mercoledì 26 ottobre 2016

Presunto innocente

LUMEN – Ciao Eugenio, cosa stai facendo ?
EUGENIO – Gioco a scacchi contro il computer.

LUMEN – Ah, bene. Ma vinci o perdi ?
EUGENIO – Qualche volte vinco, ma più spesso perdo. Questo computer è proprio forte.

LUMEN – Eppure non possiede il Libero Arbitrio, a quanto si dice.
EUGENIO – Sì, in effetti così si dice.

LUMEN - Ma secondo te, perché un uomo che gioca a scacchi possiede il Libero Arbitrio ed il computer che gli gioca contro, magari vincendo, no ? Perchè l'uomo che guida un’automobile possiede il L.A. e la nuova ‘google car’, che si guida da sola, no ?
EUGENIO – Non saprei…

LUMEN – Perché siamo presuntuosi e malati di antropocentrismo, ecco perché. Comunque vogliamo definire il Libero Arbitrio, mi pare evidente che o ce l'hanno entrambi o nessuno.
EUGENIO – E tu cosa pensi ?

LUMEN – Che non ce l’abbia nessuno.
EUGENIO – Addirittura ?

LUMEN – Caro Eugenio, gli scienziati, studiando l'attività neuronale, hanno scoperto che è possibile prevedere le scelte di un soggetto PRIMA che egli diventi consapevole di averle compiute; ne dobbiamo necessariamente concludere che non è il soggetto cosciente a compiere quelle scelte, ma l'attività cerebrale sottostante, a prescindere da tutto ciò che ci piace pensare.
EUGENIO – Eppure tutti sono convinti del contrario.

LUMEN – Lo so e non mi stupisce. Perché tutti, in effetti, sperimentiamo la presenza del L.A.: non solo direttamente su noi stessi, ma anche sul comportamento altrui.
EUGENIO – E allora, come si può spiegare la faccenda ?

LUMEN - Per quanto riguarda il nostro L.A. si tratta forse di un inganno (evolutivamente utile) della mente. Quanto a quello degli altri, deriva forse dal fatto che è piuttosto difficile prevedere, dal di fuori, il comportamento umano.
EUGENIO – Però, saper fare previsioni sul comportamento altrui è fondamentale per vivere bene in un gruppo.

LUMEN – Certo. Ma si tratta pur sempre di una capacità limitata, con la conseguenza che non riusciamo quasi mai a fare una previsione completa e affidabile sul comportamento delle altre persone.
EUGENIO – Questo è vero.

LUMEN - Ecco quindi che il concetto di L.A. ci offre una buona (ed anche gratificante) spiegazione. Ma non si tratta di L.A., si tratta solo di difficoltà previsionale.
EUGENIO – Eppure, l’assenza del Libero Arbitrio, pur essendo una ipotesi molto discussa tra gli esperti di neuro-scienze, è rifiutata dalla maggioranza delle persone, a tutti i livelli della società.

LUMEN – Lo so. Ma questo succede, principalmente, per il timore delle conseguenze. Si ritiene infatti che la fine del L.A. segnerebbe anche la fine dell’etica e del concetto di responsabilità, senza i quali la società umana collasserebbe in breve tempo.
EUGENIO – E tu sei d’accordo ?

LUMEN – Non proprio. E’ vero che senza il L.A. viene meno la responsabilità, ma questo non vale anche per il concetto di etica, che è semplicemente l’insieme delle regole di convivenza sociale.
EUGENIO – Ed è possibile tenere un comportamento etico anche senza il L.A. ?

LUMEN – Sono convinto di sì. Io posso anche (in assenza del L.A.) non essere responsabile delle mia azioni, ma resta il fatto che - in concreto - posso seguire o non seguire le regole di comportamento sociali e quindi essere considerato più o meno etico dalle altre persone. Le quali potranno poi trarne tutte le conseguenze che riterranno opportune.
EUGENIO – Quindi è un problema sostanzialmente giuridico, di impostazione del diritto penale ?

LUMEN – Io penso di sì, visto che il nostro diritto penale si fonda per intero sull'esistenza, data per scontata, del L.A.
EUGENIO – Spiegati meglio.

LUMEN - Il collegamento risiede nelle motivazioni della condanna e nel significato della pena che ne consegue. Lo Stato condanna il reo perché si è comportato “male” pur potendo liberamente scegliere di comportarsi “bene”. Quindi lo punisce per un periodo di tempo limitato, nella convinzione che possa redimersi e, grazie al proprio L.A., possa poi tornare nella società comportandosi correttamente.
EUGENIO – Esattamente.

LUMEN - Ma se, invece, il reo NON era veramente libero, e quindi ha commesso il reato per forza maggiore, una punizione temporanea che non rimuova la causa strutturale del reato a che serve ? Non si rischia, una volta terminato il (magari breve) periodo di detenzione, di ritrovarsi esattamente al punto di prima ?
EUGENIO – Ma la detenzione, al di là di tutte le critiche umanitarie, è una sacrosanta misura di tutela dei non criminali. Non c'è alternativa. Dobbiamo assolvere tutti i criminali ?

LUMEN - E chi ha mai detto questo ? Certo che il criminale va punito, ed anche sorvegliato. Ma si possono, anzi si devono, cercare alternative che siano davvero efficienti sotto il profilo della prevenzione. Perché il reato, ormai, è stato commesso ed il danno è stato inflitto. Io posso anche punire il reo, come è giusto che sia, ma la vittima resta vittima.
EUGENIO - E qui entra in ballo l’esistenza o meno del L.A.

LUMEN – Appunto. Il mio ragionamento, infatti, è il seguente:
a- il nostro sistema sanzionatorio si basa sull'esistenza del Libero Arbitrio.
b- si tratta però di un sistema che funziona male.
c- è possibile che funzioni male perché si basa su un principio che non esiste ?
Oppure, tu pensi davvero che il nostro attuale sistema penale sia adeguato ed efficiente a livello preventivo ?
EUGENIO – Certamente no.

LUMEN – E neppure io. Lo dimostra la lunga sequela dei c.d. delinquenti abituali o seriali che, appena escono di galera, ricomincia immediatamente a fare quello che facevano prima. Però, con un sistema sanzionatorio intelligente e mirato, posso fare in modo che il reato NON si ripeta in futuro.
EUGENIO – E quale potrebbe essere questo sistema sanzionatorio alternativo ?

LUMEN – Per esempio una qualche forma di controllo non necessariamente afflittivo, ma che possa inibire ex ante determinati comportamenti. In questo, le neuro-scienze applicate e la moderna tecnologia possano aiutare molto. Non dico che sia facile. Però se ne deve discutere, nella convinzione che sia possibile trovare qualcosa di meglio.
EUGENIO – Ed invece, a quanto pare, non ne parla quasi nessuno.

LUMEN – Appunto. E perché ? Perché, per poterlo fare, bisognerebbe mettere seriamente in discussione il Libero Arbitrio e questo argomento appare ancora un tabù.
EUGENIO – Quindi ci dobbiamo rassegnare allo status quo ?

LUMEN – Oggi come oggi, sì. Ma forse domani di fronte agli ulteriori progressi delle neuro-scienze, se ne potrà finalmente discutere senza riserve. Vedremo.

74 commenti:

  1. "Lo dimostra la lunga sequela dei c.d. delinquenti abituali o seriali che, appena escono di galera, ricomincia immediatamente a fare quello che facevano prima. Però, con un sistema sanzionatorio intelligente e mirato, posso fare in modo che il reato NON si ripeta in futuro."

    Che dire...

    Onestamente, su due piedi, questa mi pare piu' una prova che una confutazione del libero arbitrio: putroppo cercare di condizionare una persona ad certo comportamento spesso, ma non sempre, anzi diciamo in modo aleatorio, produce la reazione opposta. Eliminare questa situazione e' impossibile, perche' la de-finizione di qualsiasi cosa implica l'insorgenza del suo contrario.

    E' la legge che crea il reato.

    Per il resto nulla di nuovo, basta andare a platone e aristotele e alla loro distinzione fra ragione e intelletto: anche la parte subconscia, come la chiamiamo adesso, fa parte del soggetto e della sua individualita', e decide secondo la massa delle esperienze accumulate e chissa' cos'altro, come la ragione cosciente.

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  2. Sostanzialmente d'accordo, anche perché io da un pezzo al libero arbitrio non credo più. Tutte le nostre azioni sono motivate, hanno dunque una causa, sono sintesi necessarie di molte premesse che nemmeno conosciamo. Ciò non toglie che chi non rispetta il contratto sociale debba essere punito o messo in grado di non nuocere, eventualmente anche "eliminato" (pena capitale). La pena ha un carattere afflittivo ed educativo. Oggi s'insiste a mio parere troppo sulla rieducazione e il reinserimento sociale del delinquente.
    Chi delinque deve anche risarcire chi ha subito il delitto e anche la società perché ha inflitto un vulnus all'ordine sociale.
    Oggi comunque si tiene molto conto delle attenuanti, cioè delle cause o premesse che hanno portato qualcuno a delinquere. Effettivamente del libero arbitrio non resta più molto.
    Io sono fermo al principio di non contraddizione, anche se mi dicono che è superato (???!!!). Se non c'è effetto senza causa tutto ha una spiegazione.
    La maggior parte della gente rifiuta però ancora oggi l'insussistenza del libero arbitrio. Ciò si spiega coi condizionamenti sociali, ma probabilmente anche la nostra stessa natura: noi tendiamo istintivamente a punire chi ci fa del male, vogliamo vendicarci, e lo facciamo con la stessa violenza che usa il malfattore, magari rincarando la dose. Il leone ferito è incontenibile nella sua reazione, non già per cattiveria, ma per istinto. E anche il sapiens sapiens è un animale ...
    Senza libero arbitrio poi crolla tutta la teologia della Chiesa cattolica. L'inferno è una delle idee più mostruose partorite dalla mente umana (Dante, per quanto grande poeta, era uomo del suo tempo, credeva fermamente nell'inferno). La mostruosità dell'inferno fu già riconosciuta da Origene nel terzo secolo. Poi si è dovuto aspettare Papini nel XIX secolo per mettere in discussione questo dogma, e fu quasi scomunicato.

