sabato 15 marzo 2014

Giochi senza frontiere

“Giochi senza frontiere” era il nome di un fortunato gioco televisivo di qualche decennio fa, che vedeva sfidarsi – in buffe gare di varia abilità - paesi e cittadine di tutta l’Europa.
Sicuramente, finchè si tratta di giocare e divertirsi, si può anche fare a meno delle frontiere. Ma nella realtà vera, quella sociale, politica ed economica di tutti i giorni, è davvero possibile ?
Quelle che seguono sono le riflessioni sull’argomento che mi ha inviato dalla Svizzera l’amico Sergio Pastore; una lettura molto interessante.
LUMEN
 
 
<< La sera del 9 febbraio 2014 in varie città della Svizzera sono sfilati gruppi di sinistra che protestavano contro il risultato della votazione sull’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”. Le scritte dei loro striscioni dicevano: “No border – no nation”, “Nessuna persona è illegale”, “La vostra Svizzera – ci fa schifo”.
La libertà di espressione e di manifestazione è da noi garantita, ma non si può non osservare che alcuni fanno fatica ad accettare il risultato di una libera votazione non offuscata da alcun broglio. Ma vediamo un po’ da vicino cosa davvero significhino certi slogan.
 
“Niente frontiere – niente nazioni”. È possibile l’abolizione delle frontiere e degli Stati ? E’ auspicabile? Ciò significherebbe davvero la fine di scontri, guerre, ingiustizie e una più grande felicità dei singoli e d’interi gruppi, persino dell’umanità intera?
È noto che l’Unione Europea ha adottato il regime della libera circolazione – ma solo all’interno dell’Unione, non esiste ancora un regime di libera circolazione con l’Africa e l’Asia (e si capisce bene perché).
 
Ogni cittadino della comunità europea può stabilirsi, vivere e lavorare dove gli pare. A prima vista ciò può sembrare uno straordinario ampliamento della libertà individuale: non siamo più legati al paese di nascita, ma possiamo espatriare senza alcun vincolo e permesso.
A dir la verità si poteva espatriare anche prima che nascesse l’Unione Europea: in ogni tempo singoli e gruppi hanno cercato di rifarsi altrove un’esistenza, sia per necessità per le ristrettezze del proprio paese che per desiderio di avventura.
 
Bisognava però essere accolti in altri paesi: nessun italiano emigrato in Svizzera o in America ci è entrato da clandestino e ha avanzato pretese, dovevano anzi sottoporsi a visite talora umilianti.
Occorrevano permessi di soggiorno e residenza, col tempo poi si poteva chiedere persino la cittadinanza – o emigrare di nuovo se la nuova patria aveva deluso per qualche motivo.
Quanti non si trovano bene in un paese, di nascita o di adozione, e sognano altre mete, gente diversa, più aperta e simpatica, luoghi più ameni, climi più miti! Ma esistono questi posti? E gli abitanti di questi paradisi mi accoglieranno? Non è detto, non è sicuro: dipenderà da varie circostanze.
 
Gli esodi individuali o di gruppo sono stati però in genere fenomeni circoscritti e sottostavano a precise regole – sia del paese di espatrio che in quello d’immigrazione. A nessuna regola dovevano invece conformarsi i popoli dell’antichità che cercavano nuovi territori per vivere.
I tedeschi indicano questo fenomeno con l’espressione quasi poetica di “Völkerwanderungen” (trasmigrazioni di popoli) mentre i latini usano l’espressione più consona di invasioni barbare.
 
Roma infatti doveva subire queste incursioni: non poteva opporsi perché ormai troppo debole – e troppo vasta (l’eccessiva estensione  è ritenuta una delle principali concause della caduta dell’impero romano).
Teniamo però presente che questi popoli invasori erano costituiti spesso da poche migliaia di persone: non si pensi a centinaia di migliaia di Goti, Visigoti e Vandali o addirittura a milioni: erano gruppuscoli di poche migliaia d’individui, al massimo diecimila. E avanzavano praticamente in terre vergini o scarsamente popolate, per non dire disabitate.
 
