mercoledì 3 maggio 2017

Breve compendio di Antropologia Criminale

Le considerazioni di Gianni Pardo sui presupposti antropologici del nostro sistema penale ed i suoi inevitabili limiti (dal suo blog). Lumen
 

<< È inutile chiamare “mostro” il criminale: che ci piaccia o no, è un essere umano. Capirlo – non giustificarlo – non può che arricchire le nostre conoscenze. Chissà quanti libri di criminologia sono pieni di parole d’oro, su questo argomento. Ma è difficile avere grande fiducia negli psichiatri, quando decidono che l’imputato di un grave delitto è sano, seminfermo o totalmente infermo di mente. La loro scienza è troppo giovane ed incerta.
 
A vederli lì, gli imputati, mentre rispondono al giudice o parlano col loro avvocato, sembrano normali. Ignoranti, magari. Palesemente bugiardi, magari, ma normali. Salvo si tratti di criminali professionisti, coloro che fino al giorno prima hanno frequentato gli assassini dicono sempre la stessa cosa: “Pareva una brava persona”, “Non ce lo saremmo mai aspettato”. “Sì, a volte esagerava, ma non aveva mai fatto niente di simile”. Com’è che lo stesso uomo risulta poi totalmente infermo di mente ?
 
L’Amministrazione della Giustizia si basa sulla responsabilità, e questa a sua volta sulla libertà: “L’hai fatto, potevi non farlo, sei responsabile d’averlo fatto”. L’infermità mentale toglierebbe la libertà e dunque la responsabilità. Ma lo schema zoppica. Da un lato, nemmeno Immanuel Kant è riuscito a dimostrare la libertà, il libero arbitrio o comunque si voglia chiamarlo.
 
Dall’altro, se il cervello di un criminale è una macchina, e può essere guasto come può essere guasto un televisore, anche il cervello sano ha un funzionamento sottoposto al determinismo. Ché anzi, scientificamente, questa è l’unica conclusione possibile. Per conseguenza bisognerebbe assolvere tutti dai delitti di sangue, in quanto non responsabili, e poi rinchiuderli per sempre in galera, perché la società non vuole simili “irresponsabili” in giro.
 
Non sono paradossi. Il diritto penale è fondato su un’ambiguità. Reputa gli uomini responsabili per il male fatto, ma la libertà non è dimostrata. Poi però di alcuni dice che non sono responsabili, perché non erano liberi. In realtà, la libertà è un dato metafisico indimostrato. Teoricamente, o siamo liberi tutti, anche i pazzi, o non è libero nessuno. La distinzione è peggio che discutibile.
 
Anche ragionando terra terra, è evidente che l’idiota (in senso tecnico) non è responsabile delle sue azioni, ma quando si arriva allo schizofrenico è veramente un altro paio di maniche. Se tutti fossimo sottoposti ad un serio esame psichiatrico, saremmo stupiti di scoprire quanti schizofrenici abbiamo intorno, e dunque quanti “totalmente incapaci di intendere e di volere”, dal punto di vista del diritto penale, ci sono in giro. Chi non ci crede, chieda lumi ad uno psichiatra. Per giunta, diagnosticare la schizofrenia non è sempre facile.
 
Una persona di buon senso si rassegna tuttavia a questo fascio di contraddizioni perché bisogna pur vivere. Se non ammettessimo la libertà, non ci sarebbero regole, morale, legge. E crollerebbe la società civile. Ammettiamola, dunque, la libertà, ma non dimentichiamo che lo facciamo perché ci conviene, non perché sia dimostrata o logicamente plausibile.
 
Sia detto di passaggio (per quelli che non si sono mai posto questo genere di problema), la sensazione che ognuno ha di essere libero non prova nulla. Ed anche la convinzione comune non prova nulla. La credenza di essere Napoleone non fa sì che un pazzo sia Napoleone.
 
