mercoledì 17 maggio 2017

Previsioni del Tempo

Quando si parla di “previsioni del tempo” pensiamo subito al tempo meteorologico. Pioverà, non pioverà ? Farà caldo, farà freddo ?
Ma anche i calendari sono, in un certo senso, degli strumenti per la previsione del tempo: il tempo astronomico, il tempo della nostra vita.
Quello che segue è un breve excursus, tratto dal web, sulla storia dei calendari, tra curiosità storiche e retroscena poco noti.
LUMEN
 

<< L'anno solare (...) è il periodo di tempo compreso fra due passaggi successivi del Sole all'equinozio di primavera (misura dunque il periodo di tempo intercorrente tra l'inizio della primavera e l'inizio della primavera successiva), e ha una durata di 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45 secondi.
 
Vediamo allora come è stato risolto, nel corso del tempo, il problema dello "scollamento" fra anno solare e anno civile, dovuto al fatto che il secondo (di 365 o 366 giorni) non può essere uguale esattamente all'anno solare, che misura, per l'appunto, 365 g, 5 h, 48 m, 45 s .
 
Se l'anno civile non marciasse di pari passo con l'anno solare, si avrebbe uno spostamento delle stagioni nell'arco dell'anno, per cui, ad esempio, l'equinozio di primavera finirebbe per scivolare, col tempo, dal 21 marzo ad aprile, poi in maggio, in giugno, ecc.
 
Tra i calendari antichi merita di essere ricordato quello egiziano, in quanto rassomiglia al nostro attuale. La durata dell'anno era infatti di 365 giorni, divisi in 12 mesi di 30 giorni più 5 giorni complementari.
 
Sembra che ai tempi di Romolo, nel primo periodo della vita di Roma (intorno all'VIII secolo a.C.), l'anno civile fosse di 304 giorni, divisi in 10 mesi, dei quali 6 di 30 giorni e 4 di 31. I nomi dei mesi erano quelli attuali, ad eccezione di gennaio e febbraio, che non esistevano, poiché l'anno veniva fatto iniziare a marzo. Il mese di luglio veniva chiamato Quintilis, cioè "quinto mese": fu cambiato in Julius successivamente, dal tribuno Marco Antonio, in onore di Giulio Cesare (che era nato in quel mese).
 
Anche il mese di agosto inizialmente non si chiamava così: il suo nome era Sextilis, cioè "sesto mese". Fu Cesare Augusto che successivamente ne cambiò il nome in Augustus, a motivo del fatto che in quel mese riportò tre vittorie e mise fine alle guerre civili. E' ovvio che i mesi da settembre in poi sono così chiamati perché inizialmente erano il settimo, l'ottavo, il nono e il decimo mese dell'anno.
 
Un'ipotesi di spiegazione dell'esistenza, in quell'epoca, di un calendario di dieci mesi fu data nel 1903 da uno studioso di nome Tilak il quale, in un saggio dal titolo “La dimora artica dei Veda”, dimostrò come fosse possibile che gli antichi Romani avessero ereditato quel calendario da una popolazione indoeuropea (i Veda, per l'appunto), abitante in qualche luogo presso il Polo Nord quando il clima in quella zona era temperato.
 
I due mesi in meno sarebbero in relazione col periodo, durante l'anno, di mancanza totale o quasi di luce solare caratterizzante le terre vicino al Polo. Quando questo popolo migrò a Sud, come conseguenza del cambiamento di clima, dovette mutare il calendario, per adeguarlo alle stagioni caratterizzanti il continente europeo, dove anche i mesi più invernali non sono di notte completa; così avrebbero fatto anche i Romani, in un primo tempo aggiungendo ai dieci mesi i giorni mancanti per completare l'anno solare, e in seguito creando due veri e propri nuovi mesi.
 
I mesi di gennaio e febbraio furono aggiunti, secondo la leggenda, da Numa Pompilio (secondo re di Roma), che avrebbe così portato l'anno a 355 giorni (equivalente pressappoco a un periodo di 12 mesi lunari o lunazioni, detto anche anno lunare, che è di 354 giorni, 8 ore, 48 minuti e 26 secondi).
 
Tuttavia la differenza di circa dieci giorni e mezzo fra l'anno solare e quello di Numa Pompilio provocò in breve tempo un notevole distacco tra l'andamento delle stagioni e quello dell'anno civile, per cui si tentò di rimediare aggiungendo, ogni due anni, un tredicesimo mese che avrebbe dovuto essere, alternativamente, di 22 e di 23 giorni.
 