Per quanto labili siano stati spesso i confini nell’antichità, lo stesso questi confini esistevano e  all’interno dei confini vivevano popoli con ordini e leggi proprie, che parlavano una lingua diversa, con usi e costumi propri,  un’altra religione.
Persino il cristianesimo che ha dichiarato la sostanziale uguaglianza di tutti gli esseri umani non ha potuto impedire la formazione di nuovi Stati che si combattevano aspramente fra loro.
E uno Stato è tale innanzi tutto se ha un territorio in cui vigono le sue leggi. E non c’è territorio senza confini.
 
Uno Stato che non ha più un territorio e leggi proprie ha cessato di essere: è stato cancellato dalla carta geografica e incorporato in un altro Stato.
Il processo di integrazione e unificazione degli antichi Stati nazionali europei dovrebbe sfociare negli Stati Uniti d’Europa, simili agli Stati Uniti d’America o – si parva licet – alla Confederazione Elvetica che non è semplicemente una federazione di Stati (cantoni), ma effettivamente dal 1848 una confederazione, uno Stato unitario, che ha però lasciato ai singoli cantoni una notevole autonomia (che si rispecchia, fra l’altro, nel peso che essi hanno per l’approvazione di modifiche costituzionali per cui è richiesta la doppia maggioranza di popolo e cantoni).
 
Non sappiamo se il progetto dell’UE – la creazione di una effettiva confederazione, di un Superstato – andrà davvero in porto.  Troppo grandi appaiono le differenze e le divergenze dei singoli Stati che hanno tutti una ricca storia alle spalle e una propria lingua.
Il belga Juncker, ex commissario dell’UE, escludeva alcune settimane fa che si potesse giungere alla formazione di un tale Superstato o Confederazione, gli Stati Uniti d’Europa. Lo stesso Juncker ha però deplorato il risultato della votazione del 9 febbraio in Svizzera che ha allarmato Bruxelles.
Infatti la libera circolazione, una delle quattro libertà fondamentali, è il cavallo di Troia dell’UE: la libera circolazione e tutto ciò che essa comporta (residenza, lavoro, prestazioni sociali) svuoterà ogni Stato delle sue prerogative più importanti, per cui non sarà più sovrano. Se la libera circolazione s’imponesse e dilagasse, avremo alla fine gli Stati Uniti d’Europa, governati da Bruxelles (o altra sede, poco importa).
 
Si era sperato che la moneta unica – l’euro – e la libera circolazione potessero accelerare il processo di unificazione. Purtroppo le cose non vanno come auspicato dalle élite europee: l’UE versa in gravi difficoltà, acuite dalla crisi economica mondiale, e si assiste persino a un ripiego degli Stati su se stessi.
C’è chi pensa che la crisi possa essere superata soltanto con un atto di coraggio accelerando l’effettiva integrazione politica e l’unificazione europea; altri invece sono scettici e preferirebbero tornare alla sovranità nazionale e monetaria. Eurofili ed euroscettici si contrappongono e non si risparmiano colpi bassi.
 
Gli “euroscettici” vengono definiti nazionalisti, conservatori, xenofobi, razzisti, isolazionisti, estremisti (di destra). Anzi c’è chi li chiama fascisti e nazisti. Chi si oppone alla forzata fusione dei vecchi Stati europei è nel migliore dei casi un “minchione”, ma più probabilmente un fascista o populista, uno dei termini offensivi più di moda oggi.
Questo è il linguaggio delle anime belle di sinistra, che come tutti sanno sono o si ritengono moralmente superiori a tutte le altre formazioni politiche perché esse mettono il bene comune al centro delle loro battaglie, mentre gli altri perseguono esclusivamente i propri egoistici scopi e interessi.
 