Ognuno di noi crede di percepire la realtà com’è, ma ognuno di noi la filtra attraverso il suo essere. Si pensi ad una partita di calcio: l’azione è unica, ma i trentamila spettatori la vedono, fisicamente, da trentamila punti di vista diversi. E questo è niente rispetto alle mille facce dell’esistenza.
 
Come si può ritenere che abbiano la stessa nozione del denaro il bambino nato ricco e quello nato povero? La donna intelligente e la donna stupida vivono forse le stesse esperienze, hanno forse la stessa idea degli uomini? I figli di genitori ammirevoli e i figli di ubriaconi violenti non possono avere la stessa concezione della famiglia. L’uomo bello e brillante come potrebbe avere le stesse esperienze, e dunque lo stesso giudizio della realtà, rispetto ad un uomo brutto e insignificante?
 
Tutto ciò corrisponde ad una parola ormai entrata nell’uso comune: “condizionamento”. Ma il fatto di averla sentita tante volte induce all’errore di prenderla sottogamba. Considerando che il determinismo psichico è l’unica ipotesi valida dal punto di vista scientifico, collegando condizionamento e determinismo si ha, per così dire, il destino di una persona. In via puramente teorica, data la base fisiologica, e data l’esperienza, si dovrebbe sapere tutto, di un essere umano.
 
Per tutte queste ragioni, bisogna (…) chiedersi come funzioni, visto dall’interno, il cervello del criminale. >>
 

<< Nessuno sfugge al condizionamento. Persino chi reagisce ad esso, lo fa in chiave di condizionamento. Colui che odia la religione perché da ragazzo gliel’hanno imposta, in materia di religione non è “libero” quanto lo è colui per il quale la religione è qualcosa di cui ha sentito parlare ogni tanto.
 
Il condizionamento a volte è accettato acriticamente, a volte criticamente, ma non è mai ininfluente. Come mai divengono tanto più spesso musicisti i figli di musicisti o di appassionati di musica classica? La ragione è semplice: sono stati allevati in quell’ambiente. E come dimenticare che erano professionisti della musica anche i padri di Mozart e Beethoven? Ciò significa che nel corso dei secoli chissà quanti geni musicali si sono perduti: perché non hanno avuto l’occasione di accostarsi alla musica, Essi stessi non hanno mai saputo di quali talenti disponevano.
 
Nell’opposta direzione, chi è violento spesso è cresciuto in una famiglia violenta, e per lui la violenza fa parte del “linguaggio”: superato un certo livello di calore, nella discussione, si passa alle vie di fatto. È ciò che quell’uomo ha visto fare, e spesso ha anche subito, sin da piccolo. Né diversamente vanno le cose per le persone nelle cui famiglie c’è l’abitudine di gridare. Qui non si passa alle percosse, ma le “discussioni” sono sempre alterchi sonori e per così dire pubblici.
 
Se invece si è cresciuti in una famiglia in cui non si alza la voce e non si è stupidamente aggressivi, la violenza diviene inconcepibile non soltanto riguardo agli altri membri della famiglia, ma anche riguardo al cane o al gatto. La violenza fa orrore, e sembra l’irruzione della preistoria nel presente.
 
Per motivi endogeni od esogeni, il cervello del criminale non possiede i normali freni e le normali inibizioni. Non a caso “asociale” è spesso usato come sinonimo di “criminale”. Come può, chi è vissuto in un ambiente di ladri, avere scolpito nell’anima il principio che “le cose altrui non si toccano”? Naturalmente ciò non significa che egli non potrebbe contro-reagire – per esempio vedendo in quale scarsa considerazione sociale viene tenuto chi ruba – e divenire scrupolosamente onesto. Ma la parola “ladro”, per lui, non si riferirà mai a qualcosa di estraneo e nebbioso.
 