    Tuttavia noi abbiamo la sensazione di essere liberi e di essere responsabili delle nostre azioni: non per niente proviamo sensi di colpa se non ci comportiamo bene.

    Ricordo di nuovo il mio professore di filosofia, un sacerdote, che ci diceva: "Prima di decidere abbiamo in realtà già deciso." Inconsciamente, senza rendercene conto, come ci confermano oggi le scienze. Ma continuiamo a sentirci responsabili e talvolta anche colpevoli. E va bene così.

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    1. "La pena ha un carattere afflittivo ed educativo."

      Anche dimostrativo se non ricordo male (far capire agli altri cosa succede se).
      E vendicativo, modernamente, dopo beccaria, non lo si vuole ammettere, ma a leggere i commenti sui blog e sulle notizie dei quotidiani si vede che e' di gran lunga quello preponderante, dal punto di vista della approvazione sociale della pena, che in democrazia e' fondamentale.

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    2. @ Diaz

      << "La pena ha un carattere afflittivo ed educativo." Anche dimostrativo (...). E vendicativo. >>

      Tutto giusto, ma ti stai dimenticando di quella che, a mio avviso, resta la motivazione più importante: quella preventiva.
      Di fronte ad un reato, soprattutto se grave, passato il primo istinto punitivo, non ci viene forse in mente il pensiero (più razionale): cosa possiamo fare perchè non si ripeta più ?

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    3. @ Sergio

      << Senza libero arbitrio poi crolla tutta la teologia della Chiesa cattolica. >>

      E' vero, ma forse si tratta di una conseguenza più teorica che reale.
      I veri fedeli, infatti, credono ancora oggi, senza nessuna difficoltà, in una miriade di fatti, personaggi e dogmi che ci appaiono palesemente inesistenti.
      Anche se un domani la società dovesse prendere atto dei limiti del L.A., sono sicuro che i (veri) fedeli continuerebbero a pensarla esattamente come prima.

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    4. "Senza libero arbitrio poi crolla tutta la teologia della Chiesa cattolica."

      Infatti tale ipotesi non c'e' nelle chiese protestanti ne' nell'islam, e funzionano lo stesso. Il libero arbitrio peraltro ha sempre costituito una difficolta' teoretica per la chiesa cattolica, quelle che non lo ammettono hanno meno problemi, anche di governo tenmporale. Voi due, dal punto di vista in questione potreste essere protestanti o islamici senza problemi (ed entrambi sono dottrinalmente MOLTO piu' intolleranti ed inflessibili dei cattolici), ma non cattolici.

      Per quanto riguarda libero arbitrio e morale, parlate come se la cosa riguardasse solo i (potenziali) delinquenti. Se c'e', riguarda tutti, delinquenti, giudici, spettatori, e non solo ogni etica, ma ogni scelta comportamentale, in quanto giudizio di valore, diventa insensata, dato che ogni cosa sarebbe cosi' e basta.

      Evidentemente questo tipo di argomentazioone porta a loop insensati, intrinsecamente autocontradditori.

      In logica e in matematica esiste una cosa che si chiama dimostrazione per assurdo...

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  3. "Quindi ci dobbiamo rassegnare allo status quo ?
    Oggi come oggi, sì. Ma forse domani di fronte agli ulteriori progressi delle neuro-scienze, se ne potrà finalmente discutere senza riserve. Vedremo. Ma forse domani di fronte agli ulteriori progressi delle neuro-scienze, se ne potrà finalmente discutere senza riserve."

    Credo che questo sia il modo migliore per provocare rigetto nella scienza e far scappare la gente (a ragione) verso i complottismi di ogni genere: non c'e' niente di meglio, per far rigettare qualcosa, del far credere che la si e' indotta col "trucco" manovrando il soggetto.

    Non credere pero' che, noto questo, basti cercare di indurre il contrario per ottenere il desiderato, cio' ovviamente e' ricorsivo, e l'unica cosa certa e' che una volta persa la fiducia non la si riacquista piu'.

    Forse sono proprio questi atteggiamenti a far scappare la gente (ripeto, a ragione ;) dalla cosiddetta razionalita' scientifica (che in questo caso, pero', a mio parere e' di un'ingenuita' disarmante :)

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  4. Leggo su Avvenire oggi un pezzo in cui si parla dell'esistenza reale dell'inferno (con o senza fiamme ...) a cui non ci condanna Dio, ma a cui ci condanniamo noi stessi in quanto Dio ci ha dato il libero arbitrio ...

    Uffà! È un fatto che questa solfa del libero arbitrio i cattolici continuano ad ammannircela ancora oggi. Eppure anche loro ammettono le attenuanti. E persino l'argentino ha esclamato: Chi sono io per giudicare? Ma la Chiesa non ha giudicato e condannato un sacco di gente - e a ragione? Gli eretici minavano la sua autorità e l'ordine costituito e andavano logicamente eliminati (o buttati a marcire in qualche buco come successe con quel poveraccio di Cagliostro). L'autorità costituita può e deve giudicare - se ha ancora autorità e potere. "Non giudicate se non volete essere giudicati", dice Gesù. E allora perché esistono il diritto e i tribunali? La vita associata è inimmaginabile senza regole, leggi, tribunali, condanne e assoluzioni.

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  5. Marco Aurelio:

    "Se qualcuno ti offende, prima di reagire chiediti perché colui si comporta in quel modo."

    Che grande lezione!

    È chiaro che se io cominciò a riflettere sul perché di quel comportamento (i precedenti, le circostanze, la situazione politica, le condizioni meteorologiche, il mio stesso comportamento ecc. ecc. ecc.) troverò mille scusanti dell'offesa. Magari alla fine mi scuserò pure perché sono io la causa principale di quell'offesa.

    Purtroppo di solito non c'è tempo per fare tutte queste riflessioni. Se uno mi dà un pugno glielo restituisco all'istante istintivamente (il pugno parte per così dire da solo senza che decida io - col libero arbitrio - di restituire il colpo). Ma se sono una persona mansueta, in più ben condizionata dall'etica cristiana, magari incasso senza replicare. Ma questo mio comportamento remissivo ha una spiegazione nel carattere e l'educazione, la cultura ecc.

    "Tout comprendre, c'est tout pardonner." (Comprendere tutto significa perdonare tutto). Be' proprio tutto non so, non credo. Ma è vero che più approfondisci più trovi ragioni e spiegazioni di certi fatti e arrivi perciò anche a perdonare.
    Ma nella ressa attuale il tempo per riflettere e approfondire non c'è, si reagisce d'istinto - cioè restituendo i colpi. Con tanti saluti al libero arbitrio.

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    1. << "Tout comprendre, c'est tout pardonner." >>

      Certo, se si ragiona in termini di colpa e di peccato, si finisce spesso in questo vicolo cieco.
      Ma solo perchè si presuppone l'esistenza certa del L.A.
      Ecco perchè è così importante dubitarne.
      Perchè, in tal modo, ci possiamo concentrare sul comportamento in sè delle persone, socialmente positivo o socialmente negativo, è reagire di conseguenza.

      Comunque, visto che siamo in argomento, vorrei citare un bellisismo proverbio meridionale che ho trovato citato sul blog di Gianni Pardo: "A brigante, brigante e mezzo".

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  6. «In un villaggio vi è un solo barbiere, un uomo ben sbarbato, che rade tutti e solo gli uomini del villaggio che non si radono da soli. Il barbiere rade se stesso?» (paradosso di Russell)

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    1. Mi piacciono i paradossi e questo è carino, ma mi sembra più lessicale che concettuale: si fonda infatti su una affermazione che va semplicemente completata "oltre a se stesso".

      Piuttosto, prova a smontare quello, altrettanto famoso, di Achille e della Tartaruga (credo che la soluzione scientifica l'abbia data la fisica del '900).

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    2. Piu' che "carino", e' uno dei piu' importanti paradossi della storia della logica matematica, ha mandato all'aria i tentativi di fondarne logicamente i principi a cui si applicavano i maggiori ingegni dell'epoca (1900). Solo dopo un bel po' Goedel col suo teorema di incompletezza ha svelato l'inghippo, tagliandone il nodo gordiano.

      Questo serve non a spiegare, bensi' a "mostrare" come qualora si pretenda di dare una spiegazione fondante, si finisce sempre per cadere in un regresso infinito di ricorsivita'.

      La faccenda vale anche per il libero arbitrio, non te lo so spiegare qui su due piedi, ma si puo' intuire ;)

      Il paradosso di Zenone viene risolto dal https://it.wikipedia.org/wiki/Calcolo_infinitesimale , secoli prima del 1900.

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    3. << Il paradosso di Zenone viene risolto dal Calcolo_infinitesimale, secoli prima del 1900. >>

      So di avventurarmi in un terreno minato (ed anche di violare la mia regola aurea di non parlare di cose ch non conosco), ma mi pare che il calcolo infinitesimale abbia dato una confutazione matematica al paradosso, mentre per la confutazione fisica è stato necessario la scoperta di Plank che la realtà fisica non è continua, ma discreta.