I confini, le frontiere, i limiti, le barriere danno a molti fastidio. Leggevo tempo fa della profonda avversione di Hermann Hesse per i confini e il recentemente scomparso Claudio Abbado ha detto in televisione: “Dio, come odio i confini di qualsiasi genere: la musica li supera tutti!” Certo, possiamo intonare anche noi l’Inno alla gioia di Schiller: la gioia, scintilla divina abbatte ogni barriera, ci fa sentire tutti fratelli. Ma per un attimo.
Poi torniamo alle nostre faccende, al tran tran quotidiano in cui sentiamo tutti un vivo bisogno di sicurezza. Non c’è essere vivente che non disponga di mezzi di difesa, non conosca strategie difensive, non abbia un proprio territorio in cui sia o si senta al sicuro. La diffidenza per il diverso è iscritta nei nostri geni, è un’arma di difesa.
 
 
Questo naturalissimo e non censurabile bisogno può trasformarsi in ossessione, paranoia: molti cercano di assicurarsi contro tutte le spiacevoli eventualità dell’esistenza, ma si tratta di comportamenti patologici, per quanto diffusi, e non possono essere confusi con il semplice bisogno di sentirsi al sicuro, di non correre rischi eccessivi, di poter far fronte ai problemi dell’esistenza.
Ognuno di noi ha dunque bisogno di un territorio, per quanto esiguo, in cui sia padrone e sovrano. L’ambizione o il desiderio di possesso è la più naturale delle inclinazioni. Chi non possiede nulla al di fuori della sua nuda esistenza è in una situazione ben difficile nella lotta per l’esistenza e ha pochi motivi di rallegrarsi.
 
Dante esalta l’amore di Francesco per Madonna Povertà: “Poscia di dì in dì l’amò più forte.” Ma ben pochi seguirono allora le orme di San Francesco e nessuno desidera oggi vivere in povertà o nella miseria. Non si confonda però la povertà con una vita semplice, frugale, che può essere più soddisfacente di una vita nel lusso (semplicità e frugalità a cui saremo del resto ben presto tutti costretti dalle prossime e più gravi crisi). 
 
Dunque non è peccato desiderare, voler possedere qualcosa. L’etimologia di possedere è  potis ‘capace’ (da potere) e sedere ‘stare seduto’: dunque molto concretamente ‘occupare uno spazio come proprietario’. Si veda anche il corrispondente termine tedesco: be-sitzen (essere seduto su).
In senso esteso si possiedono poi tutte le altre cose: non ci siamo seduti sopra ma sono nostre e disponibili per i nostri bisogni e necessità. Un bambino impara subito a dire “mio” e “tuo”, ed elementare e fondamentale è anche la distinzione tra me e te. Il bambino esplora il mondo in cui si trova inspiegabilmente a vivere e apprende, riconosce le persone, gli oggetti.
 
Anche l’uomo adulto fa sempre nuove conoscenze e scoperte, persino nella vecchiaia. Ma cosa significa conoscere, riconoscere? Ebbene, significa isolare un oggetto o un fenomeno dal suo contorno, metterlo a fuoco. Prima avevamo una massa indistinta davanti a noi, ma poi guardando meglio scopriamo delle differenze tra un oggetto e l’altro, a volte minime, ma reali.
Gli oggetti, le persone (e più tardi le idee, le teorie, i paesi, i mondi, le stelle, le galassie) sono riconoscibili in quanto hanno dei limiti, dei confini (altrimenti non potremmo distinguerli). Conoscere significa dunque distinguere, vedere le differenze, osservare i limiti di una cosa o di un fenomeno.
 
Se le cose e i fenomeni tutti non avessero dei limiti precisi e osservabili (o una sfera d’influenza anch’essa limitata: gli effetti della bomba atomica non si estendono all’intero pianeta ma solo per alcuni chilometri) non sarebbero riconoscibili. Dunque il limite, il confine, la frontiera sono necessità o dati ineludibili dell’esistenza. Senza il limite non si dà conoscenza.
Noi stessi, il nostro essere, è ben delimitato: individuo significa indivisibile, ognuno di noi è racchiuso in una guaina di pelle e ha dei tratti inconfondibili che lo distinguono da tutti gli altri, per quanto apparentemente secondari e insignificanti come il colore dei capelli, il timbro di voce, la statura, le impronte digitali, le capacità individuali.
 