Ma sembra che i pontefici, i quali avevano l'incarico di far eseguire le necessarie intercalazioni al momento opportuno, abbreviassero o allungassero l'anno come loro meglio accomodava per scopi politici, ora favorendo, ora osteggiando chi esercitava le magistrature o i pubblici appalti.
 
Fu Giulio Cesare che, nel 46 a.C., procedette a una nuova riforma, dietro suggerimento, forse, dell'astronomo alessandrino Sosigene e, probabilmente, di vari filosofi e matematici. Dopo aver assegnato la durata di 445 giorni all'anno 708 di Roma (46 a.C.), che definì “ultimus annus confusionis”, stabilì che la durata dell'anno sarebbe stata di 365 giorni, e che ogni quattro anni si sarebbe dovuto intercalare un giorno complementare.
 
L'anno di 366 giorni fu detto bisestile, perché quel giorno complementare doveva cadere sei giorni prima delle calende di marzo (facendo raddoppiare il 23 febbraio), e chiamarsi così “bis sexto die ante Kalendas Martias” (= nel doppio sesto giorno prima delle calende di marzo).
 
Con la riforma di Giulio Cesare (che stabilì così la regola del calendario giuliano) l'anno restò diviso in 12 mesi, della durata, alternativamente, di 31 e 30 giorni, con la sola eccezione di febbraio, che era destinato ad avere 29 giorni oppure 30 (negli anni bisestili). Inoltre gennaio e febbraio diventarono i primi mesi dell'anno, anziché gli ultimi, com'era stato dai tempi di Numa Pompilio fino ad allora. E il calendario da luni-solare divenne in questo modo solare, simile dunque a quello degli Egizi.
 
Purtroppo, già nel 44 a.C., subito dopo la morte di Cesare, si iniziò a commettere errori, inserendo un anno bisestile ogni tre anziché ogni quattro anni. A ciò si pose rimedio nell'8 a.C., quando Augusto ordinò che fossero omessi i successivi tre anni bisestili, rimettendo a posto le cose.
 
In quello stesso periodo il Senato decise di dare il nome di Augustus al mese di Sextilis, in onore dell'imperatore. Non limitandosi a ciò, stabilì anche che questo mese dovesse avere lo stesso numero di giorni del mese che onorava la memoria di Giulio Cesare, ossia Julius.
 
Fu così che fu tolto un giorno a febbraio, che scese a 28 giorni (29 negli anni bisestili), per darlo ad agosto, mentre fu cambiato il numero dei giorni degli ultimi quattro mesi dell'anno, per evitare che ci fossero tre mesi consecutivi con 31 giorni. In definitiva, da una situazione di mesi alterni di 31 e 30 giorni si passò alla situazione, un po' più pasticciata, che persiste tutt'oggi.
 
Lo scopo di far aderire il calendario civile all'anno solare non era stato ancora raggiunto perfettamente, poiché quest'ultimo è, come abbiamo visto, circa undici minuti più corto di 365 giorni e un quarto. Questa piccola differenza produce il divario di un giorno intero in circa 128 anni, o di circa tre giorni in 400 anni. Da questa constatazione derivò la riforma attuata nel 1582 da papa Gregorio XIII, dietro proposta di una Commissione (…).
 
Con tale riforma, che fu detta gregoriana (e diede il via al calendario gregoriano), si stabilì che dovessero essere comuni (anziché bisestili) quegli anni secolari che non fossero divisibili per 400. Quindi, in definitiva, rimangono bisestili tutti gli anni non terminanti con due zeri e divisibili per 4, e quegli anni terminanti con due zeri ma divisibili per 400. Dalla data della riforma a oggi, dunque, fu bisestile l'anno 1600, non lo furono gli anni secolari 1700, 1800 e 1900, mentre lo è il 2000. (…)
 
Con l'attuazione della riforma gregoriana si provvide anche a correggere gli errori che erano venuti accumulandosi nel passato: il giorno successivo a quello di giovedì 4 ottobre 1582 divenne venerdì 15 ottobre, attuandosi così un salto di 10 giorni. Fu scelto tale periodo perché in esso non ricorrevano feste solenni.
 
