sabato 1 novembre 2014

New look

Ho parlato spesso, in questo blog, dell’importanza della cultura scientifica, e della necessità che sia sempre più diffusa, per poter gestire al meglio i gravi problemi che il mondo di oggi deve affrontare.
Questo, ovviamente, non significa che la cultura umanistica sia diventato un inutile ferrovecchio da buttare, anzi, ma solo che deve sapersi aggiornare e rinnovare.
Ce ne parla il saggista e politologo Aldo Giannuli, in questo provocatorio post, tratto dal suo sito. LUMEN


<< La crisi del sapere umanistico è ormai conclamata. (…) Questo collasso è uno dei fenomeni culturali più inquietanti del tempo presente, contro il quale non servono a nulla le solite geremiadi. Esso è determinato da due cause principali fra loro connesse: le caratteristiche proprie del neo-liberismo e il rifiuto degli umanisti di reinventarsi le loro discipline e ridefinire la loro figura sociale.

Il neo-liberismo ha prodotto una vistosa regressione culturale: la visione pan economicista e la riduzione della stessa economia al solo filone walrasiano e derivati [teoria dell’equilibrio economico generale – ndr] sono stati il brodo di coltura del maggior arretramento intellettuale mai registrato in epoca moderna. (…)

Da questo discendono i tagli alle spese culturali e per l’istruzione, di cui oggi gli intellettuali umanisti si risentono, ma dopo anni di acquiescenza. L’ondata neo-liberista si è accompagnata ai cori festanti degli economisti massicciamente convertitisi a questo verbo, ma non ha trovato resistenze neppure fra i giuristi, gli storici, i sociologi, i politologi, ecc, che non hanno manifestato che rare ed occasionali obiezioni spesso improprie o più arretrate del fenomeno che avrebbero voluto criticare. (…)

La produzione storica, sociologica, politologica, giuridica, filosofica ecc. dell’ultimo quarto di secolo è, nella maggior parte dei casi, paccottiglia di nessun valore intellettuale. E’ tutto molto ripetitivo, stantio, privo di originalità e le opere di valore, per ciascuna disciplina, si contano sulle dita di un paio di mani. Diciamocelo sinceramente: se si trattasse di questo attuale assetto delle scienze umane, la loro scomparsa non sarebbe un gran danno.

Il punto è che le discipline umanistiche non si sono adeguatamente confrontate con le vastissime conseguenze culturali della globalizzazione. Non che manchino studi sul fenomeno in sé (ad esempio quelli, peraltro non sempre soddisfacenti, di Zygmunt Bauman, Manuel Castells, Ulrich Beck Alain Touraine, ecc.), ma si tratta di punte individuali, che non si innestano su un solido reticolo di opere minori indispensabili a determinare una svolta complessiva di questa area di studi.

E, infatti, si tratta in larga parte di opere che non si sottraggono ad un’ottica eurocentrica e non sfuggono ad un taglio specialistico disciplinare, che precludono molti sviluppi alla ricerca.

La globalizzazione implica sia la mondializzazione dei rapporti sia una stretta interdipendenza fra le sfere politica, economico finanziaria, sociale, culturale, militare e, se il primo aspetto richiede imperiosamente un punto di vista più “centrale” e meno sbilanciato verso occidente, il secondo impone una capacità di analisi transdisciplinare, che allo stato si intravede solo in pochissime opere.

Occorre un cambio di passo complessivo nei metodi, ripensare, soprattutto, la storica frattura fra scienze umane e scienze logiche, matematiche e naturali: i fisici, i biologi, i neurologi, ecc. lo hanno capito e fanno sempre più frequenti incursioni nel mondo delle scienze umane, mentre gli umanisti (con l’eccezione di quei filosofi e psicologi che partecipano a progetti di scienze cognitive) tardano a comprenderlo e si tengono ancora troppo al di qua della linea di demarcazione che li separa dall’ “altra metà del cielo”.