      Esiste infatti (se ricordo bene) il tempo di Plank, lo spazio di P., la massa di P. ecc. ad indicare le più piccole unità di misura indivisibili.

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    4. Dal punto di vista puramente teorico, puo' essere.
      Ma il problema di Zenone e' che non esisteva una teoria della convergenza delle somme di serie infinite. Da un bel po' sappiamo, ad esempio, che la somma della progressione geometrica infinita di ragione un mezzo converge a 2.
      Quel che importa e' che la somma di infiniti infinitesimi puo' essere un valore ben definito, e non qualcosa di indeterminato, cosa su cui Zenone giocava come un qualsiasi politico mediterraneo ;)
      https://it.wikipedia.org/wiki/Progressione_geometrica
      Da prendere con le pinze, non sono un matematico, anche se ho fatto un po' di studi anche scientifici.

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    5. Non entro nel merito, perchè quel poco di matematica e geometria che avevo imparato a scuola l'ho dimenticato e non mi è mai venuta voglia (a differenza che per la fisica) di ritornarci da adulto.

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    6. Non e' difficile e non serve la matematica: il paradosso di zenone, se lo ricordo giusto, si soffermava sulla infinitesima piccolezza degli addendi, ma tralasciava il fatto che se ne sarebbero sommati in quantita' altrettanto infinita, credendo cosi' di dimostrare l'impossibilita' del moto.
      A parte il fatto che cosi' ad occhio sembra piu' facile dimostrare l'impossibilita' della stasi, se di infinito si vuole trattare, bisogna prenderselo tutto e non solo la parte che fa comodo. Come al solito, insomma...

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    7. << tralasciava il fatto che se ne sarebbero sommati in quantita' altrettanto infinita >>

      So di dire un'eresia, ma a me il concetto (fisico/matematico) di infinito non mi è mai andato giù.
      Mi sembra solo una conferma della nostra limitatezza di vedute.
      E, personalmente, non riesco ad immagine nulla di fisico (e quindi di logico) che possa essere infinito.

      Non so se ricordo bene, ma ai tempi della scuola, per spiegarci il concetto di infinito, utilizzazono la sequenza dei numeri naturali, che pare non avere mai fine.
      Io, però, pensavo tra me che qualunque numero si possa pensare, per elevato che sia, è comunque sempre un numero finito.
      Ma forse il mio è solo un ricordo (ed un ragionamento) infantile.

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    8. "Io, però, pensavo tra me che qualunque numero si possa pensare, per elevato che sia, è comunque sempre un numero finito."

      Certo, ma poi ce n'e' sempre un altro ancora, all'infinito.

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    9. << ma poi ce n'e' sempre un altro ancora, all'infinito. >>

      No, al... finito! ;-)
      D'altra parte i numeri servono epr contare, e qualsiasi cosa si conti è in numero finito.

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    10. Occhio a non finire come:
      https://it.wikipedia.org/wiki/Georg_Cantor

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  7. Una delle obiezioni (di cattolici e di non cattolici e persino di filosofi non credenti) e che se non ci fosse questo famoso libero arbitrio saremmo delle marionette, e questo è per i cattolici e i filosofi (forse anche per un Croce) assolutamente insopportabile, viene a cadere la "dignità dell'essere umano" (nientepopodimeno).
    In effetti - mi ripeto, mi dispiace, ma qui ci ripetiamo tutti e chi si scoccia guardi la TV o faccia altro - noi abbiamo la «sensazione» di poter decidere di volta in volta liberamente (se non ci sono costrizioni esterne). Decidiamo - se decisione dev'essere - dopo aver soppesato bene il pro e il contro (se agisco d'istinto, agisco meccanicamente, qui la volontà è zero). Soppeso dunque e poi decido. Ma in base a che cosa decido? In genere decido di fare ciò che più mi conviene, agisco dunque per mero interesse, una cosa normale, pacifica. Dunque da qualche parte nel mio cervello parte l'impulso naturale di agire nel mio interesse (logico, normale). Dov'è qua la libertà e il libero arbitrio?
    La cosa si complica un po' (ma non troppo) quando apparentemente agisco contro il mio interesse fino al punto d'immolarmi (per la famiglia, la patria, l'umanità). È lampante che in questo caso, per l'educazione, la cultura ecc., il mio cervello si è modificato in modo da considerare il mio sacrificio come il mio più vero interesse. Dunque mi sacrifico, m'immolo, non perché l'ho deciso io liberamente, ma perché il mio cervello mi dice di accettare la mia distruzione. Di là mi aspettano, a seconda delle credenze, san Giuseppe e la Madonna (che barba) o la bellezza di settanta vergini arrapate (mamma mia, fatemi scendere!).
    I kamikaze islamici che si sono lanciati contro le Torri Gemelle non erano liberi di lanciarsi o non lanciarsi: dovevano lanciarsi, gliel'ha comandato il cervello (debitamente strizzato dagli iman)..
    Capisco che questa visione meccanicistica, questo determinismo può non piacere. Siamo in ultima analisi davvero delle marionette, tutto è reazione chimico-fisica.
    Ma fateci caso la prossima volta che vedete un insetto o un uccellino o anche un grosso mammifero morire. Le leggi implacabili della natura hanno fermato quella straordinaria struttura fisica di quegli esseri. Essere o non essere. Atomi, molecole e quant'altro hanno arrestato i processi biologici - con una precisione assoluta. Capiterà la stessa cosa anche a noi (il più tardi possibile sperabilmente).
    Da che parte penderà la bilancia quando prenderò "liberamente" una decisione? Dipenderà forse da un atomo di carbonio nel nostro organismo.

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    1. "e che se non ci fosse questo famoso libero arbitrio saremmo delle marionette, per i cattolici e i filosofi (forse anche per un Croce) assolutamente insopportabile, viene a cadere la "dignità dell'essere umano""

      Figuriamoci essere in balia del caso, o del caos, che col determinismo e' ancora piu' incompatibile del libero arbitrio.

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  8. Per Emanuele Severino ogni fenomeno ed ente (dunque ogni istante della mia vita e dell'evoluzione del cosmo) sono degli "eterni", cioè fenomeni ed enti indistruttibili che si presentano sulla scena del mondo e si ripresenteranno per l'eternità. La nostra vita è o sarebbe come la pellicola di un film: ogni fotogramma è preceduto e seguigto "necessariamente" da un altro fotogramma leggermente differente. Noi abbiamo la sensazione del flusso, del movimento, del divenire. Ma per Severino il divenire greco (le cose vengono dal nulla, sono un istante e ricadono nel nulla) è la follia estrema dell'occidente, il suo nichilismo: credere che le cose (tutti gli eventi) siano in definita niente (quel loro permanere un istante nell'essere è irrilevante se poi scompaiono per sempre).
    Da oltre mezzo secolo Severino non fa che ripetere questa sua fissa: l'ente è, il non-ente o niente non è (come già diceva Parmenide 2'500 anni fa). Severino mi ha scocciato e ha scocciato un po' tutti.
    Comunque in questa sua filosofia o visione non c'è ovviamente spazio per la libertà o il libero pensiero. Tutto è da sempre e per sempre, non diviene, è. Dice da qualche parte che noi siamo infinitamente più grandi di Dio - perché Dio non esiste (sorge solo in un certo momento dell'evoluzione cosmica questa idea dell'esistenza di Dio - e anche questa idea è un eterno), mentre noi indubitabilmente esistiamo. Ma Severino rifiuta decisamente l'etichetta di ateo: il volgare ateismo è roba da sciocchi, non da filosofi come lui. Vabbè, sarei dunque un essere volgare.
    Ma ho citato Severino perché nel suo pensiero non c'è posto per il libero pensiero (se ho capito bene: credo che Severino mi direbbe: lei non ha capito niente).
    L'assenza di libero pensiero non ci deresponsabilizza: il futuro - per quanto già fissato, è un eterno - lo costruiamo con le nostre azioni.
    Dunque soppeseremo sempre il più o il meno, il pro e il contro prima di agire, non possiamo farne a meno. Ma ciò che sceglieremo è già previsto ab aeterno, solo che noi non lo sappiamo. Dice per esempio Severino che non si può escludere la vittoria dell'islam. Noi non vorremmo che vincesse per tanti e ovvi motivi, ma la sua vittoria sarebbe un eterno contro cui non c'è niente da fare (anche se naturalmente noi occidentali vogliamo che non avvenga).
    Se dopo aver letto quanto sopra a qualcuno girano le palle ha tutta la mia comprensione (e mi scuso). Ma non escludo che qualcuno si sia divertito.

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    1. Errata corrige

      Dove scrivo "libero pensiero" intendevo ovviamente libero arbitrio.

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    2. Il discorso di Severino cosi' come ce lo presenti e' una variazione sul tema del meccanicismo determinista, che se portato ad estreme conseguenze, implica pure l'inesistenza del tempo (quello che diceva che Dio non gioca a dadi, Einstein, diceva che di conseguenza il tempo e' un'illusione: non ha mai accettato infatti la meccanica quantistica, riteneva istintivamente che si trattasse non di indeterminazione intrinseca ma solo di nostra ignoranza degli avvenimenti).

      Dagli esperimenti successivi, per quello che se ne sa oggi, pare che su questo argomento avesse torto, completamente torto. Per quanto se ne sa oggi.

      Quindi pretendere di fondare una completa visione del mondo basata sul determinismo fisico, oggi come oggi e' sbagliato.

