mercoledì 10 maggio 2017

Varie ed eventuali – XXXIII

DECADENZA DELLA RELIGIONE
I motivi della decadenza del sentimento religioso nel mondo occidentale sono tanti, ma i principali, secondo me, restano due: il benessere diffuso, che rende inutili certi tentativi di consolazione ultraterrena, e, subito dopo, il diffondersi della mentalità scientifica, che rende ridicoli i dogmi ed i misteri.
Il benessere, ovviamente, può sempre sparire ed in questo caso le consolazioni religiose possono facilmente tornare in auge.
Per la mentalità scientifica, invece, mi pare più difficile ipotizzare un ritorno al passato; ma l'attrazione naturale degli uomini per il magico, il superstizioso e il soprannaturale potrebbe anche ritornare a prevalere.
Pertanto, quando si parla di declino della religione, “mai dire mai”.
LUMEN


COMPENSAZIONE DEMOGRAFICA
Storici e demografi fanno rilevare che le civiltà, in genere, declinano quando si riduce il tasso di fertilità e quindi la popolazione, per cui il conseguente afflusso degli immigrati dall’estero, oltre ad essere inevitabile, risulta anche numericamente benefico.
Il ragionamento (a parte le complicazioni culturali) può anche essere vero, ma resta valido solo per il passato, perché oggi il problema demografico è diventato tragicamente diverso.
Una volta, infatti, i troppi figli non erano mai un problema mondiale, in quanto le società giovani, popolose ed emergenti andavano semplicemente ad occupare i territori di quelle vecchie e in decadenza. Qualcuno ne aveva un danno, qualcun altro ne aveva un beneficio, ma la cosa finiva lì.
Oggi però non sappiamo più dove andare, perché abbiamo un mondo solo e l'abbiamo occupato tutto.
Quindi anche la demografia avrebbe bisogno di strumenti concettuali nuovi che però, a quanto pare, sembrano ancora mancare.
LUMEN


PARADOSSO
Il matematico e saggista Raymond Smullyan, amava molto i paradossi, che citava spesso e, se del caso, inventava. Uno dei suoi paradossi più famosi è quello c.d. della “borraccia”:
<< In un’oasi sperduta nel deserto, A e B decidono, indipendentemente tra loro, di assassinare C.
A mette del veleno nella borraccia di C, ma poi B la buca e C muore di sete.
Chi è il vero colpevole della sua morte, visto che A ha messo del veleno, che però C non ha bevuto, e B ha bucato la sua borraccia, salvandolo però dall’acqua avvelenata ? >>.
Espressa la dovuta ammirazione per la geniale invenzione, ritengo che il paradosso possa essere comunque risolto seguendo la logica giuridica, cioè cercando i nessi causali tra gli eventi.
1– Come è morto C ? E’ morto di sete.
2– Chi ha causato la sete di C ? L’ha causata B, bucandogli la borraccia.
3– Ergo l’assassino è B, mentre A è colpevole solo di tentato omicidio.
Non voglio certo competere con un cervellone come Smullyan, ma io la vedo così.
LUMEN


IDEOLOGIA
Non c’è dubbio che alla base di ogni forza politica c’è quell’insieme di valori chiamata “ideologia”, che ne costituisce l’identità e la ragione di essere.
Però – come osserva acutamente Aldo Giannuli - c’è modo e modo di rapportarsi alla propria l’ideologia, che può essere utilizzata come uno strumento, ma anche subita come una camicia di forza.
Si possono quindi dividere le forze politiche in 3 grandi categorie:
- Quelle che utilizzano la propria ideologia come una guida all’azione, ma senza mai perdere di vista il realismo politico delle alleanze e delle mediazioni;
- Quelle che ne fanno un dogma “religioso”, dal quale non discostarsi neanche di un centimetro;
- Ed infine quelle che ne fanno solo una foglia di fico, per coprire le proprie nudità politiche e le vere aspirazioni dei suoi esponenti: occupare qualche poltrona.
Guarda caso, conclude Giannuli “I partiti tradizionali a trazione opportunistica hanno sempre una ideologia molto lasca e assai meno osservata”.
E gli elettori che ci credono ? Peggio per loro.
LUMEN