Il violentatore, l’assassino, il “mostro” sono persone nella cui mente, per una serie di circostanze, mancano le controspinte ai comportamenti “selvaggi”. Lo stupratore forse non ha conosciuto l’amore ed è uno che, nel proprio imprinting, ha l’idea che le donne siano prede. Oggetti da catturare, usare, e magari sopprimere. Infatti fra le vittime più frequenti della violenza maschile ci sono le prostitute: proprio perché il loro mestiere le “reifica”, agli occhi dei maschi primitivi.
 
Il fenomeno è generale. Se la presenza di qualcuno è avvertita come un ostacolo alla realizzazione dei propri desideri, si affaccia l’idea di ucciderlo, esattamente come si scosta una sedia che ostruisce il passaggio. In particolare, i figli che uccidono i genitori sono spesso economicamente viziati: giovani che hanno finito col considerare il denaro che gli dànno i genitori non un regalo ma un diritto, tanto che il diniego di ulteriori somme è, per loro, un’ingiustizia e perfino l’inadempimento di un dovere. (…)
 
La mente del criminale è primitiva e caratterizzata da un’estrema povertà. Il soggetto segue pulsioni elementari, quasi bestiali. Apprezza soprattutto il piacere fisico, anche quando è estremo e pericoloso per la salute, e lo stesso piacere sessuale non è per lui il punto d’arrivo dell’amore, dell’amicizia, o quanto meno di un gioco liberamente consentito, ma somiglia all’acquisto, quando non alla rapina, del corpo di qualcuno. Sempre perché l’altra persona è considerata alla stregua di un oggetto.
 
Il denaro è spesso il valore supremo, in quanto chiave di tutti i vantaggi pratici, e di tutto ciò che si può comprare. E infatti la maggior parte dei ragazzi che hanno ucciso i genitori lo ha fatto per denaro. In generale i criminali sono incapaci di godere delle tante cose che non costano nulla e che valgono molto: il godimento estetico, per esempio, il piacere della cultura e della conversazione. Anche se l’onestà e le “gioie dello spirito” hanno come prezzo lo studio, la disciplina, e il lavoro, valgono ben più di quanto costano.
 
Il criminale è un uomo sfortunato. Ha qualcosa che non va nel suo cervello, nel suo imprinting e nel suo condizionamento. Rimane vicino ai livelli elementari ed in un certo senso bestiali. Così entra in conflitto con una società giunta ad un modello di vita più evoluto e la maggior parte delle volte finisce col pagarla. Non ha certo una vita felice.
 
L’asociale è un attardato, nell’evoluzione. Forse non dovremmo disprezzarlo perché, scientificamente, non può essere diverso da ciò che è. Ma se teoricamente la società non ha il diritto di condannarlo, praticamente ha il diritto di difendersene. “Non potevi non uccidere, e per questo non ti condanniamo; ma poiché noi non vogliamo essere uccisi, non possiamo non rinchiuderti per sempre in una prigione. Scusaci, è il nostro condizionamento”. >>
 
GIANNI PARDO


(Link: http://giannip.myblog.it/2017/01/16/la-mente-criminale-1/ + http://giannip.myblog.it/2017/01/17/la-mente-criminale-2-2/ )

26 commenti:

  1. "Se invece si è cresciuti in una famiglia in cui non si alza la voce e non si è stupidamente aggressivi, la violenza diviene inconcepibile"

    Questa volta non credo di essere d'accordo con Pardo. Magari in cio' che sostiene ci fosse un automatismo. In realta' la violenza "pazza" cui si riferisce Pardo nasce a volte dove meno te lo aspetti, nei villini borghesi, in persone altrimenti miti, mentre quella che nasce dal contesto sociale e' di solito razionale, obbligata dalla legge scritta o non scritta di quel contesto, fino al punto di non essere neppure considerata violenza, in quel contesto. Senza andare troppo lontano, basti pensare a quelle leggi dello Stato, che, col senno di poi, o di un altro luogo e contesto sociale, ci sembrano follie, e ci sembra persino impossibile che non siano state imposte da tremendi dittatori.