Ma gli individui non sono monadi, possono comunicare tra di loro con vantaggio reciproco: grazie a questa capacità possiamo evolvere culturalmente, ampliare il nostro raggio di azione, migliorare la nostra vita, approfondire le nostre conoscenze – ma restando sempre noi stessi, individui unici e inconfondibili.
Se non lo fossimo saremmo “fungibili” come i lingotti d’oro che affidiamo a una banca. La banca è tenuta a restituirci un lingotto di pari peso e valore, ma non proprio quello che le abbiamo consegnato: un lingotto vale l’altro, ciò che non si può dire di una persona.
 
Pretendere che le frontiere e gli Stati debbano essere abbattuti è un non senso, cozza contro le più elementari aspirazioni di ogni essere umano. L’uomo ha cercato e cerca sempre di superare i limiti imposti dalla natura.
Quel che era impensabile cento anni fa è oggi realtà: siamo andati sulla Luna, andremo su Marte, lo colonizzeremo addirittura (sarà una necessità quando la temperatura salirà eccessivamente sulla Terra per l’evoluzione del sole). 
Nella storia dell’uomo si sono formati tanti Stati poi spariti, inglobati da Stati più potenti. Le frontiere sono state spostate, ma non sono sparite.
Nella nostra vita associata i beni sono divisi in modo ineguale: alcuni hanno troppo, altri poco o persino niente: una situazione ingiusta e intollerabile, foriera di malcontento, rivolte, rivoluzioni.
 
Perché tutti hanno bisogno per vivere di mezzi e di spazio. Spazio in cui possa dispiegarsi pienamente la sovranità individuale. Per molti, forse la maggioranza degli esseri umani questo spazio di assoluta sovranità è per finire la propria casa. My home is my castle, dicono gli inglesi (la mia casa è il mio castello, la mia fortezza, il mio rifugio, la mia salvezza).
La casa è il sancta sanctorum di ognuno di noi, il luogo inviolabile, tanto che la violazione di domicilio è ancora oggi reato grave. Scoprire la casa svaligiata costituisce un trauma, non tanto o non solo per la scomparsa di oggetti di valore, venale o affettivo, ma soprattutto perché qualcuno ha rotto il patto, ha dissacrato il nostro domicilio, annullato la nostra sovranità.
 
La casa, il quartiere, la città, la regione, la provincia, il Paese: sono in una certa misura i luoghi a cui si estende – per quanto sempre più attenuata – la nostra sovranità.
Ci muoviamo in questo spazio con relativa sicurezza e agio perché capiamo la lingua, conosciamo in parte anche tanti angoli del paese, usi e costumi: è il nostro paese, la nostra … Che cosa?
Oggi sembra una parolaccia, ma diciamola lo stesso: la nostra patria.
 
Che è unica, diversa da tante altre patrie, patria a cui siamo legati e apparteniamo per nascita prima e poi per tutte le esperienze che vi abbiamo vissuto e che ce l’hanno resa cara, più delle altre che magari conosciamo, rispettiamo e magari anche amiamo per le loro innegabili bellezze.
Ma la nostra patria – di nascita o anche d’elezione – è il nostro rifugio, il paradiso. E ha dei confini. Perché volerli cancellare? Ci sentiremo poi davvero meglio, a nostro agio ovunque, non più provinciali di vedute ristrette ma “cittadini del mondo”?
 
Oggi esistono 194 Stati indipendenti e sovrani, anche se l’interdipendenza economica di molti di essi è una realtà, peraltro positiva: lo scambio di beni è un’assoluta necessità. Tuttavia e nonostante questi scambi tali paesi hanno confini ed eserciti per difenderli.
Dire che gli Stati – le individualità statali – rappresentino il Male, siano all’origine di tutte le nefandezze e ingiustizie è un’opinione molto “opinabile”. Se abolissimo tutte le frontiere e adottassimo il principio della libera circolazione universale – come ha stabilito, unico paese al mondo, l’Ecuador – temo che invece di un minimo di ordine pace e benessere avremmo il caos.
È poi possibile sentirsi bene, a proprio agio, in una massa anonima di miliardi d’individui o ignorando da quale lontano e oscuro potere dipenda la nostra esistenza?
 
