sabato 4 luglio 2015

C’era una volta la Sindone

<< Ciò che soprattutto conta per il credente è che la Sindone è specchio del Vangelo. In effetti, se si riflette sul sacro Lino, non si può prescindere dalla considerazione che l'immagine in esso presente ha un rapporto così profondo con quanto i Vangeli raccontano della passione e morte di Gesù, che ogni uomo sensibile si sente interiormente toccato e commosso nel contemplarla. (...)
Pertanto, è giusto nutrire la consapevolezza della preziosità di questa immagine, che tutti vedono e nessuno per ora può spiegare. (...)
La Sindone costituisce così un segno veramente singolare che rimanda a Gesù, la Parola vera del Padre, ed invita a modellare la propria esistenza su quella di Colui che ha dato se stesso per noi. >>

Commovente vero ? Sono alcune delle parole pronunciate a suo tempo da Papa Wojtyla sulla Sacra Sindone di Torino, classico esempio della tipica ambiguità clericale. E autentica, non è autentica ? E chi se ne importa ? Se la gente la venera, va bene lo stesso.

Ma come stanno veramente le cose dal punto di vista storico-scientifico ? Ce lo spiega Piergiorgio Odifreddi in questa impeccabile analisi. 
LUMEN


<< Propongo di iniziare questo [discorso] sulla Sindone partendo da lontano: cioè, dal tempo in cui conosciamo la sua esistenza. Che, comunque, non è così lontano quanto quello al quale vorrebbero risalire coloro che la ritengono autentica.

Mi permetto di ricordare, che la conquista di Costantinopoli del 1204 rivelò all’Occidente la cornucopia di reliquie conservate nei santuari di Bisanzio. Comprate o trafugate dai Crociati, in breve tempo esse andarono ad arricchire il patrimonio di meraviglie sacre conservate nelle chiese medioevali, per l’elevazione spirituale dei fedeli e materiale del clero, e furono sbeffeggiate dal Belli nel sonetto “La mostra de l’reliquie”.

Miracolosamente sopravvissute nei millenni, le memorie del Vecchio Testamento erano sorprendenti. La mensa di Abramo. La scure con cui Noè costruì l’arca, e il ramoscello d’ulivo riportato dalla colomba dopo il diluvio. Le tavole della legge e la verga di Mosè. La manna e l’arca della Santa Alleanza. Tre delle trombe con cui Giosuè fece crollare le mura di Gerico. Il trono di David eccetera.

Altrettanto incredibili erano i reperti del Nuovo Testamento. La mangiatoia di Betlemme. Ampolle col latte della Madonna, e l’ultimo respiro di San Giuseppe. Il cordone ombelicale e otto prepuzi di Gesù bambino. I suoi denti da latte, più vari frammenti di unghie e peli di barba. Le pietre sulle quali fu circonciso e battezzato. Le lettere che avrebbe scritto di proprio pugno. I dodici canestri della moltiplicazione dei pani. La coda dell’asino della Domenica delle Palme.

Il famoso Santo Graal, cioè il calice dell’ultima cena. Il catino in cui Cristo lavò i piedi agli apostoli, e il panno con cui li asciugò. La clamide scarlatta, la corona di spine, lo scettro di canna, il flagello e le orme dei suoi piedi di fronte a Pilato. La Veronica col suo volto. La cenere del falò acceso dopo la rinnegazione di Pietro. Molti chiodi della croce, e un numero enorme di suoi frammenti di legno. In miracoloso contrasto con essi, la croce tutta intera, ritrovata nel 326 dalla madre di Costantino. La spugna, l’aceto, la canna e la punta della lancia del centurione. Il marmo su cui il corpo fu deposto, con i segni delle lacrime della Madonna. La candela che illuminava il sepolcro. Il dito che l’apostolo Tommaso mise nel costato. La pietra dell’assunzione al cielo eccetera.

Benché alcune di queste reliquie siano (state) conservate nelle basiliche più sacre della cristianità, da Santa Maria Maggiore a San Giovanni in Laterano, chiunque argomentasse seriamente oggi a favore della loro attendibilità storica verrebbe quasi sempre preso per matto. Quasi, ma non sempre, almeno a giudicare dai milioni di fedeli che accorrono a Torino a vedere la Sindone.

