venerdì 3 novembre 2023

La fine della Lotta di Classe

Secondo alcuni studiosi, i movimenti del '68 – pur essendo stati palesemente (e sinceramente) di sinistra - hanno finito per segnare, senza rendersene conto, la fine della Lotta di Classe, con la vittoria del capitalismo.
Ce ne parla Carlo Formenti in questo pezzo (tratto dal sito di Sollevazione) in cui riporta e commenta il pensiero di Carlo Tronti, un altro intellettuale di area marxista,.
LUMEN


<< I giovani del '68, argomenta Tronti, erano radicalmente anti-autoritari, ma ignoravano che abbattere l’autorità non significa automaticamente liberare le potenzialità dell’essere umano: poteva voler dire, e questo è ciò che in effetti ha voluto dire, liberare gli spiriti animali del capitalismo che scalpitavano dentro quella gabbia di acciaio che il sistema politico aveva costruito come rimedio della lunga crisi dei decenni centrali del Novecento, punteggiati da guerre e rivoluzioni scatenate dall’utopia del libero mercato.

Negli anni Settanta può così trionfare (...) “il nuovo spirito del capitalismo”: l’esaltazione della soggettività “desiderante” da parte dei nuovi movimenti, che si allontanano progressivamente dall’impegno per la difesa dei bisogni proletari, diviene adesione inconsapevole a una nuova cultura capitalista che fa leva sulle pulsioni consumiste, sull’edonismo individualista “emancipato” da ogni legame sociale e sulla critica radicale della razionalità del limite in qualsiasi campo dell’esistenza e dell’agire umani.

Nel '68, Tronti non vede una svolta epocale, un grande inizio, bensì la fine, la conclusione del Novecento. Più che di un grande balzo trasformativo, si è trattato, alla fine dei conti, di un banale cambio di ceto politico, in seguito al quale la storia si è progressivamente convertita nello scorrere di “un tempo senza epoca”, nel quale ogni increspatura viene scambiata per una svolta epocale, mentre nessuna vera svolta è più possibile a fronte di una realtà caratterizzata dalla dittatura del presente, un presente che ignora passato e futuro.

Se il grande Novecento è stato l’epoca delle grandi rivoluzioni – grandi anche nel loro tragico fallimento – la sua parte terminale è invece il tempo delle rivoluzioni immaginarie, fallite prima ancora di iniziare.

Paradigmatico, in tal senso, il destino del femminismo, movimento nei confronti del quale Tronti confessa di avere inizialmente nutrito simpatia e interesse, almeno finché il “femminismo della differenza” è stato neutralizzato dal prevalere del proprio lato emancipatorio.

Nel momento in cui l’emancipazione vince, la rivoluzione perde: avanzando verso l’uguaglianza fra generi le donne non sono salite ma scese sulla scala delle libertà; hanno acquisito nuovi diritti, ma i diritti qualsiasi società moderna è più che disposta a concederli, perché è consapevole che si tratta di un altro modo per assicurare il potere a chi comanda.

Nella misura in cui l’emancipazione si è sviluppata in senso contrario alla differenza di genere, la politica della differenza si è piegata alla logica borghese di neutralizzazione e depoliticizzazione; la vittoria dell’emancipazione sancisce l’inclusione senza residui del femminile nel sistema.

Si tratta un destino condiviso da tutti i nuovi movimenti, i quali hanno finito per soccombere, più che di fronte alla repressione o a minacce totalitarie, al trionfo di una democrazia intesa esclusivamente come emancipazione individuale, di un progetto che mira a isolare l’individuo e a impedirgli di entrare in rapporto con altri individui, a costruire una massa atomizzata agevolmente manipolabile.

Giudizi analoghi (...) Tronti esprime nei confronti della deriva post-operaista. Si potrebbe dire, argomenta, che il “peccato originale” dell’operaismo è la sua concezione immanente del processo rivoluzionario, vale a dire l’idea secondo cui il principio del superamento è inscritto nelle dinamiche stesse del modo di produzione capitalistico.

Si tratta di un principio di immanenza che si rovescia perversamente in principio di cattura, sintetizzato nello slogan secondo cui occorre essere dentro-contro il rapporto di capitale, dopodiché, non essendoci più alcun fuori, non c’è alcuna possibilità di fuoriuscita. Da qui l’illusione di poter battere il capitale sul suo stesso terreno, che è quello dell’accelerazione-intensificazione dello sviluppo (sociale, politico e culturale, oltre che economico).

Illusione, argomenta Tronti, perché “nessuno può essere più moderno del capitale”, nessuno può batterlo a un gioco di cui controlla ogni mossa e ogni regola. La critica di Tronti affonda fino al nocciolo duro della teoria operaista (e tocca qui i più espliciti accenti autocritici), vale a dire fino all’idea secondo cui la soggettività operaia rappresenta, al tempo stesso, l’unico vero motore dello sviluppo capitalistico e il principio immanente del suo rovesciamento.

