignitose è possibile se li aiuteremo a migliorare la loro situazione economica, a elevare il livello d’istruzione e a permettere alle donne di decidere autonomamente del futuro della propria famiglia.
Poiché il parlamento è cieco e sordo spetta agli elettori indicare la via e fissare limiti chiari e ragionevoli. >>


LE CONSIDERAZIONI THOMAS MINDER

<< Il 9 febbraio popolo e cantoni hanno approvato l’articolo costituzionale “contro l’immigrazione di massa”. Ciò permette alla Svizzera di regolare autonomamente l’immigrazione. Ma dopo questo primo passo per il recupero della sovranità ne deve assolutamente seguire un altro: dobbiamo fissare anche dei limiti precisi, altrimenti l’iniziativa contro l’immigrazione di massa non avrà praticamente effetto.

In quanto membro dell’assemblea federale e della commissione delle istituzioni politiche devo purtroppo constatare che il parlamento e il Consiglio federale non intendono ridurre l’immigrazione. Una correzione di appena il 10% non è sufficiente. Io penso che il popolo nell’approvare l’iniziativa contro l’immigrazione di massa pensasse a una consistente riduzione di almeno il 30%. Non penso che Berna sia intenzionata ad operare un cambiamento così radicale per ridurre l’immigrazione – prevalgono il desiderio di un avvicinamento all’UE e l’ingenua convinzione in una crescita illimitata.

Invece di ridurre l’immigrazione a Berna si studiano i modi di eludere l’iniziativa – attraverso misure straordinarie o contingenti elevatissimi – oppure di affossarla con una nuova votazione. L’attuazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa non avrà praticamente alcun effetto sull’immigrazione, per questo ho aderito all’iniziativa di Ecopop. Essa fissa un chiaro limite all’immigrazione: la crescita annua non può superare lo 0,2% della popolazione residente.
Fino ad oggi non ho ancora sentito una sola parola dal Consiglio federale sulla necessità di “misure urgenti”.

Ciò rafforza la mia seconda tesi: non ci sarà alcuna riduzione dell’immigrazione fino al 2017 – tutto il contrario! Il Consiglio federale non intende nemmeno frenare l’immigrazione da Paesi terzi benché questa misura non concerna minimamente gli Accordi bilaterali. Solo l’iniziativa di Ecopop è in grado di ridurre l’immigrazione già a partire dal 2015.
Senza Ecopop i nostri alti livelli salariali, un’assicurazione di disoccupazione e un sistema sociale di prim’ordine continueranno ad attirare lavoratori stranieri. L’UE si espande ad est, il dislivello economico tra l’UE e la Svizzera cresce e logicamente il nostro paese esercita una potente attrazione.
Stando così le cose – anche gli avversari dell’iniziativa lo ammettono – è mia convinzione che potremo controllare l’immigrazione solo fissando un limite chiaro e preciso. Ciò che l’iniziativa richiede non è poi nemmeno così “rivoluzionario”. Per rendere più graditi alla popolazione gli Accordi bilaterali il Consiglio federale aveva incluso negli Accordi una “clausola di salvaguardia permanente”.

Per me anche la protezione dell’ambiente e della natura ha una grande importanza. Ogni anno si costruiscono 40'000 nuovi appartamenti, altre 50'000 auto sono immesse nel traffico stradale, ogni nuovo immigrato necessita di 410 metri quadrati di superficie (abitativa e altra). Io non vorrei dover votare ogni due anni su una FAIF (Ampliamento Ferroviario - ndr) che costa miliardi, su una nuova legge federale per la pianificazione del territorio, su un’iniziativa sulle seconde case e altre iniziative lanciate per contrastare gli effetti dell’abnorme incremento demografico.

Da decenni ci lamentiamo che ogni minuto secondo 1,1 metro quadrato di terreno scompare sotto l’asfalto o il cemento. Non possiamo continuare così!
La natura mi sta troppo a cuore. Desidero che sia rispettato l’articolo 73 della Costituzione federale concernente lo sviluppo sostenibile, Costituzione su cui ho prestato giuramento. L’articolo dice: “La Confederazione e i Cantoni operano a favore di un rapporto durevolmente equilibrato tra la natura, la sua capacità di rinnovamento e la sua utilizzazione da parte dell'uomo.”

