mercoledì 14 giugno 2017

Top Secret

Le bugie e le omissioni “a fin di bene” sono sempre esistite e non si può negare che a volte risultino utili. Ma che succede quando vengono utilizzate in politica, nei confronti del popolo ? Ce ne parla Elena Giorza, in questo articolo tratto da Micromega. Lumen


<< Il popolo, inconfessabilmente rappresentato come massa informe, disomogenea, ignorante e credulona, può essere, ma soprattutto, deve essere “illuminato”? La questione se sia opportuno e conveniente rivelare al popolo certe “verità” o se, invece, sia legittimo ingannarlo attraverso il ricorso a “errori utili” di natura religiosa, ha origini antiche, ma la sua presenza si rivela costante nel dibattito filosofico moderno e contemporaneo.
 
Per comprendere – con lo scopo di condividere o discostarsene criticamente – la posizione di chi oggi, in contesti liberal-democratici, mette in luce la pericolosità rappresentata dal completo svelamento, a livello popolare, di alcune dinamiche politiche, culturali e sociali, e la conseguente esigenza di individuare strumenti decettivi in grado di celarle, sembra utile rintracciare alcune tappe fondamentali nell’elaborazione teorica del concetto di “inganno salutare”. (…)
 
Tutti i tentativi - nel contesto delle democrazie liberali - di legittimare il ricorso a “errori utili” in ambito politico, in quanto mezzi necessari per la conservazione della democrazia stessa, possono essere riletti, e compresi nei loro aspetti più problematici, alla luce di due testi [famosi] e, più in particolare, di due concetti presenti in questi testi.
 
Da una parte la “nobile menzogna”, protagonista del III° libro della Repubblica di Platone; dall’altra le “pie frodi”, così come vengono delineate da Voltaire in alcune voci del suo Dizionario filosofico. Tale rilettura, pur istituendo un’analogia tra questi concetti, per risultare efficace non può evidentemente non tener conto dei contesti radicalmente diversi in cui le riflessioni degli autori appena citati si collocano.
 
Una chiara legittimazione dell’uso dell’impostura (…) è rappresentata dalla nozione platonica di “nobile menzogna”, esemplificata dal mito teologico-politico elaborato nel III° libro della Repubblica: « […] il dio, quando vi ha plasmato, nella generazione di quelli tra voi che sono capaci di esercitare il potere ha mescolato dell’oro, perciò sono i più pregevoli; in quella delle guardie, argento; ferro e bronzo nei contadini e negli artigiani. In quanto dunque siete tutti congeneri, per lo più genererete una discendenza simile a voi, tuttavia può accadere che dall’oro nasca prole d’argento e dall’argento dell’oro, e così via secondo tutte le possibilità. […] la città perirà, quando sarà protetta da un difensore di ferro o di bronzo»
 
In un orizzonte di tipo aristocratico e gerarchico, come quello che caratterizza la città ideale di Platone, l’utilizzo strumentale della religione – che si manifesta attraverso l’elaborazione di un mito falso, ma utile – assume un ruolo fondamentale. Nascondendo il carattere arbitrario e artificiale della gerarchia sociale e del progetto educativo platonico, la “nobile menzogna”, pur ammettendo un qualche tipo di mobilità sociale, garantisce la conservazione dell’ordine politico e, in particolare, dell’aristocrazia dei filosofi nei confronti della moltitudine (guardie e produttori).
 
È interessare notare come il concetto stesso di “nobile menzogna” in Platone assuma caratteristiche ben definite: è un inganno di natura retorica, “solo nelle parole”, e quindi diverso dalla menzogna in senso proprio che, in quanto forma di ignoranza, va rifiutata in modo netto; è una prerogativa dei governanti-filosofi che la devono prescrivere come “pharmakon” alla moltitudine, al fine di perseguire il bene comune; ha valore pedagogico, morale e politico; si serve della religione come “instrumentum regni”.
 
Analoga, sotto molteplici aspetti, alla “nobile menzogna” platonica è la nozione di “pie frodi” che emerge nella riflessione di Voltaire, in particolare in alcune voci del Dizionario filosofico: Ateismo, Fanatismo, Frode – in cui si domanda se si debbano usare pie frodi per il popolo e conclude affermando: «Pensiamo innanzitutto che un filosofo debba annunciare un Dio, se vuole essere utile alla società umana» – e Superstizione.
 
La così detta tesi “dell’utilità sociale” della religione nei confronti dei ceti più umili, significativamente giudicata da Sergio Landucci «l’aspetto più ripugnante della riflessione volteriana», implica l’idea che i principi religiosi siano considerati mezzi necessari dal punto di vista politico per evitare la ribellione dei sudditi, “non degni” di conoscere la verità e di essere istruiti: « […] il volgo non è fatto per simili conoscenze; la filosofia non sarà mai affar suo. Quanti dicono che esistono verità che devono essere celate al popolo non si devono minimamente allarmare; il popolo non legge; esso lavora sei giorni alla settimana e il settimo va all’osteria».
 
