sabato 8 novembre 2014

Eppur si muove !

Il dialogo che segue, che si svolge tra lo scienziato pisano Galileo Galilei e l’inquisitore spagnolo Tomas de Torquemada, è liberamente tratto dal capitolo XXIII dei “Promessi Sposi”. Lumen

 
GALILEO – Cos’è questo trapestio ? Chi è qui ? Che vedo ?
TORQUEMADA – Messer Galileo…

GALILEO – Oh, che preziosa visita è questa !
TORQUEMADA – Ma che dite…

GALILEO - E quanto vi devo esser grato d’una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po’ del rimprovero !
TORQUEMADA – Rimprovero ?

GALILEO - Certo, m’è un rimprovero, ch’io mi sia lasciato prevenir da voi; quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venir da voi io.
TORQUEMADA - Da me, voi ! Sapete chi sono ? V’hanno detto bene il mio nome ?

GALILEO - E questa consolazione ch’io sento, e che, certo, vi si manifesta nel mio aspetto, vi par egli ch’io dovessi provarla all’annunzio, alla vista d’uno sconosciuto ? Siete voi che me la fate provare; voi, dico, che avrei dovuto cercare; voi che almeno ho tanto amato e pianto, per cui ho tanto sospirato; voi, de’ miei fratelli umani, che pure amo tutti e di cuore, quello che avrei più desiderato d’accogliere e d’abbracciare, se avessi creduto di poterlo sperare. Ma la Ragione sa fare Ella solo le maraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de’ suoi poveri servi.
TORQUEMADA – Sono commosso, sbalordito; non so che dire.

GALILEO - E che ? Voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare ?
TORQUEMADA - Una buona nuova, io ? Ho l’inferno nel cuore; e vi darò una buona nuova ? Ditemi voi, se lo sapete, qual è questa buona nuova che aspettate da un par mio.

GALILEO - Che la Ragione v’ha toccato il cuore, e vuol farvi sua.
TORQUEMADA – Ragione, Ragione ! Se la vedessi ! Se la sentissi ! Dov’è questa Ragione?

GALILEO - Voi me lo domandate ? Voi ? E chi più di voi l’ha vicino ? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate ?
TORQUEMADA - Oh, certo ! Ho qui qualche cosa che m’opprime, che mi rode ! Ma la Ragione ! Se c’è questa Ragione, se è quello che dicono, cosa volete che faccia con me ?

GALILEO - Cosa può far la Ragione di voi ? Cosa può farne ? Un segno della sua potenza e della sua lungimiranza: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare. Che il mondo gridi da tanto tempo contro di voi, che mille e mille voci detestino le vostre opere, che gloria ne viene alla Ragione ?
TORQUEMADA - Son voci di terrore.

GALILEO – Sì, Son voci di terrore, son voci d’interesse; voci forse anche di giustizia, ma d’una giustizia così facile, così naturale ! Alcune forse, pur troppo, d’invidia di codesta vostra sciagurata potenza, di codesta, fino ad oggi, deplorabile sicurezza d’animo. Ma quando voi stesso sorgerete a condannare la vostra vita, ad accusar voi stesso, allora…
TORQUEMADA – Allora ?

GALILEO - Allora la Ragione sarà glorificata ! E voi domandate cosa la Ragione possa far di voi ? Chi son io pover’uomo, che sappia dirvi fin d’ora che profitto possa ricavar da voi una tale potenza quale la Ragione ? Cosa possa fare di codesta volontà impetuosa, di codesta imperturbata costanza, quando l’abbia animata, infiammata d’amore, di speranza, di pentimento ? Chi siete voi, pover’uomo, che vi pensiate d’aver saputo da voi immaginare e fare cose più grandi nel male, che la Ragione non possa farvene volere e operare nel bene ? Cosa può la Ragione far di voi ? E perdonarvi ?
TORQUEMADA – Perdonarmi ?

GALILEO – Sì, perdonarvi. E farvi salvo. E compire in voi l’opera della redenzione. Non son cose magnifiche e degne di Lei ? Oh pensate ! Se io omiciattolo, io miserabile, e pur così pieno di me stesso, io qual mi sono, mi struggo ora tanto della vostra sorte, che per essa darei con gaudio (Ella m’è testimonio) questi pochi giorni che mi rimangono: oh pensate quanta, quale debba essere la lungimiranza di colei, la Ragione, che m’infonde questa così imperfetta, ma così viva scienza; come vi ami, come vi voglia quella che mi comanda e m’ispira una fratellanza per voi che mi divora !
TORQUEMADA – Oh sì. Lasciate ch’io pianga.