      Questo con l'esistenza o l'inesistenza di Dio, comunque, non c'entra nulla, dato che si puo' fondare una teologia, e la si e' fondata, in entrambi i casi. Tant'e' che E. diceva che Dio non gioca a dadi. E per l'etica vale lo stesso, come tu stesso mostri sopra (anche se c'e' da dire che nella storia recente, delle religioni monoteistiche, storicamente sembrano tendere a comportarsi piu' meccanicisticamente disumanamente quelle per cui l'uomo e' una marionetta deterministica di cui Dio tira i fili (cioe' i protestanti e islamici). Del resto, mica e' colpa loro.

      Per quanto riguarda la visione del tempo di Severino, secondo me e' causata dal semplice fatto, che possiamo sperimentare tutti, di guardare al futuro allo stesso modo in cui si guarda al passato: poiche' il passato e' li', immodificabile, viene facile pensare, credendo di star facendo chissa' che grande scoperta, che anche per il futuro valga la stessa cosa, dato che in fin dei conti e' solo un passato che deve ancora avvenire. Ma cio' in effetti equivale a supporre che il tempo non esista, mentre ogni evidenza mostra che esiste ;) Quindi tale ragionamento probabilmente sta alla pari, in quanto a geniale fallacia, con quello di Zenone.

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    3. Ho letto una volta un'affermazione di Einstein che mi ha colpito perché molto "severiniana" (a mio avviso). Dice dunque Einstein che passato, presente e futuro sono in un certo misterioso senso "simultanei".

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    4. Se lo scorrere degli eventi e' in un film gia' perfettamente determinato, puoi farlo andare in avanti, all'indietro, oppure guardare tutti i fotogrammi contemporaneamente. Non cambia nulla.

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  9. << In effetti (...) noi abbiamo la «sensazione» di poter decidere di volta in volta liberamente (se non ci sono costrizioni esterne). Decidiamo (...) dopo aver soppesato bene il pro e il contro (se agisco d'istinto, agisco meccanicamente, qui la volontà è zero). >>

    Caro Sergio, certamente, il primo grande ostacolo ad un ripensamento del L.A. è che gli uomini lo sperimentano su se stessi, ed allora come si fa a dubitarne ?
    Ma si tratta, quasi sicuramente, di una finzione, di uno dei tanti inganni (evolutivamente utili) della nostra mente.

    Ma vorrei prendere spunto dalla tua osservazione per fare un'altra considerazione.
    Gli esseri viventi reagiscono agli stimoli dell'ambiente sostanziali in 2 modi: con i riflessi innati (genetici) o con le reazioni apprese (culturali in senso lato).
    I primi sono necessariamente uguali per tutta la specie e si modificano con grandissima lentenzza, tanto da risultare inadeguati in caso di variazioni ambientali troppo rapide.
    I secondi, invece, sono diversi per ogni singolo fenotipo, perchè ognuno ha un bagaglio di esperienza personali unico.

    Il comportamento effettivo dell'essere vivente deriva dal mix di questi due elementi, che vede, a seconda della specie, la prevalenza del primo oppure del secondo.
    E siccome nella specie umana il secondo elemento, quello culturale / fenotipico, risulta prevalente (ed è, forse, l'unica cosa per cui possiamo sentirci al vertice dell'evoluzione), ecco che può nascere facilmente l'illusione del L.A.
    Fine del pistolotto.

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    1. Forse bisognerebbe prima definire bene cosa si intende per libero arbitrio, prima di fare tutti questi discorsi. Ad esempio, mi pare si dia per scontato che esso si mostri solo nelle cosiddette azioni coscienti (vedi la questione dell'azione che precede l'intenzione cosciente). Secondo me dare per scontato questo e' avventato, il nostro essere non e' cosi' facile da definire, visto che nessuno ci e' ancora riuscito in modo anche solo lontanamente soddisfacente, ed e' probabilmente tutt'altro che limitato alla sua presenza cosciente. Semmai, attualmente, si tende a pensare il contrario, che la presenza cosciente e' solo la punta dell'iceberg. Ma siamo "noi" anche tutto il resto, anche cio' che sta sotto, che non sappiamo come funziona.

      Insomma meglio non pontificare troppo, specie se il pontificare sembra tradire solo il desiderio di voler arrivare per forza ad una certa conclusione. Comunque non preoccupiamoci, anche la migliore scienza funziona cosi' (vedi sopra einstein), come una volonta' pervicace di voler arrivare per forza ad un risultato che si suppone giusto per puro pregiudizio ovvero giudizio precosciente, e che a volte, molto raramente, contro ogni probabilita', la azzecca.

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    2. << Insomma meglio non pontificare troppo >>

      Forse hai ragione. Però è così divertente !
      Lumen I, pontifex maximus
      (ex cathedra)

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    3. Cercando novita' di Dino Cofrancesco (che scriveva un tempo su mondoperaio mi pare), il cui blog e' sparito, ho trovato qualche articolo interessante credo anche per voi, e che non e' del tutto fuori tema:
      http://www.ilgiornale.it/news/credo-liberale-berlin-contro-tirannia-delle-idee-1184536.html
      http://www.ilgiornale.it/news/cultura/912051.html
      http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/che-fare-si-chiese-lenin-e-fece-strage-costruire-dittatura-1324797.html

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  10. L'ho già scritto in un post precedente, ma lo stesso. Chi nega il libero arbitrio, e pensa quindi che qualsiasi azione sia condizionata, abbia una o cento spiegazioni, e di conseguenza anche un assassino o stupratore è giustificato, non meriterebbe condanne (terrene o eterne), si scontra col fatto universale dei sensi di colpa. Che io ho, che tanti, forse tutti hanno se non rispettano le regole. Il senso di colpa si prova anche se sono al sicuro dalla sanzione (ma il rischio per quanto minimo di essere beccato sussiste). Devo o dovrei ammettere una contraddizione: nego il libero arbitrio, sono dunque fondamentalmente innocente, ma poi lo stesso mi sento in colpa, provo disagio.
    Ma forse ciò si spiega col fatto che commettendo un reato sentiamo di violare l'ordine. Ciò ci espone non solo al rischio di sanzione, ma crea malessere, disagio, perché viviamo una contraddizione.

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    1. Conoscete questo autore? Andrebbe letto.
      http://www.laconfederazioneitaliana.it/?p=4628

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    2. << e di conseguenza anche un assassino o stupratore è giustificato >>

      Più che "giustificato" userei il termine "spiegato" e questo non mi impedisce assolutamente di desiderare che venga punito.
      La società ha il dovere (prima ancora che il diritto) di difendersi dalle violazioni più gravi.
      Tutto sta nel trovare una pena adeguata e, soprattutto, funzionale per evitare altri reati futuri.

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    3. "Tutto sta nel trovare una pena adeguata e, soprattutto, funzionale per evitare altri reati futuri"

      Guarda che secondo molti, e con molte ragioni, questo atteggiamento puo' avere dei risvolti criminosi non meno di quelli che vorrebbe reprimere: implica il cambiamento della personalita', la societa' orwelliana.
      Persino la nostra giurisprudenza non e' ancora impudente fino a questo punto.
      Si limita a punire i reati, senza dare giudizi morali: la confusione fra legge dello stato e legge morale e' delle teocrazie, non delle democrazie liberali.

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    4. Letto il bel testo di Feyerabend. Sapevo che aveva insegnato al Politecnico di Zurigo, ma non avevo un buon ricordo di lui perché "rivalutava la conoscenza mitica" (ovvero la religione) e la cosa non mi piaceva. Il testo in questione è sicuramente interessante (lo consiglio vivamente anche a Lumen), ma con qualche restrizione. Il regime anarchico - una rivoluzione al giorno, anzi rivoluzione permanente (alla Mao Tse Tung) - è oso dire "contro natura". Prima di tendere a nuovi lidi si vorrebbe tirare anche il fiato, godersi il momento. E un gruppo deve avere delle regole, non si possono cambiare continuamente. Anche il diritto - la base del nostro vivere associato - viene riformato continuamente, ma non ogni cinque minuti. Insomma, ha un bel dire Feyerabend nella sua torre d'avorio, stipendiato da noi fessi scientisti, ma mi pare che esageri un po'. La rivoluzione permanente più che creare distrugge. Una bella nuotata in mare aperto è corroborante, ma poi devo tornare a riva, sulla "terraferma" dell'esperienza acquisita, delle regole consolidate. Che si possono e si devono persino cambiare, ma non in continuazione. La certezza del diritto, per quanto imperfetto e migliorabile, permette una convivenza relativamente pacifica. No alla fossilizzazione, ma no anche alla totale anarchia. All'abbazia di Théléme di Rabelais vige il principio: fais ce que voudras, fai quel che vuoi. Solo che il principio vale per una società o un gruppo di persone ben educate, rispettose del prossimo, che hanno dunque assimilato certi principi. Insomma, Rabelais copia St. Agostino: ama et fas quod vis. Ma attenzione alla premessa: ama.

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    5. << Persino la nostra giurisprudenza (...) si limita a punire i reati, senza dare giudizi morali: la confusione fra legge dello stato e legge morale e' delle teocrazie, non delle democrazie liberali. >>

      Guarda che la mia impostazione è proprio l'opposto del giudizio morale, il quale presuppone necessariamente il L.A.

      Io non sto dicendo che bisogno intervenire sullo stupratore seriale perchè è moralmente cattivo: non mi interessa.
      Dico che bisogna fare qualcosa perchè il suo comportamente sociale è oggettivamente intollerabile.

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  11. Messaggio di Diaz delle 3:39:

    "Forse bisognerebbe prima definire bene cosa si intende per libero arbitrio, prima di fare tutti questi discorsi."