Rifiutando la possibilità di una morale “umana e di natura” indipendente dalla religione – e ritenendo impossibile, in polemica con Bayle, il darsi di una società di atei, in quanto la religione, alla base della moralità, costituisce un elemento essenziale di qualsiasi società stabile, tranne che di una ipotetica società di filosofi - Voltaire afferma che: «È indubbio che, in una città organizzata, è infinitamente più utile avere una religione, anche falsa, che non averne alcuna».
 
Significativo è il duplice carattere della religiosità che Voltaire propone: per quanto riguarda l’élite intellettuale è sufficiente il deismo, una religione primitiva, naturale e razionale, frutto della “purificazione” delle religioni positive, incentrata sul rispetto di alcuni principi morali fondamentali e basata sull’idea di un Dio garante dell’ordine naturale, razionale e morale.
 
Nei confronti del popolo incolto e povero, invece, l’autore arriva a teorizzare e a legittimare (…) una religione “falsa”, ma in grado di fungere da freno morale e sociale e di mantenere l’ordine politico. In tal senso, quindi, Voltaire si mostra convinto della necessità e dell’utilità di ingannare il popolo, evitando di “illuminarlo” su alcune verità scomode, in primis la falsità delle religioni positive, il cui Dio vendicatore e rimuneratore, e la cui credenza nell’immortalità dell’anima, si rivelano errori utili.
 
Dietro alla legittimazione delle “pie frodi” sembra celarsi la paura del demos da parte dell’ordine castale e la volontà di preservare il sistema sociale e politico: «Non credo che ci sia al mondo un sindaco o un podestà con soli quattrocento cavalli chiamati uomini da governare, il quale non comprenda la necessità di porre dio nelle loro bocche, acciocché serva da morso e da briglia».
 
La necessità, evidente in Voltaire, di una duplice soluzione del “problema politico” (…) che tenga conto di una netta e incolmabile disuguaglianza a livello intellettuale e culturale fra gli individui, riemerge prepotentemente in Leo Strauss. (…) Strauss, facendo propria una prospettiva anti-egualitaria e aristocratica, in polemica con la modernità e con concezioni di tipo democratico e liberale, recupera esplicitamente la “nobile menzogna” platonica affermando l’esigenza dell’uso strumentale delle religione da parte dell’élite politica in ambito pedagogico.
 
Evidentemente influenzato dalle riflessioni filosofiche di stampo platonico - e presupponendo una differenza radicale, dal punto di vista intellettuale e morale, tra il popolo e i “filosofi” - Strauss ritiene necessario nascondere a livello pubblico e politico gli esiti scettici cui la critica filosofica conduce. Per realizzare questo obiettivo egli propone il ricorso al mito religioso, in quanto strumento retorico di manipolazione e dominio sulla massa.
 
Rispetto al “problema politico” – inteso come urgenza di conciliare ordine e libertà senza cadere nei rispettivi eccessi – Strauss si mostra convinto del fatto che l’unica soluzione possibile sia, non tanto di natura economica o giuridica, come sostenuto all’interno della prospettiva moderna e liberale, ma di carattere comunicativo. L’aspetto più interessante della riflessione straussiana è la duplicità della sua proposta; duplicità che, mantenendo come riferimento principale Platone e la filosofia classica, richiama da vicino l’elaborazione volteriana (…) di una religione per il popolo (le “pie frodi”) distinta dal deismo elitario.
 
In “Liberalismo antico e moderno”, Strauss individua due forme alternative di educazione applicabili nella sua contemporaneità politica e alternative al modello laico e secolare proprio della modernità, destinata a degenerare, dal suo punto di vista, nel nichilismo o nel materialismo radicale.
 
La prima, di tipo “esoterico”, è quella destinata a una ristretta élite politica (i gentiluomini che devono governare) e ai filosofi (che si dedicano alla vita teoretica), considerati intellettualmente e moralmente superiori. L’educazione detta “liberale”, nel senso antico del termine: è l’educazione degna dell’uomo libero.
 
La seconda, di tipo “essoterico”, è riservata alla massa ed è l’educazione “religiosa”. Quest’ultima, elaborata sul paradigma della “nobile menzogna” platonica, si basa sull’utilizzo funzionale, da parte di chi detiene il potere, della religione – e, in particolare dell’idea di un Dio vendicatore e rimuneratore – come freno morale, sociale e politico utile per garantire il controllo e il soggiogamento del popolo incolto e “inferiore”.
 
A parere di Strauss, qualora la massa popolare venisse “illuminata” circa il carattere convenzionale della moralità e circa la falsità delle credenze e dei dogmi religiosi – ai quali la moralità stessa, nella prospettiva della “nobile menzogna”, è strettamente legata – l’opportunismo e l’irresponsabilità prenderebbero il sopravvento, spezzando i legami sociali. In tal senso chi governa, facendo propri il disincanto e lo scetticismo propri dell’autentica filosofia, ha non solo la possibilità, ma il dovere di ingannare, senza essere ingannato.
 