    Siamo perennemente immersi in questo tipo di "pregiudizi", tanto che persino Pardo, questa volta e in questo articolo, non se ne rende conto.

    Il relativismo culturale, per fastidio che possa dare al nostro "ego" sociale, c'e', e c'e' pure la rivolta dell'"ego individuale" ad esso, specialmente quando e' piu' oppressivo (da cui i borghesissimi "delitti dei villini", i piu' efferati).

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  2. Insomma, Pardo fa o sembra fare l'apologia del criminale, un poveraccio in ultima analisi incolpevole, non imputabile (per tutte le ragioni indicate: inesistenza della libertà, pesante condizionamento sociale - famiglia, ambiente, società -, mettiamoci anche tare genetiche). "Non poteva non uccidere" (o rubare, fornicare, dire il falso ecc.). Si può essere d'accordo, io lo sono. Ma ovviamente dobbiamo difenderci da simili individui che chiuderemo da qualche parte (prigioni, manicomi criminali - questi credo non esistano più).
    In ultima analisi non ci sono colpe che meritino "pene assolute" come l'inferno cristiano, ma misure cautelari per la società sono legittime. Dante avrebbe potuto comporre il suo Inferno se avesse condiviso queste idee che a noi paiono evidenti? Ma era figlio del suo tempo, perciò mise quelle orribili parole all'ingresso dell'inferno: lasciate ogni speranza, voi ch'entrate. Eppure Origene già nel terzo secolo aveva messo in dubbio l'eternità dell'inferno in contrasto con la somma bontà divina. Del resto il "non giudicate, se non volete essere giudicati" di Gesù invita per lo meno alla prudenza. E Bergoglio si è più volte chiesto visitando i carcerati: perché loro stanno lì dentro e non io? Atteggiamento che rispecchia il pensiero di Pardo qui sopra: hanno commesso delitti, ma sono incolpevoli. Per fortuna però Bergoglio non ha aggiunto: liberateli tutti.
    Alcune perle. "La violenza [a noi] fa orrore, e sembra l’irruzione della preistoria nel presente." Eppure quanta violenza esiste ancora. Forse siamo ancora nella preistoria? Diceva Lorenz: l'anello mancante tra la scimmia e l'uomo siamo noi, non ancora davvero uomini degni di questo nome. Bel pensiero, anche se un po' claudicante (sarà mai possibile cancellare totalmente e definitivamente la violenza, magari con interventi sul patrimonio genetico? L'essere umano non sarebbe poi inerme, preda del più forte?).
    Pardo mi sembra non solo negare la libertà (che nemmeno Kant sapeva definire), ma indulgere al più radicale determinismo da cui Diaz dissente fortemente. Negando il divenire anche Severino nega la libertà (tutto è già scritto). Il fatto che noi operiamo sempre in vista di ottenere certi risultati nel futuro, che non sappiamo come sarà, non è un'apertura alla libertà: l'azione per ottenere qualcosa è a sua volta condizionata, non libera). Non sappiamo se i nostri sforzi saranno coronati dal successo, ma non possiamo esimerci dal compierli perché vogliamo certi effetti.

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  3. << In ultima analisi non ci sono colpe che meritino "pene assolute" come l'inferno cristiano, ma misure cautelari per la società sono legittime. >>

    Una sintesi ineccepibile.

    Purtroppo il nostro sistema penale è ancora figlio della mentalità cristiana, tutta imperniata sulla triade libertà/colpa (peccato)/ravvedimento.
    Ed infatti, guarda caso, risulta particolarmente inefficiente nella sua funzione principale, che dovrebbe essere quella di prevenire i nuovi reati.

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    1. "... sulla triade libertà/colpa (peccato)/ravvedimento."

