mercoledì 12 aprile 2017

Pro bono pacis

La parola “Pace” è un termine universalmente positivo, ma, ovviamente, c’è pace e pace.
La Pax Romana, per esempio, è passata alla storia per indicare una stabilità politica certamente lunga, ma anche figlia della tirannia. In un noto passo di Tacito, un generale nemico di Roma usò queste parole di fuoco per definire i dominatori del mondo: “Rubano, massacrano, rapinano, e con falso nome lo chiamano impero. Laddove fanno il deserto, lo chiamano pace.”
Ovviamente, i Romani erano dei conquistatori, ma certi problemi si presentano anche in caso di semplici dittature nazionali.
Cosa si deve pensare, allora, della stabilità sociale portata dalla tirannia ? E’ più importante la pace o è più importante la libertà ? 
Quelle che seguono sono alcune considerazioni sull’argomento tratte dal sito “IL POST”.
LUMEN


<< Sul settimanale tedesco Der Spiegel, la giornalista Christine Hoffmann ha cercato di rispondere a una domanda che si è sentita spesso negli ultimi anni: i dittatori sono davvero la cosa peggiore che può capitare ad un paese ? Si tratta di un problema molto attuale [l’articolo è dell’ottobre 2014 – NdL], visto che negli ultimi dieci anni abbiamo assistito alla caduta di diversi regimi indubbiamente odiosi, autoritari e violenti.

Spesso i dittatori sono stati rimossi direttamente o indirettamente con l’aiuto dei paesi occidentali, con operazioni animate dalla speranza che, dopo la deposizione del dittatore di turno, arrivasse democrazia, stabilità e crescita economica. Purtroppo, spesso alla fine dei regimi autoritari è seguita l’anarchia, che in molti casi ha prodotto più morti e più sofferenza del regime precedente.

L’esempio più noto di questo fenomeno è sulle prime pagine dei giornali internazionali dall’inizio dell’estate: l’Iraq. Nel 2003 il dittatore Saddam Hussein fu deposto a seguito di un’operazione militare americana. Nei dieci anni successivi nel paese ci sono state due violente guerre civili (la seconda è ancora in corso). Tra una e l’altra, ha detto l’ex primo ministro britannico Tony Blair, ci sarebbe potuta essere la possibilità di costruire una società stabile e prospera.

Le cose però non sono andate così, e il risultato è che oggi l’Iraq – o almeno una buona parte – è di fatto un paese in guerra. Possiamo confrontare l’Iraq di oggi con quello prima del 2003 ? Secondo le stime più ampie, tra il 1979 e il 2003 il regime di Saddam causò direttamente la morte di un milione di iracheni (in gran parte a causa della guerra con l’Iran che si combatté dal 1980 al 1988, della repressione dei curdi alla fine degli anni Ottanta e di quella degli sciiti dopo la Prima guerra del Golfo).

Secondo l’“Iraq Body Count”, negli ultimi undici anni – cioè da quando è stato deposto Saddam Hussein ad oggi – circa 200 mila persone sono morte nei combattimenti e nelle violenze che ci sono stati nel paese. Il meglio che si può dire è che la caduta di Saddam Hussein non ha reso l’Iraq più sicuro.

La Libia, dopo la caduta dell’ex presidente Muammar Gheddafi, è in una situazione simile. Il governo centrale non esercita il controllo su quasi nessuna parte del suo territorio, mentre milizie più o meno indipendenti – ribelli islamisti e fazioni dell’esercito – si affrontano per il controllo del gas e del petrolio. In Siria, anche se il regime non è ancora caduto, la sua presa totalitaria sul paese si è sfaldata e da tre anni è in corso una delle più sanguinose guerre civili degli ultimi decenni.

Come scrive Hoffmann, ci sono tutti i motivi per essere felici quando un dittatore cade: in genere significa la scomparsa di un violento criminale sociopatico. E c’è la possibilità che la sua caduta apra la porta alla democrazia, alla stabilità e alla crescita economica (è quello che, almeno per ora, sembra che stia succedendo in Tunisia). Non tutto comunque è meglio di una dittatura.

Il punto, come fanno notare molti scienziati politici, è che le dittature, anche quelle più sanguinarie, sono per definizione molto abili nel mantenere l’ordine e nel conservare il monopolio della violenza. In altre parole, affinché una dittatura funzioni è necessario che abbia un’efficace forza di sicurezza.

Certamente questi poliziotti saranno impiegati per reprimere il dissenso, per rapire e probabilmente uccidere gli oppositori politici. Ma molto probabilmente saranno utilizzati anche per evitare, ad esempio, che le varie componenti etniche del paese inizino guerre civili. Un croato bosniaco spiegò così come erano riuscite a convivere le varie etnie jugoslave durante la dittatura di Tito: «Vivevamo in pace e armonia, perché ogni cento metri c’era un poliziotto, che si assicurava che ci amassimo a vicenda».