La reinterpretazione della menzogna platonica elaborata da Strauss, all’interno di una concezione aristocratica e paternalistica – ma legata a un rigido realismo e alla consapevolezza dell’impossibilità di un’aristocrazia universale – che mira a svuotare le istituzioni liberali e democratiche, fino a ridurle a pure formalità – per riempirle di contenuti nuovi attraverso il progetto educativo e politico a cui si è accennato – è, quindi, una dimostrazione evidente di come l’attuazione di una “politica del velo” possa arrivare (…) alla pericolosa negazione “de facto” delle democrazie moderne. >>

ELENA GIORZA


(Link: http://temi.repubblica.it/micromega-online/dalle-pie-frodi-alla-nobile-menzogna-platone-voltaire-e-la-%E2%80%9Cpolitica-del-velo%E2%80%9D/)

37 commenti:

  1. A una prima lettura veloce mi pare sbagliata la dicotomia di fondo che e' poi il postulato di base da cui si dipana il ragionamento dell'articolo: che la scelta sia fra una religione e nessuna religione.

    In realta' l'avvento dei social networks e delle infinite tribu' che condensano ci mostra, mi sembra chiaramente, che l'alternativa e' fra una religione piu' o meno condivisa da tutti, e mille religioni (una per ogni piccola tribu'), non nessuna religione.

    L'evolvere della possibilita' e della liberta' di comunicazione mostra che quasi tutti i blog e i siti di nostra conoscenza (escluso questo, esoterico ;) coagulano miriadi di piccole e settarie tribu' di squilibrati mentali (nel senso proprio del termine, di fuori equilibrio in quanto pendenti tutti e solo da una parte) impermeabili a qualsiasi ragionamento che non sia in accordo con le verita' di fede del proprio gruppo, che ognuno di loro considera Scienza, e invece ha tutte le caratteristiche della religione).

    Non stupisce che sia micromega a non accorgersi di questo fatto, dato che e' un esempio da manuale di gruppo settario da ben prima dell'avvento dei social networks.

    Insomma, da quando in qua non solo il popolo ma in particolare gli intello' non prendono sbandate oltre i limiti della sanita' mentale per la moda culturale del momento del loro gruppo tribale, che credono debba definire tutte le verita' del mondo per tutti i tempi e in tutti i luoghi?

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  2. << mi pare sbagliata la dicotomia di fondo (...) che la scelta sia fra una religione e nessuna religione. In realta' l'avvento dei social networks (...) ci mostra che l'alternativa e' fra una religione piu' o meno condivisa da tutti, e mille religioni (una per ogni piccola tribu') >>

    Questo è vero, ma le mille religioni di nicchia equivalgono, da un punto di vista sociale, a nessuna religione, per cui la dicotomia, tutto sommato, regge.

    La religione, infatti, può funzionare come "instrumentum regnii" solo se è unica, condivisa e massimamente diffusa. Altrimenti non serve a nulla.
    E l'alternativa alla religione unica, purtroppo, non è quasi mai un laicismo tranquillo e neutrale, ma il settarismo più estremo.

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    1. "E l'alternativa alla religione unica, purtroppo, non è quasi mai un laicismo tranquillo e neutrale, ma il settarismo più estremo."

      Infatti! E' proprio quello che avrei gradito deduceste e che purtroppo mi trovo costretto (dalle evidenze fattuali) a condividere!
      Ma oltre che come "istrumentum regni" una "unica religione" (o "unico libro") puo' essere considerata come base comune per una convivenza civile.

      "Corruptissima re publica plurimae leges" non dipende tanto e solo dalla corruzzione, puo' dipendere anche dal fatto che vacando un substrato morale comune e condiviso spontaneamente, diventa necessario specificare puntualmente e analmente ogni minimo movimento, fisico e mentale, di ogni cittadino.

      E' quella che Giovanni Prodi ha descritto (interpolo, non e' detto che approverebbe) come degenerazione pan-normativistica del positivismo giuridico moderno (positivo, quando si parla di legge, significa "positum", imposto).

      Le persone, la gente, hanno perso la capacita' anche solo di immaginare che una societa' possa funzionare senza che tutto sia precisamente prescritto e imposto, soprattutto i grillini che non a caso, purtroppo, traggono piu' consenso elettorale dai giovani, dal futuro.

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    2. E che questo non finisca per dipendere tristemente dal fatto che le ultimissime generazioni sono state allevate senza MAI dar loro modo di organizzare autonomamente i loro giochi e la loro "agenda", il loro tempo: ci doveva essere sempre un adulto, un esperto, un tecnico, un professionista, che li guidava e imponeva loro la sua superiore saggezza. Errore madornale e probabilmente irrecuperabile, derivato dalla arrogante smania di controllo totale che funesta il nostro vivere.

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    3. << Le persone, la gente, hanno perso la capacita' anche solo di immaginare che una societa' possa funzionare senza che tutto sia precisamente prescritto e imposto. >>

      Questo, probabilmente, è il frutto più sgradito (e presumibilmente non voluto) del relativismo, ovvero del passaggio "storico" dall' "ipse dixit" a "nemo dixit".
      Un passaggio, però, che è stato per tanti versi provvidenziale.
      Purtroppo, nulla è gratis, nel progresso sociale.

