domenica 27 maggio 2018

Quando ero soldato - 2

La vita quotidiana dell’esercito italiano di leva, nei ricordi di Lorenzo Celsi. Seconda e ultima parte. Lumen


<< Ripensando [al mio servizio militare], mi è tornato in mente un episodio. Qualche mese dopo essere stato assegnato alla caserma dove avrei trascorso la maggior parte del tempo, un certo giorno, non ricordo cosa stessi facendo, mi chiamano in camerata, dice che dobbiamo prendere lo zaino e schierarci nel piazzale. Corri di qui, corri di la. Ci schieriamo, cioè ci disponiamo su due righe.

Arriva il tenente, (…) che fa, gigioneggiando sullo stile di Clint Eastwood: "pronti a muovere in cinque minuti, ca**o !" Allora, ci caricarono sui camion per andare a cercare un aeroplano caduto sui monti. Però a parte la vicenda, io, che all'epoca non avevo diciott’anni, ma ne avevo ventisei, pensai tra me e me, ancora me lo ricordo, "siamo un esercito di straccioni".

La prima cosa che saltava all'occhio era l'abbigliamento e le dotazioni. L'unica cosa nuova, nel senso che te ne davano due all'inizio, perché semplicemente si distruggeva nel corso dell'anno, era la divisa di cotone che mettevamo ogni giorno e gli scarponi.

TUTTO il resto era usato, non solo zaini, cinturoni, giberne, elmetti, eccetera e dove dico "usato" intendo usato da decenni, ma anche parti dell'abbigliamento, per esempio gli impermeabili, che in teoria avremmo dovuto avere nuovi, ma che invece erano quelli dei soldati congedati prima di noi e sul destino del materiale nuovo posso solo fare delle ipotesi. (…) Poi le taglie, su tre soldati, due avevano divise, scarponi, berretti, eccetera, troppo grandi o troppo piccoli.

In teoria avremmo dovuto essere equipaggiati per uscire dalla caserma e stare in giro qualche giorno. Peccato che nessuno mettesse nello zaino tutte le cose che servivano, per esempio il ricambio di vestiti, calzini. Nella maggior parte dei casi gli zaini erano vuoti o c'era dentro della carta o cose cosi, io ero uno dei pochi scemi che dentro aveva messo una busta con un cambio, la giacca a vento, i panta-vento e una coperta.

Ci avevano dato anche il sacco a pelo e altre cose per il "campeggio", io le avevo ispezionate, il mio sacco a pelo era ovviamente usato, sporco, meglio non sapere di cosa e la cerniera era rotta, per fortuna non l'ho mai adoperato. Nessuno controllava, nessuno se ne preoccupava e se provavi a farlo presente, ti rispondevano qualcosa come "guagliò, nun scassà 'o ca**o".

I camion su cui salivamo erano dei mezzi rottami, capitava spesso che si rompessero per strada. Non avevamo in dotazione nessuna arma, per ovvie ragioni. Per i servizi "armati" come le guardie passavamo a prenderle di volta in volta dall'armeria. Fucili (…) che erano vecchi di trenta, quarant'anni e che avevano più che altro una funzione simbolica. Notare che le munizioni erano altrettanto ovviamente contate e ce le aveva in dotazione solo il più alto in grado in quel momento, che spesso e volentieri, dato che quei servizi erano una rottura di scatole, era un semplice graduato di truppa, ovvero un caporale.

Si faceva un sacco di "autogestione", ci crediate o no. Vi spiego cosa significa in concreto. I soldati devono andare da A a B con un camion e hanno il fucile ma i proiettili ce l'ha il caporale dentro una scatola che tiene nella cabina del camion di cui è anche capomacchina, cioè deve controllare l'autista.

Mettiamo che arrivino dei terroristi e vogliano rubare le armi, in teoria il caporale dovrebbe aprire la scatola, tirare fuori i quattro caricatori quattro, usarne uno nel suo fucile dare gli altri tre a tre soldati, facendosi rilasciare da ognuno ricevuta scritta (anche alla riconsegna, ovviamente) e opporsi eroicamente ai terroristi, tutto di testa sua.