O meglio, una delle quarantatré sindoni di cui si ha notizia: alcune con immagini, altre no. Molte andate distrutte da incendi e, come già ironizzava Calvino, prontamente rimpiazzate. Una, quella «miracolosa» di Besançon, distrutta per ordine del Comitato di salute pubblica durante la Convenzione nazionale della rivoluzione francese.

La Sindone di Torino, un telo di lino di circa quattro metri per uno, apparve per la prima volta nel 1353 presso Troyes, nel cuore della regione di Chartres e Reims, famose per le loro cattedrali. Il telo reca una doppia immagine, fronte e retro, di un cadavere nudo, rappresentato secondo i canoni e le proporzioni dell’arte gotica dell’epoca: figura rigidamente verticale, gambe e piedi paralleli, tratti del viso più caratterizzati di quelli del corpo.

La presenza di segni di ferite in perfetto accordo con il racconto evangelico della passione poteva far supporre che quella fosse un’immagine impressa dal corpo di Cristo sepolto, stranamente mai menzionata nei testi sacri, né rappresentata iconograficamente nel primo millennio.

Nel 1389 il vescovo di Troyes inviò però un memoriale al papa, dichiarando che il telo era stato «artificiosamente dipinto in modo ingegnoso», e che «fu provato anche dall’artefice che lo aveva dipinto che esso era fatto per opera umana, non miracolosamente prodotto». Nel 1390 Clemente VII emanò di conseguenza quattro bolle, con le quali permetteva l’ostensione ma ordinava di «dire ad alta voce, per far cessare ogni frode, che la suddetta raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del Nostro Signore Gesù Cristo, ma una pittura o tavola fatta a raffigurazione o imitazione del Sudario».

Alla testimonianza storica del pontefice di allora, evidentemente diverso dai suoi successori di oggi, possiamo ormai aggiungere la conferma scientifica della datazione al radiocarbonio effettuata nel 1988 da tre laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, su incarico della diocesi di Torino e del Vaticano: la data di confezione della tela si situa tra il 1260 e il 1390, e l’immagine non può dunque essere anteriore.

Stabilito che la Sindone è un artefatto, rimane da scoprire come sia stata confezionata. L’immagine è indelebile, essendo sopravvissuta sia a ripetute immersioni in olio bollente e liscivia effettuate nel 1503 in occasione di un incontro tra l’arciduca Filippo il Bello con Margherita d’Austria, sia al calore di un incendio del 1532, che la danneggiò in più punti. Inoltre, è negativa (le parti in rilievo sono scure, quelle rientranti chiare), unidirezionale (il colore non è spalmato), tridimensionale (l’intensità dipende dalla distanza tra la tela e la parte rappresentata), e ottenuta per disidratazione e ossidazione delle fibre.

Siamo dunque di fronte non a una pittura ma a un’impronta, che certo non può essere stata lasciata da un cadavere. Dal punto di vista anatomico, infatti, le immagini frontale e dorsale non hanno la stessa lunghezza (differiscono di quattro centimetri), ma hanno la stessa intensità, benché il peso avrebbe dovuto essere tutto scaricato sul retro. L’avambraccio destro è più lungo del sinistro. Le braccia sono piegate, ma le mani ricoprono il pube, il che richiederebbe una tensione delle braccia o una legatura delle mani. Le dita sono sproporzionate, e l’indice e il medio sono uguali.

Posteriormente si vede l’impronta del piede destro, benché le gambe siano allungate. Dal punto di vista geometrico, l’impronta stereografica lasciata da un corpo o da una statua sarebbe distorta e deformata, soprattutto nella faccia: esattamente come accade per la famosa «maschera di Agamennone», che è distorta proprio perché aderiva al volto del defunto, e contrasta apertamente con la raffigurazione veristica della Sindone.

