mercoledì 7 giugno 2017

Pensione "Italia"

Demografia, pensioni ed immigrazione incontrollata nel mondo occidentale, secondo il "grande" Luigi De Marchi. Il testo risale a quasi 20 anni fa, ma - purtroppo - appare attualissimo ancora oggi (dal libro: “O noi o loro”). LUMEN
 
<< Il Segretariato delle Nazioni Unite ha pubblicato recentemente uno studio [il libro è del 2000 - NdL] sui possibili scenari demografici dell'Italia e di altri sette paesi a bassa natalità (Francia, Germania, Regno Unito, Russia, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti) che merita d'essere segnalato perché sembra condensare in ogni sua pagina tutti i luoghi comuni della nostra sapienza (o insipienza) accademica e burocratica in campo demografico, economico e sociologico .

Può essere utile esporre anzitutto i dati "oggettivi" presentati dallo studio, che si propone di esaminare la probabile evoluzione della popolazione italiana nei primi cinquant'anni di questo secolo.
 
Secondo lo studio, se dovessero continuare gli andamenti attuali della natalità e della mortalità, la popolazione italiana calerebbe tra il 1995 ed il 2050, da 57 a 41 milioni. Va detto subito che questa riduzione, tutt'altro che imponente, viene vista dagli estensori del rapporto, conforme alle mode correnti, come un 'autentica calamità.
 
Per quanto mi riguarda, credo che invece ogni persona di buon senso dovrebbe considerarla un’autentica fortuna. Ricordo benissimo, tra l'altro, che l'Italia contava, durante il regime fascista, all'incirca quel numero di abitanti (42 milioni) e che nessuno riteneva quella popolazione insufficiente. Al contrario, già allora i luminari della nostra demografia la ritenevano troppo numerosa in rapporto al territorio nazionale (…).
 
A quei tempi, inoltre, nessuno si poneva il problema ecologico, anche perché i quattro/quinti della popolazione vivevano ancora in campagna ed i tassi d'inquinamento e consumo pro-capite erano un decimo di quelli attuali. Oggi, invece, la questione ambientale è diventata addirittura drammatica, per cui gli attuali 57 milioni di italiani, dati i loro tassi pro-capite di consumo e inquinamento, hanno un "peso ecologico", equivalente a quello d'oltre 2 miliardi di cinesi, di indiani o di africani stipati sulla nostra piccola penisola.
 
Una riduzione di 16 milioni di abitanti appare dunque, sotto il profilo ecologico, una vera benedizione. Ma stranamente, come tutti sappiamo, nessuno dei nostri verdissimi e zelanti apostoli della difesa ambientale si sogna mai di evidenziare i vantaggi enormi che la riduzione della popolazione assicurerebbe in campo ambientale.
 
Perché, dunque, tanta angoscia al pensiero di un calo demografico ? Perché, ci dicono, solo un radicale riequilibrio tra la popolazione attiva ed i pensionati può salvare l'Italia dalla bancarotta previdenziale. Ma, di grazia , dove sta scritto che agli attuali trattamenti pensionistici dobbiamo sacrificare la nostra libertà, la nostra pace sociale, la nostra identità culturale, la difesa delle nostre bellezze naturali e artistiche ed il futuro dei nostri figli ? Perché di questo si tratta, anche se nessuno, naturalmente, osa dirlo.
 
Vediamo dunque quali sono i rimedi alle "calamità pensionistiche" proposti dal rapporto delle Nazioni Unite. Sono tutti "rimedi", si fa per dire, imperniati su un'autentica alluvione immigratoria. Il rapporto dunque rivela che, per mantenere la popolazione residente in Italia ai livelli del 1995, sarebbe necessario l'insediamento di 13 milioni di immigrati sul nostro territorio con una triplicazione dei flussi migratori annui attuali e col risultato che, nel 2050, un terzo della popolazione italiana sarebbe costituito da immigrati e da loro discendenti.
 