Quanti storici, sociologi, politologi immaginano di poter lavorare usando un modello di simulazione? E quanti di loro sono in grado di misurarsi con il campo delle scienze cognitive? Nelle nostre università si respira un’aria viziata perché da troppo tempo non si aprono le finestre.

Certo che occorre continuare a studiare la letteratura greca e la guerra dei sette anni, Leopardi e Weber, la secessione austriaca e la riforma protestante, ma occorrerà ripensarli comparativamente agli sviluppi delle altre civiltà che, naturalmente, bisognerà studiare.

Da due secoli e mezzo l’Europa (e tutto l’Occidente) ha costruito la sua identità intorno all’idea di modernità: l’Occidente è moderno per definizione e la modernità è occidentale allo stesso modo. E la globalizzazione è stata pensata come “modernizzazione del Mondo” cioè come progetto di omologare tutto il Mondo al modello occidentale. Ma le cose non stanno andando così: quello che le nostre scienze sociali pensavano fosse un modello universale si è rivelato solo il racconto di “come è andata in Europa”.

La modernità è stata pensata come l’intreccio organico di sviluppo economico ed urbanizzazione, di specificazione individuale e di secolarizzazione, di affermazione dello stato di diritto e di disincanto del mondo, di nazione e di acculturazione di massa, un insieme in cui ogni aspetto presuppone e rafforza l’altro. Ed abbiamo pensato che tutto questo avesse regole precise, che permettessero di replicarlo in ogni contesto, salvo trascurabili varianti locali.

Ebbene, non sta andando affatto così: lo sviluppo economico non trascina dietro di sé quei processi di democratizzazione, secolarizzazione, ecc. di cui si diceva ed ogni contesto sta avendo un suo sviluppo particolare.

Questo obbliga a ripensare anche molte delle nostre convinzioni sulla nostra storia e sul modo con cui l’abbiamo interpretata ma, più ancora, ci obbliga ad una opera di mediazione e di traduzione culturale: sia noi che i cinesi, gli indiani o gli egiziani abbiamo il concetto di nazione, ma siamo sicuri di dire tutti la stessa cosa? E lo stesso potremmo dire per concetti come classe, popolo, potere, secolarizzazione ecc. ecc.

E questo lavoro di riesame non riguarda solo storici, politologi e sociologi, ma anche giuristi, filosofi, letterati ecc.

Questo è il piano su cui le scienze umanistiche devono impegnarsi trasformandosi ed è quello che ci dà la misura esatta del ritardo accumulato in questi anni, in gran parte dovuto allo statuto sociale dei nostri intellettuali umanisti che da troppo tempo non hanno stimoli verso l’innovazione.

Dopo gli anni ottanta, cessate le passioni politiche, che costituivano l’unico vero stimolo alla ricerca, gli umanisti si sono seduti sulla rendita di posizione di intellettuali burocratici retribuiti dallo Stato. Tutto oggi si riduce alla stucchevole rivendicazione del ruolo del “sapere inutile che ci renderà liberi”.

Questa emerita sciocchezza, in realtà, vorrebbe dire che ci sono altre utilità oltre quelle economiche, il che è giusto, ma questo non implica che non debba esserci un calcolo dei costi e dei benefici dell’investimento e, se anche è accettabile l’idea che non sempre i benefici di un investimento culturale siano misurabili in termini monetari, non ce la si può cavare con i luoghi comuni sul “sapere critico” e simili.

Un po’ di rapporto con il mercato non guasterebbe, per dare una scossa ai nostri intellettuali sedentarizzati. Non sto pensando all’università privata, che è un disastro anche peggiore. (…) Sto pensando ad imprese autogestite degli intellettuali umanisti che si misurino con il mercato. Servirebbero anche cose minime, come ad esempio retribuire i docenti in base al numero di studenti che hanno, lasciando ovviamente gli studenti liberi di scegliere. Vediamo quante aule restano disperatamente vuote?