    Ottima idea. Intanto solo l'uomo ne dispone o disporrebbe, gli animali seguono il proprio istinto e basta, uccidono ma sono innocenti. Il libero arbitrio consiste o consisterebbe nella facoltà specificamente umana di scegliere fra varie opzioni. Ma questa facoltà implica anche la responsabilità delle nostre azioni e quindi anche una sanzione se la scelta è considerata sbagliata (criminale, infrange il codice) dalla società. Il concetto è che l'uomo in quanto dotato del libero arbitrio è responsabile e va eventualmente punito.
    Ma ci sono le attenuanti (riconosciute persino dalla Chiesa). Tanto che un folle, uno psicopatico non è imputabile (ma bisogna tenerlo d'occhio, ricoverarlo magari a vita).
    Ma probabilmente si può dire meglio, definire meglio questo famoso libero arbitrio.
    Però riflettete un attimo: dal momento in cui la sveglia vi butta giù dal letto e fin quando vi coricherete di nuovo, è tutta una serie ininterrotta di azioni programmate in cui di libero non vi è nulla (la colazione, l'ufficio o la fabbrica, il pranzo, la fine della giornata lavorativa, la cena, il ritrovo con gli amici, il cinema, le chiacchiere ecc. ecc.). Tutti i giorni, sempruguale. Ah sì, però potete scegliere liberamente la meta delle vacanze estive (per Lumen vale stessa spiaggia, stesso mare). Qualcuno ha detto che il 98% delle nostre attività sono stereotipate, eterodirette.

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    1. Quello che cerca di far capire Feyerabend e' che il nostro modo di vedere le cose (nella fattispecie, assenza di libero arbitrio compresa) non puo' non dipendere dal mondo in cui siamo immersi (che, nel nostro caso specifico, e' completamente artefatto dall'uomo sotto forma di macchina, materiale e istituzionale, come non mai prima nella storia).
      Cerchiamo di astrarcene un attimo, di immaginare come doveva vedere il mondo qualcuno che vivesse in un mondo diverso da questo. Non riusciremo mai a vederlo allo stesso modo, ma ci basta capire che lo si vedesse in modo presumibilmente radicalmente diverso dal nostro modo, in cui ad esempio comincia l'indottrinamento scolastico, propedeutico alla vita sociale completamente istituzionalizzata di fabbrica o ufficio, fin dalla piu' tenera infanzia. Un piccolo sforzo. :)

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    2. Ovviamente, se riuscite nello sforzo, dovete accantonare l'impulso di pensare che il vostro modo di vivere, con la giornata perfettamente organizzata fin dal primo momento di vita, tanto da farvi pensare che non possa nemmeno esistere alcuna forma di autodeterminazione, e' fantastico, mentre quell'altro e' indecente e insopportabile, anzi impossibile.

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    3. "Qualcuno ha detto che il 98% delle nostre attività sono stereotipate, eterodirette."

      Secondo Ricolfi (che e' comunista, nel senso del partito) in Italia oltre il 90 per cento dell'economia e' intermediata, cioe' diretta dallo Stato, attraverso spesa pubblica, tasse, leggi, norme e regolamenti. Nonostante questo, e' pieno di scalmanati secondo i quali siamo in balia del neoliberismo (vedi colonna dei "blog amici" di destra).
      Una cosa del genere non e' mai lontanamente successa nella storia dell'ultimo paio di millenni, perfino per gli schiavi americani la situazione era migliore (o peggiore, dato secondo gli avversari del neoliberismo disponendo di un terzo del proprio reddito non erano ancora abbastanza schiavi).

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    4. @ Sergio

      << probabilmente si può dire meglio, definire meglio questo famoso libero arbitrio. >>

      Ci provo - a contrariis - con le parole di una scienziata tedesca, che mi pare di aver già citato in un altro post (ma, in certi casi, repetita juvant):
      << a) Se le tue decisioni future sono determinate dal passato, non hai il libero arbitrio.
      b) Se le tue decisioni future sono casuali, significa che nulla le può influenzare, e quindi non hai il libero arbitrio.
      c) Se le tue decisioni sono una qualsiasi combinazione di a) e b), non hai il libero arbitrio. >>

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    5. Ma allora ciò ragione, evviva! Ma tutte queste discussioni sul libero arbitrio sono in fondo obsolete, superate. Perché allora insistiamo ancora, ci accaloriamo? Perché c'è sempre qualcuno che tira fuori questa vecchia panzana e sembra farne una questione di vita e di morte: ne va della dignità umana! E siccome questo qualcuno ha ancora un certo potere sulle nostre vite siamo costretti a rintuzzare i suoi argomenti. Il semplice fatto che il diritto e anche la Chiesa riconoscano le attenuanti, con conseguente sconto minimo o persino massimo di pena (per i non imputabili), dirime il contenzioso definitivamente. Non è un caso che la Chiesa non osi affermare che Hitler è andato sicuramente all'inferno: basta infatti un cosiddetto atto di contrizione perfetto un secondo prima di tirare le cuoia per salvarsi in corner (= purgatorio) o chissà volare diritto in paradiso. Tuttavia la Chiesa e anche il diritto debbono insistere sulla responsabilità, per quanto residuale, per poter tenere in piedi la balla dell'inferno e la legittimità delle pene.
      Sono sempre sorpreso dalle arringhe dei pubblici ministeri che sembra non abbiano un minimo di psicologia e si accaniscono alla morte per dipingere l'accusato come un mostro (ultimo esempio il "povero" Bossetti). È chiaro vogliono influenzare i giurati, ma a volte mi sembrano proprio loro dei mostri. I difensori difendono anche un omicida e gli accusatori sono capaci di far condannare un innocente con la loro retorica.

      Passo e chiudo (sul cosiddetto libero abitrio).

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    6. << I difensori difendono anche un omicida e gli accusatori sono capaci di far condannare un innocente con la loro retorica. >>

      Un mio amico avvocato, mi diceva che la sua professione cambia tantissimo dal civile al penale.
      Il processo civile è un duello tra giuristi, mentre il processo penale è un duello tra attori.

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    7. Probabilmente nel civile ci si puo' permettere di trattare la materia asetticamente, secondo le regole burocratiche del diritto formale, mentre nel penale subentra in campo l'umanita'.
      Non sarebbe male che l'humanitas entrasse anche nel civile, ce ne sarebbe bisogno.
      Spiegalo al tuo amico avvocato.

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    8. "Ci provo - a contrariis - con le parole di una scienziata tedesca, che mi pare di aver già citato in un altro post (ma, in certi casi, repetita juvant"

      Premesso che non sostengo il libero arbitrio, bensi' solo la indecidibilita' della questione a conoscenze attuali, quello che dice la tedesca e' inconsistente, i sistemi (nella fattispecie la combinazione di a) e b) ), hanno proprieta' cosiddette emergenti che non sono riducibili a quelle dei loro componenti, e noi della coscienza non sappiamo/capiamo nulla, nemmeno se esista qualcosa cosi' denominato.
      Ma mi rendo conto che in queste questioni di fede e' come dire ad un ateo che dio potrebbe anche esistere, cioe' una fatica inutile. :)

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    9. << Non sarebbe male che l'humanitas entrasse anche nel civile, ce ne sarebbe bisogno. >>

      Ci entra già, nei procedimenti avanti al Giudice di Pace, il quale, per espressa previsione normativa, decide non secondo la pura legge, ma "secondo equità".
      E combinando talvolta disastri notevoli.
      Il formalismo del diritto può sembrare inumano ed ingiusto, ma è l'unica àncora di salvezza per la convivenza civile.

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    10. << non sostengo il libero arbitrio, bensi' solo la indecidibilita' della questione a conoscenze attuali >>

      E qui cosa stiamo dicendo ?
      Che il L.A. è un concetto molto discutibile e che darlo pacificamente per scontato, tanto da fondarci sopra un intero sistema sociale e giuridico, è una cosa quanto meno imprudente.

      Gli atti di fede, in questo blog, mi sembrano davvero pochini (o forse mi illudo).

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    11. Il problema e' che se si crede nel determinismo meccanicista la questione della liberta', anche intesa nel suo senso minimale cioe', secondo la lezione di Berlin e di Leoni, come assenza di costrizione, perde di senso.

      Se tutto e' intrinsecamente determinato, tutto e' intrinsecamente costretto.

      Quindi, da questa convinzione, della sussistenza o meno del determinismo nella sua forma meccanicistica, qualora la si prenda sul serio, possono derivare diversissime prassi politiche.

      Per un esempio pratico, notare che lo stesso Marx era, da buon vero scientista tipico della sua epoca, rigidamente determinista: i passaggi della storia secondo il suo schema erano ineludibili e necessari.

      Detto fra noi, non ho mai capito il ragionamento di Max Weber sullo "spirito del capitalismo": secondo lui il determinismo protestante con la sua dottrina della grazia, in cui le opere degli uomini nulla valgono in quanto predeterminate nei piani di Dio fin dalla nascita (cosa che in realta' serviva solo molto prosaicamente ad invalidare il commercio delle indulgenze - l'ipocrisia protestante si mostra al suo meglio fin da subito) fa si' che il protestante, per dimostrare di essere fra i prescelti e non fra i dannati, si da' da fare al massimo e cosi' inventa il capitalismo moderno. Un ragionamento cosi' a me pare la negazione del ragionamento. Pero' lui e' max weber e io non sono un ...)

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    12. "E combinando talvolta disastri notevoli.
      Il formalismo del diritto può sembrare inumano ed ingiusto, ma è l'unica àncora di salvezza per la convivenza civile."

      Questo e' quanto sostiene Kelsen, col suo positivismo giuridico, dove positum sta per imposto. E' una sua opinione, che nel nostro paese va per la maggiore, da cui i risultati.