Se però, precisa il rapporto, si volesse mantenere agli stessi livelli del '95 la popolazione in età lavorativa, ciò comporterebbe un aumento a 66 milioni e mezzo della popolazione complessiva, con una quintuplicazione dei flussi immigratori annui attuali, con un flusso totale di quasi venti milioni d'immigrati e col risultato che, nel 2050, 4 su 10 abitanti dell'Italia sarebbero immigrati o discendenti d'immigrati.
 
E se infine si volesse mantenere inalterato il rapporto del 1995 tra popolazione attiva e pensionati, nel prossimo cinquantennio dovremmo "accogliere" (come amano dire i nostri prelati, bene arroccati nelle loro principesche e inaccessibili residenze) la bazzecola di 120 milioni di immigrati, con una media di due milioni e duecentomila immigrati l'anno e col risultato che, nel fatidico 2050, l'80% della popolazione italiana (anzi, ex italiana) sarebbe costituito da immigrati o loro discendenti e l 'Italia avrebbe cessato d'esistere da tempo.
 
Tutto questo suona già assurdo sul piano intuitivo ed aritmetico, ma se pensiamo che la maggioranza di questi immigrati sarebbe (per motivi di contiguità geografica) di religione islamica, possiamo facilmente immaginare i disastri che ciò comporterebbe in termini di conflittualità sociale e interculturale, di criminalità, di arretramento socio-culturale delle donne italiane e di degenerazione autoritaria della nostra società, già oggi tutt'altro che liberale.
 
Ma quali sono, dinanzi a questi scenari apocalittici, le vere contromisure che nessuno sembra prendere in considerazione ? Anzitutto, data la gravità drammatica della minaccia, dovrà essere detto a tutti, e soprattutto ai giovani, che in un paese ove l'attesa di vita delle donne e degli uomini è aumentata di oltre 10 anni, anche l'età del pensionamento deve essere parimenti posposta.
 
Non è di certo una tragedia: al contrario, il pensionamento attuale delle donne a 55 anni, e degli uomini a 60 , porta spesso all'annientamento delle loro esistenze e alla perdita di un patrimonio prezioso di esperienza e diligenza professionale. Per parte mia, ho quasi 68 anni, lavoro da mezzo secolo e se dovessi smettere di lavorare piomberei in uno stato di depressione miserevole. E ricordo che mio padre fu ridotto, dal suo pensionamento, a una condizione quasi vegetale.
 
E poi, chi ha mai prospettato agli anziani la vera scelta: preferiscono vivere in un paese sconvolto dal caos di un'immigrazione annua quintupla rispetto a quella attuale, con tutto quanto ciò comporta in termini di moltiplicazione del degrado urbano e della criminalità o addirittura di guerra interetnica o preferiscono invece lavorare qualche anno di più ? Questa è la vera scelta, che peraltro nessuno prospetta ai diretti interessati: cioè né agli anziani, né ai giovani.
 
Già, perché è tempo di dire anche ai giovani che la razza padrona della demagogia statalista e sindacale, con la sua politica immigratoria paradossalmente avallata da certi liberisti d'accademia, sta svendendo il loro futuro e la civiltà occidentale, col suo retaggio di libertà e le sue conquiste democratiche, per assicurare a se stessa i propri vergognosi ed inutili privilegi: le pensioni miliardarie o semi-miliardarie [in Lire, ovviamente - NdL] dei mandarini della classe politico-burocratica dominante.
 
Ed è tempo di dire agli esperti nostrani e stranieri che la loro non è demografia, ma “buro-grafia”, cioè demografia da burocrati, decisi a godersi pensioni da nababbi alle spalle delle giovani generazioni. Insomma, per non perdere qualche anno di pensione o non farlo perdere ai nostri super-burocrati, vogliamo davvero ridurre l'Italia come la Bosnia o il Kossovo ? >>

LUIGI DE MARCHI


19 commenti:

  1. Che fascista questo de Marchi, che razzista. Era pure berlusconiano. Un triste figuro.

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    1. Ed infatti, probabilmente per questi motivi, è stato molto meno famoso ed apprezzato di quanto meritasse.
      Io stesso, ai tempi, l'avevo scoperto quasi per caso.