Concludendo: certo che occorre difendere le materie umanistiche, ma questo sarà possibile solo cambiandole profondamente e mutando altrettanto radicalmente lo stato sociale dei suoi operatori, da “intellettuali” in “lavoratori della cultura”. La cultura non serve per i salotti. >>

ALDO GIANNULI

14 commenti:

  1. Mah, mi sembra tutto un po' astratto, anche se qualche ragione l'autore di questo scritto ce l'avrà. Nessuna affermazione mi scuote o m'ispira anche che qualche cosa di vero contengono. E nemmeno mi viene voglia di criticare qualche affermazione. Sarà vero quel che dice Giannuli, ma non mi tocca profondamente. Quel rinnovamento che invoca non so da dove potrebbe prendere concretamente le mosse. Certo sento anch'io che "la crisi del sapere umanistico è conclamata" e reale. Se chiudessimo tante facoltà universitarie ci rimetterebbero solo i docenti che a volte hanno anche solo uno o due studenti ad ascoltarli. Inutile nascondersi, c'è aria di crisi - anche perché ormai siamo troppi, troppi sono gli autori e i discorsi, un mare di chiacchiere, e nessuno sa bene come finirà. Com'è possibile per un povero insegnante di lettere o filosofia o storia dell'arte (e altre "fesserie") attirare l'attenzione di giovani tutti ormai "armati" di smartphone (al 97%) a cui quelle materie non interessano minimamente, anzi li fanno ridere (a parte forse che ci tengono ancora stranamente al pezzo di carta)? Ai miei tempi gli insegnanti erano autorevoli (certo anche autoritari, sostenuti cioè dal sistema).
    Ma oggi l'autorevolezza è scomparsa, almeno nelle cosiddette materie umanistiche dove c'è poco rigore e si chiacchiera troppo. La chiacchiera scolastica ormai non interessa più nessuno (per le chiacchiere basta lo smartphone).
    Diverso è il discorso nelle materie scientifiche dove di chiacchiere ce ne sono decisamente meno, anzi zero.
    Giannuli dice che certamente bisogna studiare anche Leopardi. Ne dubito. Weber magari sì, anche se in quanto sociologo appartiene anche lui alla categoria dei chiacchieroni, come i filosofi da strapazzo (ma forse tutti i filosofi sono da strappazzo).
    Eh sì, c'è aria di crisi. "Se va avanti così chissà come finirà" (Il ragazzo della Via Gluck).

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  2. Subito dopo aver scritto il mio commento qui sopra leggo una citazione da "Port-Roya", il capolavoro di Sainte-Beuve: "... bisogna aiutare gli studenti al massimo che si può, per rendergli lo studio stesso, se ciò è possibile, più piacevole che giochi e divertimento." Questo è naturalmente il massimo, un ideale. Ma si può ancora divertire, appassionare con l'umanesimo, con la letteratura? Sainte-Beuve tenne un corso di mezzo anno su Port-Royal a Losanna verso la metà del XIX s. Poi ne fece un libro che pubblicò dal 1840 al 1859 (in sei volumi). Di Port-Royal Gianfranco Contini disse: "È, per me, il più gran libro che sia stato scritto, il più nutriente per qualunque momento della mia vita.”
    Chissà se Port-Royal potrebbe battere lo smartphone!

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  3. << Di Port-Royal Gianfranco Contini disse: "È, per me, il più gran libro che sia stato scritto, il più nutriente per qualunque momento della mia vita.” >>

    Caro Sergio, devo confessare la mia ignoranza abissale in materia, in quanto non conosco nè il libro nè l'autore.
    Leggo su wiki che sarebbe la storia di un monastero (ma non vorrei aver capito male).
    Cos'è che rende questo libro così speciale ?

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    1. " ... sarebbe la storia di un monastero."

