venerdì 6 novembre 2020

Economia irrazionale

La teoria economica classica presuppone che i suoi protagonisti appartengano alla categoria del c.d. “Homo oeconomicus”, cioè un uomo le cui principali caratteristiche sono la razionalità (intesa soprattutto come precisione nel calcolo) e la cura esclusiva dei propri interessi individuali, soprattutto in campo economico.

L’homo oeconomicus cerca sempre di ottenere il massimo benessere (vantaggio) per sé stesso, a partire dalle informazioni a sua disposizione, siano esse naturali o istituzionali, e dalla sua personale capacità di raggiungere certi obiettivi.

L’homo oeconomicus, quindi, è visto per definizione come "razionale" nel senso che persegue un certo numero di obiettivi (materiali) cercando di realizzarli nella maniera più ampia possibile e con i costi minori.

Questo è quello che ci racconta la teoria. La realtà dell'economia, però, ci mostra un “homo” ben diverso, molto più impulsivo, istintivo ed irrazionale, tanto da far nascere una nuova disciplina chiamata per l'appunto 'Economia Comportamentale'.

A questi studi è dedicato il post di oggi, scritto da Dario Ronzoni per il sito Linkiesta.

LUMEN


<< Un esempio per cominciare: se, andando a comprare un’agenda che costa 12 euro, il cartolaio confessasse che nel negozio accanto lo stesso modello è venduto a 3 euro, in pochi resisterebbero alla tentazione di girare i tacchi e cambiare negozio (non senza aver ringraziato il generoso cartolaio). Lo stesso, però, è difficile che avvenga se, al momento dell’acquisto di un iPhone da 923 euro, la cassiera vi segnalasse che, nel solito negozio vicino, lo stesso modello costa 914 euro.

Che differenza fa, ci si chiede. Eppure è la stessa cifra, gli stessi nove euro. Nel primo caso si decide di cambiare negozio e nel secondo no, e la ragione è molto semplice: è il principio di relatività, che non ha nulla a che fare con Einstein ma molto con la percezione del denaro e del suo valore. È relativa, appunto, e non assoluta.

Per questo la semplice cifra di nove euro non è percepita allo stesso modo in contesti diversi, ed è sempre per questo motivo che, mentre si compra un’automobile da 30mila euro, l’aggiunta di un accessorio che costa “solo mille euro” appare una sciocchezza. Eppure, in altri contesti, mille euro “pesano” di più.

È solo uno dei casi raccolti da Luciano Canova, docente (tra le varie cose) di Economia Comportamentale (...) e raccontati nel suo libro “Scelgo dunque sono”, edito da Egea. Si tratta di un manuale divulgativo, o meglio “una guida galattica per gli irrazionali in economia”. Perché nonostante le convinzioni degli economisti classici, l’homo oeconomicus non è oeconomicus per la semplice ragione che dovrebbe essere razionale ma, purtroppo, non lo è.

Il libro dimostra che in ogni scelta economica l’uomo è guidato (se non proprio dominato) da una serie di convinzioni, automatismi, vere e proprie fallacie che gli impediscono di fare la scelta più corretta (almeno dal punto di vista economico).

Ad esempio, a nessuno piace pagare. È un fenomeno noto e studiato, che si chiama pain of paying: l’atto stesso di sborsare del denaro è vissuto con difficoltà, provoca dolore. Pagare è quasi “una tassa morale sui consumi”. Per questo conta molto il tempo che viene richiesto e le sue modalità: il dolore si ridurrà quando il tempo impiegato è poco e il contatto con il denaro meno forte.

Si capisce allora che usare le carte di credito, che quasi annullano il pain of paying, condiziona gli acquisti. Lo stesso effetto vale per le fiches nei casinò (chi giocherebbe con la stessa spregiudicatezza se fossero soldi veri?) e, soprattutto, per i prodotti finanziari, che rendono immateriale il denaro, elevandolo quasi a concetto astratto (con tutti i rischi che ne conseguono).

Nonostante le convinzioni degli economisti classici, l’homo oeconomicus non è oeconomicus per la semplice ragione che dovrebbe essere razionale ma, purtroppo, non lo è. La scelta razionale in economia è condizionata dall’incapacità di mantenere, come si è visto sopra, una percezione assoluta del denaro. O dal fatto che si è influenzati dal dolore della perdita. O dal fatto che non si è in grado di mantenere una visione temporale di lungo periodo.

Altro esempio: preferite mezzo pacchetto di caramelle oggi o uno intero tra una settimana? In molti sceglieranno la prima opzione. Ma cosa accade se si offre mezzo pacchetto tra un anno e un pacchetto intero tra un anno e una settimana? Tutti sceglieranno la seconda. Eppure è lo stesso periodo di differenza.