Il calendario gregoriano fu accettato successivamente, anche se gradualmente, dalla maggior parte degli stati civili: in un primo tempo dagli stati con popolazione cattolica (fra il 1582 e il 1584), poi da quelli a popolazione protestante. In Germania entrò in vigore parzialmente nel 1700 e definitivamente nel 1775, in Gran Bretagna nel 1752, in Svezia nel 1753.
 
In altri paesi, tra cui quelli a religione ortodossa, il calendario giuliano è rimasto in vigore fino ai primi decenni di questo secolo. Il governo rivoluzionario russo adottò il calendario gregoriano nel 1918. Il Giappone vi aveva già aderito nel 1873, la Cina nel 1812 (ma in modo completo nel 1949).  

Anche le chiese ortodosse (ad eccezione di quelle di Russia, di Serbia e di Gerusalemme, che hanno mantenuto il calendario giuliano) hanno peraltro adottato un calendario riformato, in cui risultano bisestili, fra gli anni secolari, solo quelli il cui millesimo, diviso per 9, dia per resto 2 oppure 6. In pratica, diventa bisestile un anno secolare ogni 4 o 5. Le chiese ortodosse hanno però mantenuto, in generale, il vecchio metodo di calcolo del giorno di Pasqua. Fa eccezione la chiesa ortodossa di Finlandia, che ha aderito completamente al calendario gregoriano. >>


(Link: http://calendario.eugeniosongia.com/storiacalendario.htm)

14 commenti:

  1. Caro Lumen,

    ma come ti è venuto in mente di proporci un argomento così noioso! Sono arrivato esausto alla fine dell'articolo. Ammetto però che la cosa abbia la sua importanza. Mi chiedo come gli antichi fossero in grado di osservare le variazioni di durata degli anni solari e apportare le necessarie modifiche. Ma qualche antico aveva calcolato con grande approssimazione la distanza terra-luna e la lunghezza del diametro terrestre. Ma come facevano? Un comune mortale odierno non ne sarebbe capace.

    Bistestile. Strana parola. Si abbina solo ad anno. Penso che il 99% degli Italiani non conosca l'origine di questo aggettivo. Anch'io mi ero dimenticato la sua etimologia, grazie di avermela ricordata. Ma se si raddoppiava non il sesto, ma il quinto giorno prima delle idi di marzo avremmo avuto allora un anno quintile? Strano comunque che si sia conservato questo termine pur non conoscendone più il significato. I tedeschi chiamo l'anno bisestile "Schaltjahr" che è immediatamente comprensibile: è l'anno (Jahr) in cui si intercala o aggiunge un altro giorno (ein-schalten).

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  2. Visto che mi hai scocciato con questo noioso articolo ti scoccio anch'o con questioni fonetiche che non interessano verosimilmente nessuno. Come pronunci bisestite? Intendo la prima esse (bis). È sonora o aspra? In italiano la esse intervocalica può essere sonora (rosa) o aspra (casa). Ma la maggior parte degli italiani credo pronunci casa con la esse sonora al contrario dei toscani (e forse dei romani). Anch'io dico casa con la esse sonora. E parimenti pronunciavo bisestile alla stessa maniera. Invece la esse intervocalica di bisestile è effettivamente aspra come vedo dal vocabolario.
    Per i francesi non ci sono problemi perché scrivono bissextile e la doppia esse è naturalmente aspra (la s intervocalica in francese è sempre sonora, non come in italiano o toscano). Dunque, mi raccomando, pronunciate bisestile con due belle esse aspre se no fate la figura degli ignoranti (come me).

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  3. Insisto con la fonetica. Io dico béne (e chiusa), mentre la corretta pronuncia è bène. Chi impara l'italiano all'estero dice correttamente, al contrario di me, bène. E pronuncia altresì correttamente le vocali e ed o (pésca, pèsca), distingue tra esse sonora e esse aspra, tra zeta sonora (zagara) e aspra (zio, zucchero). Io queste distinzioni non le faccio, parlo dunque un cattivo italiano (e chi se ne frega). Evidentemente ho imitato la parlata degli adulti che pronunciavano in modo errato - non toscano - tante parole. Dico anche stèlla invece del corretto stélla, perchè invece del corretto perché. Ma la maggior parte degli Italiani non si cura della corretta pronuncia (credo) che solo i toscani e gli stranieri conoscono (gli stranieri perché imparano subito la retta pronuncia indicata nelle grammatiche e nei dizionari). Similmente io ho sempre pronunciato la zeta in modo sonoro, non facevo la differenza tra la zeta di zagara e di zio. Tanto che quando imparavo il tedesco e dicevo sempre Zeit con la zeta sonora gli altri ridevano e io non capivo il perché (Zeit 'tempo' si pronuncia effettivamente tseit - nella trascrizione fonetica la zeta aspra si rende con t+s che naturalmente non sono due suoni distinti - t più s) ma uno solo, zeta aspra.
    Questioni di lana caprina. Così siamo pari.