      Accidenti come ti esprimi, altro che monastero. Fu un centro di opposizione al potere della Chiesa e del re, un covo di giansenisti. Il re alla fine lo fece radere al suolo, di Port-Royal non resta traccia. Ma la vicenda di Port-Royal vive e rivive nelle pagine di Sainte-Beuve (sei volumi, 3000 pagine). Ma io non l'ho ancora letto, ce l'ho da un'eternità in programma, ho trovato anche un'edizione dell'Ottocento per 500 euro. Einaudi l'ha pubblicato un paio d'anni fa (due vol. 200 euro!).
      Da quanto ho capito è un'opera storica, filosofica, religiosa, letteraria, con ritratti di grandi personaggi letterari francesi (Pascal, Racine, Corneille). I religiosi di Port-Royal erano dei fanatici, ma le loro vicende devono essere interessanti, specie per la lotta contro i poteri costituiti, ma non solo.

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  4. Grazie della spiegazione.
    Quindi, probabilmente, Sainte-Beuve ha usato la storia tormentata di questi religiosi e della loro lotta contro il potere costituito, come un'occasione per parlare della sua visione del mondo o comunque per riepilogare la storia del pensiero occidentale.
    Certo però, che 3000 pagine non sono poche...

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    1. "... un'occasione per parlare della sua visione del mondo "

      Mah, non penso, piuttosto la visione di quei "pazzi" interessanti, di quell'epoca. Non penso sia un riepilogo del pensiero occidentale, piuttosto un grande affresco dell'epoca con riflessioni di natura storica, religiosa, letteraria. Sainte-Beuve era comunque agnostico. Il giudizio di Contini, che era un grande filologo, incuriosisce, perché era uno che aveva letto tutti i libri (almeno quelli che contano, quella della nostra tradizione occidentale). Il capolavoro di Sainte-Beuve non è però molto noto, credo che non esista nemmeno una traduzione integrale in tedesco. Se ci fosse in italiano non lo so, comunque adesso c'è. Non credo che spaventasse la mole (anche Gibbon e Gregorovius hanno composto opere di 3000 pagine ed erano nel catalogo Einaudi).

      Ma dov'è finito Giannuli?

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  5. Aldo Giannuli è tornato proprio oggi in argomento, pubblicando un commento dello storico Luigi Vergallo.
    Secondo Vergallo, l'attuale crisi del sapere umanistico. sarebbe un effetto collaterale della guerra al Marxismo condotta dalla stessa sinistra.
    Mah.

    (il link è questo: http://www.aldogiannuli.it/2014/11/la-crisi-del-sapere-umanistico-effetti-collaterali-di-una-guerra-al-marxismo-condotta-dalla-stessa-sinistra/)

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    1. Se questi sono i nuovi sacerdoti, e lo sono, teniamoci i vecchi, che almeno sapevano di essere tali!
      L'uomo e' l'essere programmabile per eccellenza: questa liberta' flessibile ha un contrappasso, che senza un programma (es. un religione, una scienza, un sapere escatologico qualsiasi) l'uomo non sa che fare, e' vuoto di senso e scopo.
      Per qualcosa di livello un po' meno infimo sulla ridicola contrapposizione umanesimo-scienza-tecnica, vi consiglio il blog di Giorgio Israel.

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  6. Se neoliberismo e' questo qui sotto nella definizione della Treccani, accostarlo alla decadenza della cultura umanistica e' veramente una sciocchezza, uno slogan vuoto buono per definire il clan, una parola d'ordine per riconoscere l'appartenenza alla stessa loggia.
    Peraltro gli autori citati sotto, e walras stesso, sono tutti esponenti se non creatori del marginalismo, quella concezione del valore per cui niente ha valore assoluto bensi' ce l'ha in funzione del soggetto che valuta, in aperta opposizione alla visione marxista, quella si' religiosamente scientista, per cui gli oggetti hanno un valore assegnato a seconda del valore-lavoro in essi incorporato, che e' evidentemente una sciocchezza circolare, dato che il valore-lavoro a sua volta con che lo si misura?
    Insomma, siamo a livello di fuffa o poco meno.