Oppure ancora, dal fatto che un oggetto che ci appartiene tende a essere sopravvalutato (per non parlare di un oggetto costruito da noi – è l’effetto Ikea). O ancora, dalla motivazione nel compiere un progetto e dalla fatica che si mostra nel farlo (si tende a pagare con più soddisfazione, per lo stesso lavoro, coloro che mostrano di averci faticato di più).

L’irrazionalità, insomma, appartiene al dominio del quotidiano – anche se non ce ne si accorge. Non fare errori, cioè agire in modo razionale, diventa sempre più difficile (soprattutto in un mondo sempre più complicato) con il rischio di danneggiare le scelte economiche, sia personali cheaziendali.

Alcuni, come Google, tentano di resistere: per contrastare la tendenza dei “creativi” di Google Labs ad innamorarsi dei propri progetti (che può essere virtuosa se giusta, ma dannosa se significa insistere nel progetto/idea sbagliati), ha scelto di pagarli per ogni idea che mettono da parte. È un modo per compensare la difficoltà di abbandonare un progetto. Altri, invece, hanno adottato una politica di nudge (cioè di piccoli incoraggiamenti) per spingere le persone a comportarsi in un modo anziché in un altro. (...)

In ogni scelta economica l’uomo è guidato (se non proprio dominato) da una serie di convinzioni, automatismi, vere e proprie fallacie che gli impediscono di fare la scelta più corretta. Ma è solo l’inizio. Conoscere il comportamento delle persone e capire i motivi per cui, spesso, si fanno scelte non razionali è importante.

Da un lato, perché permette di evitare errori fatali, specie in campo finanziario – e capita già che gli investimenti operati da un software si rivelino del tutto diversi da quelli compiuti dagli esseri umani, dal momento che non si lasciano influenzare dalle perdite momentanee ma agiscono sul lungo periodo – dall’altro perché permette di pensare politiche nuove e più efficaci.

L’obiettivo, come ricorda di continuo Canova, è la felicità (qualsiasi cosa sia: l’agiatezza economica è solo un criterio). Raggiungerla appare un miraggio. Ma avvicinarsi, ecco, forse quello si può. Facendo, ogni tanto, qualche scelta strana e razionale. >>

DARIO RONZONI

10 commenti:

  1. Ecco due altri esempi simpatici di economia emotiva che ho trovato sul web:

    << Perché spendiamo diversamente i soldi dello stipendio e quelli della tredicesima?
    Il fatto è che abbiamo la propensione a svolgere «conti mentali» separati, ad attribuire cioè agli stessi euro un valore monetario diverso a seconda di come sono entrati nelle nostre tasche e di come stanno per uscirne. >>

    << Perché preferiamo uno yogurt magro al 95 per cento invece che con il 5 per cento di grassi, o un maglione all’80 per cento puro cachemire invece che 20 per cento misto lana?
    Perchè siamo diversamente sensibili al rischio a seconda che questo ci prospetti delle vincite piuttosto che delle perdite. >>

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  2. "Ad esempio, a nessuno piace pagare."

    Dipende, non sempre. Se ho acquistato qualcosa che vale i soldi, anzi quel qualcosa è a mio soggettivo giudizio di maggior valore dei soldi, allora non soffrirò pagando per il semplice motivo che faccio un affare. E un affare si configura quasi sempre con un guadagno. Persino Gesù parla di un tale che per acquistare una perla vende tutto quello che ha, quella perla essendo per lui la cosa più ambita.

    Però è vero che in genere pagare fa soffrire - perché perdiamo i nostri cari soldi, perdiamo dunque potere di acquisto o potere tout court. E svenarsi, dissanguarsi non è piacevole. Viceversa un bel dono, una vincita al lotto o un meritato guadagno ci riempie di gioia - perché acquistiamo potere (di acquisto), valiamo in un certo senso di più. Almeno io faccio sempre questa esperienza: separarmi dai miei soldi mi costa, le mie care banconote volano via; invece quando volano nel mio portafogli - onestamente guadagnate o anche regalate dalla sorte - me ne rallegro, sono tutto contento (anche per il fatto che non sono milionario e di soldi non ne ho mai visti troppi).
    La carta di credito è in effetti tentantrice. Il denaro è stato smaterializzato: invece che con belle banconote e monete sonanti paghiamo con bit e compriamo spesso cose inutili o non proprio necessiare perché sembrano non costare niente, basta estrarre la carta di credito e immettere il Pin. Sono sicuro che economisti e politici speculano su queste debolezze. E quando sarà sparito il contante la gente sarà persino costretta a spendere soldi, primo perché non fruttano più interessi e poi anche perché si sarà penalizzati coi tassi negativi. A quel punto saremo più propensi a spendere. Perché l'economia giri (e siano salvi posti di lavoro e pace sociale) devi spendere, capito? E se non spendi sei un asociale, anzi quasi un criminale. Ma qualcuno ride e se la gode.

