mercoledì 19 ottobre 2016

A buon rendere

Debito, moneta e baratto: la “vera” nascita dell’economia nelle faccende umane, secondo l’opinione “non convenzionale” di un antropologo (dal libro "Debito, i primi 5000 anni" di David Graeber). Lumen


<< Qual è la differenza tra un semplice impegno, l’idea che dobbiamo comportarci in certo modo, che dobbiamo qualcosa a qualcuno, e un debito in senso stretto? La risposta è semplice: il denaro. La differenza tra un debito e un'obbligazione morale sta nel fatto che il debito può essere quantificato in maniera precisa attraverso il denaro.

Il denaro non solo rende possibile il debito, ma fa la sua comparsa esattamente nello stesso momento. Una storia del debito quindi è necessariamente una storia del denaro, ed il modo più facile per comprendere il ruolo che il debito ha giocato nella società umana è seguire le forme assunte dal denaro, le maniere in cui è stato usato nel corso dei secoli e le ragioni che inevitabilmente derivano da tutto questo.

Tuttavia si tratta di una storia del denaro diversa da quella a cui siamo abituati. Quando gli economisti parlano delle origini della moneta, per esempio, hanno sempre dei ripensamenti a proposito del debito. Prima viene il baratto, poi la moneta: il credito si sviluppa solo più tardi. Per quasi un secolo, antropologi come me hanno suggerito la possibilità che tale scenario fosse errato. Perché questo divario di vedute?

Prima di applicare gli strumenti dell’antropologia per illustrare la vera storia del denaro, bisogna capire cosa c’è che non va nella ricostruzione convenzionale. Solitamente gli economisti parlano di tre funzioni della moneta: mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore. Tutti i manuali di economia danno un’importanza prioritaria alla prima funzione

La storia del denaro secondo gli economisti comincia sempre col fantastico mondo del baratto: Si può immaginare un contadino all’antica che pratica il baratto. Perché un semplice baratto funzioni, è però necessaria una doppia coincidenza di bisogni: Henry ha le patate e vuole le scarpe, Joshua ha un paio di scarpe che gli avanzano e vuole le patate.

Ma se Henry ha legna da ardere e Joshua non ne ha bisogno, allora per scambiare le scarpe di Joshua uno di loro (o entrambi) deve andare alla ricerca di altre persone con la speranza di fare uno scambio multilaterale. Il denaro ci dà la possibilità di fare scambi multilaterali in maniera molto più semplice: Henry vende la sua legna a qualcun altro e, col denaro che ottiene, compra le scarpe di Joshua.

C’è una ragione molto semplice per cui tutti coloro che scrivono i manuali di economia ci propinano sempre la stessa storia. In effetti, proprio raccontando questa storia, Adam Smith diede vita alla disciplina economica. Smith comincia con questa domanda: qual è, propriamente parlando, la base della vita economica? Si tratta di una certa propensione «a trafficare, barattare e scambiare una cosa per l'altra».

Gli esseri umani, se lasciati ai loro progetti, cominceranno inevitabilmente a fare confronti e scambi di merci: è proprio questo che gli umani fanno tipicamente. Così alla fine ognuno comincerà inevitabilmente ad accumulare riserve delle merci che probabilmente saranno richieste da altri. Ovviamente, almeno per il commercio a lunga distanza, tutto questo si consolida nei metalli preziosi, adatti a fungere da moneta circolante perché duraturi, trasferibili e capaci di essere divisi in porzioni più piccole e identiche.

[Ma] standardizzare questi lingotti non renderebbe tutto ancora più semplice ? Si potrebbero stampare pezzi di metallo con indicazioni uniformi che ne garantiscano peso e titolo, con tagli differenti. Ovviamente l’idea ebbe successo, e così nacque il conio, che a sua volta aveva bisogno di un governo che facesse funzionare la zecca.

Questa storia ha giocato un ruolo cruciale nella fondazione dell’economia come disciplina. L’aspetto più importante, comunque, è che ormai questa storia sia diventata una questione di senso comune per molte persone. Il problema è che non esiste una prova che ciò che la storia racconta sia mai accaduto davvero, mentre ne esiste un numero considerevole che suggerisce che la storia sia falsa.