ALLOMETRIA
<< L’aumento delle dimensioni del cervello nel corso dell'evoluzione umana è forse il caso in cui l'allometria [l’accrescimento differenziale degli organi] ha avuto le conseguenze più profonde.
Le connessioni neurali in più furono sufficienti a convertire un congegno immodificabile e programmato abbastanza rigidamente in un sistema elastico, a dare al cervello logica e memoria sufficienti a far sì che alla base del comportamento sociale potesse esserci l'apprendimento e non una serie di istruzioni già codificate.
La flessibilità può essere considerata il fattore determinante più importante della coscienza umana; probabilmente la programmazione diretta del comportamento è divenuta un carattere svantaggioso. >>
STEPHEN J. GOULD


UOMINI E FOLLE
<< Nelle folle, l’imbecille, l’ignorante e l’invidioso sono liberati dal sentimento della loro nullità e impotenza, che è sostituita dalla nozione di una forza brutale, passeggera, ma immensa.
Per il solo fatto di far parte di una folla, l’uomo discende di parecchi gradi la scala della civiltà. Isolato, sarebbe forse un individuo colto, nella folla è un istintivo, per conseguenza un barbaro.
Le folle non hanno mai avuto sete di verità. Dinanzi alle evidenze che a loro dispiacciono, si voltano da un’altra parte, preferendo “deificare” l’errore, se questo le seduce.
Chi sa illuderle, può facilmente diventare loro padrone, chi tenta di disilluderle è sempre loro vittima. >>
GUSTAVE LE BON

28 commenti:

  1. Micidiale il paragrafo di Le Bon... permettetemi pero' di precisare, a scanso di equivoci, che le folle non sono sempre "gli altri" e i grossi raggruppamenti magari democratici come e' di moda criticare oggi fra i presunti spiriti liberi, e come sulle prime sono portato a pensare, se non rifletto troppo, anch'io (d'accordo probabilmente le bon che e' un elitario, sostanzialmente).

    Le folle sono anche le piccole subculture che oggi si raccolgono ognuna attorno al suo blog dentro al quale regna incontrastata una verita' piu' o meno mitica.
    Le folle sono un fenomeno frattale, si manifestano ad ogni scala piu' o meno allo stesso modo.

    Certo che piu' sono grandi piu' sono pericolose.

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  2. Le Bon, ovviamente, si riferiva alla folla in senso fisico, come persone raggruppate in un crto luogo, perchè all'epoca era l'unico modo.
    Oggi, invece, esistono anche le piazze virtuali, ma in tal caso le folle non possono essere altrettanto pericolose.
    Ci vuole la fisicità, per fare della folla una vera arma di distruzione.

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    1. Il Le Bon l'ho letto parecchio tempo fa, ma credo che la fisicita' non c'entri nulla col concetto di "folla" come lui la intende, ma abbia a che vedere con la prevalenza dell'istinto tribale che e' cosi' forte nell'uomo in quanto essenzialmente animale _gregario_ e tribale. Se il migliore amico dell'uomo e' il cane ci sono dei motivi anche di analogia nelle rispettive organizzazioni sociali.

      La folla di Le Bon e' l'uomo che agisce in branco dietro un capo o una psicosi di massa, e il branco della sua epoca era, al suo pieno sviluppo, lo stato identitario-nazionalista, come ha dimostrato il primo conflitto mondiale scoppiato pochi anni dopo che scrisse quel testo, senza che nel frattempo fosse intercorso nessun grosso cambiamento nelle tecnologie di comunicazione (che era ancora quasi solo verbale o su carta, credo, e per il resto eravamo al telegrafo - la radio di massa si diffonde ben dopo la prima guerra mondiale).

      Il gossip, il pettegolezzo, e' un potentissimo mezzo di diffusione dei virus memetici, avviene anche in assenza di ogni tecnologia comunicativa moderna, e si diffonde a macchia d'olio scavalcando pure le barriere linguistiche e gli spazi a bassa densita' umana (basti pensare alle religioni).