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    2. Credo ci sia un malinteso. Sopra scherzavo ovviamente, de Marchi mi andava, anche se la sua svolta berlusconiana nel suo blog mi lasciò perplesso. Ma l'ho conosciuto molto tardi, non sapevo nulla della sua direi positiva azione nel dopoguerra (con i fotoromanzi a fini educativi - oggi l'educazione sessuale è obbligatoria, a quei tempi de Marchi era all'avanguardia e l'Italia ancora bigotta e papalina lo processò pure). Un personaggio interessante.

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    3. Certo, ovviamente.
      Però resta il fatto che non ha avuto il successo che meritava (anche a livello accademico) perchè era un personaggio scomodo, che diceva cose politicamente scorrette.

      Così, per esempio, la sua teoria psicologica dello "shock primario" (cioè la scoperta da parte dell'uomo dell'inevitabilità della morte), mi sembra centratissima e spiega nel modo migliore tutte le turbe e le complicazioni della psiche umana.

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    4. Me invece questa teoria dello "shock primario" non mi convince (per niente). Quando avrebbe subito questo shock? Un paio di giorni fa si è ipotizzato, in basi a recenti reperti, che il sapiens sapiens abbia non 200'000 ma 300'000 anni. Non so quanto conti questa differenza che è mi pare di tutto rispetto. Nella seconda ipotesi, 300'000 anni, un sapiens sapiens ha dunque calcato la terra ca. 298'000 prima della venuta di Cristo ... Certo che Dio non aveva fretta a redimere l'umanità. Ma i sapiens sapiens e altri ominidi erano pochini, forse solo alcune migliaia in territori immensi. Ma ciavevano (sic) l'anima immortale?

      Ma per tornare allo shock primario. Cosa significa accorgersi dell'inevitabilità della morte? La presenza della morte è stata sempre un'evidenza, non è che a un certo momento un sapiens ci pensa su e ha uno shock.
      Comunque uno shock o qualcosa del genere lo provò
      in epoca non antidiluviana Leone Tolstoi che è anzi quasi un nostro contemporaneo. L'inevitabilità della morte lo precipitò in una crisi, più esistenziale che religiosa (anche se provò a risolverla con l'adesione alla fede ortodossa, tentativò che però fallì: non ci poteva credere).
      Del resto il confronto con la morte è duro anche per gli animali. Ricordo un elefantino inconsolabile accanto al cadavere della madre: anche lui ha subito lo shock primario?

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    5. "il sapiens sapiens abbia non 200'000 ma 300'000 anni"

      Il problema fondamentale del sapiens sapiens e della sua datazione e' dove sono finiti tutti gli altri. Siamo praticamente l'unica specie "sola", che non ha specie simili, si sono estinte tutte (si', siamo un'unica specie, i "neri" non solo appartengono alla stessa nostra specie, ma ne solo il prototipo originale, visto che e' dall'africa che l'uomo attuale di cui siamo ridenti esemplari ha cominciato il suo percorso di diffusione nel resto del globo e di distruzione di tutto cio' che gli si opponeva (spoiler, comprese tutte le altre sue sottospecie simili e presistenti). Un'essere cosi', figuratevi cosa gliene puo' fregare del resto del mondo se non per il soddisfacimento delle sue necessita', e se non per trovare ulteriori pretesti per distruggersi a vicenda.

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  2. @ Sergio

    Lo differenza tra l'uomo e gli altri animali in rapporto alla morte sarebbe questa: che gli animali sperimentano la morte sui propri familiari o conspecifici, ma come semplice evento casuale (ancorchè drammatico); l'homo sapiens invece "sa" che la morte, sia propria che dei propri cari, è INEVITABILE.
    Non mi pare uno shock da poco...


    @ Diaz

    In effetti, pare proprio che l'unicità della nostra specie derivi dall'avvenuto annientamento (da parte nostra) di tutte quelle simili.
    Come dire: abbiamo cominciato bene (e poi abbiamo continuato) !