Tutto questo non significa proprio che il baratto non esista o che non sia praticato da quei popoli che Smith definiva «selvaggi». Significa solo che al contrario di quel che pensava Smith, non era utilizzato tra gli abitanti dello stesso villaggio. Il baratto di solito era impiegato tra stranieri, o addirittura tra nemici.

Ovviamente il baratto può a volte avere luogo tra persone che non si considerano estranee, ma di solito coinvolge persone che potrebbero non conoscersi, ovvero che non hanno alcun senso condiviso di mutua responsabilità o fiducia, o il desiderio di sviluppare relazioni continuative.

La mancanza di scrupoli di queste pratiche sembra peculiare alla natura stessa del baratto: questo spiegherebbe il fatto che in quei due secoli prima dell’epoca di Smith le parole inglesi «truck and barter», ovvero «scambiare e barattare» come i loro equivalenti francesi, spagnoli, tedeschi, olandesi e portoghesi, significavano alla lettera «turlupinare, raggirare o ingannare».

Se, d’altronde, siamo interessati a qualcuno (un amico, un vicino) e vogliamo rapportarci con questa persona onestamente, dovremo preoccuparci di tenere conto dei suoi bisogni individuali, dei suoi desideri e delle circostanze. E se scambi una cosa con un’altra probabilmente darai alla faccenda la forma di un dono.

Per spiegare meglio quel che voglio dire, tornerò sulla questione dei manuali di economia e sul problema della «doppia coincidenza di bisogni». Quando abbiamo lasciato Henry, gli serviva un paio di scarpe, e tutto quello che aveva attorno a sé erano patate. A Joshua avanzavano delle scarpe ma non aveva proprio bisogno di patate. Henry e Joshua hanno un problema: il denaro non è ancora stato inventato.

Cosa possono fare ? La prima questione che deve risultare chiara per ora è che bisognerebbe sapere qualcosa di più su Joshua e Henry. Chi sono ? Ci sono relazioni tra loro ? L’autore dell’esempio sembra ipotizzare due amici di uguale status sociale, non intimamente relazionati, ma in rapporti amichevoli: quanto di più vicino possibile a una neutra uguaglianza.

Per trovare uno scenario che si adatti a un immaginario manuale di economia, potremmo collocare Joshua e Henry assieme in una piccola comunità.

Scenario 1 - Henry si avvicina a Joshua e gli dice; «Belle scarpe!». Joshua risponde: «Mica tanto. Ma visto che ti piacciono tanto, prenditele». Henry prende le scarpe. Le patate di Henry non c’entrano nulla, perché entrambi sanno perfettamente che se Joshua avesse bisogno di patate, Henry gliene darebbe senza problemi.

Le cose andrebbero più o meno così. Ma è ovvio che gli autori del manuale di economia hanno in mente una transazione più impersonale. Si tratta di una fantasia eccentrica, ma vediamo cosa possiamo fare.

Scenario 2 - Henry si avvicina a Joshua e gli dice: «Belle scarpe!». O forse la moglie di Henry sta chiacchierando con quella di Joshua e in maniera strategica inseriamo il fatto che le scarpe di Henry sono in condizioni pessime e lui si lamenta dei calli ai piedi. Il messaggio arriva al destinatario e il giorno dopo Joshua si fa vivo per offrire in dono a Henry il paio di scarpe che gli avanza, sostenendo che è solo un atto di buon vicinato.

Ovviamente non si aspetta niente in cambio. Così facendo, egli ottiene un credito. Henry gli deve qualcosa. Henry come potrà ripagare Joshua? Forse Joshua vorrà davvero le patate. Henry può aspettare un po’ e poi offrirgliele, dicendo che anche in questo caso si tratta di un regalo. O chissà, un anno dopo Joshua deciderà di organizzare una festa e passerà dall’aia di Henry, dicendogli: «Che bel maiale».