      Hai dimenticato qualcosa di essenziale: l'espiazione o il risarcimento dei danni. Il vero ravvedimento presuppone l'accettazione della pena. Oggi si insiste troppo - a parer mio - sulla rieducazione del colpevole e il suo reinserimento sociale. Vedi anche l'immediata concessione del perdono da parte dei parenti anche in caso di delitti gravissimi come un omicidio. L'occhio per occhio aveva una sua logica che in fondo applichiamo ancora oggi, anche se vogliamo essere buoni. Per offrire l'altra guancia ci vuole un autocontrollo quasi disumano e un lungo tirocinio. Ciò nonostante persino un papa minaccia chi gli offende la mamma! La natura umana è più forte dell'ideologia.
      Vedi anche la pena di morte. L'abolizione è considerata un segno di civiltà. Persino la Chiesa che per millenni ha riconosciuto la liceità della pena capitale, persino nel recentissimo Nuovo Catechismo, adesso fa mosca cocchiera sul carro degli abolizionisti (si adegua come sempre, ancora un po' e propagherà il libero amore compresa la sodomia visto che non può remare eternamente contro. Le chiese come templi dell'amore alias bordelli (sacri). Probabile che le chiese si riempiano di nuovo ... Del resto nell'antichità è esistita la sacra prostituzione.

      La pena ha sicuramente carattere deterrente, anche se non è certo che la pena di morte prevenga i crimini. Ma il colpevole deve anche risarcire il derubato e la collettività (un crimine è un vulnus non solo per la singola vittima, ma per l'intero corpo sociale: uno degli effetti del buonismo dilagante è di oscurare questo aspetto.
      Io sono stato sempre contrario alla pena di morte, ma negli ultimi tempi ci sto ripensando. Vedo che grandi filosofi (Kant), anche contemporanei (Sossio Giametta) sono favorevoli alla pena capitale. Si potrebbe giustamente osservare che chi toglie la vita a un altro non merita troppa comprensione, ha perso il diritto alla propria. Ciò contrasta, è vero, con la non imputabilità del criminale come dice Pardo. Ma ci sono criminali irredimibili e pericolosi che si farebbe forse meglio a eliminare. Poi ci sono crimini talmente odiosi che l'unica pena adeguata sembra proprio la pena capitale. Ma il pensiero unico dominante in occidente non vuole più la pena di morte. Che però viene comminata ogni giorno dai criminali a danno di poveri innocenti che non possono ovviamente essere risarciti.
      Chi è comunque favorevole alla pena di morte deve anche
      eseguirla, non lasciarne l'esecuzione ai professionisti: i cittadini verrebbero sorteggiati come per le giurie popolari e non potrebbero sottrarsi a questo dovere sociale (l'obiezione di coscienza non varrebbe in questo caso - o dovrebbe essere compensata con una bella tassa).

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    2. << La pena ha sicuramente carattere deterrente, anche se non è certo che la pena di morte prevenga i crimini. >>

      No, in effetti non è certo (esclusi ovviamente i potenziali crimini futuri del giustiziato).
      D'altra parte se non è un deterrente adeguato la pena di morte, come può esserlo la semplice detenzione, che oggi, di fatto, non è neppure più a vita ?

      E allora si ritorna al problema di fondo, che tanto mi arrovella, e che è stato esposto in modo così chiaro da Gianni Pardo: non sarà che, qualsiasi cosa preveda il codice penale, certe persone torneranno sempre ed inevitabilmente a delinquere ?
      E che pertanto la loro (presunta) libertà di scelta è una mera astrazione ?

      Ma un edificio che si fonda su una mera astrazione come potrà mai funzionare in modo adeguato ?

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    3. "certe persone torneranno sempre ed inevitabilmente a delinquere?"

      Quelle incapaci di intendere e di volere si'!
      Ma proprio per esse sono previsti particolari sconti di pena, o addirittura nessuna pena.
      Fra l'altro, non so se sia una bufala, ma avevo letto che in Usa o da qualche altra parte si stava pensano di depenalizzare o quantomeno ridurre le pene per reati compiuti da donne durante la fase di irritabilita' del ciclo mestruale... in quanto in quel periodo la loro padronanza di se' e' ridotta.

