sabato 16 marzo 2013

Chi fa da sè, fa per tre - 1

Sulle colpe ed i nefasti errori commessi dal fascismo è stato scritto parecchio e non mi pare il caso di aggiungere altro.
Gli amici della Decrescita Felice, però, hanno scoperto un interessante parallelo tra la crisi economica in cui stiamo vivendo (e da cui saremo sommersi sempre di più) ed una delle battaglia più singolari combattute a suo tempo dal fascismo, quella per l’autarchia economica.
Vi riporto qui di seguito alcuni estratti di un bellissimo articolo che Massimo Di Maio (un economista della decrescita) ha scritto sull’argomento.
Da leggere con attenzione e curiosità.
LUMEN


<< Molti confronti sono stati fatti tra la crisi economica che attanaglia oggi le economie occidentali e quella che si dispiegò in tutta la sua drammatica forza nel 1929 e che è passata alla storia come la grande depressione.
 
Al di là delle similitudini e delle differenze, è interessante osservare quali furono le reazioni poco meno di un secolo fa al primo grande e globale fallimento del libero mercato.  E come la risposta dell'economista britannico John Maynard Keynes, fu in grado di spingere l'economia verso una nuova e ancora più veloce crescita esponenziale di produzione e consumo (…).
 
Ma la teoria keynesiana non fu l'unica risposta alla crisi del '29. Negli stessi anni in cui l'economista britannico rispondeva al fallimento del libero mercato (…) cercando una soluzione esogena [spesa pubblica] per rilanciare i consumi e sostenere la crescita, l'Italia, costretta dalle sanzioni internazionali e in un clima politico fortemente ostile al liberismo, applicava una politica economica di segno diametralmente opposto. (…).

Nel nostro paese erano gli anni dell'autarchia e mentre sull'altra sponda dell'oceano le parole d'ordine del New Deal erano sostegno della domanda, rilancio dei consumi, riattivazione della capacità produttiva delle imprese (…), gli imperativi del regime fascista erano lotta agli sprechi, razionalizzazione dei consumi, riciclo totale degli scarti delle famiglie e delle imprese, efficienza energetica, riduzione del consumo di fonti fossili come il carbone, sovranità alimentare, utilizzo di materie prime e fonti energetiche rinnovabili, ricorso a fibre naturali, mobilità elettrica, autosufficienza energetica.
 
In realtà l'autarchia, contrariamente a quanto si crede, non fu solo una esperienza italiana dettata da “inique sanzioni”, anche se le misure sanzionatorie adottate dalla Società delle Nazioni costrinsero senza dubbio l'Italia ad imboccare con maggior determinazione quella strada.  Il clima determinato dalla grande depressione favorì una ripresa generalizzata del protezionismo e le economie degli stati industrializzati dell'epoca cominciarono a chiudersi su se stesse (…).
 
Tuttavia la particolare situazione italiana permise di coniugare il ridimensionamento degli scambi commerciali internazionali con esigenze che oggi definiremmo ecologiche, in una applicazione dell'autarchia su grande scala e con importanti ricadute sul modello economico e sociale. L'Italia, allora come oggi, doveva fare i conti con la pressoché totale assenza di fonti fossili e minerarie sul proprio territorio.

Doveva, per questo, imboccare un sentiero completamente diverso da quello intrapreso un secolo prima dalla rivoluzione industriale: senza il serbatoio, a quei tempi considerato inesauribile, delle energie fossili non si poteva sostenere una crescita indefinita di produzione e consumi. Per questo il primo obiettivo era quello della razionalizzazione dei consumi di materie prime ed energia.
 
Il Fascismo non fu certo un movimento nato per contrastare il paradigma della crescita economica. Al contrario, fu molto impegnato nella modernizzazione di una nazione che era rimasta indietro in quel processo di industrializzazione che dagli inizi dell'800 aveva investito l'Europa e gli Stati Uniti.
 
Sono in molti a ritenere che attraverso opere infra-strutturali, iniziative legislative ed interventi economici il Fascismo pose le basi per la futura crescita economica dell'Italia negli anni del dopoguerra. (…) Lo stile razionalista della moderna architettura fascista, adottato come vero e proprio linguaggio di propaganda del regime, rese ancora più visibile il profondo cambiamento cui si stava preparando l'Italia e diventò un manifesto permanente a favore della modernità. (…)
 
La stessa retorica di regime sul lavoro alla catena di montaggio o in officina era tesa a costruire una cultura industriale e produttivista nella società italiana. Ed era la stessa identica retorica del regime sovietico.

È impressionante la somiglianza tra i manifesti fascisti e comunisti dell'epoca che rappresentavano operai muscolosi in pose plastiche alle prese con incudini e grossi martelli. Non è un caso che il futurismo si sviluppò in Italia e in Russia: due nazioni rimaste indietro nella modernizzazione industriale. In entrambe le nazioni, esso ha svolto il preciso compito di valorizzare progresso e modernità in ambito artistico e culturale.
 
L'elogio della macchina, della tecnica e della velocità unitamente alla denigrazione di tutto ciò che fosse passato e “passatista” avevano l'obiettivo di far uscire dal loro alveo secolare economie fondamentalmente agricole per avviarle ad entrare nel novero delle nazioni più industrializzate del mondo.
 
Ma nonostante tutti questi sforzi, gli effetti sui livelli di produzione e consumo non furono rilevanti.. L'opera di modernizzazione del fascismo non si tradusse nella crescita economica che ci sarebbe aspettata da uno sforzo così imponente.  Le politiche di sostegno alla domanda di merci attuate nell'America (…) su suggerimento di Keynes fecero crescere di molto i livelli di consumo misurati in termini monetari dal prodotto interno lordo.