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    1. "l'homo sapiens invece "sa" che la morte, sia propria che dei propri cari, è INEVITABILE."

      Che significa "sa"? La morte è sempre contigua alla vita, se ne fa continuamente l'esperienza, esperienza che tocca anche gli esseri non umani che però, è vero, non pensano come noi (non hanno sviluppato una filosofia, i loro utensili sono molto rudimentali e non hanno conoscenze scientifiche). Ma "vedono" come noi che si muore e la morte li può toccare, fare soffrire (da quel che osserviamo).
      Ma mentre gli animali lottano continuamente per la sopravvivenza l'uomo è riuscito a ritagliarsi spazi di tempo per riflettere, organizzarsi, programmare, scrivere versi ecc. C'è sicuramente una maggiore consapevolezza nell'uomo sull'evoluzione del cosmo, ma che quella dell'inevitabilità della morte gli abbia procurato un shock, lo schock primario, mi sembra solo un'idea, una teoria che detta così non mi convince, non mi sembra una idea geniale. Dovrei leggere il testo di de Marchi che penso sia interessante, magari anche coinvolgente, ma non ne ho tanta voglia perché ho l'impressione che non apprenderò cose stupefacenti, sbalorditive, insomma una profonda verità su cui poi potrò meditare con profitto.
      Fra parentesi, vista la nostra parentela con altri ominidi fra cui il Neandertaler con cervello più grande del nostro, l'avrebbero avuto anche loro uno shock? Penso di no.

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    2. Visto che sergio reagisce, posto anch'io la mia, scritta prima:

      "l'homo sapiens invece "sa" che la morte, sia propria che dei propri cari, è INEVITABILE"

      Mah, non mi pare, l'uomo sapra' anche razionalmente che la morte e' inevitabile, ma finche' e' vivo tende a comportarsi come se dovesse vivere per sempre, non morire mai. E ho notato addirittura che le persone gravemente malate e vicine al "redde rationem" tendono a negare la morte anche piu' del normale, di quando stavano bene.

      Pure la religione ho l'impressione che serva molto di piu' a fornire rassicurazione e supporto all'egolatria arrogante da vivi e "potenti", che umilta' e assicurazione dopo la morte: alla vita eterna mi pare che ben pochi ci credano fino in fondo ammesso che ce ne sia qualcuno, dato che quando arriva il momento della dipartita e del trarre le somme finali, tremano come e piu' degli altri, altroche'...

      Non so se questa sia una caratteristica del nostro tempo secolarizzato, e se in altre epoche fosse diverso, forse si' ma piu' che altro perche' il contatto con la morte di altri uomini, ed animali per mangiarseli, era piu' frequente, o meglio esisteva ancora (adesso il poco che c'e' e' rimosso prudentemente). Ma anche questa deduzione probabilmente e' falsa, nei luoghi dove la morte e' ancora frequente, non mi pare che si viva necessariamente col pensiero fisso su di essa, se non dove si sviluppano delle angosce culturali particolari, che mi sa siano piu' che altro il prodotto di societa' complesse in cui si costituisce una classe dirigente sacerdotale che della morte fa il suo "business" (ma anche il "libero mercato" ci mette del suo, pensiamo alla pletora di guaritori e venditori di paura e di speranza che si affiancano alle istituzioni ufficiali).

      Degli animali poi, di cosa pensino in proposito, che ne sappiamo? A me non pare che essi abbiano un atteggiamento davanti alla morte molto diverso dal nostro. Non erigono cattedrali? Lo fanno perche' sono piu' razionali di noi, non meno: a pensarci bene quasi tutto quello che fa l'uomo e' molto piu' insensato e pazzo di cio' che fa qualsiasi animale. Quasi tutto! Quindi cosa stiamo a ponzare ulteriormente? Per aggiungere sciocchezze a sciocchezze?
      Sulla morte e sull'angoscia relativa Heidegger, fra i tanti, ha aggiunto le sue, l'angoscia di morte non e' certo una grande scoperta di De Marchi:
      https://it.wikipedia.org/wiki/Martin_Heidegger#Essere-per-la-morte

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  3. Cari amici, a questo punto forse la cosa migliore da fare (se ne avete il tempo e la voglia), è di leggersi almeno uno dei libri di De Marchi che parlano della faccenda.
    Quello che avevo letto io, in versione grratuita, lo potete trovare a questo link: https://luigidemarchi.wordpress.com/scimmietta-ti-amo/
    A me, come detto, era piaciuto molto, ma ovviamente ognuno ha diritto al suo giudizio personale.