      Per gli amanti delle scienze neurologiche un interessante video qui, che spiega una cosa ben nota e cioe' che il lato delinquenziale e quello creativo o dirigenziale sono separati da un sottile diaframma, e che basta poco per passare da uno all'altro (che vorrei notare che e' il contrario di quanto state dando troppo facilmente per scontato).
      https://www.ted.com/talks/jim_fallon_exploring_the_mind_of_a_killer

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    4. << il lato delinquenziale e quello creativo o dirigenziale sono separati da un sottile diaframma, e che basta poco per passare da uno all'altro >>

      La cosa non mi stupisce per nulla.
      Sia i creativi che i delinquenti, in fondo, hanno tra le loro tendenze quella di voler rompere le regole e tenere comportamenti trasgressivi, quale forma di realizzazione di sè.
      Purtroppo le loro azioni - e soprattutto le conseguenze - sono poi molto diverse per la società, perchè i secondi fanno ricorso alla violenza fisica ed i primi, per quanto scomodi, no.

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    5. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    6. Che non sia semplicemente energia indirizzata "casualmente" da una parte o dall'altra? Ovviamente la causa, la ragione c'è, ma magari ignota. Don Bosco, che era sicuramente un uomo d'azione, dunque energico (al contrario dell'intellettualino Leopardi), diceva che sarebbe potuto diventare anche un delinquente. Ma per fortuna la famiglia e la parrocchia seppero incanalare bene quelle energie. E l'indimentabile frase del "Giovane Provveduto" (il libro di preghiere composto da Don Bosco e ormai reperibile solo dall'antiquario - anche i salesiani si sono aggiornati) diceva: "Adolescens etiam cum senuerit non recedit ab ea" (dalla buona o cattiva strada intrapresa da giovane). Di nuovo: tout se tient, c'è per tutto una spiegazione, una ragione, una causa.

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    7. Caro Sergio, in effetti l'imprinting giovanile ci segna per tutta la vita.
      Questo perchè, da quanto ho capito, le esperienze giovanili provocano una modifica "fisica" dei nostri circuiti neurali, che, proprio perchè modellati fisicamente, sono poi difficilissimi da modificare (ci vogliono dei traumi, anche violenti).

      Poi, ovviamente, c'entra anche la casualità.
      Così, per esempio, un giovane ambizioso, aggressivo e poco empatico, può diventare un delinquente, ma, magari, anche un soldato o un poliziotto.
      (oppure un politico; eh, eh, eh...)

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    8. Una cosa che lessi tempo fa a proposito del cervello mi colpì e mi piacque. L'organo conserva una certa plasticità anche in età avanzata. Si può dunque ancora apprendere e modificare qualcosa nella nostra vita anche quasi a tempo scaduto. Consolante. Ma è vero che le prime esperienze sono fondamentali e forse decisive. Diceva uno scrittore che se certe cose non si capiscono a otto anni è finita. Invece qualcosa è ancora possibile, anche a tarda età, per quanto strano e poco probabile possa sembrare.

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    9. << L'organo conserva una certa plasticità anche in età avanzata. Si può dunque ancora apprendere e modificare qualcosa nella nostra vita >>

      Beh, certo (e per fortuna).
      Però direi che le modifiche neurali alla nostra età sono più facili nel campo dell'apprendimento che in quello del carattere (quello che siamo, siamo...)

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    10. Infatti, e anche nel campo dell'apprendimento l'impressione e' che dopo una certa (giovane) eta' magari si dice sisi' a parole, pero' nel profondo si rimane convinti, a livello subliminale-animale, di cio' che si e' appreso, o su cui si e' gia' stati indottrinati, nel passato, tant'e' che di fronte al ragionamento si abbozza, si acconsente, tranne poi tornare esattamente alla convinzione di partenza, cosa che fa particolarmente imbestialire nei contraddittori, dato che a quel punto si ha l'impressione di interloquire piu' con un sasso che con un essere senziente.