L'autarchia, invece, diede esiti diversi al processo di industrializzazione: permise all'Italia degli anni trenta di far fronte alle proprie necessità senza incrementare ulteriormente i livelli di produzione e consumo. Per la tecnologia, invece, il periodo dell'autarchia è un vero e proprio giacimento culturale dal quale attingere idee e visioni oggi più che mai attuali.

L'esperienza dell'autarchia italiana ci offre sia una serie di innovazioni, ancora oggi di straordinaria attualità per l'eliminazione degli sprechi e lo sfruttamento del fabbisogno residuo mediante energie e materie prime rinnovabili, sia una diversa concezione della tecnologia, non più finalizzata alla continua crescita economica. >>
 
MASSIMO DE MAIO
 
(continua)


4 commenti:

  1. Veramente interessante. L'autarchia è vista oggi come modello perdente, addirittura fuori dalla storia, e ovviamente mal visto dalle economie in espansione ed anche dal liberismo autoctono.
    L'interdipendenza economica di tutti i paesi industriali è innegabile. La crisi europea si ripercuote anche sulle economie americana e cinese e viceversa. Come dire: siamo tutti sulla stessa barca. Ma è proprio così? Intanto i Cinesi, in vista di future difficoltà di approvvigionamento alimentare, si espandono in Africa (una scialuppa o piuttosto uno yacht di salvataggio). Saremo pure tutti sulla stessa barca (la crisi è ormai globale, è vero), ma lo stesso ognuno si arrangia come può per ogni evenienza. Ci sono problemi concreti locali che bisogna affrontare senza aspettare aiuti da chissà chi. Un politico svizzero sosteneva già trent'anni fa (quando eravamo tre miliardi in meno ...) che alla fine saremmo stati contenti di mettere qualcosa sotto i denti!
    Se un'autarchia spinta è ormai impossibile e controproducente ciò non toglie che si potrebbe ridurre la totale dipendenza dagli altri, i quali altri non si sa poi come agiranno in tempi di crisi. La Svizzera deve importare il 50% delle derrate alimentari per sfamare l'attuale popolazione di oltre 8 milioni di abitanti (un secolo fa i tre quarti della popolazione erano contadini, oggi nemmeno il 5% lavora più nel settore). Visto che la Svizzera è ricca può importare a volontà, ma non è detto che la pacchia possa continuare all'infinito. Anche gli altri, praticamente l'intera popolazione mondiale, aspira ormai agli stessi standard. Personalmente ritengo che la sovranità alimentare è fondamentale per un paese. Chi dipende totalmente dal resto del mondo per l'alimentazione deve poter contare sulla dipendenza degli altri dalle proprie esportazioni. Ma ormai anche i cosiddetti paesi emergenti in fatto di know how sono alla pari con noi o lo saranno presto.
    Sovranità alimentare e lotta agli sprechi mi sembrano obiettivi importanti. Forse vi saremo persino costretti dalle circostanze.

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  2. << Sovranità alimentare e lotta agli sprechi mi sembrano obiettivi importanti. Forse vi saremo persino costretti dalle circostanze. >>

    Proprio così, caro Sergio.
    Non ho il minimo dubbio che saremo costretti dalle circostanze (anche se non so tra quanto tempo) a ritornare all'agricoltura, per garantire l'autonomia alimentare che è, con ogni evidenza, la base di tutto.

    Dicevano i latini: PRIMUM VIVERE, DEINDE PHILOSOPHARI.
    La stessa cosa vale, mutatis mutandis, per i nostri tanti (e spesso inutili) consumi.
    Quando le risorse energetiche caleranno drasticamente, si dovrà dare la precedenza alla produzione di cibo, appunto per vivere.

    E quindi, anche se non sarà una passegiata, si tornerà ad avere un notevole aumento delle persone addette all'agricoltura (il 5% di oggi ce lo possiamo scordare...), il che, per altro verso, potrebbe avere effetti positivi sulla disoccupazione, visto che, nei campi, le braccia non bastano mai.


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  3. Colgo l'occasione dell'ottimo articolo di De Maio per affrontare due problemi inerenti la filosofia stessa della decrescita. In fondo, dice De Maio, l'autarchia fascista fu una piccola prova di decrescita; ed è interessante che fu proprio il fascismo a farla. Ciò non fu un caso: una economia della decrescita deve essere gestita centralmente e con un controllo generalizzato delle variabili economiche. Una economia liberale non potrebbe gestire la decrescita. La risposta delle democrazie alla crisi del 29 fu infatti: iniezioni di soldi pubblici in una economia basata sul mercato e sulla libera competizione. Secondo problema: nonostante le buone invenzioni dell'autarchia (tra cui il fracking per l'estrazione del gas e del carbone), le economie liberali ebbero maggiore successo. In un mondo competitivo la decrescita sfavorisce chi la pratica e favorisce chi la respinge.

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  4. Caro Agobit,
    certamente, compiere una scelta unilaterale per la decrescita, in un mondo che continua a perseguire la crescita economica (e può permettersi di farlo) ha conseguenze penalizzanti.
    Ma io sono convinto che il futuro economico cambierà molti degli scenari economici a cui siamo abituati e che quello che oggi è ancora possibile in termini di crescita, finirà per non esserlo più.
    Allora la decrescita non sarà più una scelta, ma una necessità, e l’abitudine mentale a ragionare in termini di decrescita, se acquisita per tempo, potrà fare una grande differenza.

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