      La plasticita' dell'uomo si manifesta nel modo multiforme attorno a cui si puo' raccogliere una tribu', un branco (per i rozzi razzisti biologici ad esempio e' la razza, ma molto piu' potente e' invero l'ideologia o la religione, come dimostra tutta la nostra storia, a cui soggiacciono i razzisti biologici stessi), ma non nel fatto di poter o meno raccogliersi in tribu', che vanno, con diversi gradi di organizzazione, da pochi individui a milioni o miliardi.

      Sulle masse, sull'avvento delle masse come soggetti nella storia contemporanea ha scritto molto pure Ortega y Gasset, il suo testo piu' conosciuto del 1927 e' "la ribellione delle masse". Su questo forse ci sapra' illustrare meglio Sergio che e' un estimatore se non sbaglio di Gasset (lo sono anch'io ma lo conosco a malapena).

      Proposito per il futuro: rileggere "La ribellione delle masse".

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    2. Ortega y Gasset, docente di filosofia, è stato anche filosofo, ma a modo suo. Ma non è stato un pensatore sistematico, non si è inventato un nuovo sistema filosofico. Personalmente lo considero un brillante saggista più che un filosofo. Pochi i libri che ha scritto, molti invece i saggi sparsi e raccolti poi in volume o pubblicati postumi. Quando uno legge Severino rischia, come ho già detto, di uscire pazzo. Quando uno legge Ortega invece "si ricrea", esce rinfrancato perché ha letto qualcosa che ha un senso e accresce le proprie conoscenze. Si possono aprire i dieci volumi delle obras completas in qualsiasi punto e non si è quasi mai delusi. Grazie a lui non ho dimenticato lo spagnolo (ma non ho "ancora" letto il capolavoro della letteratura universale, il Don Chisciotte). Sì, sono un tifoso o ammiratore di Ortega, un'ottima compagnia da sempre. Ortega ha cercato di interessare un vasto pubblico alla filosofia tenendo dei corsi in un cinema di Madrid (Che cosa è la filosofia). Può sembrare un'idea peregrina. E chiedeva: "Non avete capito? Scusatemi, cercherò di essere più chiaro." Che signore, che rispetto per il pubblico pagante. Concisione e chiarezza sono una cortesia verso chi ti ascolta e ti legge.
      Comunque Ortega è oggi ricordato soltanto per quel fortunato libro, La ribellione delle masse, che fu davvero un bestseller. Sono passati quasi cento anni dalla sua pubblicazione, ma il libro è sempre almeno in parte attuale, interessante, stimolante, rivelatore (malgrando una solenne cantonata presa dall'autore - ma nobody is perfect).
      Fra le altre cose Ortega si rallegra dell'incremento demografico in Europa dopo secoli di relativa stagnazione. Ma nel 1930 eravamo circa due miliardi, chissà cosa direbbe oggi.
      Leggete più Ortega, Ortega fa bene, Ortega conviene a tutte le età (più del latte ...).

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    3. Un grande, a quel che ci riporti.

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  3. Ottimo il brano sulla 'compensazione demografica', eppure ogni tanto tuttora capita di sentire sciocchezze del tipo "gli attuali 7.5 mld di esseri umani potrebbero essere tranquillamente ospitati nel solo Texas": roba che ti fa cascare (non solo) le braccia: quando cesserà finalmente questo ottuso e spietato 'materialismo riproduttivo'?

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    1. Il Texas sarebbe ottimale, perchè - se mi passi la battutaccia - potrebbero stiparli sottoterra, nei vecchi giacimenti di petrolio ormai esauriti.... ;-)

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  4. Pensare positivo. Inno alla tecno-scienza di un fisolofo un po' strano:

    http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/politica-agli-sgoccioli-ci-dominer-tecnologia-1396617.html

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    1. Caro Sergio, alcune delle considerazioni di Severino mi sembrano condivisibili, soprattutto quando parla della differenza intrinseca tra Occidente e Islam.

      Non mi trovo d'accordo, invece, su questa affermazione:
      << questa corsa indiscriminata finirà per trasformare la tecno-scienza da mezzo in fine, ossia in un nuovo credo il cui scopo sarà l'incremento ad libitum della potenza della tecnica stessa >>

      Io penso invece che la "politica", intesa come contemperamento di interessi contrapposti, non potrà mai perdere il suo primato nelle faccende umane, e che la scienza e la tecnica (ed anche la religione) continueranno ad esserne ancelle.