Che poi mi sa che al tempo delle BR è anche capitato almeno una volta. Ora, è ovvio che lo scopo vero era di non dare niente in mano ai soldati, i quali di conseguenza non avevano in realtà nessuna funzione militare ma paradossalmente, siccome nessun sottufficiale o ufficiale voleva essere della partita, si addossava al caporale la poca o tanta responsabilità concreta.

Avevamo le radio, che nessuno ci aveva spiegato come usare. Coi walkie-talkie te la cavavi ma con quelle più grosse erano abbastanza cavoli, mi avessero almeno dato un manuale. Un'altra cosa palese era il grado di scolarità estremamente basso. In tutti, nei militari "di carriera" ma anche nei soldati di leva, tanto che nella mia caserma quelli con un diploma o un curriculum universitario si contavano con le dita di due mani e venivano immediatamente assegnati a garantire la "autogestione" di cui sopra. (…)

Vi racconto un altro esempio classico. I primi tempi, che non ero ancora smaliziato, mi assegnarono di corvè a pulire l'ingresso e il piazzale dell'adunata con un carrello che conteneva un bidone e un paio di ramazze. Il piazzale era abbellito da alcuni abeti che ovviamente scaricavano le foglie. Io portai il carretto sul piazzale e cominciai diligentemente a spazzare avanti ed indietro.

Dopo un paio d'ore, che avevo già le vesciche alle mani, si apre una finestra dell'ufficio comando, si affaccia IL GENERALE e mi chiama. Io corro li, saluto, mi presento e lui mi fa il cazziatone perché non vuole vedere un soldato stare tutto il giorno a ramazzare il piazzale. "Comandi, signorsì", saluto, la finestra si chiude e io prendo il mio carretto e trotterello dietro l'angolo dell'edificio, mi siedo e aspetto la sera.

Più avanti, diventato "anziano", non fui più assegnato a servizi del genere ma se mi fosse capitato avrei fatto un giretto di dieci minuti sul piazzale con la ramazza in mano e poi sarei andato diritto a nascondermi in qualche angolo.

Quindi, per me l'esperienza del servizio militare è stata prevalentemente una scocciatura, perché per un anno non ho avuto nessuna privacy, (…) ho dormito poco e male. Ma è stata anche una esperienza triste perché nell'immediato mi sono reso conto che le Forze Armate erano una finta, una cosa tanto per fare, una commedia tipo gli armigeri che inseguono vanamente Zorro con strepito di ferraglia, nessuno ci credeva davvero e poi mi sono anche reso conto che erano l'immagine dell'Italia con cui poi avrei dovuto convivere, una sezione della "società". (…)

Ah, un'altra cosa. Il primo mese, al CAR, ti spiegavano i rudimenti, per esempio come smontare il fucile e solo quello, niente altro. Quindi non devi toccare niente altro. Non ti spiegavano perché o quando bisogna smontare il fucile, perché tanto lo preleverai e lo riconsegnerai in armeria, firmando la ricevuta, senza doverlo adoperare mai davvero. Il fucile si smonta perché deve essere pulito quando lo usi e lo porti in giro.

Quando poi andavamo in polveriera e stavamo due o tre settimane sotto la pioggia, al ritorno i fucili erano dei catenacci arrugginiti, non solo perché nessuno li puliva ma anche perché a nessuno avevano spiegato che se ci entra l'acqua dentro un fucile che hanno portato in giro per quarant'anni, si arrugginisce. Vi chiederete perché non li fanno inossidabili. Bè, adesso li fanno di alluminio o di materiali compositi per alleggerirli però le parti in acciaio non sono inossidabili per via della lega metallica che deve avere certe caratteristiche.

Un'altra cosa divertente è che non ci hanno mai spiegato come fare quello che gli Americani chiamano "zeroing", cioè impostare gli organi di mira delle armi perché sparino dritto e come eventualmente impostarli per regolare l'alzo in base alla distanza e il "windage" per compensare il vento traverso. Quindi quando andavamo al poligono o il fucile era già impostato dall'armeria oppure sparavamo due metri sopra o due metri sotto la sagoma. >>

LORENZO CELSI

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