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    4. Mi sfugge il nesso, d'istinto mi verrebbe da pensare il contrario, cioe' che la gente pensa di essere impossibilitata a vivere se qualcuno non gli impone come farlo, se non ha un capo da seguire.

      Ma di solito riusciamo a interloquire con gli altri e a convivere socialmente solo perche' presupponiamo che gli altri siano come noi e quindi in grado di com-prenderci (per questo mi fa sbellicare la recente teoria dei neuroni specchio, una scoperta dell'acqua calda, di grazia non si e' mai visto un neurone che non sia specchio, le reti neurali funzionano per principio emulando cio' che devono comprendere, sono dei simulatori intrinsecamente).

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    5. Forse non sono stato chiaro.
      Volevo dire che con una sola religione condivisa e diffusa, tutti conoscono e seguono le regole di comportamenmto, perchè sono poste a priori e non possono neppure essere discusse.
      Col relativismo invece ognuno è libero di avere i propri valori, per cui le regole sociali devono essere frutto di una normativa formale, da seguire non per condivisione, ma per obbligo di legge.

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    6. Adesso ho capito e sono d'accordo.
      Pero' piu' che di "religione" parlerei di weltanschauung o roba del genere, in ogni epoca comunque e a prescindere dalle imposizioni regolative positivistiche del momento esiste una visione comune della realta' in cui si vive. Ce n'e' sicuramente una anche oggi, solo che per definizione non ce ne accorgiamo, e' impossibile accorgersi dell'aria (o dell'acqua se si e' un pesce) in cui si vive e respira, se non quando viene meno, assieme alla vita stessa.

      Mi pare di aver gia' detto piu' volte che secondo me oggi, per il tipo di esistenza pratica, reale e concreta che conduciamo, viviamo tutti nella metafora della macchina, del determinismo meccanicistico, del fatto che basti premere il bottone A perche' ne risulti meccanicamente l'effetto B, e che se cio' non succede e' solo perche' si e' rotto qualche filo o ingranaggio (ovvero perche' c'e' un complotto, degli evasori, o qualche delinquente che rema contro, dato che la possibilita' dell'errore, dell'improbabilita', del semplice caso, in una metafora rigidamente meccanicistica, e' negata a priori, e' impossibile).

      Ecco secondo me oggi senza rendercene conto viviamo in una concezione del mondo di questo tipo, la gente "ragiona" cosi' (che in realta' questo non e' un ragionamento, ne e' la negazione) e questa e' la nostra religione: il tecnicismo meccanicistico, di cui e' vittima anche la scienza stessa che in realta' non ragiona MAI per certezze ma sempre e solo per probabilita' e solo fino a prova contraria).

      Del resto, quando una collettivita' crede veramente in una religione, non la considera "una religione" (questo implicherebbe il relativismo), la considera un'ovvia e indiscutibile verita'.

      Parlandone qui ed ora, trovo davvero singolare che non si rendano conto tutti di questa che secondo me e' una banalita' la cui verita' e' evidente di per se'. (scherzo, ricorsivamente :)

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    7. Notare peraltro che la religione panmeccanicistica e' perfettamente compatibile con la panregolamentazione giuspositivistica : perche' la macchina dello stato e della societa' funzioni perfettamente in ogni suo ingranaggio, basta che esso abbia le istruzioni giuste (le quali, per principio (fallace, come la scienza matematica ha dimostrato gia' da un secolo o quasi) esistono sempre!).

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    8. << piu' che di "religione" parlerei di weltanschauung (...)
      Secondo me oggi (...) viviamo tutti nella metafora della macchina, del determinismo meccanicistico >>

      Sono d'accordo con te, ma con un distinguo che mi pare importante.

      La weltanschauung religiosa, quella classica che ha funzionato per tanti secoli, era più efficiente come collante sociale.
      Anzitutto perchè non poteva essere messa in discussione, per cui le contraddizioni potevano essere facilmente ignorate.
      E poi perchè poneva il suo premio nell'aldilà, un luogo che nessuno poteva vedere e del quale, quindi, nessuno poteva mai lamentarsi.

      La nostra weltanschauung odierna, invece, non solo può essere discussa, sviscerata e criticata, ma promette il paradiso in terra, cosa che, ovviamente, non potrà mai mantenere.
      Per questo, pur vivendo oggettivamente meglio, finiamo per essere più scontenti, più disorientati e più stressati.