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    2. "Io penso invece che la "politica" [...] non potrà mai perdere il suo primato nelle faccende umane."

      Povero illuso, ti direbbe Severino. Io credo, ma sinceramente temo anche che abbia ragione lui. Ma perché temo? Perché l'onnipotenza della scienza può fare anche paura. Alla sua onnipotenza corrisponde la nostra impotenza. D'altra parte non possiamo nemmeno fare troppo affidamento sulle mezze cartucce politiche, religiose ecc. interessate pure loro innnanzi tutto alla propria sopravvivenza (bello il pezzo di Pardo in merito). Noi siamo tra indudine e martello (a meno che non decidiamo di diventare anche noi martello grazie ai favori della fortuna).
      Nel discorso di Severino trovo interessante il ruolo che lui riserva alla Russia, per lui ancora superpotenza nucleare e non solo potenza regionale di secondaria importanza come pensano taluni. In campo nucleare USA e Russia sono ancora superpotenti rispetto agli altri attori con l'arma assoluta.
      Severino riteneva che gli USA non avrebbero mai permesso un'alleanza tra UE e Russia perché troppo pericolosa per loro.
      Ma se tutto è già scritto (il divenire non esiste secondo lui) perché farsi pensieri? Sarà quel che sarà, compresa la vittoria dell'islam sull'occidente che Severino non esclude, non può escludere.

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    3. "il divenire non esiste secondo lui"

      Pero' ho come l'impressione che chi non crede al divenire venga ben presto da questo spazzato via, sia a livello individuale che sociale. E Severino sembra che al divenire ci creda eccome, nei fatti, a differenza che nelle parole (parole che lui infatti usa come arnesi della sua tecne' per ritagliarsi un bello spazio in cui dominare).
      E che percio' creda eccome anche nella tecnica, di cui si serve nel suo mestiere, anche lui e' un tecnico, un tecnico di una tecnica che si sta semplicemente scontrando con un'altra, non una specie di dio sprezzante che giudica dall'alto e si pone al di fuori della contesa (non se avete notato ma lo stesso fanno gli economisti delle diverse correnti di oggigiorno: per prima cosa negano lo status di economista ai loro rivali).

      Severino alla fine assomiglia molto al politico descritto da Pardo (che comunque nel suo campo e' un tecnico anche lui, non dimentichiamolo, per quanto istintivo e spontaneo: il politico e' un tecnico particolarmente esperto nella manipolazione altrui, cosa di cui resta egli stesso vittima se le cose volgono al peggio, a prescindere fra l'altro dal suo grado di reale responsabilita': come Schettino, basta che si trovi al comando e viene comunque condannato. Onori e oneri sono legati in questi casi alla posizione. Quando le cose vanno bene, ci si prendono comunque i meriti, quando vanno male, simmetricamente, comunque i demeriti.)

      Per essere piu' chiari, sto sostenendo che Severino e' un furbone che senza dire nulla, o meglio dicendo cose che contraddicono se stesse appena le si guarda solo un attimo dal di fuori del "tutto" in cui astutamente le racchiude, ci sguazza alla grande. Chiamalo un tonto... E noi tutti qui raccolti intorno a discutere le sue ponzate.

      Prima di inoltrarmi nelle discussioni sulla tecnica di Severino facendomi trscinare dalla corrente dei suoi ragionamenti, io mi chiederei da quali presupposti parta, e se siano corretti o viziati gia' in nuce. Ad esempio cosa si intenda come tecnica. Se e' l'arte di manipolare con strumenti, sono tali anche i concetti, e non e' pensabile un uomo come separato dalla sua tecnica. L'uomo in quanto tale e' tecnica, lo e' nella sua essenza.