GALILEO – Ragione grande e buona ! Che ho mai fatto io, servo inutile, pensatore sonnolento, perchè Voi mi chiamaste a questo convito di gioia, perché mi faceste degno d’assistere a un sì giocondo prodigio !
TORQUEMADA – No ! Non tenetemi la mano. Lontano, lontano da me voi: non lordate quella mano innocente e benefica. Non sapete tutto ciò che ha fatto questa che volete stringere.

GALILEO - Lasciate, lasciate ch’io stringa codesta mano che riparerà tanti torti, che spargerà tante beneficenze, che solleverà tanti afflitti, che si stenderà disarmata, pacifica, umile a tanti nemici.
TORQUEMADA – E’ troppo ! Lasciatemi, signore; buon Galileo, lasciatemi. Un popolo affollato v’aspetta; tante persone buone, tanti onesti e sinceri, tanti venuti da lontano, per vedervi una volta, per sentirvi: e voi vi trattenete... con chi !

GALILEO - Lasciamo le novantanove pecorelle, sono in sicuro sul monte della Ragione: io voglio ora stare con quella ch’era smarrita. Quelle persone son forse ora ben più contente, che di vedere questo povero scienziato. Forse la Ragione, che ha operato in voi il prodigio della misericordia, diffonde in esse una gioia di cui non sentono ancora la cagione.
TORQUEMADA – Che dite ?

GALILEO - Quel popolo è forse unito a noi senza saperlo: forse lo spirito della scienza mette ne’ loro cuori un ardore indistinto di solidarietà, una richiesta ch’esaudisce per voi, un rendimento di gioia di cui voi siete l’oggetto non ancor conosciuto. Lasciatevi abbracciare.
TORQUEMADA – Oh, Ragione veramente grande ! Ragione veramente buona ! io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso; eppure..., eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita !

GALILEO - È un saggio, che la Ragione vi dà per cattivarvi al suo servizio, per animarvi ad entrar risolutamente nella nuova vita in cui avrete tanto da disfare, tanto da riparare, tanto da piangere!”
TORQUEMADA - Me sventurato ! Quante, quante cose, le quali non potrò se non piangere ! Ma almeno ne ho d’intraprese, d’appena avviate, che posso, se non altro, rompere a mezzo: una ne ho, che posso romper subito, disfare, riparare.

GALILEO - Ah, non perdiam tempo ! Beato voi ! Questo è pegno della forza della Ragione ! Far sì che possiate diventare strumento di salvezza a chi volevate esser di rovina. La Ragione v’ha illuminato !
TORQUEMADA – Allora andiamo.

GALILEO – Sì, orsù, andiamo.

12 commenti:

  1. Che dire? Attualità dei Promessi Sposi? Galileo nei panni del cardinale Federigo e Torquemada in quelli dell'Innominato? Non so se Galileo non se ne risentirebbe. Ho dovuto però riaprire il volume per trovare la "traduzione" di Ragione: così d'acchito non mi veniva! E che ci trovo? «Dio»! Ah be', sì, allora tutto torna, il discorso fila e ha un senso.

    P.S. Pur essendo un appassionato dei P. S. ho trovato oggi il linguaggio un po' antico, buffo. Ma entrambi i personaggi, cardinale e Innominato, mi stanno antipatici, soprattutto il primo. E pure Fra' Cristoforo mi sta sugli zebedei. Invece Don Abbondio è almeno divertente, per quanto caricaturale anche lui. Nell'Anticritica dei P.S. Aldo Spranzi sostiene che don Abbondio è un criminale, un delinquente. Poveretto, è uno che bada alla pellaccia e non ha le ambizioni del cardinale.

    PS 2. Spranzi sostiene che A. Manzoni era un cuore arido oltre che ateo. E che il personaggio chiave del romanzo è la monaca di Monza (personaggio che effettivamente a me piace molto). Ma non ho ancora visto "Il monaco di Monza" con Totò ... Forse lo trovo su youtube ...



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  2. << Pur essendo un appassionato dei P. S. ho trovato oggi il linguaggio un po' antico, buffo. >>

    Caro Sergio, tu forse non ci crederai, ma io adoro il linguaggio dei Promessi Sposi (e soprattutto i dialoghi) proprio perchè sono scritti in un italiano ormai arcaico, benchè comprensibilissimo.
    Che è un po' anche il fascino (mutatis mutandis) di molti testi e poesie del Leopardi.
    Come si dice: De gustibus...