      Non molto tempo fa hai scritto qualcosa su bruno leoni, che era uno storico e filosofo del diritto, che differenziava fra legge decretata e quindi imposta (quella di kelsen) e diritto romano (in cui la legge e' "scoperta" dall'attivita' del giudice nella sua attivita' di arbitraggio fra i contendenti - figura che sembra assomigliare un po' al "giudice di pace").

      Ti consiglio di rileggere il suo "La liberta e la legge".

      Leggendolo si scopre che la patria del diritto non usa piu' il diritto romano, che e' invece tuttora alla base degli ordinamenti anglosassoni, sebbene sempre piu' negletto, dato che l'alluvione della legge decretata (diritto positivo), cioe' quella inventata e imposta dalle assemblee legislative, prevale sempre di piu' su quella dedotta dai magistrati dall'osservazione degli usi della gente comune (diritto romano - common law).

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    13. Osservazione giusta, la tua, anche perchè, commentando il post su Bruno Leoni, avevo probabilmente affermato cose un po' diverse ;-)

      Io però farei ancora un breve distinguo tra la fonte del formalismo giuridico, ovvero le leggi, e la sua applicazione, che spetta ai giudici.
      E' ovvio infatti che se vengono prodotte cattive leggi (con testi poco chiari e contraddizioni intrinseche) per i giudici l'applicazione diventa più opinabile e quindi più difficile; ma non è colpa di questi ultimi.

      Le buoni leggi, oltretutto, diminuiscono anche il numero dei processi, con ovvio vantaggio per tutti (avvocati esclusi), perchè chi sa di avere torto non ci prova nemmeno.
      Oggi, invece, quasi ogni posizione legale può essere sostenuta con qualche speranza di vittoria.

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    14. Leggi il libro di leoni "la liberta' e la legge" ;) e' pesante ma interessantissimo, da centellinare, un pozzo di informazioni storiche e filosofiche, che rovescia la concezione del diritto che diamo per scontata, per pigrizia e ignoranza.

      Ad esempio scoprire che il diritto romano e' in uso nei paesi anglosassoni mentre non lo e' mai stato nell'espressione geografica da cui ha avuto origine, ne vale da solo lo studio.

      In quello che dici sopra, ovvio, dato che nessuno dira' mai che ha prodotto una cattiva legge, il problema e' quali siano le "buone leggi": nel diritto romano sono non quelle edittali e positive, bensi' quelle che derivano dagli usi e costumi del popolo (la famosa common law anglosassone). In questo senso il popolo e' implicitamente legislatore, mentre il legislatore professionista che legifera per editto non serve anzi e' la negazione del diritto, quello che serve e' solo un magistrato che scopra quali siano le usanze e le applichi in caso di contenzioso. Da cui il diritto che va per precedenti tipico della common law.

      La common law ha molti vantaggi, di cui su due piedi mi vengono in mente: e' molto piu' stabile dato che le usanze non cambiano ogni volta che si riunisce il parlamento, evita il problema delle leggi che piovono dal cielo da parte di una classe politica necessariamente "fuori dalla realta'" dato che fa quel mestiere, impedisce al piccole lobby organizzate (tipo gli ecologisti e/o gli industriali) di imporre le proprie scelte a tutto il resto del popolo, eccetera.

      Ovviamente una tale concezione della legge stride completamente con l'esigenza che molti oggi manifestano di avere un governo forte in grado di decidere in men che non si dica nuove leggi, senza avere la minima idea di cosa significhi. Ne e' anzi l'antitesi.

      Kelsen non e' che sia chissacche', piace alle personalita' gerarchico-autoritarie, ed e' adatto a quei paesi dove il cittadino non sa come comportarsi se non gli viene indicato esplicitamente.

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    15. Un altro vantaggio importantissimo della common law e' che in caso di contenzioso fra Stato e cittadino, il magistrato, poiche' e' interprete della "common law", pone sullo stesso piano Stato e cittadino, dando anzi precedenza al secondo.
      Nel nostro ordinamento e' il contrario, il magistrato e' parte dello Stato e lo rappresenta.
      Questo probilmente e' il motivo di fondo per cui i paesi anglosassoni sono mediamente piu' liberali di quelli del continente.

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    16. Caro Diaz, condivido quello che dici sulla Common Law, che piace anche a me.
      Vorrei solo aggiungere due piccole osservsazioni.
      La prima è che quando parlo di buone leggi NON mi riferisco al contenuto, ma proprio di tecnica testuale: una buona legge, per me, è quella più chiara ed inequivocabile possibile, sia nel suo significato (per i cittadini) che nella sua applicazione (per i giudici).

      Secondo: un governo forte, che in certi casi (non neghiamolo) può anche far comodo, non ha nulla a che vedere con il contenuto delle e la frequenza delle leggi, che infatti, teoricamente, spettano al parlamento.
      Siamo noi oggi che abbiamo cominciato a fare confusione tra i due poteri, con le istituzioni totalmente cannibalizzate dai partiti: è ovvio che se quello che comanda è il partito di maggioranza, il governo (sua emanazione diretta) ed il parlamento (di cui ha il controllo numerico) finiscono per essere la stessa cosa).

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  12. Ancora questa perla che trovo su Wikipedia:

    "Dal Catechismo della Chiesa cattolica: per i cristiani Provvidenza divina "sono le disposizioni per mezzo delle quali Dio conduce con sapienza e amore tutte le creature al loro fine ultimo" (nn. 302 e 321). Le conduce rispettando la loro libertà: cioè l'onnipotenza e onniscienza di Dio si ferma davanti alle scelte della creatura libera. Come si concilino questi due elementi della Provvidenza (disposizione divina e libertà umana) resta un mistero indagabile ma non penetrabile.*
    Se non erro Dio però per quanto tolleri il peccato e l'offesa fa in modo che non intralci i suoi piani, anzi se ne serve per raggiungere i suoi scopi. Vedi Giuda, "necessario" all'opera di redenzione. Senza tradimento di Giuda, niente cattura e condanna di Gesù, sua morte in croce (programmata dal Padre per il riscatto dell'umanità) e nemmeno la resurrezione. Insomma, altro che porco Giuda, secondo me bisognerebbe farlo santo.
    Francamente mi sono stufato.

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  13. C'era una volta l'Italia (qualcosa c'è ancora):

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ricordo-non-crolla-1325241.html

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    1. Bell'articolo di Doninelli, come l'altro su Kerouac che ci linkasti, se non erro.
      Quell'italia a cui si riferisce probabilmente e' quella del tardo medioevo - primo rinascimento, anni d'oro identificabili in tutte le nostre citta' storiche e non piu' ripetibili, cui forse fa pure riferimento, nella ragione sociale, il precedente articolo su Feyerabend.

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  14. Sconsiglio di leggere quel che pubblico qui sotto (ma non escludo che qualcuno lo legga lo stesso per curiosità, o almeno provi a leggerlo).

    martedì 1 novembre 2016

    EMANUELE SEVERINO E LA SUA PARANOIA SULL'ETERNITA' DEGLI ESSENTI. LA SUA OSCURITA' DI LINGUAGGIO NASCONDE UN VUOTO DI PENSIERO SINO ALLA FOLLIA
    Credevo di non dover più scrivere su Severino, ma poiché il Corriere della sera continua a dare spazio a Severino nei suoi 87 anni sono stato costretto a domandarmi quanti lettori non specialisti in filosofia l'abbiano capito. Io penso che nessuno di questi abbia potuto capirlo perché la sua oscurità di linguaggio, che vuole apparire come profondità di pensiero, nasconde una sorta di follia. Riassumo il tema ripetitivo della sua follia ricavata da un connubio tra Parmenide e Heidegger. Severino è partitosempreda Parmenide, rimasto famoso per la frase solo apparentemente banale, in realtà profondamente vera che dice: l'essere è e il non essere non è. Che significa? Significa l'evidenza che l'essere è increato ed eterno (Parmenide aggiunge che è finito e lo rappresenta con una sfera: di questo avrebbe potuto fare a meno giacché altri filosofi presocratici, come Anassimandro, considerarono l'universo infinito, meglio indefinito). Severino è andato oltre Parmenide giungendo ad affermare che non soltanto l'essere (nella sua totalità) ma anche tutti gli enti (od essenti) sono increati ed eterni. Questa conclusione è da pazzi perché in questo modo si deve giungere alla conclusione che tutti gli esseri viventi sono eterni. E Severino coerentemente nega l'evoluzione biologica ponendosi in contrasto con scienziati della biologia come Jacques Monod e François Jacob nel suo libro Gli abitatori del tempo. Aggiungasi la scopiazzatura da Heidegger di cui ha ripetuto in L'essenza del nichilismo la tesi del determinismo storico, interpretando la storia come oblio dell'essere (nella sua immutabilità) a causa del prevalere del divenire nell'immagine del mondo. In altri termini, è lo stesso essere che, secondo Heidegger si rivela nel tempo ma sempre parzialmente nel suo disvelarsi e nascondersi contemporaneamente. Sitratta di una sorta di teologia negativa che fu strumentalizzata da alcuni teologi durante il Concilio vaticano voluto da Giovanni XXIII e chiuso da PaoloVI. La storia dell'Occidente è dunque storia dell'occultamento dell'immutabilità ed eternità dell'essere. Da ciò Severino trae la conclusione, nonostante abbia sempre voluto negare di aver copiato da Heidegger, ma andando anche in questo caso oltre Heidegger, che la storia dell'Occidente è storia del nichilismo a causa della mancata percezione dell'eternità dell'essere e degli enti (mentre Heidegger non ha mai affermato l'eternità degli enti od essenti). Rimane in comune la storia dell'essere come necessario, non casuale, oblio dell'essere voluto dallo stesso essere nel suo parziale manifestarsi nell'apparente divenire. Da notare che l'antica diatriba tra Parmenide (sosenitore dell'essere) ed Eraclito (sostenitore del divenire) era una falsa diatriba in quanto per Eraclito il divenire rimane sempre interno all'essere come manifestazione dell'essere stesso, della sua struttura originaria. Se Severino fosse stato capace di capire che si trattava di una falsa diatriba non avrebbe posto l'essere in contrasto con il divenire e non sarebbe giunto alla follia del dire che anche gli enti sono eterni e che la nascita è un provenire dall'invisibile e la morte è un tornare nell'invisibile. Se la conseguenza è da folli vuol dire che lo è anche la premessa: l'eternità degli enti. Ho dovuto fare questa lunga premessa per cercare di far capire l'articolo di Severino, incomprensibile nella solita voluta oscurità dietro la quale si è sempre riparato per spacciare come pensiero profondo le escrescenze della sua paranoia.
    (continua)