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  5. Le point de départ de Monsieur Severino

    Il belga George Poulet, nostro professore di francese, aveva sviluppato un suo metodo per capire gli autori di cui si è occupato, da Montaigne a Camus e Proust: scoprire il nucleo originario di un'esistenza, appunto il point de départ (punto di partenza) da cui poi si dipana logicamente tutta l'opera di un autore. Qual è il point de départ di Severino? L'intuizione dell'eternità del tutto, la verità ultima: tutto è da sempre e per sempre. È un'evidenza che non siamo più in grado di afferrare per colpa dei Greci che ci hanno fregato con la storia del divenire (le cose non sono - poi sono un attimo - e poi scompaiono di nuovo per sempre: l'essere oscilla tra il niente che precede e il niente che segue). Per dimostrare questa evidenza (un ossimoro) Severino ha scritto una cinquantina di libri illeggibili e indigesti che però si sono venduti e devono avergli fruttato anche parecchi soldi coi quali si è comprato i prodotti della tecnica (anche la TV ad alta definizione). Ma si può dimostrare l'evidenza? Più che dimostrare Severino vuole aiutarci a rimuovere gli ostacoli che c'impediscono di cogliere la verità ultima "che salva" l'uomo dal niente
    (il verso Salvatore del mondo non è Gesù ma Platone). Ma Severino non sfonda, non ha sfondato, chi lo legge rischia di uscire pazzo.

    Però quando parla di cose concrete - Mani pulite, geopolitica, aborto ecc. ecc. - è un piacere leggerlo perché Severino argomenta in modo ineccepibile, tanto che l'ho ribatezzato Severino Schiacciasassi. Di queste cose di bassa cucina (Mani pulite, geopolitica, aborto ecc.) parla di solito dalla terza pagina del Corriere della sera, non senza però lasciare l'incauto lettore con un palmo di naso persino in questi elzeviri scritti per il popolo bue. Ognuno di questi pezzi - leggibili, godibili - termini infatti con un rinvio ai suoi scritti filosofici che conterrebbero la spiegazione delle banali cose che ci affliggono inutilmente - perché tutto è eterno.
    Ma Severino è un cialtrone, un imbroglione o che cosa? Ai posteri l'ardua sentenza?

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    1. << Qual è il point de départ di Severino? L'intuizione dell'eternità del tutto, la verità ultima: tutto è da sempre e per sempre. >>

      Un punto di partenza che trovo decisamente discutibile.

      Tutto quello che conosciamo della realtà è corruttibile (anche se a volte in tempi lunghissimi), per cui l'esperienza quotidiana dell'uomo (come di qualsiasi essere vivente) non è l'eternità, ma la caducità; non l'infinito, ma il finito.

      L'infinito e l'eterno sono concetti "non reali", figli diretti della religione e, per i non credenti, della metafisica.
      Non vedo perchè dovrei farne la base del mio pensiero.

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    2. Ho cercato e trovato un articolo di Severino qui, che sembra aderire bene al modello che ci descrivi:
      http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/17/emanuele-severino-ecco-perche-la-giovane-italia-sta-andando-in-malora/816682/

      Di Severino avevo letto qualcosa ma non ricordavo nulla, perche' in effetti anche a rileggerlo mi sembra metta in fila parole per nulla preoccupandosi del senso che possano avere (com'e' tipico di quella corrente filosofica), ossessionato dal basso continuo della sua mania, che me lo fa vedere in modo non molto diverso dall'ossesso hitler di cui parla nell'articolo, tranne i dimenamenti sul pavimento (forse, magari ha pure quelli, in privato).

      Ma se anche a te sembra un folle, perche' continui a interessartene e a riproporcelo? Fra l'altro mi sembra abbastanza scadente, sottolineo _rispetto alla fama che ha_, pure come intellettuale, e' evidente che non sa nulla ne' e' in grado di immaginare nulla di gran parte delle cose di cui parla criticamente.

      Non dice nulla di interessante, le sue affermazioni sul divenire sono tutto sommato banali, e le conseguenze escatologiche che ne ricava del tutto arbitrarie, dominate dalla sua ossessione morbosa di fondo. Ecco, mi da' l'idea del "morboso", come per Heidegger, del bambino seduto per terra che cerca di afferrare e manipolare maldestramente il suo giocattolo. Puo' stimolare il senso materno nelle donne.

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    3. "L'infinito e l'eterno sono concetti "non reali", figli diretti della religione e, per i non credenti, della metafisica."

      I concetti se e' per questo sono tutti "non reali", visto che sono concetti.
      Per questa strada (critica) non si arriva da nessuna parte, equivale a dire "ho ragione io" - "no ho ragione io". (sostituisci "ragione" con "il senso del reale").