Ma lo slogan di certa sinistra pseudo-rivoluzionaria – no border  no nation – significa a ben riflettere anche altro: no alla proprietà privata, tutto è di tutti. Un’evidente assurdità: per assicurarsi una fettina di quel tutto saremo costretti a batterci alla morte ogni giorno.
Il buon Rousseau formulò la celebre frase: “La proprieté, c’est le vol.” La proprietà è un furto. Il principio di proprietà s’impose - dice Rousseau - perché chi aveva recintato un terreno, dichiarandolo suo trovò, degli sciocchi che gli credettero.
Però è un fatto che anche i dimostranti coi loro striscioni dalle scritte esaltanti – in realtà sciocche - sognano anche loro di possedere qualcosa.
 
Ciò è comprensibile perché per vivere dobbiamo tutti appropriarci qualcosa, innanzi tutto il cibo, e ovviamente possedere un territorio dove trovare più facilmente questo cibo.
No, cari Hesse e Abbado, grandi poeti e musicisti, i confini sono necessari, dati assoluti. Possiamo solo rivederli, spostarli, anche ampliarli, ma solo fin qui e non oltre: non puoi superare la soglia della mia casa contro la mia volontà, è un delitto. E se ci provi lo stesso dovrò difendermi, mi appellerò alle leggi ancora vigenti che tutelano la proprietà. In casa mia, mi dispiace, comando io.
Ma se non hai intenzioni ostili puoi entrare, converseremo piacevolmente, ci scambieremo anche dei regali – e poi ti congederai. >>
 
SERGIO PASTORE

12 commenti:

  1. Caro Lumen,

    oggi sarò brevissimo (ma sono già stato prolisso qui sopra).

    Totò: "Ho detto tutto". Pure io, non ho niente da aggiungere.

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  2. Io invece qualcosa da aggiungere ce l'ho: ed è che l'autodeterminazione dei popoli è forse il principio più importante di tutto il diritto internazionale.
    Perciò, anche se dietro alla recente indipendenza della Crimea ci sono i maneggi incrociati di USA, Europa e Russia, io dico lo stesso: brava Crimea che hai avuto il coraggio della tua indipendenza !

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    1. Scusa se aggiungo anche io qualcosa.

      Come non darti ragione! Però dovresti anche concedere l'indipendenza alla Padania, la Sardegna, la Val d'Aosta, l'Alto Adige (= Sud Tirolo) ecc. se mai la chiedessero (sui confini della Padania ci sarebbe naturalmente da discutere).

      È paradossale. "Liberi non sarem, se non siam uni" poetava Manzoni pensando alla frammentazione della penisola. E l'unità si è poi fatta (forse ..) e richia oggi la corte marziale chi attenta all'unità d'Italia (in altri tempi rischiava magari anche la fucilazione per alto tradimento). E adesso c'è un desiderio di ritorno alle piccole patrie perché si constata che i carrozzoni sono ingovernabili, come l'UE, che per ottenere l'unificazione è costretta a comportamenti dittatoriali.
      Il fatto è che l'autodeterminazione dei popoli è iscritta nella carta dei diritti umani e questo principio contrasta con il desiderio di egemonia dei più forti.
      È vero che l'unione fa la forza, ma è altrettanto vero e profondo il desiderio di autonomia di ogni essere umano e di ogni gruppo o popolo. Che può sì rinunciare alla sua sovranità, in parte o interamente, ma dovrebbe poter recuperarla se la rinuncia si rivela nefasta. È restata memorabile e negli annali la frase dell'ex presidente dell'UE, il belga Claude Juncker che si ricandida a alla funzione: "Facciamo un passettino alla volta. Poi vediamo se ci sono delle reazioni. Se non ce sono ne facciamo un altro. Finché non ci sarà più la possibilità di tornare indietro per nessuno." Non è un caso che nemmeno la Grecia se l'è sentita di uscire dall'euro. Io credo che sia possibile uscire, ma certo non sarà un passo indolore.