      Non varra' per tutti, ma quasi. E per quelli per cui non vale, forse non vale solo perche' sono stati abituati a loro volta fin da piccoli a dubitare e mettere in discussione tutto, atteggiamento raro a cui restano fedeli. E per il quale vengono detestati da tutti gli indottrinati, di una specie o dell'altra.

      Per cambiare queste convinzioni occorrono fortissimi traumi: allora forse si' che cambiano, ma ammesso che si resti vivi.

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    11. E' vero, cambiare certe idee fondamentali dopo una certa età è più difficile.
      Però ci dà un convincimento più profondo, e quindi una soddisfazione anche maggiore.

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  4. "Chi è comunque favorevole alla pena di morte deve anche eseguirla, non lasciarne l'esecuzione ai professionisti: i cittadini verrebbero sorteggiati come per le giurie popolari e non potrebbero sottrarsi a questo dovere sociale (l'obiezione di coscienza non varrebbe in questo caso)"

    Se uno fa obiezione di coscienza vuol dire che non e' favorevole, suppongo.

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    1. Non è detto.
      Uno può essere a favore della pena di morte, ma non avere il coraggio di eseguirla personalmente.
      E' un po' come chi mangia normalmente la carne, ma non sarebbe capace di procurarsela in natura.

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    2. Questa non la chiamerei pero' "obiezione di coscienza".

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    3. Sì, hai ragione: non è la stessa cosa.
      Chissà come si chiama la "riluttanza" a cui accennavo io.
      Secondo te ha un nome suo ?

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    4. Boh, riconosciamo pero' che quando si passa dalle chiacchere ai fatti, le cose acquistano un significato diverso, e almeno qualcuno ha il coraggio di ritrarsi (perche' il coraggio ci vuole anche e soprattutto per ritrarsi dal partecipare con ferocia al tumultuare della folla). E in tutti questi blog di ogni tendenza e di ogni opposto, si fa un mare di chiacchere.
      Quello che traspare e ha significanza oggettiva pero', in tutte queste chiacchere, e' che si rivelano un sacco di odio e violenza repressi, che non cercano altro che quasiasi pretesto per scatenarsi, e che non promettono nulla di buono.

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    5. Su questa ultima considerazione, sono perfettamente d'accordo con te.
      Se c'è una cosa che mi fa davvero paura dei prossimi decenni, prima ancora dell'impoverimento generale, è il contestuale aumento dell'odio diffuso e della violenza quotidiana.
      Perchè al calo del mio tenore di vita sono preparato e capace di far fronte (abbiamo un ampio margine di cose superflue a cui possiamo rinunciare), ma contro la violenza nelle strade non ho nessuna difesa.

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    6. "prima ancora dell'impoverimento generale"

      Non sento nessuno che si lamenti per il fatto che il triplicamento del reddito avvenuto nel ventennio del miracolo economico ha creato una bolla di aspettative che in nessun modo avrebbero potuto mantenere le promesse di un simile o addirittura ancora superiore miglioramento per il futuro, spingendo cosi' ad indebitarsi senza costrutto. Eppure e' cio' che quella bolla ha fatto.

      Per quanto riguarda il tenore di vita, oggi come oggi molta gente, anzi la maggior parte, e' convinta che il suo sia peggiorato anche quando in realta' e' migliorato o perlomeno e' rimasto costante. Io tutti quelli che conosco sono cosi', mi ricordo di uno in particolare che mentre si lamentava mi mostrava il suo nuovo SUV da 60.000E che aveva dovuto comprare per pagare meno tasse sui suoi lauti guadagni... e io che lo stavo ad ascoltare comprensivo e lo consolavo, mentre ero soddisfatto della mia bicicletta del '72. Perche' questa gente diventi violenta e cattiva, basta questa sua illusione autoconsolatoria di peggioramento dovuto a fattori esterni: illusione che i nostri "amati" blog catastrofisti si ingegnano al massimo di alimentare, ma lo stesso fanno tutti i mezzi d'informazione, ognuno impegnato al massimo di dimostrare che le cose vanno male, anzi malissimo, per gettare discredito sugli avversari politico-economico-culturali. Il risultato e' prima l'angoscia, e poi la rabbia cieca generale, che si forma ben prima che ci siano ragioni materiali e oggettive che la giustifichino, e anzi che forse ne e' la causa invece che l'effetto.