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    1. << Perché l'economia giri (e siano salvi posti di lavoro e pace sociale) devi spendere. >>

      Finchè tutto non crolla miseramente perchè abbiamo superato i limiti di carico del pianeta.
      Ma di questo gli economisti (ed i politici di complemento) non si preoccupano, anzi per molti di loro questo collegamento neppure esiste.

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  3. Fra parentesi le stesse sensazioni negative o piacevoli si registrano nella sfera affettiva. Un'amicizia che va in frantumi è una perdita che provoca dispiacere, rammarico, dolore. Invece la considerazione, l'affetto che amici o conoscenti ci dimostrano ci fanno piacere perché sentiamo di valere ai loro occhi. Anche negli affetti le nostre "azioni" salgono e scendono come i valori in borsa: rammarico quando scendono, soddisfazione o persino felicità quando fanno un grande balzo in alto.

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    1. << Anche negli affetti le nostre "azioni" salgono e scendono come i valori in borsa >>.

      Una bellissima immagine, che condivido.
      Ed anche in questo caso, probabilmente, gran parte della felicità (o del rammarico) è legato alle aspettative sul corso futuro del rapporto.

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  4. Un'altra osservazione psicologica. Il generoso è simpatico a tutti. Il motivo è ovvio: è qualcuno che ti dà qualcosa, ti arricchisce senza pretendere nulla. L'inaspettato e magari immeritato dono migliora oggettivamente la tua situazione, hai di più e quindi vali di più, sei più forte, il che ti rallegra. L'avaro invece si nega, non ti dà niente, anzi se potesse ti sottrarrebbe anche il tuo. Gli avari sono antipatici a tutti.
    Quindi la teoria è giusta: se perdi qualcosa (soldi, ma anche affetti) soffri, se guadagni gioisci. Perciò pagare, mollare i propri soldi può dispiacere, riceverli invece piace eccome. È un guadagno ovviamente anche la conoscenza, l'esperienza - nuove e importanti conoscenze o esperienze ci rallegrano, sappiamo di più, possono servirci.

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    1. Pare che il senso di equità nei rapporti interpersonali sia uno dei (pochi) principi etici iscritti direttamente nel nostro DNA.

      Per questo è così piacevole (in genere e salvo eccezioni) compiere atti di generosità: non solo perchè ci fa diventare simpatici, ma anche perchè ci mette 'in credito' nei confronti del prossimo, con la ragionevole prospettiva di essere un giorno ricambiati.

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    2. Interessante. Dunque non esisterebbe un atto di pura generosità, non esiste un atto davvero gratuito senza arrière-pensées. La mia generosità ha uno scopo: di essere un giorno ricambiato. Aspirazione legittima direi: perché non dovrei speculare sulla generosità o l'aiuto della persona verso cui mi mostro oggi generoso?
      Insomma, teniamo in qualche modo una contabilità anche quando ci mostriamo generosi. La stessa cosa vale per i sentimenti, per gli affetti: in famiglia o tra amici vale la reciprocità senza apparente contabilità.
      Ricapitoliamo: chi dona spera di essere un giorno ricambiato anche se non ci pensa. Col dono lego a me il beneficato che difatti esprime la sua gratitudine. Essere o sentirsi grati significa essere in debito verso chi è generoso nei nostri confronti. Si accetta di buon grato il dono perché ci serve e ci rallegra, ma ci sentiamo disposti a ricambiarlo un giorno e con piacere. Il dono o regalo rafforza il legame di amicizia o parentela. Insomma, è impossibile sfuggire al legame di causa e effetto. In genere la contabilità non è molto apprezzata, è meschina - ma è difficile o persino impossibile non essere almeno un po' contabili. Il DNA non scherza, reclama i suoi diritti.
      Conosco dei "filosofi" contemporanei cattolici che hanno sviluppato tutta una teoria della gratuità del dono, non condizionato dunque dai geni e dal desiderio di essere ricambiati. Ma un tale dono assolutamente gratuito che senso avrebbe? Se metto in mano a uno sconosciuto un milione sono generoso o pazzo? Sono sicuro che lo sconosciuto chiamerà l'ambulanza se è una persona perbene. Se è invece un dritto se la squaglierà senza nemmeno ringraziare. Che cosa avrò dunque ottenuto con il mio dono assolutamente gratuito?

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    3. << Il dono o regalo rafforza il legame di amicizia o parentela. >>

      Esatto. E questo è fondamentale per l'homo sapiens che, da solo, ha pochissime (per non dire nulle) possibilità di sopravvivenza nell'ambiente naturale.
      Ecco quindi la necessità di diventare animali fortemente sociali, con un intreccio di rapporti nei quali l'abitudine del dono, non a caso presente in tutte le civiltà ed in tutte le culture, è assolutamente fondamentale.

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  5. In fondo l'economia è semplicemente il passaggio - avvenuto probabilmente con i primi insediamenti stanziali - dallo scambio spontaneo, in cui il dono viene ricambiato solo per un impegno morale, allo scambio formalizzato, che diventa obbligatorio per un preciso obbligo di legge.

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