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  3. << Però dovresti anche concedere l'indipendenza alla Padania, la Sardegna, la Val d'Aosta, l'Alto Adige (= Sud Tirolo) ecc. se mai la chiedessero >>.

    Mi pare ovvio, caro Sergio.
    L'attuale provincia Autonoma di Bolzano, tanto per fare un esempio, è un mostriciattolo giuridico di cui farei volentieri a meno.
    La popolazione è in grande maggioranza tedesca e resta legata all'Italia solo perchè ha ottenuto uno statuto speciale che li riempie di soldi (la vil pecunia, oh yes).
    Se domani con un referendum chiedessero l'indipendenza e/o la riunificazione con l'Austria, perchè dovremmo essere contrari ?
    Sono affari loro, non ti pare ?

    Però è anche vero, come dici più sotto, che le nazioni passano dal desiderio di unificazione, quando sono minacciate ed hanno paura, al desiderio di indipendenza, quando le cose vanno bene e non intendono sottostare a qualche carrozzone inefficiente.
    E' un dilemma che, con tutta evidenza, non ha una soluzione univoca, ma figlia del suo tempo.

    E' un po' l'eterno dilemma di qualsiasi essere umano, che oscilla tra la sicurezza (scomoda) del vivere in società e la tranquillità (indifesa) del restare in solitudine.

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    1. "L'attuale provincia Autonoma di Bolzano [...] ha ottenuto uno statuto speciale che li riempie di soldi (la vil pecunia, oh yes)."

      Non sono mai stato da quelle parti ma di questa regione si dice un gran bene: bellezza, ordine, pulizia, prosperità economica. Ma pensavo per meriti propri (non sono italiani!I. Sarebbero invece sovvenzionati dal governo italiano e per questo resterebbero con l'Italia? Mah, negli anni Sessanta fecero saltare dei tralicci, tirava aria di secessione. E all'italai conviene tenersi un popolo di crucchi da mantenere? Solo per il prestigio? Ma penso che gli altoatesini siano bravi, perciò stanno meglio degli italiani (ci sono immensi frutteti mi dicono).

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  4. Caro Sergio, gli altoatesini sono gente in gambissima e lo dimostra la cura con cui sono tenuti quei luoghi (ci sono stato in viaggio di nozze con mia moglie) ed il modo eccellente con cui utilizzano i maggior proventi che ricevono da Roma.
    Però resta il fatto che i cartelli che trovi sono tutti scritti in tedesco (con la traduzione italiana sotto, in piccolo) e che hanno smesso di far saltare i tralicci solo quando il governo Italiano gli ha promesso un trattamento fiscale privilegiato.
    Se domani lo Stato Italiano dicesse loro: siamo costretti a togliervi i benefici fiscali, ma vi lasciamo liberi di fare un referendum sulla vostra sorte, secondo te, cosa sceglierebbero ?

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    1. Sai che è una domanda difficile? L'indipendenza non avrebbe molto senso. O si (ri)uniscono all'Austria che penso non lesinerebbe aiuti. Oppure continuano a farsi foraggiare da Roma (e rinunciano all'indipendenza). Del resto è già una regione autonoma.

      Toponimi. C'è stato uno studioso di linguistica, Carlo Battisti, che si è inventato etimi latini dei toponimi tedeschi per rivendicare l'italianità storica della regione (sotto il fascismo). C. B. è l'attore principale di «Umberto D.» di V. de Sica. Ho potuto finalmente vedere questo film due anni fa su youtube. Un film veramente da piangere, ma che in qualche modo tiene, si può ancora guardare (Battisti fece il provino per il film, era tutto emozionato, si presentò con due cravatte!). Fu il suo unico film, ma ha fatto bene la sua parte di maestro in pensione morto di fame che vive in una camera d'affitto da una strega. Ha un cagnolino carino che una volta si perde e finisce al canile dove lo stanno per sopprimere, ma lui riesce a salvarlo per un pelo. Si vede una scena spaventosa: la gassazione dei randagi ... Io non l'avevo mai vista ...