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  4. Il libro da cui hai tratto l'articolo l'ho letto anche piu' di una volta (e se non sbaglio sono io che te ne ho inviato il pdf, a te e anche a Sergio), ma queste pagine magari non sono le piu' brillanti, se astratte dal contesto del libro, che per dire cominciava con:

    O NOI , O LORO!
    Produttori contro Burocrati:
    la vera lotta di classe
    della Rivoluzione Liberale
    Una nuova lotta di classe

    "Correva l'anno 1919 e in Cecoslovacchia stava per nascere la Repubblica comunista di Bela Kun. Vedendo sfilare per le vie di Praga un corteo di operai che urlavano ritmicamen­te "Rivoluzione! Statalizzazione de1le impre­se!", Franz Kafka sussurrò malinconicamen­te all'amico Max Brod, poi suo biografo: "Vedi, Max, quei poveretti non hanno ancora ca­pito che oggigiorno le catene dei popoli son fatte con la carta dei ministeri". E questa battuta, ne1la quale c'è già la premonizione de1la tragedia burocratica comunista e dei capolavori kafkiani Il castello e Il processo (due urli antiburocratici), ci spiega assai me­glio de1le dotte analisi di tanti intellettuali marxisti perché Kafka sia stato così inflessi­bilmente scomunicato e vietato nel mondo stalinista."

    In quegli anni comincia a farsi pressante il problema forse principale del nostro tempo, quello per cui solo una piccolissima percentuale della popolazione, assieme alle macchine, produce, mentre la grande maggioranza vive di fuffa, burocrazia e redistribuzione. Sara' difficile che la democrazia e il liberalismo potranno sopravvivere a questo trend. Sotto sotto, e' per questo che da piu' parti oggi si parla di reddito di cittadinanza, una delle forme di redistribuzione piu' scoperte.

    Per quanto riguarda il supporto del berlusconismo da parte di de marchi (il libro ha due prefazioni, una di Alfredo Biondi, un vecchio gentiluomo liberale, e una di Antonio Marzano, anche lui ministro dello staff di forza italia), non c'e' dubbio che fu De Marchi a suggerire direttamente o indirettamente a Berlusconi la battuta sui giudici come potenziali malati mentali: secondo De Marchi e la sua "psicopolitica", giudici, insegnanti e burocrati vari, essendo per ragioni professionali portati a sviluppare pericolosi deliri di onnipotenza, dovrebbero essere sottoposti periodicamente, ben piu' spesso di automobili e caldaie dato che il danno che producono e' potenzialmente immensamente magggiore, a test psicologici approfonditi per vedere se sono ancora adatti a svolgere le loro professioni o se il loro delirio di onnipotenza diventa predominante. Idea provocatoria e solo apparentemente poco liberale, e semmai, al contrario, espressione del paradosso del liberalismo: il liberalismo, come la democrazia, possono sussistere solo se in qualche modo si oppongono al prevalere degli antiliberali e degli antidemocratici contro i quali devono essere inflessibili (Popper).

    Un'intervista di Sabelli Fioretti sull'intervista di Berlusconi in questione con la relativa sparata sui giudici la trovate qui, esilarante (Boris Johnson, intervistatore assieme a Nicholas Farrell, e' quello che poi e' diventato sindaco di Londra e ora e' ministro)
    http://interviste.sabellifioretti.it/?p=604

    Conoscendo le teorie di De Marchi, in realta' la "sparata" era molto meno sparata, e molto piu' seria e fondata, di quanto i faziosi potessero e possano superficialmente pensare. Chi di noi nella sua vita di studente vita non si e' trovato davanti a degli insegnanti resi pazzi dal loro potere, del tutto inadatti alla professione.