      Questa contrapposizione fra fisica e metafisica poteva avere un senso ai tempi dell'ipse dixit dei peripatetici di Galileo, oggi serve solo a farci scivolare sullo stesso piano. Nessun fisico la sottoscriverebbe, per dire. Probabilmente neppure Newton. Di certo non Einstein.

      L'antimetafisica e' essa stessa una metafisica, e' perdere tempo dietro, anzi dentro, ai circoli viziosi della sintassi. Non e' che dietro ad ogni cosa che si puo' dire (o scrivere) c'e' sempre dietro per forza un significato, cosa che mi pare diano per scontata questi personaggi e su cui ricamano per una vita intera.

      Leggendo Severino infatti, mi chiedevo ma questo qui che pontifica tanto ha mai sentito parlare di metodo scientifico, con lo scetticismo universale che si porta dietro? Questo e' un formidabile ostacolo alla tradizione, altro che la tecnica. La tecnica non solo non c'entra nulla, ma tende a diventare essa stessa tradizione, semmai. Ed ecco perche' gli da' fastidio, perche' e' una tradizione in conflitto con la sua, che ambisce nientemeno che alla tuttologia infinita ed eterna.

      Ma per favore.

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    4. @ Lumen

      Be', naturalmente anche Severino sa che per il comune mortale il divenire è l'evidenza suprema: tutto nasce e muore, si crea e si distrugge, niente dura in eterno. O alla greca: le cose vengono dal nulla e ricadono nel nulla. Secondo lui questa è una "credenza" non un'evidenza, è un errore perché le cose non vengono dal nulla e non possono ricadere nel nulla, è impossibile. Va oltre Parmenide per il quale l'Essere è la sfera perfetta che contiene tutto, ma i singoli fenomeni all'interno della Sfera-Essere sono transeunti, ombre che si dissolvono. Il Nostro invece dice che anche i singoli fenomeni (dai più umili - uno scarafaggio, una nuvola - ai massimi - la vittoria di Napoleone a Austerlitz, Andromeda,
      l'intero universo) "compaiono e scompaiono" (al nostro orizzonte) ma sono (eterni), persistono e si ripresentano, sono indistruttibili (l'eternità degli enti credo sia postulata anche da San Tommaso). La cosa secondo me è indimostrabile (come del resto l'esistenza di Dio, la vita eterna, l'inferno e il paradiso). Per Severino è un'evidenza, per l'uomo comune no (neanche per me). Mi sembra una specie di surrogato delle credenze religiose, ma "puntellata" da argomentazioni logiche e stringenti - che non convincono! Insomma, uno si dice: vabbé, chissà, ma chi se ne frega.
      Ma Severino non è uno sprovveduto, anche se non è un fisico o un matematico sa cosa si studia in quelle scienze e la fisica quantistica - che sicuramente conosce - non lo imbarazza, la fa rientrare nella sua visione del mondo. Fra parentesi, sua figlia è una matematica, il figlio uno scultore (hanno ereditato della vena logica e artistica del padre che si diletta al pianoforte). Dio non esiste (l'idea di Dio nasce in un momento della storia umana), ma indubbiamente esistiamo noi, la Terra, tutte le cose che essa contiene, compresa la teologia e la metafisica. Primum vivere deinde philosophari. Ma filosofare può significare anche vaneggiare ("folleggiare" dice Leopardi).
      Una cosa però vorrei chiederla a Severino (strano che nessuno gliela chieda mai). Ma cosa cambia nella nostra vita se tutto è eterno, se riconosciamo finalmente questa "verità" suprema?
      Forse tutto ci apparirà in un'altra luce? Usciti dalla follia della credenza nel divenire saremo più lieti, pacifici, appagati? Lui sostiene che credere che le cose vengano e ricadano nel nulla è una violenza, la massima violenza e follia da cui discendono le altre forme di violenza (omicidi, guerre ecc.). Ma poi anche la tecnica - che da una parte produce progresso e benessere - è una violenza perché manipola a suo piacimento i materiali.
      Per la tecnica non esistono limiti, i limiti sono fatti per essere superati e la tecnica sta dimostrando di essere quasi onnipotente. Per Severino niente (tradizione, politica, religioni, tradizione) può fermare la tecnica. Mah! È un discorso che si avvita su se stesso e invece di illuminare confonde, non procura nessuna gioia e piacere (invece ogni "eureka" di uno studioso, una nuova scoperta, anche minima - la scoperta di una nuova farfalla - fa sempre un gran piacere).

