mercoledì 9 maggio 2018

L'evoluzione dell'Islam

La religione islamica, nonostante alcune apparenze, è tutto meno che un blocco compatto, ed ha subito anche notevoli evoluzioni nel corso dei secoli. 
Ce ne parla Gianni Pardo in questo post, molto interessante ed istruttivo, tratto dal suo blog personale.  LUMEN


<< Le religioni hanno due facce: la vera dottrina e la percezione che ne ha il popolo. Le due cose non coincidono. Tanto [è vero] che chi dice male della religione popolare, non per questo dice male della vera religione. (…) Questa divaricazione tra dottrina e pratica si ha anche nell’Islamismo.
 
L’Islàm è una religione lontana dall’antropomorfismo, dal politeismo (che invece esiste in forma attenuata nel Cristianesimo), dalle superstizioni, dall’oppressione clericale (salvo per gli sciiti) e soprattutto dall’intolleranza. Qualcuno si stupirà di quest’ultima affermazione, quando gli episodi degli ultimi decenni sembrano indicare tutt’altro: ma, appunto, questa è una deformazione recente.
 
In passato, quando Ferdinando e Isabella scacciarono gli ebrei dalla Spagna (1492), i malcapitati furono accolti dai molto più tolleranti musulmani. Gli esiliati si stabilirono nell’Africa del Nord, nel Vicino oriente e in Turchia, ed ivi vissero indisturbati per secoli, fino al rigetto del Novecento. Mentre, durante lo stesso tempo, in Russia ma anche in Polonia ed altrove, ci si dava a periodici ‘pogrom’. Tanto forte era l’intolleranza nei confronti degli ebrei.
 
E allora ci si può chiedere come mai una religione così aristocratica, teologicamente, abbia potuto avere tanto successo presso folle sterminate di analfabeti. La risposta è che, appunto, quelle folle ne hanno percepito la versione popolare. Le ragioni del fenomeno vanno ricercate, più che nell’islamismo teorico, nella mentalità degli uomini a cui quella religione fu predicata. Cioè, nei lati più legati al livello culturale del VII Secolo in Arabia.
 
Nel bacino del Mediterraneo c’erano popoli che mal digerivano alcuni principi del Cristianesimo. Per esempio l’uguaglianza di tutti gli uomini ed in particolare di uomini e donne. Dunque accolsero con la massima benevolenza una religione che santificava la supremazia dell’uomo sulla moglie e sulle figlie, fin quasi al diritto di vita o di morte. Inoltre, la maggior parte degli abitanti era analfabeta e avrebbe potuto sentirsi inferiore alle classi più evolute, ma anche a questo problema la religione offriva una soluzione, dichiarando inutile ogni conoscenza, a parte quella del Corano.
 
Pare che nel 642 il Califfo Omar abbia bruciato la sterminata e preziosa Biblioteca di Alessandria con la lapidaria motivazione: “Se questi libri dicono la stessa cosa del Corano, sono inutili; e se lo contraddicono, sono blasfemi”. Il risultato fu il più grande crimine di tutti i tempi contro la cultura, ma anche la consolazione di milioni di fedeli analfabeti. Poco importa la storicità dell’episodio, dato che basta il valore sintomatico della leggenda.
 
Altro elemento a favore dell’Islamismo popolare fu l’incoraggiamento ad essere inerti, conseguenza assolutamente logica e incontrovertibile della natura provvidenziale di Dio, definito onnisciente e onnipotente. E allora il credente musulmano ragiona così: “Se a tutto pensa Dio, perché dovremmo attivarci ? Se, dalla nostra inazione, deriva un danno, sarà segno che Dio voleva quel danno”.
 
Questo atteggiamento di abbandono ad Allah (Islàm significa proprio questo) può sorprendere, ma in realtà il ragionamento vale anche per il Cristianesimo. Solo che il nostro temperamento è diverso. I cristiani, pur credendo nella Divina Provvidenza, seguono il principio: “Aiutati, che Dio ti aiuta”.
 
Un altro contributo all’autostima priva di sforzo dei musulmani è stato dato dalla indiscutibilità della fede: il musulmano non ha il diritto di avere dei dubbi sulla bontà delle proprie credenze. E infatti non soltanto è lecito, è addirittura doveroso condannare a morte chi si converte ad un’altra religione, insulta Maometto o si dichiara ateo. A questo punto, anche per gli ignoranti non c’è limite al diritto di essere fieri e sicuri della loro superiorità, se hanno addirittura il diritto di uccidere chi ha dei dubbi sulla loro religione.
 
Altro elemento di vantaggio fu la prevalenza, nella religione, dell’esteriorità rispetto all’interiorità. Il buon musulmano è circonciso, frequenta la moschea, non beve alcoolici, non mangia maiale, prega cinque volte al giorno e osserva il Ramadan. Ciò che viene soprattutto controllato è l’adempimento di questi doveri. Quanto all’interiorità, contrariamente a quanto avviene nel Cristianesimo, non c’è mediazione tra Dio e il credente.
 
Non c’è un clero e ciò significa che il rapporto con Dio non ha controllo. Esso può essere inesistente o facilmente auto-assolutorio, cosa particolarmente gradita a chi non vuole avere intralci morali. E infatti gli arabi non hanno mai brillato, ad esempio, per correttezza commerciale e per tendenza a dire la verità. Nei confronti dei non credenti, la stessa religione autorizza addirittura a mentire. Per non parlare degli sgozzamenti dello Stato Islamico.
 