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  5. << L'indipendenza non avrebbe molto senso. O si (ri)uniscono all'Austria che penso non lesinerebbe aiuti. Oppure continuano a farsi foraggiare da Roma >>

    Credo che la proposta di riunificazione con l'Austria vincerebbe a mani basse.
    Ma la storia è fatta spesso di casualità e coincidenze, che si fanno beffa di qualsiasi ragionamento geopolitico.
    Così, per esempio, ll'Istria è diventata terra straniera, mentre la sua popolazione era molto più italiana del Sud-Tirolo. Succede.

    Basta vedi

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  6. Sarebbe bello se per opera di magia le mammole di sinistra dovessero vivere mescolate con ogni infestante essere umano procreato su questa terra, gli uni e gli altri, mentre i "fascisti" sarebbero dall'altra parte. Di qua ci sarebbe una distesa di fogne e discariche a perdita d'occhio, niente alberi, dissesto e devastazione ovunque. Se nessuno è illegale, la Terra muore. Dall'altra ci sarebbe ordine, pulizia, regole, verde e aria respirabile, l'uomo avrebbe un peso accettabile sull'ambiente. Io lascerei qualche feritoia contemplativa, così per vedere dove arriva la loro mancanza di spina dorsale. E' che fin quando dura il benessere, è facile fare i fighetti liberali, un giorno non sarà più così.
    Sul Tirolo meridionale, se volessero andarsene certo li capirei, dovrebbero solo farci il santo favore di restituire a Roma tutto quello che da Roma hanno preso. L'unica cosa su cui dissento da voi - da te, caro Lumen - è relativa alla Crimea. Coraggio non ce n è voluto molto, il coltello lo avevano dalla parte del manico. Il vile Yanocovich è cacciato e questi corrono in braccio a Mosca, ma che roba è? E parlando pure di fascisti di Kiev (quando si parla di fascio, è sempre a sproposito). L'elemento degli intrighi internazionali è effettivamente centrale, loro si sono fatti manipolare alla grande.

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  7. Caro Francesco, sulla Crimea non posso darti torto, perchè si tratta in effetti di un gioco parecchio sporco, da qualsiasi parte lo si guardi.
    Il mio entusiasmo era legato al valore simbolico dell'evento, ovvero al fatto che, per una volta, il tanto osannato (e poco rispettato) prinicipio della autodeterminazione dei popoli aveva segnato un punto a suo favore.

    Già Huntington, nel suo bellisismo libro "Lo scontro delle civiltà" parlava dell'instabilità intrinseca delle nazioni che si trovano - per loro sfortuna - in bilico tra due diverse civiltà; e citava, tra le altre, proprio l'Ucraina.

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  8. Lo strano è che sia l'Ucraina che la Russia partecipano ai Campionati europei di calcio. Ma fanno parte entrambe dell'Europa o no? Fra parentesi vi partecipa anche la Turchia. Il calcio affratella! Si dirà che l'Europa si estende fino agli Urali. Mah! Berlusconi, amicissimo di Putin, voleva anche la Russia nell'EU (ma ci voleva pure Israele, la Tunisia, il Marocco - non ricordo se sognava anche la Libia e l'Egitto nell'UE).
    Gli ex paesi socialisti vogliono tutti entrare nell'UE perché l'UE è prodiga di miliardi (di falsa moneta, la fiat money). Ma alla fine della fiera si tratta di spartirsi quello che c'è. E mi sa che certe beni importantissimi, anzi indispensabili, sono maledettamente scarsi, e scarseggeranno sempre di più. L'acqua per esempio ... (e ho detto tutto).

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  9. Caro Sergio, indubbiamente lo sport affratella i popoli, così come tutte le attività ludiche fini a se stesse (arte, musica, ecc.).
    Quando però passiamo alle cose più serie e concrete, come l'acqua di cui parli tu (ma anche le fonti energetiche, il territorio coltivabile, i diritti di pesca, ecc.,) allora si arriva facilmente ai "fratelli coltelli".
    Primum vivere, deinde philosophari....

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