“Abbiamo forse caricato gli operai di un progetto eccessivo”, ammette, e la nostra illusione è svanita nel momento in cui è apparso chiaro che “la rude razza pagana” non ce l’avrebbe fatta a rovesciare il capitale.

Né avrebbe potuto farcela, perché gli operai rappresentano sì una parte, ma una parte interna al capitale; si potrebbe dire (…) che aveva ragione Lenin: la coscienza spontanea degli operai non supera la coscienza trade-unionista [cioè sindacale] e può divenire rivoluzionaria solo attraverso l’organizzazione politica. (…)

Tronti liquida la metafora dell’ “operaio sociale” come un tentativo di “fabbrichizzare” il sociale, di estendere la qualità dell’antagonismo di fabbrica al sociale diffuso, che viene sovraccaricato di coscienza anti-capitalista per compensare il declino di potenza dell’operaio tradizionale.

Quanto alla moltitudine, più che rappresentare una nuova forma di soggettività di classe, rispecchia il processo di atomizzazione sociale generato dalla ristrutturazione capitalistica: (…) visto che il capitale mette oggi al lavoro la vita stessa, il conflitto non è più fra capitale e lavoro, bensì fra capitale e umanità intera. >>

CARLO FORMENTI

11 commenti:

  1. Sempre parlando del pensiero di Carlo Tronti, Formenti fa un interessante digressione sul tema della violenza politica e della guerra (che mi sembra più che mai di attualità):

    << Tronti racconta come Gianfranco Miglio (...) avesse affermato di considerare la vendetta come la categoria politica più importante, e che lui si era riconosciuto in quell’affermazione, associandola al detto di Benjamin secondo cui non si combatte per le generazioni a venire, bensì per vendicare le sofferenze e i soprusi degli antenati asserviti.
    Questa postura vale anche per il tema della guerra, rispetto al quale Tronti dichiara di non avere mai condiviso l’utopia di un mondo pacificato: meglio riconoscere che la dimensione della guerra fa parte della natura umana e che, più che esorcizzarla, occorrerebbe “civilizzarla” (...).
    Una funzione venuta meno dopo la caduta del Muro e la fine della guerra fredda, eventi che hanno inaugurato l’era delle “guerre umanitarie” in cui il nemico è stato ridotto a criminale, legittimando qualsiasi mezzo per annientarlo.
    Donde il monito a una classe politica che, avendo smarrito la capacità di interpretare la geo-politica, non sa riconoscere, né tantomeno governare, le trasformazioni di un mondo che minaccia di innescare conflitti distruttivi non più fra nazioni ma fra interi continenti. >>

    RispondiElimina
  2. COMMENTO di GPVALLA

    Devo confessare che una parte del post (le considerazioni sull'operaismo) mi è piuttosto oscura, essendo legata a dibattiti interni dei movimenti di sinistra, vecchi di cinquant'anni e aventi ormai solo un interesse storico.
    Quanto all'analisi dei movimenti del Sessantotto e dei loro sviluppi, credo sia necessario distinguere paese per paese.
    Negli Stati Uniti le proteste erano soprattutto legate alla partecipazione alla guerra del Vietnam: una volta questa finita, le agitazioni si smorzarono e rimase solo un innocuo libertarismo freak, genericamente pacifista e antiautoritario - sex & drug & rock 'n roll - perfettamente funzionale al sistema. E nel 1980 arrivò Reagan.
    In Francia il Sessantotto fu solo una breve, rumorosa e simpatica goliardata senza conseguenze, che non scalfi' neppure la presidenza di De Gaulle.
    In Italia non andò così, e forse quelli della mia generazione ne hanno ancora ricordi personali. Negli anni post Sessantotto le rivendicazioni sociali e le spinte anche rivoluzionarie furono forti, trasversali e di lunga durata, e il progresso sociale - anche determinato da esse - fu notevolissimo: l'autunno caldo sindacale, l'accesso all'Università (1969), lo Statuto dei Lavoratori (1970), la riforma del diritto di famiglia e la maggiore età a 18 anni (1975), l'istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (1979)...
    E furono anche gli "anni di piombo": tutto si può dirne, ma non certo che siano stati tempi di ripiegamento egoistico nel privato.
    Il riflusso mi pare sia iniziato negli anni Ottanta (la "marcia dei quarantamila è del 1980), gli anni del cosiddetto edonismo reaganiano.
    Poi Gorbaciov, la fine della guerra fredda e di lì sempre peggio.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Caro Beppe, ti faccio i complimenti per l'ottimo commento e per le dettagliate precisazioni sul '68 che in effetti, anche se spesso viene trattato come un tutt'uno, ha avuto caratteristiche (e conseguenze) molto diverse da Paese a Paese.
      Probabilmente l'autore del post si riferiva al '68 italiano, che maggiormente conosciamo.