In questi scenari il problema della «doppia coincidenza di bisogni», tanto evocato nei manuali di economia, semplicemente svanisce. Può darsi che Henry non abbia nulla che interessi al momento a Joshua, ma se i due sono vicini, sarà solo una questione di tempo. Questo a sua volta significa che viene meno anche la necessità di accumulare i generi di più ampio consumo (…) o il bisogno di utilizzare il denaro. Poi, con tante piccole comunità locali, ognuno si ricorda “che cosa deve” a “chi”.

Qui c’è solo un problema teorico rilevante, che il lettore più attento può già avere individuato. «A Joshua, Henry deve qualcosa.» Ma cosa ? Come quantificare un favore ? Quando il baratto interculturale diventa un fenomeno regolare, e non eccezionale, tende a operare principi come i seguenti: ogni merce può essere scambiata solo con un’altra merce appartenente a una stessa classe.

Tutto questo però non ci aiuta col problema delle origini del denaro. In realtà, complica enormemente la faccenda. Perché accumulare quantità di sale o oro o pesce, se possono essere scambiati solo con alcuni oggetti e non con altri ? A dire il vero, ci sono buone ragioni per ritenere che il baratto non sia affatto un fenomeno particolarmente antico, ma che si sia diffuso di recente. Sicuramente, per come lo conosciamo noi, si realizza tra persone che, pur avendo familiarità con l’uso del denaro, per una ragione o un’altra non ne hanno granché a disposizione.

Ma il colpo più duro alla versione convenzionale della storia economica è arrivato con la traduzione prima dei geroglifici egizi e poi con la scrittura cuneiforme mesopotamica. Sono testi che documentano l'esistenza di sistemi di credito precedenti di migliaia di anni l'invenzione di un sistema monetario.

I burocrati del tempio usavano il sistema per stimare in argento i debiti (affitti, prestiti, tasse). L’argento era a tutti gli effetti denaro, [ma] non circolava molto. Mentre i debiti erano calcolati in argento, non c’era alcuna necessità di pagarli in argento: di fatto si potevano pagare con qualsiasi mezzo a disposizione. I contadini che dovevano denaro al tempio o al palazzo, o a qualche loro ufficiale, saldavano i propri debiti perlopiù in orzo (e per questo era tanto importante fissare la conversione tra argento e orzo).

A questo punto quasi ogni aspetto della storia tradizionale sulle origini del denaro va a rotoli. Noi non abbiamo cominciato col baratto, per poi scoprire la moneta e alla fine sviluppare un sistema di credito. È successo proprio l’opposto. Le monete sono arrivate molto dopo ed il loro uso si è diffuso in maniera disomogenea, senza mai riuscire a sostituire completamente il sistema di credito.

Al contrario, il baratto storicamente ha rappresentato l’ultima risorsa per chi, abituato a usare il denaro nelle proprie transazioni, si è trovato per una ragione o per un’altra senza liquidità. > >

DAVID GRAEBER

15 commenti:

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    1. Un po' più di garbo, please.

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    2. Mah, provo a dirla allora cosi': cio' che mi pare antropologicamente piu' interessante non e' come si manifesti l'ossessione umana per la giustizia distributiva, bensi' il fatto che sia un'ossessione (per cui l'autore sopra mi pare piu' interessante come oggetto che come soggetto di studio :)

      Che sia colpa del gene egoista? ;)

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  2. Scusate ma un articolo che usa piu' modi diversi di denominare la stessa cosa per poi rimarcarne le differenze (che non ci sono, perche' sono solo nominalistiche) mi sa tanto di incrociare le spade fine a se stesso accademico, per cui l'irritazione, la forte irritazione, e' non solo legittima, ma proprio cio' che l'articolo cerca di provocare).
    Verso l'economia in ogni sua forma, disciplina del nulla, della fuffa (altro che la filosofia...) comincio a provare una vera repulsione.
    Verso l'accademia moderna, che cerca in tutti i modi visibilita' e citazione riscoprendo ogni giorno l'acqua calda, per darsi prestigio, lo stesso.