Forse la ragione del successo dell’Islàm popolare è proprio l’avere legittimato sul piano morale e sociale – magari in seguito a un fraintendimento – tutto ciò che di peggio già esisteva nelle popolazioni che accolsero la predicazione. E a questi limiti sociologici si è aggiunta la trasformazione del sentimento di diversità, ed anzi di superiorità, che un tempo ebbero i musulmani, in un senso di inferiorità e di rancorosa invidia.
 
Nel Medio Evo il mondo musulmano non era certo diverso dal mondo cristiano e la Spagna musulmana era forse più evoluta della Spagna cristiana. Tutto cominciò a cambiare con le sconfitte in battaglia e soprattutto col progresso economico e militare indotto dalla Rivoluzione Industriale. Come era possibile che Dio permettesse agli infedeli di essere tanto prosperi e forti da crearsi degli imperi anche nelle terre musulmane ? Ciò provocò una rabbia impotente, covata per secoli, ed oggi evidente per esempio in Palestina.
 
Purtroppo, la nuova situazione, invece di indurre i musulmani a cambiare mentalità, stimando di più la cultura e la tecnologia, si mutò in semplice rancore e volontà di vendetta. Nell’interpretazione popolare l’Islàm divenne la giustificazione per dare sfogo alla propria frustrazione con attentati e massacri, spesso con una sorta di culto della morte inflitta a degli innocenti ed anche a sé stessi.
 
Tutto ciò ha condotto ad un totale stravolgimento dei valori dell’Islamismo, e naturalmente all’inevitabile diffidenza – quando non disprezzo – dei terzi.
 
Di fatto, l’interpretazione popolare dell’Islàm lo rende oggi indigeribile in una società avanzata. E poiché l’Islàm popolare si gloria del proprio conservatorismo – perfino nelle cose meno serie come l’abbigliamento – la sua chiusura ad ogni vero progresso lo rende inassimilabile. Forse la tragedia dell’Islàm popolare è quella di essersi trasformato in una malattia da cui è vietato guarire. >> 

GIANNI PARDO
 


(LINK:http://giannip.myblog.it/2018/02/28/la-tragedia-dellislamismo-popolare/)

3 commenti:

  1. Aggiungo, per completezza, due parole sulla ben nota frattura esistente nel mondo islamico tra gli sciiti ed i sunniti.

    La diatriba nasce nel 632 e.v., l’anno della morte del profeta Maometto, il fondatore dell’islam.
    Le tribù arabe che lo seguivano si divisero sulla questione di chi avrebbe dovuto ereditare quella che a tutti gli effetti era una carica sia politica che religiosa.
    La maggioranza dei suoi seguaci, che sarebbero in seguito divenuti noti come sunniti e che oggi rappresentano l’80 per cento dei musulmani, appoggiarono Abu Bakr, amico del profeta e padre della moglie Aisha.
    Secondo gli altri, il legittimo successore andava individuato tra i consanguinei di Maometto. Sostenevano che il profeta avesse designato a succedergli Ali, suo cugino e genero, e diventarono noti come sciiti, una forma contratta dell’espressione “shiaat Ali”, i partigiani di Ali.

    RispondiElimina
  2. L'argomento del Post risulta ampio, complesso e "spinoso", di seguito solo alcune note sparse:

    1) tutto sommato, credo che Islam e Cristianesimo abbiano molte più affinità di quanto abitualmente si ritenga tanto in Occidente quanto in Oriente;
    2) la divisione stessa, opportunamente sottolineata nel Post, tra versione colta e versione popolare delle due fedi (divisione peraltro tendenzial.te presente in tutte le principali religioni: si pensi all'Induismo) lo testimonia abbastanza chiaramente;
    3) ulteriori divisioni esistono anche all'interno di entrambe le fedi (Sciiti-Sunniti, Cattolici-Ortodossi-Protestanti, ecc.);
    4) il guaio principale sta probab.te nel fatto che nelle regioni arabo-islamiche la penetrazione della Filosofia dei Lumi, cui va ascritto il merito di avere "ammorbidito" il Cristianesimo riconciliandolo (beninteso: faticosamente e parzialmente) con la Modernità, sia stata molto scarsa;
    4) gran parte (forse la maggioranza) degli Islamici, in particolare di quelli immigrati in Europa, sembra avere una familiarità molto scarsa se non addirittura nulla con l'effettiva pratica religiosa, come del resto avviene ormai da tempo anche nel c.d. Occidente cristiano;
    5) la presumibile centralità delle frustrazioni socio-economiche alla base dell'attuale grave recrudescenza dell'integralismo islamico, in fondo ne testimonia contemporaneamente la debolezza teologica...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Caro Claudio, ti ringrazio per le varie ed articolate considerazioni, tutte piuttosto interessanti.
      Sull'ultimo punto vorrei aggiungere che l'islamismo, per quel poco che ne posso capire io, ha una teologia molto scarna, per non dire inesistente.
      D'altra parte, su un essere onnipotente, ma inonoscibile ed imperscutabile come Allah, si possono fare ben poche dissertazioni.

      Questo meccanismo, però, funziona benissimo come 'instrumentum regni', ovvero per tenere buona la gente comune.
      E, probabilmente, per le elites islamiche tanto basta.

      Elimina