Nel libro “Il declino della violenza“, lo psicologo evoluzionista Steven Pinker ha raccolto numerose statistiche che confermano questa tesi. I paesi dove è più probabile che scoppi una sanguinosa guerra civile non sono le democrazie e nemmeno le dittature vere e proprie. Sono le vie di mezzo: stati in cui il governo non è in grado controllare il proprio territorio, dove non ci sono efficaci forze di polizia.

Secondo Hoffmann può sembrare una posizione incredibilmente cinica, ma in questi giorni sembra difficile non ammettere che una dittatura oppressiva sia a volte migliore per la popolazione che la subisce rispetto all’anarchia e al fallimento dello stato. Secondo Hoffmann, in Europa siamo oramai abituati a dare per scontato l’esistenza di uno stato funzionante (stati efficienti esistono in Europa oramai da centinaia di anni).

Il collasso dell’Unione Sovietica avrebbe rafforzato questa nostra convinzione. Negli anni Novanta, in Europa orientale, non c’è stata un’anarchia di tipo mediorientale: i vecchi regimi sono stati più o meno pacificamente sostituiti da democrazie più o meno funzionanti (con la parziale eccezione della Jugoslavia). Questo ha creato l’illusione che i dittatori fossero l’unico ostacolo sulla strada della democrazia. Eliminato il regime, libertà e prosperità sarebbero arrivate come conseguenza naturale. La storia del Medio Oriente negli ultimi dieci anni ha mostrato che non è così.

La domanda di Hoffmann quindi diventa: la stabilità è un bene di per sé? La risposta è ovviamente complicata. Non può essere un “sì” a qualunque costo, ma bisogna riconoscere che è un valore: in moltissimi casi nel corso della storia gli esseri umani hanno rinunciato a una parte delle loro libertà, proprio in cambio della stabilità.

La storia del Novecento è ricca di dittatori (Mussolini, Stalin, Hitler) arrivati al potere dopo un periodo di disordine. Il mondo occidentale deve fare molta attenzione quando decide di intervenire per rimuovere una dittatura, dice Hoffmann, sia che lo voglia fare con i bombardamenti, le sanzioni o l’appoggio alle forze d’opposizione. È fondamentale considerare cosa accadrà dopo che il regime sarà stato rimosso.

Secondo Hoffmann questo è esattamente il pensiero dietro la reticenza di Obama a impegnarsi in Siria e negli altri conflitti cominciati in Medio Oriente in questi ultimi anni: «Si tratta», ha spiegato Obama, «di una lezione che applico ogni volta che mi pongo la domanda: “Dovremmo intervenire militarmente? Abbiamo un piano per il giorno dopo?”». >>


(Link: http://www.ilpost.it/2014/10/12/peggio-delle-dittature/)

6 commenti:

  1. "Spesso i dittatori sono stati rimossi direttamente o indirettamente con l’aiuto dei paesi occidentali, con operazioni animate dalla speranza che, dopo la deposizione del dittatore di turno, arrivasse democrazia, stabilità e crescita economica."

    Non mi risulta ce sia MAI successa una cosa del genere: i dittatori vengono rimossi quando conviene a chi si intromette (il che significa "quando si stima che i vantaggi superino gli svantaggi"). Ovviamente questi calcoli di convenienza spesso sono sbagliati, ma lo sono in entrambi i casi, sia per eccesso che per difetto, e la giornalista generalista e buonista dimentica di ricordare ai suoi lettori (cosa molto grave dato il suo mestiere) che la geopolitica internazionale non ha mai dimenticato la lezione dell'appeasement di Monaco nei confronti di Hitler. E' ormai quasi certo che divenne sempre piu' aggressivo convincendosi che tutto gli sarebbe stato lasciato fare. Cosi' come dimentica di dire che l'attacco all'iraq fu deciso quando il suo dittatore, come hitler, cominciava a destabilizzare pericolosamente i vicini, ad esempio invadendo militarmente il Kuwait, in una delle zone piu' strategicamente importanti del mondo, per ragioni sia petrolifere che finanziarie che geopolitiche, e che il primo attacco di bush padre si e' limitato, proprio considerando il rischio di destabilizzazione, a rintuzzarlo, mentre il secondo attacco (quello di bush figlio) ha preferito tentare una rimozione radicale, dato che, cosa sarebbe successo con certezza, si sarebbe potuto sapere solo provando. Adesso lo sappiamo, anche senza l'aiuto della volonterosa giornalista. :)

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    1. << i dittatori vengono rimossi quando conviene a chi si intromette (il che significa "quando si stima che i vantaggi superino gli svantaggi"). Ovviamente questi calcoli di convenienza spesso sono sbagliati >>

      Il guaio è che questi calcoli risultano sbagliati non "talvolta", ma praticamente sempre.
      Il che mi fa pensare che la componente ideologico-progressista abbia un suo peso non indifferente.