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  3. Immaginiamo un Bergoglio che si affaccia alla loggia di S. Pietro e dice: "Frateli e sorele, ri-buonasera. Annuntio vobis gaudium magnum: l'inferno non esiste, è stato tutto un equivoco. Dio ci ama alla follia, come potrebbe inventare un luogo simile? Semplicemente assurdo! C'era già arrivato Origene nel terzo secolo del resto. Sì, ammetto che l'abbiamo menata ancora per altri diciassette secoli facendo tremare un po' tutti, persino le teste coronate. Ma siamo ormai nel XXI secolo, è ora di essere seri, di diventare adulti. Il diavolo non c'è, come ha anche assicurato recentemente il generale del mio ordine, di cui io sono umile socio anche se vado in giro di bianco vestito (è il cerimoniale, io preferirei il clergyman, sapete). Dunque niente diavolo e niente inferno, bello no? Ovviamente non c'è però nemmeno il paradiso, mi dispiace. Ma non rattristatevi, le settanta vergini sono quaggiù e vi faranno felici da subito, altro che dopo la morte (personalmente però preferisco le donne mature, ci sanno fare di più). Ecco, mi sono tolto un peso dal coscienza: duemila anni di prese in giro, di terrore per la dannazione eterna, basta. Figlioli, divertitevi e buona fortuna."

    Come reagirebbe il popolo a questa terribile rivelazione? Come reagirebbe il sacro collegio se non fosse stato avvertito prima? Lo butterebbero giù dalla loggia?
    E come reagirebbero gli atei nostrani, le logge massoniche? Questo imbecille ci sta rovinando? Ma non ha letto Machiavelli, non sa che la ragion di Stato impone la menzogna (del resto a fin di bene, soprattuto per noi ). "... orrenda ragion di stato" (Alfieri, Filippo o Don Carlos, non ricordo più bene).

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    1. Mi sa che non succederebbe proprio nulla, le cose per cui si scandalizza e "si indigna" la ggente oggi sono di ben altro genere, gli evasori, le olgettine (= la iniqua distribuzione della gnocca).
      Solo qualche vecchio rottame solleverebbe, forse, un sopracciglio.

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    2. Caro Sergio, è davvero spassosa l'immagine di Bergoglio che decide di contraddire la tradizione, gettando nel panico l'intero establishment della Chiesa.
      Ma certe svolte si possono ottenere anche in modo più tranquillo, senza chiasso, semplicemente evitando di parlare degli argomenti più scomodi.

      Come ben sappiamo, nei libri sacri e nella tradizione dottrinale della Chiesa si può trovare tutto ed il contrario di tutto.
      Quindi un papa che voglia innovare l'immagine della religione può limitarsi a porre l'accento sugli argomenti più utili in quel momento, lasciando semplicemente gli altri nell'oblio.
      Un oblio calcolato e temporaneo, perchè il vento può sempre cambiare, e quegli stessi argomenti, ora scomodi, potrebbero ritornare buoni in futuro.

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    3. Fra l'altro nella chiesa forse sta solo succedendo quello che e' successo dappertutto nelle classi dirigenti: per semplice sostituzione generazionale sta arrivando al potere la generazione dei giovani preti operai e degli scout degli anni '60 e '70, cosa che nella gerontocrazia cattolica avviene con un po' di ritardo rispetto al resto della societa'.

      Ai "vecchi" che si indignano per la schifezza che fa lo stato semi-collettivista e ipertassatorio e regolamentatore italiano di oggi mi piace chiedere, spesso, di che si lamentano: quella che hanno davanti e' la realizzazione dei loro sogni, cio' per cui hanno lottato strenuamente, e oggi non solo non ne sono felici, ma nemmeno si accorgono che si tratta solo dei loro desideri trasformati in realta'. Si puo' dire coglioni? :)

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  4. C'è un detto famoso che recita più o meno così: "quando gli dei voglio rovinare qualcuno, realizzano i suoi desideri".
    Qualcuno di voi sa dirmi la fonte e, magari, il testo preciso ?
    (L'ho cercato sul web, ma non l'ho trovato).

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  5. L'articolo tratto da 'Micromega' mi ricorda l'ultima battaglia politica del buon vecchio Pannella: quella per il riconoscimento del diritto (umano) alla conoscenza, contro gli "arcana imperii" e similari: obiettivo sicuramente molto complesso/complicato ma altrettanto sicuramente non secondario...
    Rig.do al detto, ne ricordo, peraltro in maniera non pienamente limpida, uno complementare (sempre di matrice greco-latina): gli Dei fanno impazzire coloro che essi prediligono...

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  6. Caro Claudio,
    certamente è sempre meglio sapere che non sapere, ed un diritto umano alla conoscenza è senz'altro ipotizzabile (e condivisibile).

    Ma ho l'impressione che non siano solo le elites a desiderare (per ovvi motivi) una scarsa informazione.
    Ci sono anche moltissime persone comuni che, per pigrizia, ignavia o semplice supidità, preferiscono non sapere o comunque non approfondire.

    E allora diventa dura scalfire la pratica politica del top secret.

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  7. Sinceramente il "diritto alla conoscenza" mi pare una delle strampalataggini del Pannella della vetusta': io piu' che diritto lo vedrei semmai come un dovere.
    Ma forse il Pannella della vetusta' aveva solo deformato il vecchio e a lui ben noto "conoscere per deliberare" di Einaudi.

    Se la gente tenesse tanto al diritto alla conoscenza farebbe ben altro uso del web, di cui gli interessano solo le chiacchere, i pregiudizi, le bufale, i complottismi, le demenzialita' varie.