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  4. Caro Sergio, mi dispiace che l'argomento ti sia parso noioso.
    Io l'ho trovato, se non interessante, quanto meno curioso, e l'ho postato per inserire una nota più leggera in mezzo ai tanti temi ponderosi che (in genere) discutiamo qui.
    Quello che mi ha sempre colpito molto dei sistemi di calendario è la loro arbitraria irrazionalità.
    Ma forse è inevitabile (colpa dell'astronomia) e ormai ci siamo abituati.

    Quanto alla fonetica, ti confesso di non aver mai fatto molto caso a queste sottigliezze, che peraltro esistono e possono essere importanti.
    Ovviamente, ogni lingua ha le sue specifiche difficoltà, che possono essere non solo fonetiche, ma anche ortografiche, grammaticali e sintattiche.
    Il latino, per esempio, potrebbe essere considerato più semplice per le prime due, e più difficile per le seconde due.
    L'italiano, che del latino è parente stretto, forse anche.
    Per l'inglese, invece, potrebbe valere il contrario (maggiori difficoltà per la fonetica e l'ortografia).
    Tu che conosci bene il tedesco, dove lo collocheresti ?
    E il francese ?

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    1. Secondo te come pronunciavano la parola Caesar i Romani? Certamente non all'italiana, Cesare. Il suono c di Cesare non esisteva in latino. La palatalizzazione del suono K è un lento processo che si conclude nel quinto secolo d. C. (in Italia! In Francia e in Spagna l'evoluzione fonetica continua: i Francesi si fermano a c = s, p. es. ciel, gli Spagnoli addirittura proseguono per arrivare a un suono simile al th inglese, vedi cielo).
      Quanto ai Romani pronunciavano un bel k-a-e-s-a-r (come dimostrano anche il tedesco Kaiser e il russo (C)Zar). Il dittongo 'ae" si pronunciava a-e, non e.

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  5. Il passare del tempo è importante, nella storia dell'umanità, perchè il pensiero si è evoluto sotto tanti aspetti.
    Quindi è più che giusto tenere conto delle date e degli eventi.
    Certe riflessioni, però, sono davvero "senza tempo".

    Ecco una perla di saggezza che viene attribuita a Buddha, il mitico pensatore indiano vissuto circa 2.500 anni fa.
    << Non rispondere quando sei arrabbiato.
    Non fare una promessa quando sei felice.
    Non prendere una decisione quando sei triste. >>
    Davvero ineccepibile.

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    1. Non ci voleva un Buddha per dar consigli tanto ragionevoli quanto banali: una qualsiasi persona con un po' di esperienza direbbe altrettanto. Del pari sono banali anche tante cose che ha detto Gesù ma che i suoi devoti, seguaci o tifosi considerano perle di saggezza che solo lui, Dio, poteva elargirci.

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    2. Caro Sergio, certo i consigli di Buddha sono un po' banali (ma non poi troppo), però sono anche utili.
      Mentre per Gesù Cristo non so se possiamo dire la stessa cosa.
      Nel senso che i consigli banali abbondano, mentre quelli utili non direi.
      Anzi, se devo essere sincero, non me ne viene in mente neppure uno (ma forse sono io che non conosco abbastanza i vangeli).

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    3. Aiutino ovvero repetita juvant:

      "Non gettate le perle ai porci." (... neque mittatis margaritas vestras ante porcos). Quel che molti non sanno e che Gesù per porci intende i non ebrei, incapaci d'intendere. Direi che non è un pensiero carino.

      "Siate semplici come colombe e astuti come serpenti."
      Insomma: la quadratura del cerchio non essendo possibile essere le due cose simultaneamente. Però lo stesso l'esortazione ha una sua valenza, almeno nel senso d'ideale o di sforzo. Semplicità e astuzia da sole non sono virtù, anzi il semplice può esser sciocco e l'astuto una carogna. Ma come invito ad essere attenti (a non farsi fregare) pur mantenendo un atteggiamento cordiale, persino un certo candore, ci può stare. Un cuore semplice è benevolo, cartitatevole, ma senza accortezza rischia di farsi male perché purtroppo i malintenzionati sono legione.