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    5. << Una cosa però vorrei chiederla a Severino (...). Ma cosa cambia nella nostra vita se tutto è eterno, se riconosciamo finalmente questa "verità" suprema? >>

      Bella domanda !
      Il concetto di eternità ha un senso (importante) solo per chi crede in un dio trascendente, per motivi abbastanza ovvii, ma non dovrebbe averlo per cerca di dare una interpretazione "laica" del mondo.

      Ed infatti, quando dico che "L'infinito e l'eterno sono concetti non reali" non voglio dire che non esistono.
      Voglio dire che non lo sappiamo, e siccome non fanno parte della nostra esperienza reale, non vi è motivo di inventarseli solo per spiegare le cose che non conosciamo ancora.
      Meglio lmitarsi a mettere un punto interrogativo e continuare a lavorarci su.

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    6. Avrai già sentito la famosa domanda: perché c'è qualcosa e non il nulla? Su questa strana domanda si sono arrovellati e si arrovellano tanti, anche religiosi. Già, perché qualcosa e non il nulla, pensa un po'. Dio - che non si sa chi o che cosa sia, dove stia di casa ecc. ecc. un giorno creò il mondo. Poteva non crearlo, era ovviamente libero (come può esserlo solo Dio). Lo fece per il suo infinito amore (?) secondo la bella formula "bonum est effusivum sui". Comunque creò il cielo e la terra, gli animali e i pesci ecc. ecc. che prima non c'erano e avrebbero anche potuto non esserci se Dio non li creava. Ma li ha creati e adesso ci siamo. Perché dunque ci siamo invece di non esserci? Perché così ha voluto Dio. Ma inevitabilmente ci si pone la domanda: Ma chi ha creato Dio? Perché un Dio invece del nulla? E con ciò siamo al punto di prima: perché c'è qualcosa o qualcuno invece del nulla. Ma non è una barzelletta o una domanda sciocca. Perché l'essere invece del nulla.
      La risposta potrebbe essere, forse non può essere che: perché sì, punto e basta. Potrebbe Dio porsi questa domanda: perché esisto invece di non esistere? Evidentemente no, sarebbe un Dio da barzelletta che cerca anche lui la verità, cosa vagamente assurda secondo la definizione di Dio corrente.
      Ma se invece di Dio diciamo Essere o Totalità dell'Essere, intendendo l'universo e ora anche il pluriverso, siamo al punto di prima: può chiedersi Dio perché esista? No, esiste e basta.
      Può l'universo chiedersi perché esista invece di non esistere?
      Nemmeno, sarebbe assurdo come quel Dio che si ponesse questa domanda.
      Dal che si deduce che qualcosa indubitabilmente è (se ne dubitassimo saremmo all'assurdo, dovremmo tacere e basta).
      Dunque qualcosa è, che si chiami Dio o Essere o Universo poco conta. Più in là non si può andare. Non è il caso di disperarsi. E se qualcuno trova la cosa disperante può scendere. Ciò che noi chiamiamo divenire, cioè trasformazione, distruzione dello stato precedente, è per Severino non una effettiva distruzione ma la manifestazione di un ente, la sua comparsa seguita dalla sua temporanea eclisse.
      Mo' però basta con sta roba. Se no Diaz dice ma perché ci scassi i cosi col tuo filosofo del c...o.

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    7. "Ma Severino non è uno sprovveduto"

      Questo è poco ma sicuro: ci si trova di fronte ad uno dei principali pensatori italiani ed europei contemporanei, come testimoniato dalla lunga e prestigiosa carriera. Peraltro (come sempre in questi ambiti) la sua filosofia, imperniata dagli Anni Cinquanta su una sorta di ontologia neoparmenidea di indubbio spessore logico-teoretico, può/deve essere sottoposta ad ampia discussione critica...