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    1. Un certo arcaismo del linguaggio ha sicuramente il suo fascino, tanto più se la comprensibilità non ne risente. Del resto se ho scritto che sono un appassionato dei P. S. deve affascinarmi anche la forma, la lingua. Ma stamattina leggendo ho provato un'altra sensazione, il linguaggio mi è sembrato veramente antico e un po' ridicolo (o forse mi disturba(va) la scena della conversione dell'Innominato che non mi è mai troppo piaciuta - quel criminale che va a piangere sulla spalla del cardinale che assapora la sua vittoria, anche se con falsa modestia ne attribuisce il merito al padreterno).
      Leopardi ricercava volutamente parole insolite in quanto per lui più poetiche (augelli suona anche meglio di uccelli, la donzelletta non so se era già desueto ai suoi tempi ecc.).
      Ma la lingua delle "Operette morali" mi sembra più moderna dei

      P.S. Ma è forse solo una mia impressione. Sono ovviamente anche un appassionato delle O. M. che è veramente un gran libro. Non so quante volte ho riletto il capitolo "Il Parini ovvero della gloria", ma anche altri pezzi sono favolosi.

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  3. Caro Sergio, ovviamente gli arcaismi usati nelle poesie sono più frequenti, per ovvia necessità poetica, però anche la prosa delle operette morali è comunque in tutto e per tutto figlia del suo secolo, e i (quasi) duecento anni di distanza si sentono eccome.
    Per la cronaca, la mia "operetta" preferita è il dialogo del Venditore di Almanacchi (a cui ho anche dedicato un vecchio post del settembre 2011)), seguita a ruota da quello di Cristoforo Colombo.

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    1. Operette Morali e Promessi sposi (1827, la Ventisettana) sono praticamente contemporanei, ma i P.S. possono essere persino più moderni, soprattutto dopo la "risciacquatura in Arno" (1840, la Quarantana). Oggi ovviamente nessuno scrive più così, ma questi testi sono sempre affascinanti, anche per la patina che li ricopre e che, allontanandoli nel tempo, conferisce loro anche maggior fascino. Operette Morali, Promessi Sposi, I Viceré (De Roberto). L'Italia ha scelto, per ovvi motivi, I Promessi Sposi. Che però inizialmente furono contestati proprio da certi cattolici, fra cui mi sembra i Gesuiti.

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  4. << I Promessi Sposi. Che però inizialmente furono contestati proprio da certi cattolici, fra cui mi sembra i Gesuiti. >>

    Questa poi, non l'avrei mai immaginata.
    Stiamo parlando di un'opera letteraria eccellente, che ha il suo (unico) tallone d'achille proprio nel continuo e fastidioso riferimento alla provvidenza di dio: e questi hanno avuto il coraggio di criticarla ?
    Ma cosa pretendevano ? Una agiografia dei proto-martiri, che non avrebbe poi letto nessuno ?

    Invece, con il successo dei P.S., secondo me, la Chiesa Cattolica ha avuto una ritorno di immagine enorme e sostanzialmente gratuito. Mah...

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    1. Manzoni è un personaggio ambiguo che non si sa bene inquadrare. Il suo capolavoro sembra il manifesto di propaganda della Chiesa e del cattolicesimo, ma a ben guardare ... L'«anticritico» Aldo Spranzi lo ritiene persino un ateo (ma non conosco le sue argomentazioni: il suo libro ce l'ho ma sono 1'200 fittissime pagine ...). Quanto alla sua religiosità fu fortemente influenzato dal giansenismo (Port-Royal!) e forse ciò ha lasciato tracce nel suo pensiero e nella sua opera non subito riconoscibili. Comunque ci fu effettivamente forte ostilità in ambienti cattolici contro i P.S. Don Abbondio è una caricatura di prete, non fa certo pubblicità alla Chiesa (per Spranzi è un autentico criminale, per me un poveraccio che badava al sodo). A me personalmente non piacciono poi né Fra Cristoforo né il cardinale Federigo né l'Innominato, e in fondo nemmeno troppo i personaggi principali, uno scemotto Renzo e una santarellina Lucia. La monaca sì che è grande! ("La sventurata rispose."). Anche lei è una criminale, ma l'hanno resa tale gli altri, a cominciare dalla famiglia. Ma nonostante tutto il libro "tiene" ancora egregiamente.
      Sull'ambiguità di Manzoni: chiedeva persino il permesso di leggere certi libri posti all'indice, ma poi mandava al diavolo l'abate Tosi che voleva fare di lui un perfetto cristiano (per es. pregando appena alzato la mattina ...). Per me il più bel libro di Natalia Ginzburg è proprio "La famiglia Manzoni": una famiglia veramente incredibile. Strano il rapporto di M. con i tanti figli (per vari dei quali compose l'epitaffio funebre ...).
      Sulla religiosità di M. puoi leggere un breve commento (una paginetta) al seguente indirizzo:

      http://www.oilproject.org/lezione/giansenismo-manzoni-spiegazione-degli-aspetti-principali-4414.html

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  5. Grazie per l'approfondita spiegazione e per il link.
    Dei vari personaggi dei P.S., ad essere sincero, non c'è nessuno che davvero mi abbia conquistato, anche se non mi dispiace Fra Cristoforo, per il suo piglio battagliero (retaggio del burrascoso passato), e, a suo modo, anche il povero Don Abbondio, per la sua capacità di sopravvivere ai rovesci della sorte, nonostante tutti i suoi difetti di pover'uomo.

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    1. Questo blog sta diventando un cenacolo di letterati! Ma mi piace replicare alle tue preferenze, fra Cristoforo e don Abbondio (non una parola sulla monaca, com'è possibile?).
      Non so se hai visto i P.S. di Salvatore Nocita del 1989 (con fior d'interpreti: Dario Fo=Azzeccagarbugli, A. Sordi = Don Abbondio, A. Murray = Innominato, Franco Nero = Fra Cristoforo, Burt Lancaster = cardinale, e poi W. Chiari, Quinn = Renzo, ecc. ecc. A me la serie televisiva (450 minuti in tutto) piacque in parte, ma figurati che sul canale della Svizzera tedesca dopo un paio di puntate sospesero la trasmissione per le proteste dei telespettatori (i P.S. sono probabilmente il "classico" meno noto e letto all'estero; senza la sponsorizzazione di Goethe il romanzo sarebbe rimasto sconosciuto).
      Fra Cristoforo, il suo piglio? Mah, quel dito alzato in segno di minaccia in casa di don Rodrigo è un po' retorico, meglio don Rodrigo che minaccia a sua volta: Stia attento se non vuol provare il nerbo dei miei boschi!
      A me don Abbondio è simpatico, anche se è un po' una macchietta, troppo troppo pusillanime, però anche umano (chi vuol fare il martire?).
      Per finire sono proprio i personaggi negativi ad essere davvero attraenti: la monaca, il padre della monaca, il Griso. Il bene non fa notizia, è normale e banale, la perfidia invece è interessante. All'inferno s'incontrano personaggi più vivi e reali che fra i fantasmi evanescenti del paradiso. Questa è ovviamente la mia modesta opinione.

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  6. Caro Sergio, mi dispiace deluderti, ma il personaggio della Monaca di Monza mi ha sempre fatto una grande tristezza e non sono mai riuscito ad amarlo (nel senso letterario del termine).
    Quanto allo sceneggiato televisivo del 1989 l'ho visto ed anche gradito, ma quello che mi rimarrà per sempre nel cuore è quello mitico in bianco e nero del 1967, ricco di tanti bravissimi attori italiani dell'epoca.

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    1. Deluso non sono, quell'episodio può benissimo deprimere. Ma è lo stesso una storia "forte" che colpisce profondamente. Non dico che la monaca fosse amabile, ma in quanto vittima (e lo è eccome) può anche commuovere. Sai come andò a finire, che fine fece l'amante, Egidio nel romanzo, Paolo Bosio in realtà? Una fine atroce, che tempi che erano. Ma anche la monaca, murata viva per dodici anni!
      La versione del 1967 non la conosco, probabilmente è disponibile su youtube, ci darò un'occhiata (non sarà quella con la Pitagora nelle vesti di Lucia?).

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  7. Proprio quella, con un giovanissimo Nino Castelnuovo che faceva Renzo.
    E poi c'erano Massimo Girotti nei panni di Fra Cristoforo, Tino Carraro in quelli di Don Abbondio, Luigi Vannucchi in quelli di Don Rodrigo, e così via, con alcuni dei migliori attori dell'epoca.

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