    Della conoscenza la gente non sa cosa farsene, anzi la disprezza, perche' il progredire della conoscenza (e quindi della consapevolezza dell'ignoranza) ha l'effetto di sminuire l'ego smisurato con cui nascono gli uomini.

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  8. Eppure, alla base di tutto ciò, c'è un discreto paradosso.

    Perchè, da un lato l'ego smisurato delle persone (nemico della conoscenza) deriva dai ben noti condizionamenti genetici di cui parlo spesso.
    Ma, dall'altro lato, lo scopo del fenotipo è proprio quello di esplorare al meglio l'ambiente per conto del pool genico, per acquisire quante più informazioni possibili.

    Il fatto, caro Diaz, è che le società moderne sono talmente complicate, che una vera conoscenza del mondo e della società circostante è umananmente impossibile.
    Allora ci si deve fidare, e se ti fidi delle fonti sbagliate sono guai...

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    1. "Allora ci si deve fidare, e se ti fidi delle fonti sbagliate sono guai..."

      In media non cambia nulla: le "fonti fidate" di solito sono migliori, ma quando col senno di poi si vede che avevano torto il danno enorme che ne deriva (proprio perche' tutti la maggioranza tende a seguire quelle) compensa in una botta sola di disastro i vantaggi delle altre volte. Vedi le guerre fra stati e nazioni. Una societa' non dovrebbe MAI affidarsi ad un'unica strategia, la natura non lo fa MAI, vedi l'enorme varieta' genetica di cio' che vive, anche all'interno di ogni popolazione. E quando lo fa, si chiama vicolo cieco evolutivo.

      "per conto del pool genico"

      Si', certo, per conto della razza...;)
      Ma le informazioni fa piu' spesso comodo distorcerle che prenderle per quello che sono, anche quelle a proprio uso e consumo, e proprio per quanto dice sotto Claudio, che il mondo e' talmente complesso che alla fine tanto vale scommettere a caso. Cosa che infatti succede, il gioco d'azzardo sembra sia una caratteristica comportamentale irreprimibile negli esseri umani, e consiste proprio nel fare la cosa meno probabile a rigor di logica, al fine di trarne il massimo profitto nel caso accada.

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  9. "(...) Una vera conoscenza del mondo e della società circostante è umanamente impossibile"

    Già, aggiungerei l'impossibilità non solo di una vera CONOSCENZA ma anche di una GESTIONE centralistico-dirigista priva di errori/omissioni/storture: come teorizzato da alcuni pensatori di matrice liberale, da qs. punto di vista meglio un approccio "bottom-up"...

    "Ci si deve fidare, e se ti fidi delle fonti sbagliate sono guai"

    Vero, (sfortunatamente) resta il serio problema dei criteri di analisi/scelta delle fonti (e di una democratica accessibilità/circolazione/diffusione di queste ultime)...

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    1. In politica (e morale) non esiste un "vero oggettivo". Anzi, qualsiasi misurazione del valore e' SEMPRE soggettiva, non esiste un valore intrinseco delle cose. Quando i filosofi dicono che il mondo esiste solo perche' c'e' l'uomo che lo guarda dicono un'enorme sciocchezza e commettono un immenso peccato di ybris dal punto di vista oggettivo, ma avrebbero invece pienamente ragione se intendessero che qualsiasi attribuzione di bello o brutto, giusto o sbagliato, prezioso o senza valore, e' solo negli occhi degli uomini che guardano.

      Anzi, penso che questa strana bizzarria di affermare che il mondo esista solo se c'e' un uomo che lo guarda e lo sperimenta, derivi proprio dalla enorme confusione che tendono a fare le persone specie di successo, quelle cui l'esperienza e il caso non hanno mai limato l'ego smisurato, fra i loro desideri e valori e quelli del resto del mondo. Cos'e' la realta'? E' cio' che si oppone ai nostri desideri e alle nostre fantasie :)

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  11. @ Claudio

    Purtroppo, il problema alla base è quasi sempre lo stesso (e non risolvibile in tempi brevi): siamo diventati troppi.

    Troppi per poter conoscere adeguatamente la società che ci circonda, troppi per poter prendere decisioni informate, troppi per non dover sottostare ad una normazione eccessiva, troppi per poterci permettere una democrazia più diretta.

    E poi: troppi per poter salvaguardare seriamente l'ecosistema, troppi per poterci accontentare delle energie rinnovabili, troppi per creare comunità più omogenee, troppi per non dover litigare sulle risorse rimaste, e si potrebbe continuare.
    (scusate lo sfogo).

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    1. "siamo diventati troppi"

      Siamo sempre stati troppi, ma questo e' uno dei rari momenti della storia dell'uomo in cui non e' vero che siamo troppi, non ancora (se fossimo "oggettivamente" troppi la popolazione non continuerebbe ad aumentare, ovvio, no?).