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    1. Veniamo infatti all'articolo, che conferma la sua vuotezza di pensiero. Poiché, dice Severino, la tecnica è stata sempre manifestazione del divenire inteso come progresso, e perciò essa stessa manifestazione del nichilismo, non vi potrà mai essere una terza guerra mondiale (attenti a questo oscuro, vuoto, passaggio che certamente nasconde la follia di Severino) perché la tecnica sfugge di mano agli Stati che la posseggono e la vorrebbero impiegare per la guerra perché la tecnica ha in sé un fine che sfugge agli stessi Stati: essa ha come fine, non la guerra tra Stati, ma l'arricchimento che la tecnica stessa produce tramite il capitalismo. Insomma, gli interessi economici impediranno che la tecnica possa essere usata per promuovere una guerra. Cosa veramente strana se si consideri che i fattori economici sono stati le cause principali, anche se non unici, di tutte le guerre. E così possiamo stare ben sicuri secondo il profeta Severino: non vi saranno più guerre. Se uno per fare simili affermazioni trova spazio sul Corriere della sera una delle due: o il Corriere della sera non sa, perché non capisce, che cosa pubblica oppure il Corriere della sera, vista la notorietà di Severino, spera che il lettore comune non ci capisca un cazzo e non si consideri all'altezza di capirlo.
      (Dal blog del prof. Melis)

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    2. E se qualcuno è riuscito a leggere la storia di Severino raccontata dal prof. Melis forse potrebbe essere interessato a leggere anche il mio commento a questo articolo (molto poco filosofico e piuttosto terre-à-terre com'è il mio solito: che volete, sono uno zoticone, un povero di spirito):

      Delizioso commento che apprezzo pur essendo stato per tantissimi anni un seguace di Severino, finché ho dovuto arrendermi e l'ho tolto dagli scaffali: oltre a una noia mortale (da cinquant'anni è la stessa solfa) non si sa mai bene dove voglia andare a parare Severino che, modestamente, si considera il più grande filosofo di tutti i tempi, superiore persino a quello che lui considera il più grande filosofo dopo di lui, Giacomo Leopardi (che non figura in nessuna storia della filosofia ma che fu sicuramente una testa fina). La Verità è per lui l'eternità di tutti gli essenti, cioè di tutti i fenomeni e esseri dell'intero universo. Severino non crede in Dio, ma l'idea dell'esistenza di un dio è essa stessa un "eterno" che appare nel corso dell'evoluzione. Vabbè. Ma quello che Severino ancora non ci ha detto è cosa cambi nella nostra vita quando abbiamo finalmente riconosciuto l'eternità del tutto o di tutto che è per lui la Verità che l'occidente nella "sua follia estrema" (parole di Severino) ha obliato o non riesce più a vedere. Sì, siamo eterni, vabbè. Embè? Boh! L'oscurità del suo discorso, per es. in una sua recente autobiografia, è incredibile: siamo alla follia pure, quest'uomo non sa più ciò che dice, il suo è un farfugliare ridicolo.

      Ma dopo questa stroncatura che segue quella del prof. Melis debbo lo stesso fare un po' l'elogio di Severino. Che quando fa il filosofo è oscuro, insopportabile, chissà un imbroglione. Ma quando analizza la situazione politica italiana è davvero molto preciso e arguto (ricordo la critica di Mani Pulite). Non c'è filosofo o cosiddetto tale che a un certo momento non voglia dire la sua sui triviali fatti del mondo e intervenga nelle faccende pubbliche (vedi quel fesso di Marcello Pera che prima fa l'elogio di Mani Pulite e poi si schiera con Berlusconi ed è premiato con la carica di presidente del Senato, cosa che gli ha dato quella visibilità così ambita che non aveva come professorucolo di filosofia).
      Quanto all'affermazione che non ci sarà una terza guerra mondiale (e atomica) siamo nel campo delle pure congetture. Severino sostiene che i padroni del mondo (americani, russi, cinesi ecc.) non sono così folli da scatenare un conflitto atomico che vedrebbe tutti perdenti. Glielo impedirebbe oltretutto la tecnica, la scienza, che ormai guida i destini della terra ed è in realtà il potere autentico davanti al quale Obama, Putin e anche il papa s'inchinano. Ma un errore è sempre possibile (un conflitto atomico tra India e Pakistan non è impossibile), e quando partirà per sbaglio un missile atomico da qualche parte si rischia un bel fuoco d'artificio in tutto il mondo. Severino mi sembra troppo ottimista.
      Infine salverei di Severino "Pensieri sul cristianesimo", come sempre ostico da leggere, ma utile.

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    3. Interessante. Se si prende come base il discorso molto piu' chiaro che abbiamo fatto noi sul determinismo :) citazione di einstein compresa, risulta facilmente traducibile in pensiero sensato (dico traducibile perche' l'originale, specie se si sa, o si crede di sapere, dove voglia andare a parare, e' da "analfabetismo funzionale").
      Potremmo anche spiegarlo a Melis, ma c'e' il rischio che s'incazzi, meglio lasciarlo in pace.
      :)

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    5. Per quanto riguarda la guerra, secondo me finora e' valso il contrario di quanto afferma severino, sono state le necessita' della guerra che hanno spinto in avanti la tecnologia, moltissime tecnologie che usiamo oggi derivano da esigenze della "difesa", oppure se derivano da scoperte indipendenti, sono state indistrializzate e quindi diventate di uso comune per esigenze del grande sforzo bellico.
      L'enorme modernizzazione seguita alla prima e seconda guerra mondiale non credo sarebbe stata cosi' rapida se prima non ci fosse stata la guerra che ha fatto progredire a tappe forzate l'organizzazione industriale sia della produzione che delle istituzioni (pensiamo alla scuola, e' assolutamente organizzata come una fabbrica, che a sua volta copia l'organizzazione dell'esercito).

      Squadra che vince non si cambia, e l'esercito e' li' per vincere.

      Un valente studioso e statistico demografo professionista mi diceva molti anni fa che le guerre come esito finale stimolano sempre l'aumento complessivo della popolazione, mentre le epidemie agiscono al contrario, fino al punto di far morire e abbandonare intere citta' per carenza di abitanti.

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    6. Secondo Severino il potere non può porre limiti alla ricerca, anzi deve sostenerla per non rischiare di essere spodestato. Ovviamente ciò vale per tutti gli Stati. Solo che la ricerca o gli studiosi, che ne sanno ovviamente più dei citrulli al potere, a un certo punto hanno loro le carte in mano per imporre certe scelte e costituiscono dunque loro il potere. Proprio in questi giorni ci viene ricordato che il presidente americano, apparentemente l'uomo più potente del mondo, di potere reale non ne ha tanto: sono i suoi collaboratori, le varie lobbies, il complesso industriale e bellico a influenzarlo. La tecnica è un potere che si autoalimenta con lo scopo di aumentare all'infinito la propria potenza. Ma per Severino la cosa non è preoccupante perché la tecnica - dice lui - farà della terra un paradiso, il paradiso della tecnica, che è in grado di risolvere tutti i problemi del pianeta. Non ci vorrebbe in fondo molto per risolvere i conflitti umani, basterebbe un po' d'ingegneria sociale. Sarà. Intanto a me sembra che siamo inguaiati, e sempre di più.

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    7. << Ma per Severino la cosa non è preoccupante perché la tecnica (...) che è in grado di risolvere tutti i problemi del pianeta. Non ci vorrebbe in fondo molto per risolvere i conflitti umani, basterebbe un po' d'ingegneria sociale >>

      Caro Sergio, questa di Severino mi sembra proprio un'affermazione ingenua.
      Come ben sai, io ci ho la fissa del "gene egoista", che infilo un po' dappertutto, ma qui mi sembra che caschi proprio a fagiolo.

      L'affermazione di Severino sarebbe condivisibile se i contrasti sociali fossero determinati totalmente dalla penuria di beni, ma la storia ci insegna che non è così.
      Alla base di tutto c'è l'istinto insopprimibile alla primazia ed alla sopraffazione, che l'evoluzione ha non solo salvaguardato ma addirittura esaltato, essendo alla base del successo riproduttivo.

      Sono solo i buonisti ingenui che possono illudersi che dando a tutti da mangiare, da bere e da dormire (cose che la tecnica può effettivamente garantire, salvo eccessive progressioni domografiche) la società diventi di colpo tranquilla e serena.
      Purtroppo non è così.

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    8. L'atteggiamento di Severino mi pare tipico di chi considera la tecnica (e forse la scienza) in modo mitico. E' il suo Dio.