Solo un bassorilievo di poca profondità può lasciare un’impronta simile. Non è naturalmente possibile sapere con certezza come si sia passati dall’uno all’altra, ma non è necessario scomodare i miracoli. Anzitutto, qualunque calco sarebbe automaticamente negativo e unidirezionale. Per quanto riguarda la tridimensionalità, ci sono due possibilità naturali.

La prima è stata riprodotta dall’anatomo-patologo Vittorio Pesce Delfino, che l’ha descritta in “E l’uomo creò la Sindone”. Basta scaldare un bassorilievo metallico a 220 gradi e appoggiarvi brevemente un telo, per ottenere un’immagine dal caratteristico colore giallastro della reliquia: lo stesso delle bruciature da ferro da stiro. La tridimensionalità è causata da una duplice trasmissione del calore: per contatto diretto in alcuni punti, e per convezione a distanza in altri. Le foto del libro mostrano come anche una rudimentale e brutta figura sia in grado di lasciare un’impronta sorprendentemente simile alla Sindone.

La seconda possibilità è descritta dal chimico Luigi Garlaschelli nel delizioso libretto “Processo alla Sindone”, e rende anche conto di due fatti aggiuntivi: sulla reliquia sono state trovate tracce di colore, e le riproduzioni antiche mostrano un’immagine più intensa di quella attuale. In questo caso l’impronta è ottenuta ponendo il telo sul bassorilievo e strofinandovi sopra dell’ocra in polvere, come si fa col carboncino sulla carta. Col tempo il colore si stacca e lascia un’impronta fantasma residua, come le foglie negli erbari.

A ciascuno dei fatti oggettivi che ho esposto è naturalmente possibile opporre opinioni soggettive, invocanti cause naturali o soprannaturali, nel tentativo di ricondurre la ragione alla fede. La più fantasiosa fra quelle avanzate, tra pollini e monetine, è certamente l’ipotesi che imprecisati fenomeni nucleari avvenuti all’atto della resurrezione atomica di Cristo abbiano modificato la struttura del telo, cospirando a falsarne la datazione in modo da farla coincidere proprio con il periodo della sua apparizione storica.

Evidentemente, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Coloro che invece hanno orecchie per intendere, intendono che il fatto miracoloso non sussiste. Per me, dunque, il caso è chiuso. >>

PIERGIORGIO ODIFREDDI

2 commenti:

  1. Non può sussistere il minimo dubbio che la sindone esposta a Torino non può essere il sudario del leggendario Cristo. La Chiesa lo sa da tempo e l'esame al carbonio 14 ho posto definitvamente una pietra tombale su questa indebitamente venerata reliquia. Tanto che adesso la Chiesa lo ammette, nemmeno tanto indirettamente. Ma ha sapientemente trasformato la reliquia da vero sudario di Cristo a "immagine devota" che rimanda alla passione. Dunque anche se non vera lo stesso utile perché rafforza la fede dei credenti: specie i cattolici hanno una speciale inclinazione alla venerazione di oggetti cosiddetti sacri e reliquie, con uno sconfinamento nella necrofilia (vedi i viaggi di cadaveri per l'Italia e il mondo: Don Bosco a Roma, Piergiorgio Frassati addirittura in Australia - in business class o nel bagagliaio - o l'esposizione dei resti di Sant'Antonio e padre Pio).
    Se la sindone (maddeché sacra?) non è autentica, l'Uomo della Sindone però resta un'immagina suggestiva ed evocatrice che fa tanto bene al cuore della gente semplice - e alle casse vescovili ed erariali (vedi tutto il business turistico collegato all'ostensione).

    Però mo' basta con sta sindone, non se ne può più! Siamo o facciamo almeno noi le persone serie!

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  2. << però resta un'immagina suggestiva ed evocatrice che fa tanto bene al cuore della gente semplice - e alle casse vescovili ed erariali (vedi tutto il business turistico collegato all'ostensione). >>

    Le code dei visitatori facevano impressione per la loro lunghezza.
    Ed andavano a vedere praticamente il nulla, visto che l'impronta originale, tra sbiadimento del lino, vetro protettivo e distanza di passaggio, è quasi invisibile. Mah...

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