      Il che non toglie validita' all'enumerazione delle magagne citate sopra, ma che avremmo comunque. Diciamo che l'essere "troppi" e' una di esse, ma non necessariamente causa delle altre. In ogni caso, TUTTE le magagne che elenchi non sono "oggettive", sono tali per i valori di moda oggi, e che molti di noi condividono nella societa' di oggi. Se avessi enumerato le stesse cose negli anni '30, ti avrebbero preso per pazzo pericoloso, per nemico del mondo, della patria e dell'umanita', e ingabbiato. Erano scemi loro e intellligenti noi? No, semplicemente sono cambiati i valori medi della societa', come periodicamente succede, e sempre di "pazzie" si tratta.

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    2. "Diciamo che l'essere 'troppi' è una di esse"

      Aggiungiamoci però che molto probab.te si tratta di quella che ha l'impatto complessivamente più devastante!
      Inoltre le "magagne" opportunamente enumerate da Lumen non mi sembrano granchè condivise neanche oggi, almeno a giudicare dalla reiterata propaganda natalista di varia matrice confessionale, nazionalista e turbocapitalista...

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    3. << molto probab.te si tratta di quella che ha l'impatto complessivamente più devastante! >>

      Sono d'accordo.
      Secondo me la sovrappopolazione resta, con i numeri attuali, il "problema dei problemi", quello che viene prima di ogni altro.

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    4. In Africa senz'altro, ma mi pare che rispetto a 40 anni fa non gliene freghi piu' niente a nessuno, se non per costruire muri sempre piu' alti per impedire il deflusso verso i nostri lidi, comunque sovraffollati. Fra l'altro quelli che vogliono i muri piu' alti sono gli stessi "clerico-fascisti" che a suo tempo quella sovrappopolazione hanno promosso, inviandovi a scopo educativo... missionari.

      In ogni caso ormai non si puo' piu' fare nulla, e' troppo tardi, preoccuparsi di questa cosa e' inutile, e' un esercizio di stile, puo' dare soddisfazione solo nel senso del "ve l'avevo detto", magra e inutile soddisfazione, anche perche' comunque indirizzata a degli scimmioni del tutto inetti a capire alcunche'.

      Da un po' di tempo quando sono in mezzo alla gente, ai miei concittadini, ho la netta sensazione di essere caduto nella gabbia dei gorilla dello zoo, ne hanno tutte le caratterisitiche fisiche e comportamentali, malamente mascherate dall'abbigliamento che li rende ancora piu' grotteschi.

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    5. "Secondo me la sovrappopolazione resta, con i numeri attuali, il "problema dei problemi", quello che viene prima di ogni altro"

      Ha senso parlare di sovrappopolazione solo in termini di risorse disponibili, cosa che mi pare autoevidente dal fatto che la popolazione tende comunque ad addensarsi spontaneamente nelle citta', dove la densita' e' decine o centinaia di volte maggiore di quella del territorio circostante. E anche quando la gente se ne scappa in ferie, va in posti ancora piu' affollati! Quindi finche' tutto il mondo non sara' densamente abitato come napoli, calcutta o new york, non dobbiamo preoccuparci, la densita' abitativa e' quella che lo scimmione umano preferisce :):):)

      Per quanto riguarda le risorse invece, al momento, la percentuale di gravemente sottonutriti credo sia una delle piu' basse della storia dell'ultimo millennio o due, quindi probabilmente questa tua percezione di sovrappopolazione attuale e' un mero costrutto culturale, mentre legittima puo' essere come preoccupazione per il futuro (come del resto quasiasi altra preoccupazione per il futuro, dato che esso e' per definizione incerto).

      Quindi, altra cosa e' la previsione del futuro! Ma, diciamocelo francamente, le fonti di informazione che condividiamo mi pare che tendano ad esagerare e non poco gli allarmismi di qualunque genere, al punto che nessuno ci bada piu' di tanto, se non quei furbetti che cercano, come nel caso della greeen economy, di farne un oggetto di business e lauti guadagni all'ombra di qualche mercato artificiale imposto dalla legge, approfittando delle anzie e delle angosce cosi' generate nella gente piu' semplice.

      D'altra parte secondo me gli scimmioni umani sono altamente aggressivi di per se', e lo sono ancora di piu' quando sono ben nutriti. Credo sarebbe piu' saggio concentrarsi su questo fenomeno, che notiamo meno della sovrappopolazione solo perche' ci siamo molto piu' pervasivamente immersi in ogni secondo della nostra vita, dalla culla alla tomba. L'aggressivita', la sopraffazione e la violenza sono dappertutto, anche quando si spacciano per buonismo e amore altruistico, quelle che portano la gente in galera ce la portano solo perche' sono forme meno comuni e di minoranze, piu' che peggiori. La violenza delle maggioranze si chiama giustizia.

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    6. "In ogni caso ormai non si può più fare nulla"

      Non sarei così categorico-determinista-fatalista: se si riuscisse a convincere in partic.re le popolazioni dell'Africa subsahariana che ridurre i loro tassi di fecondità tornerebbe anche/soprattutto a loro beneficio (=con meno convitati al banchetto ognuno potrebbe avere una fetta più grande di torta...), evidentemente i numeri dell'esplosione demografica in prospettiva risulterebbero meno pesanti, con gli ovvi benefici sul piano ambientale e su quello sociale...