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    8. << perché c'è qualcosa e non il nulla? Su questa strana domanda si sono arrovellati e si arrovellano tanti, anche religiosi. >>

      Non mi stupisce, ma è probabilmente la domanda più sciocca in assoluto su cui arrovellarsi.
      La scienza non può dare una risposta, perchè si basa su ciò che già esiste e non può spingersi più indietro di così.
      La religione nemmeno, perchè anche l'ipotesi di dio, in realtà, non spiega nulla.
      La metafisica non ne parliamo...

      Ma abbiamo davvero bisogno di una risposta a questa domanda ?
      Io dico di no.

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    9. "è probabilmente la domanda più sciocca in assoluto"

      Eppure teste fini se la sono posta. Ma a porsela saranno stati soprattutto filosofi, teologi, poeti, romanzieri. E se la sono posta o se la pongono ancora perché siamo immersi nel divenire, persone cose mondi universi scompaiono e ciò ci lascia tristi o sgomenti.
      E allora ci si pongono anche domande come questa che a una persona "normale" paiono strane, sciocche, assurde. Ma il nulla non esiste, non è qualcosa, uno spazio vuoto. "Das Nichts nichtet" diceva Heidegger. Per evitare di legare il verbo essere al niente (il niente è/non è), ha inventato questo verbo "nichten" derivato appunto da nichts 'niente', proprio per esprimere la nientità del niente (il verbo nichten non esiste, ma esiste vernichten 'annientare', il nemico per esempio).
      Un'altra domanda ''filosofica" che penso definirai la più sciocca in assoluto (ancora più sciocca) potrebbe essere: ma perché si nasce se dopo si muore, e la morte non ci piace per niente? Non è una fregatura (vedi A Silvia)?

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    10. Ha ragione Lumen, ci sono domande che sono solo paradossi lingistici, la lingua e' un sistema formale che non garantisce che cio' che puo' essere detto abbia un senso o sia anche solo semplicemente decidibile. La faccenda del non essere che non e', e dell'essere che e', e' di tal genere.

      E' una trappola per topi intellettuale, che finche' si sta dentro alla sua logica fa girare sempre in tonto.

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    11. << Un'altra domanda ''filosofica" che penso definirai la più sciocca in assoluto (ancora più sciocca) potrebbe essere: ma perché si nasce se dopo si muore, e la morte non ci piace per niente? >>

      Ma no, caro Sergio.
      Queste sono domande alle quali c'è risposta, per cui sono tutt'altro che sciocche.

      Si nasce e si muore perchè siamo esseri viventi e ne possiamo investigare i meccanismi.
      Anche la comparsa degli esseri viventi dalla materia inanimata può essere oggetto di indagine.

      E' solo di fronte alla prima domanda assoluta: "perchè c'è qualcosa invece di niente" che dobbiamo arrenderci, perchè non c'è più nulla che possiamo investigare.

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  6. "2– Chi ha causato la sete di C ? L’ha causata B, bucandogli la borraccia. "

    La sete di C e' causata dalla mancanza di acqua, non dal fatto che B lo ha privato di un veleno...

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    1. Quindi non è stato nessuno ?
      Anche questa sarebbe una bella soluzione del paradosso !

      Comunque io continuo a "votare" per B.
      L'acqua, anche se avvelenata, era pur sempre acqua. Per cui C sarebbe morto avvelenato, ma non di sete.

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  7. "l'acqua avvelenata era pur sempre acqua"

    Mica tanto, l'acqua avvelenata non e' piu' acqua, e' un veleno. Anzi, la diluizione serve apposta per farla ingannevolmente scambiare per acqua quale essa non e' piu'.

    Sono stati tutti, nessuno, centomila...

    Senno' che paradosso sarebbe ;)

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    1. Il link all'articolo che hai citato e' qui, leggendolo tutto si capisce un po' meglio il contesto, e come sia legato strettamente all'incompletezza dei sistemi formali di severino e heidegger di cui si dice sopra:
      http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2017/03/12/il-mago-della-logica/

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    2. Beh, sì certo, Odifreddi ne faceva un discorso più ampio e complesso.

      Io però ero rimasto colpito dal paradosso del deserto, che non conoscevo (e che mi è piaciuto), per cui mi sono limitato a citare quello (con tentativo di confutazione...).

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