Che significa “durevolmente equilibrato”? Dal 2007 registriamo un incremento demografico dell’1,2 per cento all’anno. Si tratta di un incremento 4 volte superiore a quello dell’UE e pari a quello di un paese emergente come l’India. I dati provvisori per il 2014 sono persino più elevati nonostante l’iniziativa contro l’immigrazione di massa: quest’anno dovremmo registrare un nuovo record immigratorio.

Ciò non ha più niente a che vedere con la sostenibilità. La rapida cementificazione del paese non attenta solo alla natura e distrugge le nostre basi vitali, ma priva anche le future generazioni di ogni possibilità di crescita. È mio desiderio che anche le future generazioni possano proseguire nell’opera di sviluppo della Svizzera. Proprio coloro che vedono nella crescita una condizione indispensabile privano i loro figli e nipoti di una possibilità di crescita. Non è sommo egoismo che la presente generazione, crescendo oltre ogni misura, precluda ogni possibilità di crescita alle future generazioni?

Con Ecopop avremo un’immigrazione netta di 16'000 persone, cioè un’immigrazione lorda di oltre 100'000 persone. Molti infatti non sanno che circa 90'000 persone lasciano ogni anno la Svizzera. I contingenti saranno più che sufficienti per l’economia, la formazione e la ricerca nonché per i ricongiungimenti familiari. 100'000 immigrati invece degli attuali oltre 150'000 significano una riduzione di appena un terzo: una riduzione ragionevole e auspicata dal popolo.
L’incremento netto annuo dello 0,2% corrisponde inoltre allo «scenario medio» dello sviluppo demografico calcolato dall’Ufficio federale di statistica. L’incremento secondo Ecopop è perciò sostenibile e giustificato. >> 
 

sabato 18 ottobre 2014

Il cavillo vincente

LUMEN – Abbiamo oggi qui con noi uno dei più famosi ed apprezzati avvocati di tutti i tempi: Perry Mason.
MASON – Hello people. Good Morning to everybody.

LUMEN – Mister Mason, voi siete americano ed avete sempre esercitato negli Stati Uniti, ma forse conoscete anche la situazione italiana.
MASON – Yes, of course. Mi tengo sempre informato sull’argomento: siete così interessanti.

LUMEN – Molto bene: allora che ne pensate dei nostri processi, così lunghi e farraginosi, in confronto alla spedita efficienza di quelli americani ?
MASON – Vi riferite ai processi penali o anche a quelli civili ?

LUMEN – Ad entrambi.
MASON – Well. Allora cominciamo con il civile. Il Processo Civile in Italia non funziona perché è troppo lungo. Ed è troppo lungo perché il codice di procedura è sbagliato e perché la gente litiga molto. In realtà litiga molto proprio perché la procedura è sbagliata: chiunque preferisce pagare tra 8 anni anziché oggi.

LUMEN – Quindi ?
MASON - Quindi si deve cambiare il codice di procedura. Non date retta agli avvocati che su questo codice ci campano: più cose scrivono, più il processo è lungo, più guadagnano. E inoltre più processi ci sono e più guadagnano.

LUMEN – Apprezzo la vostra autocritica.
MASON - Per un processo breve ed efficiente servono: 1) un atto di citazione in cui si spiega tutto e si chiedono tutte le prove. 2) Un atto di risposta in cui si confuta e si chiedono le prove. 3) Il potere del giudice di escludere le prove che non sono necessarie. 4) Una memoria conclusiva per ognuna delle due parti. 5) Una concisa sentenza. 6) L’abolizione dell’appello.

LUMEN – Abolire l’appello ?
MASON – L’appello non serve a niente, non è garanzia di decisione più giusta, moltiplica le possibilità di errore. I giudici di Appello non sono migliori, più intelligenti, più preparati di quelli di Tribunale. Non si può sapere se la sentenza “giusta” è quella di primo o di secondo grado. Tempo, soldi e giudici buttati dalla finestra.

LUMEN – E da voi come funziona ?
MASON – Semplice: in Usa, Gran Bretagna e in tanti altri Paesi non c’è.

LUMEN – Resterebbe invece il Ricorso in Cassazione.
MASON – Certo, ma solo per motivi di diritto. In questo modo il numero dei processi si dimezzerà, il numero dei magistrati che li tratteranno si raddoppierà, i tempi del processo potranno diminuire fino a 2 anni. Inoltre non si sarà speso nemmeno un euro.

LUMEN – La classica riforma a costo zero,
MASON - Se poi ti avanzano un po’ di soldi, assumi cancellieri: le attività amministrative sono una maledizione, rubano un tempo infinito e farle svolgere ai giudici è uno spreco di risorse.