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  12. Fra le altre cose, ieri ho ascoltato l'mp3 del video di "ila" che e' su uno degli ultimi articoli del sito "effettorisorse", articoli che leggo sempre: e' agghiacciante in cio' che sostiene, peggio dei piani quinquennali sovietici, da' un assaggio di come dovrebbe essere orwellianamente organizzata la burocrazia del domani secondo perlomeno alcuni alfieri dell'ecologismo e della sostenibilita'.
    Ascoltatelo.

    Ormai i modelli di quella gente (regolarmente sbagliati, en passant) pretendono di sostituirsi alla realta' non solo nel senso che chi li sostiene ignora di guardare al di fuori di essi, ma pure nel senso che pretende di costruire un nuovo mondo fisico (e probabilmente un "uomo nuovo") secondo cio' che quei modelli prescrivono. Col pretesto dell'ambiente, dell'ecologia e delle risorse, siamo ormai all'ultimo stadio di tentativo di realizzazione dell'incubo totalitario e tecnocratico. Quella gente, nel suo fanatismo, perlomeno in molti dei commenti (se parlate con un vero testimone di geova e' gia' piu' disponibile al dialogo e flessibile, molti commenti del resto sembrano davvero di testimoni di geova o peggio, con le loro minacce di apocalissi, inferni e dannazioni), comincia a diventare pericolosa piu' di cio' contro cui si batte. Non vorrei che scoprissimo, come succede quasi sempre del resto, che era meglio risparmiarsi tante fatiche e tenersi i "vecchi padroni".

    Mai le parole di Crichton nell'appendice al suo "stato di paura" si dimostrarono tanto azzeccate: "Nella migliore delle ipotesi, l'attuale preoccupazione quasi isterica riguardo alla sicurezza è uno spreco di risorse e un fardello per lo spirito umano, e nella peggiore delle ipotesi un invito al totalitarismo."

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  13. La preoccupazione per la sicurezza avrà pure tanti difetti, sarà eccessiva, isterica o madre del totalitarismo, ma non mi sento di condannarla tout-court.
    Una volta raggiunta una certa agiatezza, mi pare giusto investire una parte del nostro surplus nel tentativo di vivere più sicuri.

    La sicurezza di cui gode un qualsiasi fenotipo animale (non domestico) è, in genere, deplorevole.
    Quasi lo stesso si può dire dell'umanità per molti dei secoli passati.
    Mi pare inevitabile che, oggi, con la nostra maggiore ricchezza e conoscenza, si cerchi di ottenere qualcosa di più.

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    1. No carissimi, il troppo stroppia, e secondo me e' gia' evidente che abbiamo valicato dei limiti, la gente si sente male ancora prima di stare male davvero in aspettativa di ogni tipo di disastro, e per prevenirlo si mette in condizione di stare ancora peggio senza che ci sia altro motivo che una paura isterica e immotivata.

      Alcuni, talvolta in malafede, su questo ci giocano, ci lucrano e ci campano.

      La sicurezza in cui vive ogni tipo di animale non domestico sara' anche deplorevole, ma finche' quell'animale non condivide questa opinione, vive cento volte meglio di noi in gabbia che invece facciamo il contrario, ci allarmiamo in continuazione sempre e comunque per qualsiasi nonnulla.

      Ognuno si assuma le sue responsabilita', neanche la sicurezza e' gratis, e soggiace anch'essa alla legge dei vantaggi marginali, che si puo' riassumere cosi': il troppo stroppia.

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    2. << ci allarmiamo in continuazione sempre e comunque per qualsiasi nonnulla >>

      Non posso negarlo.
      E questo resta, purtroppo, il rovescio della medaglia.

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  14. per sergio:
    http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/strong-span-style-color-ff0000-colpi-magli-ida-span-ndash-150348.htm

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    1. E perché questa segnalazione ad personam? Può interessare anche il vasto pubblico o uditorio di questo blog. Letto l'articolo comunque, cose che sapevo avendo letto tutti i libri della Magli salvo quelli più propriamente accademici di antropologia. L'hai chiamata vecchia reazionaria (perché non aggiungere anche racchia e razzista?), ma a me piaceva e sono stato anche in contatto epistolare con lei (via email). Il libro in questione, Per una rivoluzione liberale, scritto a quattro mani con Bruno Guerri, non dovrebbe dispiacere nemmeno a te, almeno in parte.

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    2. Perche' so che a te interessa e cosi' possono curiosare anche gli altri. Interessa un po' anche a me senno' non ci avrei perso tempo.
      Alcune cose della Magli mi piacciono, e leggerei molto volentieri questo suo libro con Guerri, strano che a suo tempo non l'abbia comprato (ma non si puo' leggere tutto), mi ricordo di quand'era uscito, gli anni della "rivoluzione liberale".
      L'unica cosa che e' stata messa in pratica di quella "rivoluzione" e' la trasformazione delle aziende municipali in societa' monopolistiche di diritto privato con facolta' di imporre i loro servizi ai cittadini al prezzo da loro deciso. Bella merda, era meglio tenersi la situazione di prima, anche e soprattutto dal punto di vista liberale.

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