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  3. La dottrina economica classica sviluppa l'argomento esattamente nei termini indicati da Graeber, prima ci sarebbe stato il baratto, poi la moneta, infine il credito. Non credo che questo si possa discutere. Il motivo del ricorso al baratto, primo stadio del processo, sarebbe quello addotto dall'antropologo, si scambiano scarpe contro patate perché a uno servono scarpe e all'altro patate (doppia coincidenza di bisogni).
    Il punto è capire il grado di storicità di questa ricostruzione. Avvalendosi sia degli strumenti dell'antropologia che di documenti storici, Graeber afferma che questa che essa non è storica, e spiega come un sistema di rapporti economici fondati sul debito esistesse prima della moneta, e molto prima del baratto.
    Perciò Diaz questa non è la scoperta dell'acqua calda, non sta ripetendo "il libro" (la versione canonica data dalla dottrina tradizionale), la sta confutando. Non è la stessa cosa, non sono differenze nominalistiche, o fattori che si sommano, come in'addizione, addendi il cui ordine non fa differenza. Storicamente è fondamentale capire cosa sia avvenuto prima, cosa dopo, e perché.
    Se vuoi parlare male dell'economista medio, hai tutto il mio conforto. Manco per niente, quando dici che l'economia è disciplina del nulla. Che poi uno studioso voglia provocare davvero una reazione del genere col suo lavoro, cazzo di qua e cazzo di là, e va bene, non sarà la tua prima boutade, e temo neanche l'ultima.

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    1. Vaben, ma non ti sembrano tutte narrazioni da scuola elementare (di adesso, non di una volta), insignificanti per una soddisfacente comprensione del dove diavolo siamo capitati, peraltro senza chiederlo?

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    2. Cosa significa "peraltro senza chiederlo"?
      Se uno studioso scrive una monografia o un articolo su un argomento, di solito lo fa in piena libertà, e liberamente Lumen se ne è occupato. Se a te non piace o non interessa quanto scritto, puoi passare oltre, non sei obblugato a commentare ogni cosa.
      Sinceramente non mi sembrano narrazioni da scuola elementare, a me questo sembra un bel lavoro. Se per te non è corretto, allora potresti anche dire per quale motivo (ma se ho capito bene, non è questo il caso). Se invece trovi la spiegazione qualitativamente povera, sarebbe bello sapere per quale motivo, e se qualche mancanza. Considera però che attualmente si insegna nelle università proprio la dottrina tradizionale che Graeber prova a confutare. Io stesso, sul Barello, ho dovuto mandare già quella vulgata. Perciò tutto si potrà dire e fare, ma non liquidare il volume di Graeber come un lavoretto come tanti altri.

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    3. Niente di cosi' complicato: con "senza chiederlo" intendevo solo che "senza chiederlo" siamo capitati su questo mondo! :)
      Per il resto, semplicemente credo di non sopportare piu' la interpretazione monoteisticamente economicistica del mondo, tanto di moda oggi. La cultura economica, oggi, la fanno quelli che furono i giovani "promotori finanziari" cresciuti negli anni '80: peggio di cosi' si muore.

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    4. << credo di non sopportare piu' la interpretazione monoteisticamente economicistica del mondo >>

      Su quello, credo che siamo tutti d'accordo.
      Ma il mondo attuale è così: non possiamo ignorarlo solo perchè ci è fastidioso.
      Al massimo possiamo pensare che, quando sarà crollato, in mezzo a tante macerie ci sarà anche qualche lato positivo.

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    5. Paradossalmente sento che siamo ancora di più fuori strada. Non perché in effetti non sia anch'io d'accordo con la tua affermazione di principio; è vero che gli economisti non vedono ad un palmo dal loro naso, che sanno solo affidarsi al loro armamentario logico e concettuale di specialisti. Però, in quale modo questo antropologo farebbe come loro? Andiamo, questa non è un'interpretazione economistica del mondo, rispetto alla quale uno possa dire: ecco un altro con ansie di assoluto, un "monoteista", come dicevi tu. E' un'analisi del rapporto storico fra istituzioni economiche, deve forza mettere in primo piano l'economia.
      Ma il mondo è immensamente di più che baratto, moneta e credito.
      Ci sono più cose in cielo e in terra,Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia:)

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    6. << Ma il mondo è immensamente di più che baratto, moneta e credito. >>

      Ah, certamente.
      E', come recita il sottotitolo del mio blog, fare tante galline che possano poi fare ancora più uova.
      Però la ricchezza da il potere, ed il potere aiuta a fare più uova. :-)

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  5. Cari amici, anzitutto vi ringrazio per i toni più pacati.