    Neoliberismo: Indirizzo di pensiero economico che, in nome delle riconfermate premesse dell’economia classica, denuncia le sostanziali violazioni della concorrenza perpetrate da concentrazioni monopolistiche all’ombra del laissez faire e chiede pertanto misure atte a ripristinare la effettiva libertà di mercato e a garantire con ciò il rispetto anche delle libertà politiche. Gli economisti neoliberisti, come gli austriaci F.A. von Hayek e L. von Mises e il francese J.-L. Rueff, non insistono tuttavia più sugli ipotetici vantaggi della libera concorrenza, ma sugli inconvenienti pratici dell’intervento dello Stato, ritenuto spesso inefficace, sempre tardivo, pesante e facile a degenerare in costrizione.

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  7. Caro Diaz, in effetti quando si parla di questi argomenti c'è sempre il rischio di una grande confusione terminologica.
    Personalmente, ritengo che la cultura umanistica sia fondamentale per la maturazione della persona, ma che debba essere completata da quella scientifica per poter affrontare i problemi che la natura ci pone.
    Questo perchè nella cultura scientifica è insita l'esistenza di limiti oggettivi che non possono essere ignorati, mentre nella cultura puramente umanistica il senso di questi limiti, a mio avviso, non c’è.
    Con tutti i (potenziali) disastri che ne conseguono.

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    1. Ma non direi, e' piuttosto condiviso il fatto che e' col positivismo scientifico che l'uomo ha cominciato davvero a credere di non avere limiti, e di essere di fatto un Dio, tanto da non avere piu' bisogno di quello tradizionale.
      La questione dei "limiti oggettivi" non e' scientifica, e' frutto dell'idea illuministica che la scienza sia onnipotente nel prevedere gli eventi e nell'essere misura di tutte le cose, che la costituisce in nuova divinita'.

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    2. Anche questo è vero.
      Però, non so perchè, mi viene da associare la cultura umanistica con certi voli di fantasia senza freni, per i quali tutto sarebbe possibile (metafisica et similia).

      Forse il senso dei limiti che sicuramente una volta esisteva, se anche non era figlio della mentalità scientifica, era comunque figlio di un pragmatismo pratico che non aveva molto in comune con la cultura umanistica dell'epoca.

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    3. Mi spiego meglio, secondo me un test per capire se qualcosa ha valore di scienza consiste nel saggiarne il grado di "socraticita'". Condizione necessaria ma non sufficiente. E' incredibile come la percezione popolare della scienza sia ignara di tutti i problemi interpretativi che sono al suo interno, e la usi a mo' di "big brother" per dar peso alle proprie opinioni (nel senso letterale di "fratello grande", e doxa). Comunque era ovvio che finiva cosi'... alla fine anche cio' che e' nato come espressione di dubbio sistematico si e' risolto in dogma prescrittivo da imporre con la forza, cio' che si legge fra le righe nella quasi totalita' degli interventi nei blog, e a volte nemmeno troppo fra le righe. Il fatto che l'ecologismo sia diventato terreno esclusivo dei piu' o meno consapevoli adoratori della legge, della pianificazione e del gulag, di destra o di sinistra, non e' per caso.
      Inoltre non so se avete notato, ma nel giro di qualche decennio dall'introduzione del sistema di misurazione della valenza scientifica basato sul numero delle pubblicazioni, siamo sommersi dalla fuffa, dalle riscoperte quotidiane dell'acqua calda.

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  8. << non so se avete notato, ma nel giro di qualche decennio dall'introduzione del sistema di misurazione della valenza scientifica basato sul numero delle pubblicazioni, siamo sommersi dalla fuffa >>

    E' vero, e la cosa finisce per danneggiare anche i molti scienziati più seri.
    D'altra parte, come si dice: fatta la legge, trovato l'inganno (o almeno il trucco).

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