      Forse dovremmo smettere di lisciare il pelo a questi deliinquenti.

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    7. << ognuno impegnato al massimo di dimostrare che le cose vanno male, anzi malissimo, per gettare discredito sugli avversari politico-economico-culturali >>

      Ed è lo stesso meccanismo che rende troppo spesso negativa una struttura politica fondata sui "partiti", mitizzati come l'essenza stessa della democrazia (ed espressamente glorificati anche dalla nostra costituzione).

      Quando il partito di governo propone un provvedimento, ecco che automaticamente, per una sorta di riflesso pavloviano, i partiti di opposizione si dichiarano contrari, non potendo dare un giudizio positivo all'operato di un avversario (e futuro concorrente).

      Ne nasce un braccio di ferro "di principio", per il quale la bontà intrinseca del provvedimento non interessa più a nessuno.

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    8. "una struttura politica fondata sui "partiti", mitizzati come l'essenza stessa della democrazia"

      E' solo un riflesso del modo in cui si organizza qualsiasi raggruppamento di uomini: per stabilire la fedelta' e l'appartenenza la scelta e' fra si' o no, fra noi e loro, non e' che vengano poste tante altre alternative. Sceglierle, comporta dei costi ulteriori, che possono essere molto alti, fra cui quello di essere considerati nemici non solo da meta' dei contendenti, ma da tutti. Per quel prototipo della morale campanilistica che fu Dante, gli ignavi dovevano andare all'inferno.

      Le "democrazia", cosi' come e' intesa oggi, di diverso dalle altre forme di governo ha solo che permette di sostituire i governanti con degli altri in modo incruento e ritualizzato, con quel rito che sono le elezioni. Aspettarsi da essa chissa' cosa di piu', espone a immancabili delusioni, cosi' come il pensare che altri sistemi piu' spicci possano essere tanto migliori.

      E' il solo fatto di credere di possedere una verita', che automaticamente schiera gli altri su una verita' opposta.

      Il meglio e' nemico del bene.

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    9. << con quel rito che sono le elezioni >>

      Mi piace questa metafora.
      In effetti quelle delle elezioni - per la democrazia - è proprio una specie di rito ancestrale, il cui fascino può anche essere superiore all'utilità pratica (intesa come scelta ottimale dei governanti).

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    10. "utilità pratica"

      Ti diro' pero' che l'ultima volta che sono andato a votare, non mi ricordo cosa e non mi ricordo quando, tornato poi da amici mi sono trovato a dire: "pero' poter votare (poter compiere questo rito) e' una gran bella cosa". Affermazione di fronte alla quale gli altri sono rimasti religiosamente zitti per acconsentire.

      Prova ad immaginare se da domani qualcuno ti dicesse "non si vota piu' perche' voi siete troppo stupidi e so io cosa bisogna fare". Di solito a dire e pensare queste sono i piu' stupidi, quelli che sanno gia' tutto dalla nascita e quindi non hanno piu' imparato niente. Di smisurato hanno solo l'egolatria.

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    11. Votare è una cosa che mi è sempre piaciuta molto, ma non saprei dire perchè.
      Forse mi gratifica l'idea che la mia opinione sia importante ed abbia un valore giuridico (anche se quasi simbolico).

      Ti dirò che da quando sono diventato maggiorenne (parecchi anni fa...), non ho mai mancato una chiamata ai seggi.
      E nemmeno mai votato scheda bianca, nonostante il mio scetticismo di fondo.

      A volte ci si contenta di poco :-)

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