LUMEN – Mi sembra tutto molto chiaro e condivisibile. E passiamo ora al vostro territorio preferito, il penale.
MASON – Il Processo Penale in Italia non funziona perché il codice di procedura è sbagliato.

LUMEN – Ci avrei scommesso.
MASON - Ci sono troppi gradi di giudizio: indagini, Tribunale della Libertà (che può essere replicato N volte), udienza preliminare, Tribunale, Appello e Cassazione. Anche qui, non date retta agli avvocati: più gradi di giudizio, più lavoro, più soldi. Il Tribunale della Libertà è inutile; c’è già un giudice che ha controllato le richieste e l’operato del PM: è il GIP. E l’Appello è inutile per le stesse ragioni già viste trattando del processo civile. Se si controlla quello che è già stato controllato, poi è inutile lamentarsi dei processi lunghi.

LUMEN – Mi pare abbastanza ovvio.
MASON - Un altro motivo per cui il processo penale non funziona è che ci sono troppi reati.

LUMEN – Come sarebbe ?
MASON - Per esempio, tutto il codice della strada (non l’omicidio commesso in violazione delle norme del codice, sia chiaro) deve essere sanzionato in via amministrativa. E così le violazioni ambientali ed edilizie; qui la pena sta nei sequestri, non nella condanna penale che tanto non si sconta perché il reato si prescrive.

LUMEN – Beh, sulle questioni ambientali resterei un po’ più severo, vista la delicatezza; ma proseguite.
MASON – Ci sono tanti reati assurdi, che vi potrei fare un elenco. Lo sapete, per esempio, che costituisce reato la mancata apposizione nei pubblici esercizi della tabella dei giochi leciti ? E che questo genere di processi si fa con lo stesso codice di procedura che si usa per un processo di omicidio ?

LUMEN – In effetti, sembra eccessivo.
MASON - Infine il processo penale non funziona perché si fa un uso demenziale delle notifiche.

LUMEN – Che sarebbero gli avvisi che si devono mandare obbligatoriamente ai vari soggetti coinvolti.
MASON – Esatto. Costano un sacco di soldi, non vanno mai a buon fine e sono la causa principale dei rinvii delle udienze, dunque della durata del processo penale, dunque della prescrizione dei reati. Anche qui lasciate perdere gli avvocati; loro sulle notifiche andate a male ci campano: servono per la prescrizione.

LUMEN – E come bisognerebbe fare ?
MASON - Basta prevedere che, alla prima occasione in cui un cittadino è informato di essere perseguito penalmente (arresto, primo interrogatorio, perquisizione, sequestro, etc.) gli si debba dire che ha il diritto di nominare un avvocato, che se non lo fa ne avrà uno d’ufficio e che tutte le notifiche saranno fatte a questo avvocato.

LUMEN – Chiaro e semplice. Altre cose ?
MASON – Ogni tanto qualcuno tira fuori la storia dei Tribunali che chiudono e delle ferie troppo lunghe dei magistrati, ma è un falso problema.

LUMEN – Perché ?
MASON - I Tribunali non chiudono, quella che è sospesa per le ferie (in Italia dal 1 agosto al 15 settembre) è qualsiasi attività che richiede l’intervento di un avvocato, così lui può andarsene in ferie senza essere angosciato dalle scadenze degli appelli o dagli interrogatori del suo cliente. Invece i termini entro cui depositare le sentenze non sono sospesi: una sentenza emessa il 15 luglio deve essere depositata il 15 agosto, ferie o non ferie; se non lo è, scatta il procedimento disciplinare.

LUMEN – Questa non la sapevo.
MASON – E siccome le sentenze continuano a essere emesse fino all’ultimo giorno prima di andare in ferie, i giudici se ne vanno con la valigia piena di fascicoli e, nei primi 15 giorni, spesso anche dopo se non ce la fanno, scrivono sentenze.

LUMEN - Proprio un bel modo di fare le ferie.
MASON – Appunto.

LUMEN – Bene, vi ringrazio di questa breve ma esauriente chiacchierata e vi faccio tanti auguri per il vostro prossimo processo.
MASON – Thank you very much.


P.S. – Le opinioni attribuite a Perry Mason sono, in realtà, dell’ex giudice Bruno Tinti, che collabora attualmente per Il Fatto Quotidiano. Lumen