      Al punto che perfino Lumen lo trova esagerato :)

      Nel lungo percorso di ricerca e spiegazione del mondo si e' giunti ai monoteismi per l'indubbio fascino che ha l'illusione di aver scoperto la causa ultima che spieghi il tutto.
      Con l'indubbio altrettanto comodo effetto collaterale, cognitivisticamente, di poter identificare per differenza l'unico capro espiatorio su cui concentrare l'odio: la negazione di quella causa, il suo avversario, il diavolo.

      Cosa chiedere di piu'?

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  15. «CHI FUR LI MAGGIOR TUI?»

    (Farinata a Dante, 1, X, 42)

    Di palo in frasca (ma ci siamo abituati, e poi questo è il bella della diretta).

    Vi segnalo un articolo che trovo attuale e interessante: non è più solo la religione démodée e ormai irrilevante, lo sono pure o stanno per diventarlo le lettere e la storia che non sembrano più interessare. Persino la scuola che dovrebbe tramandare la tradizione trascura ormai queste materie. Il produttore-consumatore di oggi non dev'essere annoiato da queste cose di cui non ha ormai più nessun bisogno. Il messaggio abbastanza esplicito sembra essere: il passato è un solo immenso orrore, dimentichiamolo, e diventiamo virtuosi (accoglienza è la parola d'ordine, chi non accoglie in casa sua e mantiene i migranti non è cristiano). "Cara al sol" (il viso rivolto verso il sole, motto franchista) e armati di scemòfono (smartphone) marciamo giulivi verso l'avvenire radioso. Mah! Io lo stesso mi leggo il Memoriale di St. Elena.

    http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/non-buttiamo-tutta-storia-nel-passato-stragi-e-orrori-anche-1325541.html

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    1. << non è più solo la religione démodée e ormai irrilevante, lo sono pure o stanno per diventarlo le lettere e la storia che non sembrano più interessare >>

      Caro Sergio, la religione è passata di moda per colpe proprie (oltre che per linevitabile logorio del tempo), mentre per le lettere e la storia non escluderei un intervento sapiente del manovratore.
      La prima, infatti, può essere vista come un corso piacevole di psicologia applicata (gli autori più bravi sono anche quelli più sottili), mentre la seconda può far comprendere gli eterni, sbilanciati, rapporti tra greggi e pastori.
      Non c'è da stupirsi che tutto questo possa risultare scomodo.

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    2. Oppure ha solo cambiato forma.

      La religione del tempo corrente, cosi' come usiamo noi il termine, spregiativamente, non e' mai considerata tale, cioe' un insieme di superstizioni, bensi' e' considerata la verita' del momento, e superstizioso chi vi si oppone.

      Basti pensare al collettivismo marxista o a quello fascista. Il secondo forse e' stato piu' blando proprio perche' consapevole, dato che teorizzava apertamente di voler essere una religione, il duce voleva instillare strumentalmente la religione dello Stato, e si sa che con la religione in genere non e' che avesse buoni rapporti.

      Trattandosi di una Verita', ovviamente implica l'esistenza di un'avversario, da combattere, che si oppone malignamente a quella verita'.

      Dio e il demonio, il bene e il male, il vero e il falso, sono le due facce inseparabili della stessa medaglia, tanto che si puo' dire che e' la legge che crea il reato.

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    3. Cofrancesco, ex-socialista ora nostalgico liberal-risorgimentale (scriveva su mondoperaio) ha molto forte il senso della nazione intesa come comunita' politica. Chissa' che un giorno quel sogno s'inveri, ma dubito, dall'ultimo dopoguerra sono nati ben 135 nuovi stati nel mondo: con la globalizzazione del commercio e l'emergere di una qualche forma di diritto internazionale, si ha una parallela tendenza alla frammentazione: i grandi stati, che si sono formati perche' "grande mangia piccolo" e cosi' vincevano le guerre, in tempo di pace sono solo un intoppo. Come dimostra la svizzera.

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  16. PERCHÈ NON CI SARÀ LA TERZA GUERRA MONDIALE

    Direi che questa è una buona notizia, rassicurante, no? (Però un mondo alveare o termitaio di 10-15 miliardi di primati non mi sembra molto bello e rassicurante ...).

    Ma eccovi le "spiegazioni" della notizia rassicurante dello stesso Severino. Se qualcuno ci capisce qualcosa è pregato di spiegarmelo ...

    Emanuele Severino: non ci sarà la terza guerra mondiale

    Secondo il filosofo e docente le potenze che potrebbero scontrarsi sono in realtà destinate al tramonto. Verranno tutte sopraffatte dalla tecnica

    di DANIELA MONTI

    Un’ipotetica e spaventosa terza guerra mondiale come «guerra di retroguardia» rispetto al «conflitto primario» che è già in atto: quello fra l’insieme delle forze che si servono della tecnica — il capitalismo, la democrazia, le religioni, il comunismo, i nazionalismi — e la tecnica stessa.
    Le forze della tradizione credono di guidare il gioco, ma in realtà ne sono già ai margini. Per prevalere l’una sull’altra, devono potenziare il mezzo tecnico di cui si servono. Ma così facendo, dimenticano il loro scopo originario — accrescere il profitto per il capitalismo, fare la volontà di Allah per l’Islam. Diventano cioè qualcosa di diverso: detto nella terminologia più squisitamente severiniana, «sono destinate al tramonto». Una «destinazione» il cui senso autentico sfugge alla cultura contemporanea, umanistica quanto scientifica. Non alla filosofia.

    (continua)

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    1. (continuazione)

      Emanuele Severino (Brescia, 1929)

      A vincere dunque è la tecnica, ovvero il «dono avvelenato» dell’Occidente, il dispiegamento del «progetto di trasformazione del mondo» portato avanti — una volta decretata «la morte di Dio» — dall’apparato tecnologico, scientifico, di pensiero razionale, fisico, matematico destinato a diventare più forte dei sistemi che oggi se ne servono. E l’uomo? È un mezzo per l’incremento della potenza della tecnica, non il fine, «l’umanità della tecnica è la morte dell’uomo».
      Sarà Emanuele Severino ad aprire il convegno internazionale, il 3 novembre a Padova, dal titolo «Terza Guerra mondiale?», nell’ambito delle attività del master in Death Studies & the End of Life dell’Università padovana, l’unico, non solo in Italia, a elaborare in forma scientifico-filosofica il problema della gestione della morte. «Il convegno vuole descrivere da un lato in che modo la morte, il nichilismo e la paura promuovono la violenza, il terrorismo e la guerra; dall’altro, cerca di dare voce alle strategie di comprensione del problema. Ed è per questo che il concetto di nichilismo di Severino diventa centrale», dice la direttrice del master Ines Testoni, che insieme al collega della Houston University Alessandro Carrera ha curato l’edizione inglese di Essenza del nichilismo, The essence of nihilism, per la Verso Books, fra gli editori più prestigiosi nel mondo culturale angloamericano. Il libro, pubblicato in Italia nel 1972, resta forse il più celebre di Severino, quello in cui ritrovare le fondamenta del suo pensiero: essenza del nichilismo, cioè essenza «della follia estrema ed estremamente nascosta: la persuasione che gli essenti, in quanto tali, escano dal loro non essere e vi ritornino». La traduzione (avviata anche in cinese) è dunque un riconoscimento al sistema filosofico organico, unitario e strettamente coerente di Severino che Carrera, nella sua prefazione, definisce un «castello magico, di cui L’essenza del nichilismo è la chiave per l’ingresso principale» (per proseguire: «Il lettore deve essere avvertito: ci vorrà un po’ di tempo per esplorare l’intero edificio». Ma una volta entrati, «se anche non si è d’accordo con l’architettura, forse troppo solida per la sensibilità postmoderna, non si vorrà più uscire»).
      Professor Severino, una terza guerra mondiale è possibile? E perché fare questa domanda alla filosofia?
      «La possibilità è ammessa anche in campo scientifico, si pensi alle previsioni di George Friedman. Le frizioni tra Russia e Stati Uniti e le prove di guerra telematica di questi giorni ce lo ricordano. Tuttavia, nemmeno la politologia, la geopolitica, la sociologia, la psicologia tengono sufficientemente conto delle implicazioni che sussistono tra la tecnica guidata dalla scienza moderna e le forze che della tecnica oggi intendono servirsi per realizzare i loro scopi. Non si tiene conto, innanzitutto, di questo fondamentale principio: che lo scopo di un’azione più o meno complessa ne stabilisce la configurazione e la struttura. Le forze che oggi si servono della tecnica sono azioni di grande complessità, e appunto perché si servono della tecnica sono destinate ad assumere uno scopo diverso da quello che è loro proprio: sono destinate al tramonto e la tecnica è destinata a dominarle. Il risultato è sorprendente: la conflittualità tra tali forze diventa una guerra di retroguardia, obsoleta, rispetto al conflitto primario che esiste tra l’insieme di esse e la tecnica. La cultura del nostro tempo, quella umanistica non meno di quella scientifica, si lascia sfuggire il senso autentico di questa destinazione. La tecnica è destinata al dominio perché il sottosuolo essenziale della filosofia degli ultimi due secoli mostra che l’unica verità possibile è il divenire del tutto, in cui viene travolta ogni altra verità e innanzitutto la verità della tradizione dell’Occidente, che pone limiti all’agire tecnico. Di tutto questo, e di ciò che tutto questo implica, tiene lucidamente conto l’impostazione del convegno di Padova».

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    2. Forse la 'terza guerra mondiale' non ci sarà solo perchè... costa troppo. :-)

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