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  2. Consigli (non richiesti) per gli acquisti (di libri):

    «Da animali a dèi. Breve storia dell'umanità»

    by Yuval Noah Harari *

    16,00 €

    Presentazione su BOL:

    "Centomila anni fa almeno sei specie di umani abitavano la Terra. Erano animali insignificanti, il cui impatto sul pianeta non era superiore a quello di gorilla, lucciole o meduse. Oggi sulla Terra ce una sola specie di umani. Noi. L'Homo sapiens. E siamo i signori del pianeta. Il segreto del nostro successo è l'immaginazione. Siamo gli unici animali che possono parlare di cose che esistono solo nella nostra immaginazione: come divinità, nazioni, leggi e soldi. Non riuscirete mai a convincere uno scimpanzé a darvi una banana promettendogli che nel paradiso delle scimmie, dopo la morte, avrà tutte le banane che vorrà. Solo l'Homo sapiens crede a queste storie. Le nostre fantasie collettive riguardo le nazioni, il denaro e la giustizia ci hanno consentito, unici tra tutti gli animali, di cooperare a miliardi. E per questo che dominiamo il mondo, mentre gli scimpanzé sono chiusi negli zoo e nei laboratori di ricerca. "Da animali a dèi" spiega come ci siamo associati per creare città, regni e imperi; come siamo arrivati a credere negli dèi, nelle nazioni e nei diritti umani; come abbiamo costruito la fiducia nei soldi, nei libri e nelle leggi; come ci siamo ritrovati schiavi della burocrazia, del consumismo e della ricerca della felicità.»

    * Harari uno storico, saggista e docente all'Università ebraica di Gerusalemme.

    L'ho ascoltato poco fa alla televisione: mi ha favorevolmente impressionato. Credo che comprerò questo libro. "L'anima? Un concetto mitologico che non corrisponde a niente. La coscienza invece è un fenomeno reale. L'uomo "vincerà" la morte (non solo la paura della morte, ma la morte stessa - salvo l'impatto con un meteorite o un incidente stradale). Ormai non sappiamo come sarà il mondo fra soli venti o trent'anni. Un possibile programma: ridurre il dolore del mondo - di uomini e animali. È vegano."
    Ho l'impressione che sia un libro utile o persino importante.

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  3. Il libro in questione ce l'ha consigliato Lumen diverso tempo fa, lo sto leggendo anch'io, ti mando il pdf, e' ottima la sua descrizione degli "oggetti sociali", quella che porta ad esempio la peugeot.
    C'e' un'ottima e breve presentazione delle sue idee esposte da lui stesso qui:
    https://www.ted.com/talks/yuval_noah_harari_what_explains_the_rise_of_humans?language=it
    Dalle recensioni che ho letto dei suoi ultimi lavori pare pero' che anche lui si sia fatto prendere un po' troppo dalla ybris, quella ben descritta qui:
    http://www.massimofini.it/articoli/il-futuro-e-alle-nostre-spalle-ma-i-grillini-non-lo-sanno

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  4. Cari amici, vi confermo che il libro è bellissimo ed è stata per me una scoperta tanto casuale (era citato en passant su un altro forum) quanto preziosa.

    Appartiene a quella (rara) categoria di saggi che non solo insegnao tante cose utili e nuove, ma si leggono anche con piacere, il che non guasta.

    Di Harari non ho letto altro, ma è possibilissimo che, dopo un capolavoro simile, gli sia stato difficile ripetersi.

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  5. Tornando all'argomento di questo post, ecco un'interessante considerazione di Lorenzo Adorni (dal sito di Aldo Giannuli):

    << Gli Stati Uniti, alla luce dei fallimenti libici, iracheni e afghani, sembrerebbero fissare, con una rinnovata buona dose di realismo, il fattore dell’integrità territoriale dello stato e la sopravvivenza dell’entità statale, come valore preminente.
    Da parte di Washington sembrerebbe emergere una nuova strategia sul piano internazionale, un nuovo modus operandi per affrontare il fattore delicato che lega la rimozione di dittatori impresentabili da un lato e la necessità di conservazione dell’entità statale dall’altro.
    Continuando a promuovere operazioni di “regime change”, ma in un contesto ordinato, in modo tale da non lasciare spazi all’emergere di nuove guerre civili o stati falliti.
    È il tentativo di lasciarsi alle spalle le catastrofi dell’era Bush, così come i vuoti politici e la mancanza di realismo dell’era Obama. >>

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