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    4. << Siate semplici come colombe e astuti come serpenti. >>

      Sì, questa è bella ed anche utile.
      Faccio ammenda.

      Quanto alle perle e ai porci (grazie per il chiarimento), non dobbiamo dimenticare che Gesù era un profeta ebreo a tutti gli effetti.
      E stato poi San Paolo a trasformarlo (furbescamente ?) in un personaggio universale "ad usum" dei romani.

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    5. Variazione del tema (colombe e serpenti).

      C'è qualcosa di più bello della passione, per qualcuno o per qualcosa? Ma uno che si fa prendere facilmente dalle passioni ci sembra poco serio. Ma se oltre alla passione facile dà prova di intelligenza, di razionalità, susciterà ammirazione (e magari un po' invidia).
      Stendhal - l'autore de Il rosso e il nero e La certosa di Parma - era un uomo molto passionale, aveva bisogno di innamorarsi un paio di volte all'anno. C'è qualcosa di più bello e coinvolgente della passione amorosa? Chissà quante belle donne si è fatto (invidia).
      Ma poi era una persona molto razionale, capace di controllarsi, grafomane (annotava tutto quello che gli passava per la testa su qualsiasi oggetto, magari una tabacchiera). Un uomo solo razionale non è una persona simpatica: sì, è intelligente, ma che persona arida. Un uomo solo passionale ci sembra una banderuola, corre dietro ad ogni fraschetta, non è serio. Invece un uomo capace di appassionarsi ma al tempo stesso padrone di se stesso e accorto non può non suscitare ammirazione. Difficile però per non dire impossibile usare la ragione quando la passione ti trascina. Ma forse si tratta di lasciarsi andare ogni tanto e poi recuperare il senno. Un po' come colombe e serpenti. La colomba è semplice, ama la poesia, il serpente invece è più attento, calcolatore. A noi (due?) piacciono entrambe le cose, no? La poesia (e le passioni!), ma anche il raziocinio.
      Insomma, Gesù ogni tanto ci azzeccava.

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    6. << A noi piacciono entrambe le cose, no? La poesia (e le passioni!), ma anche il raziocinio. >>

      Certo. Ed entrambe le cose sono importanti per vivere bene.
      Forse il "trucco" consiste nell'evitare di mescolarle.
      Ma a volte è più difficile di quanto sembra.

      Perchè mentre si vive una passione non siamo in grado di prendere buone decisioni (vedi il pensiero di Buddha), ma a volte lo facciamo ugualmente.
      Quante coppie si sono sposate sull'onda della pura passione, per poi accorgersi poco tempo dopo che la convivenza quotidiana era impossibile ?

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  6. Rispetto al tempo, sarebbe pure molto interessante verificare quanto la sua precisa misura abbia influenzato l'organizzazione sociale: mentre all'epoca di cui si parla nell'articolo la lunghezza dell'anno veniva misurata in modo molto approssimativo senza che nessuno si accorgesse di qualche differenza se non dopo decenni o secoli, oggi la vita gia' da bambini viene precisamente scandita da orari misurati al secondo, e se si sgarra, "multa!".

    Sentendo persone disprezzare alcuni negri e migranti perche' "non sanno nemmeno cosa sia rispettare gli orari, per loro un'ora o l'altra non fa differenza", non ho potuto fare a meno di osservare che da che parte stiano i veri incolti e' ancora tutto da definire.

    Ricordo vagamente un libro letto vari decenni fa, "dal mondo del pressappoco all'universo della precisione" del Koyre', che andrebbe rispolverato:

    http://www.studenti.it/koire.html

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    1. << Rispetto al tempo, sarebbe pure molto interessante verificare quanto la sua precisa misura abbia influenzato l'organizzazione sociale >>

      Sono sicuro che l'ha influenzata molto, nel bene e nel male.

      Mi viene in mente quel famoso passo di Swift (da I Viaggi di Gulliver), in cui una popolazione indigena scambia l'orologio di Gulliver per una divinità, vedendo che lui lo consultava sempre, prima di fare o decidere qualcosa.
      Se ho rammentato male il passo, correggetemi pure.

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