      Certamente a quel movimento sono seguiti anni di profondo rinnovamento sociale, che però, a mio avviso, non è stato determinato solo dai movimenti civili connessi al '68, ma anche dal maggior benessere economico, frutto dei miglioramenti del sistema produttivo italiano.
      In ogni caso, penso che ormai la 'lotta di classe' - pronosticata da Marx come inevitabile - possa considersi conclusa per sempre.

      Elimina
  3. COMMENTO di SERGIO

    Questo articolo mi ha indotto a rileggere il breve saggio di Ortega y Gasset "El ocaso de las revoluciones" (Il tramonto delle rivoluzioni) che è del 1923!
    Bellissimo, interessante e ancora oggi utile saggio, in cui leggo fra l’altro:
    “ … en Europa han acabado las revoluciones. Con ello indicamos, no sólo que de hecho no las hay, sino que no las puede haber.”
    ( … in Europa le rivoluzioni sono finite. Vogliamo dire che non solo non ce ne sono, ma che non possono essercene più.)

    Nel saggio, Ortega distingue la lotta contro gli abusi e la lotta contro gli usi. Nel primo caso abbiamo una rivolta contro l’abuso di una persona, di un gruppo o del potere in genere. La rivoluzione invece è una lotta contro gli “usi” ovvero i costumi, il sistema.
    Dante manda un papa all’inferno ma non mette in discussione il papato e ovviamente nemmeno la fede. Idem Savonarola. Invece i rivoluzionari se la prendono col sistema.
    Ortega afferma che la rivoluzione è una radicalizzazione della “ragion pura”, ovvero della razionalità. Intellettuali e filosofi non amano il compromesso, per loro i principi sono sacri. La loro estremizzazione o radicalizzazione prepara il terreno per il gran botto.
    La Rivoluzione francese è stata preparata dagli enciclopedisti o intellettuali. Le parole d’ordine sono poi state libertà, uguaglianza, fraternità. Per affermare e difendere questi principi Robespierre e Saint-Just diventano spietati, instaurano il terrore di cui saranno alla fine vittime loro stessi. Ma dopo gli eccessi rivoluzionari si torna inevitabilmente alla “normalità”.
    E come dice il titolo del libro, le rivoluzioni sono finite, non sono più possibili, almeno in occidente.
    In Cina e in Cambogia invece, e anche altrove, di rivoluzioni ne sono scoppiate. In Cambogia Pol Pot e soci hanno voluto creare di colpo una società comunista e agraria: veri e propri estremisti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Molto interessanti le affermazioni di Ortega y Gasset, e molto sottile la distinzione tra Rivolta e Rivoluzione.
      La cosa più curiosa che ci ha insegnato la storia è che questi movimenti sono effettuati, materiamente, dalla gente comune, ma sono guidati da membri (eretici) delle elites.
      Ed inoltre che, terminati i tumulti, la gente comune ritorna subito tale, e quello che cambia è solo il gruppo di potere che la governa (le c.d. elites).

      Elimina
  4. Agli implacabili critici del Capitalismo (tanto da destra quanto da sinistra) verrebbe sempre voglia di domandare: quale sistema economico-sociale introdurre al suo posto?
    Il comunismo? Il social-corporativismo nazionalista? Il pauperismo cristiano? Tutti questi sistemi NON sembra che alla prova della Storia abbiano dato buona prova di sè!
    La netta sensazione è che pur con tutti i suoi innegabili limiti e difetti (peraltro almeno tendenzialmente temperabili con efficaci regole di matrice democratico-liberale) il C. sia tuttora privo di soddisfacenti alternative...

    RispondiElimina
  5. Concordo con Claude, in linea di massima, anche se tutto ciò che finisce in "ismo" non identifica movimenti o sistemi che portano effettivi benefici all'uomo. La storia insegnerebbe.....

    RispondiElimina
  6. Il Capitalismo ha dimostrato di essere il sistema economico più efficiente, ma, paradossalmente, proprio questo è il suo irrimediabile difetto: di essere un acceleratore dell'entropia.
    Con la conseguenza di rendere sempre più rapido (ed irreversibile) il degrado dell'ambiente naturale.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Vero, ma presumibilmente soltanto un capitalismo adeguatamente consapevole, demograficamente moderato e tecnologicamente robusto può favorire uno sviluppo ecologicamente sostenibile (al di là del mero "greenwashing"). Saluti

      Elimina
    2. Questo è molto probabile.
      Ma la storia del capitalismo è dominata molto più dai cosiddetti 'spiriti animali', che dalla morigeratezza e dal buon senso.

      Elimina
    3. Una funzionale e non pletorica cornice di regole democratico-liberali (dato l'attuale scenario economico-finanziario generale, il più possibile sovra-trans/nazionali) potrebbe/dovrebbe costituire il giusto "contrappeso" agli evidenti spiriti animali capitalistici, ma naturalmente la questione non e' esauribile in poche battute... Saluti

      Elimina