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    1. rileggendomi, vedo che per:

      "In quegli anni comincia a farsi pressante il problema forse principale del nostro tempo, quello per cui solo una piccolissima percentuale della popolazione, assieme alle macchine, produce,"

      intendo gli anni '90 in cui de marchi sosteneva queste opinioni, non il 1919 citato nel testo da Kafka, ovvero gli anni dell'emergere della "questione settentrionale" al palcoscenico della politica, che poi fu in sostanza una rivolta dei produttori come secondo me giustamente diagnosticato da de marchi e solo pochissimi altri "intello'".

      Voi probabilmente ne sapete poco o vi e' giunta l'informazione ufficiale distorta, grazie anche alla dabbenaggine della conduzione politica di quella piccola rivolta.

      Purtroppo l'insipienza e la totale inadeguatezza culturale (oltre che la totale assenza di pensiero liberale) di chi condusse quelle istanze (intendo nelle leghe), porto' alla disfatta. Per il resto, il berlusconismo, anche ammesso che partisse con buone intenzioni, oggettivamente ben poco pote' nel paese delle "due chiese", quella cattolica e quella comunista, che e' l'italia. In questo senso de marchi, da sempre combattente contro il predominio delle due chiese, fu berlusconiano.

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  5. In effetti questo post di De Marchi è tratto dal libro "O noi o loro", un testo più politico che psicologico, letto di recente grazie a Diaz.

    Un libro interessante, che spiega perfettamente perchè molta gente voterebbe con entusiasmo un partito trasversale, che sia di destra in economia e di sinistra nei diritti civili, ma tragicamente non lo trova, e finisce per accontentarsi del meno peggio dei due raggruppamenti tradizionali.
    Il cui ceto politico - ovviamente - ha interessi ben diversi da quelli dei loro elettori, con tutti gli scollamenti che ne conseguono.

    P.S. - Gli altri post di De Marchi da me pubblicato in precedenza (2 o 3), erano invece tratti dal libro "Scimmietta ti amo", che parla appunto dello shock primario.

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  6. Premesso che il problema delle attuali migrazioni di massa ha natura inter-transnazionale e che dunque (tendenzialmente) solo a tale livello può/deve essere efficacemente affrontato, condivido la tesi di fondo espressa dal buon vecchio De Marchi, anche perchè il costante progresso tecnologico (dall'IA alla Robotica) potrebbe presto rendere del tutto superflua la massiccia immissione di forza-lavoro extra-comunitaria...

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    1. "la massiccia immissione di forza-lavoro extra-comunitaria"

      Della "forza lavoro", e' in gran parte superflua anche quella nostrana della nostra penisola: l'impiego della maggior parte di chi "lavora", infatti, gia' da molti decenni, consiste nello svolgere lavori inutili e parassitari-burocratici, in cambio dei quali ottenere "buoni pasto". Il testo di De Marchi citato da Lumen si occupa di questa ipotesi, solo che, essendo stato concepito venti o trenta anni fa, non ne trae le dovute conseguenze, dato che si illude ancora che la situazione sia reversibile. Nei paesi moderni, e' solo il 15-20 per cento della popolazione che produce cose o servizi utili, il resto vive di redistribuzione e, quando ci riesce, di chiacchere.

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  8. Il che conferma l'assurdità autolesionistica di questa operazione di immigrazione forzosa, che non ha neppure una vaga giustificazione di potenziamento della forza lavoro.
    Praticamente, ci prendiamo gli incommoda (sociali), senza nemmeno i commoda (economici).
    Peggio di così, proprio non si può.

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    1. De Marchi se fosse ancora vivo oggi probabilmente vedrebbe la faccenda come una semplice lotta fra parassiti per l'ospite.

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    2. Sperando che l'ospitante non finisca per schiattare... ;-)

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