    A me sembra che la ricostruzione di Graeber - che non è un economista - sia interessante e non convenzionale, in quanto, come ha sottolineato anche Francesco, il pensiero economico classico inserisce i vari passaggi (baratto / denaro / debito) in una sequenza diversa.

    Ed io subisco da sempre il fascino delle narrazioni non convenzionali (sarà forse colpa del mio gene egoista personale, che è particolarmente ribelle e curioso).

    Quanto poi all'economista come scienziato, in effetti, possiamo sorriderne, ma, forse, solo a metà.
    Nel senso che l'economista è per metà un indovino ex ante (e quindi inaffidabile come tutti gli aruspici), ma per l'altra metà è semplicemente uno statistico ex post, con tutti i vantaggi di maneggiare una disciplina scientifica.
    Poi ovviamente, le due cose sono intrecciate, e può inserirsi anche l'ideologia (o, molto più brutalmente, la convenienza) per complicare ulteriormente le carte.

    Ma, secondo me, qualcosa di buono si può trovare anche negli studi economici.

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    1. "ma per l'altra metà è semplicemente uno statistico ex post, con tutti i vantaggi di maneggiare una disciplina scientifica"

      Questa veste e' la piu' pericolosa proprio perche' puo' essere piu' facilmente gabellata come "scientifica", parola passpartout che oggi come oggi viene popolarmente usata rovesciandone il significato, che propriamente sarebbe di incertezza e provvisorieta', il contrario di certezza e autorita'.

      Baratto-denaro-debito sono affinamenti tecnologici, quindi complicazioni, per soddisfare la stessa esigenza di base, cosi' da allargare in prospettiva la potenza dell'organizzazione umana, purtroppo contro i suoi stessi membri, che ad un certo punto, sotto la continua spinta di scienziati e, peggio, tecnici, ne perdono completamente il controllo. In che ordine avvengano i tre passaggi mi sembra ininfluente (peraltro l'avvento di un metodo si aggiunge agli altri, non e' che li sostituisce, e il significato dei tre simboli si confonde, il denaro e il debito alla fine sono trattati allo stesso identico modo di merci che vengono barattate - e non vale neppure dire che le merci sono disponibili in quantita' limitate mentre il denaro e i debito sono espandibili all'infinito, oggi come oggi sono considerate merci cose che un tempo avrebbero fatto sbellicare dalle risate e provocato il ricovero coatto - la CO2 e i relativi diritti di inquinamento, ad esempio, una volta come inquinanti, una volta come fertilizzanti, a seconda del buzzo, o la bellezza artistica e paesaggistica).

      In questo casino perlopiu' opportunistico, non so se sia opportuno che anche noi aggiungiamo del nostro. :)

      La tendenza, in forte accelerazione negli ultimi anni, e' di monetizzare e dare valore economico a TUTTO: secondo me e' imperativo tentare in tutti i modi di frenare questa deriva demente, altro che "trovarci qualcosa di buono", il "qualcosa di buono" ci pensa anche troppo da sola a trovarselo.

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    2. << In questo casino perlopiu' opportunistico, non so se sia opportuno che anche noi aggiungiamo del nostro. :) >>

      Ma noi qui facciamo solo quattro chiacchiere tra amici.
      Non riusciremmo a fare "casino" neppure volendolo (con 26 lettori, dove vuoi andare...).
      E le chiacchiere "gratuite" con gli amici sono proprio il contrario della mercificazione montante.


      << La tendenza, in forte accelerazione negli ultimi anni, e' di monetizzare e dare valore economico a TUTTO >>

      Lo so, ma non è solo per cattiveria o avidità che questo accade.
      E' che la monetizzazione (ovvero la riduzione a numero dei valori reciproci) è terribilmente comoda, e sembra anche molto facile da usare (sembra).

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