mercoledì 19 aprile 2017

Elogio postumo

E se Gesù Cristo fosse stato un vero capo militare ? E se fosse caduto per una congiura politica ? E se Shakespeare gli avesse dedicato una delle sue tragedie ? Forse avremmo potuto leggere qualcosa del genere.
LUMEN


PIETRO - Giudei, amici, compatrioti, vogliate darmi orecchio. Io sono qui per dare sepoltura a Gesù, non già a farne le lodi. Il male fatto sopravvive agli uomini, il bene è spesso sepolto con le loro ossa; e così sia anche di Gesù.
V’ha detto il nobile Caifa che Gesù era uomo ambizioso di potere: se tale era, fu certo grave colpa, ed egli gravemente l’ha scontata.
Qui, col consenso di Caifa e degli altri - ché Caifa è uomo d’onore, come lo sono con lui gli altri - io vengo innanzi a voi a celebrare le esequie di Gesù.
Ei mi fu amico, sempre stato con me giusto e leale; ma Caifa dice ch’egli era ambizioso, e Caifa è certamente uomo d’onore.
Ha addotto a Gerusalemme molti prigionieri, Gesù, e il loro riscatto ha rimpinguato le casse dell’erario: sembrò questo in Gesù ambizione di potere?
Quando i poveri hanno pianto, Gesù ha lacrimato: l’ambizione è fatta, credo, di stoffa più ruvida; ma Caifa dice ch’egli fu ambizioso, e Caifa è uomo d’onore.
Alla Pasqua - tutti avete visto - per tre volte gli fu offerta la corona e per tre volte lui la rifiutò. Era ambizione di potere, questa? Ma Caifa dice ch’egli fu ambizioso, e, certamente, Caifa è uomo d’onore. Non sto parlando, no, per contraddire ciò che ha detto Caifa: son qui per dire quel che so di Gesù.
Tutti lo amaste, e non senza cagione, un tempo. Qual cagione vi trattiene allora dal compiangerlo? O senno, ti sei andato dunque a rifugiare nel cervello degli animali bruti, e gli uomini han perduto la ragione?
Scusatemi… il mio cuore giace là nella bara con Gesù, e mi debbo interrompere di parlare fin quando non mi sia tornato in petto.

GIUDEI - Mi sembra che ci sia molta ragione in quel che ha detto. Certo, a ripensarci, Gesù ha ricevuto grandi torti. Avete ben notato quel che ha detto? Non ha voluto accettar la corona: allora è certo, non era ambizioso. Se davvero è così, qualcuno la dovrà pagar ben cara.

GIUDEI - Pover’anima, ha gli occhi tutti rossi come il fuoco, dal piangere. Non c’è uomo più nobile di lui a Gerusalemme. Ecco, riprende a parlare.

PIETRO - Ancora ieri, la voce di Gesù avrebbe fatto sbigottire il mondo: ed ei giace ora là, e nessuno si stima tanto basso da render riverenza alla sua spoglia. Oh, amici, fosse stata mia intenzione eccitare le menti e i cuori vostri alla sollevazione ed alla rabbia, farei un torto a Caifa ed un torto ad Erode, i quali sono uomini d’onore, come tutti sapete. Non farò certo loro questo torto; preferisco recarlo a questo ucciso, a me stesso ed a voi, piuttosto che a quegli uomini onorevoli.
Ma ho qui con me una pergamena scritta, col sigillo di Gesù; l’ho rinvenuta nella sua camera: è il suo Nuovo Testamento. Se solo udisse la gente del popolo quello ch’è scritto in questo documento - che, perdonate, non intendo leggere - andrebbe a gara a baciar le ferite di questo corpo, e a immergere ciascuno i propri lini nel suo sacro sangue; e a chiedere ciascuno, per reliquia, un suo capello o un lembo del suo sudario, di cui far menzione in morte, per lasciarlo in testamento, prezioso lascito, ai suoi nipoti.

GIUDEI - Il nuovo testamento, lo vogliamo udire. Leggilo, leggilo ! Il testamento! Il testamento! Vogliamo sentire quali sono le volontà di Gesù.

PIETRO - Gentili amici, no, siate pazienti, non lo debbo leggere. Non è opportuno che voi conosciate fino a che punto Gesù vi amasse. Non siete né di legno, né di pietra, ma siete uomini, e, come uomini, sentendo quel che Gesù ha disposto, v’infiammereste, fino alla pazzia. È bene non sappiate che suoi eredi siete tutti voi, perché, se lo sapeste, oh, chi sa mai che cosa ne verrebbe!

GIUDEI - Leggi quel testamento! Vogliamo udire quel che dice. Devi leggere la sua volontà!

PIETRO - Davvero non volete pazientare? Non volete aspettare ancora un po’? Ho trasgredito a me stesso a parlarvene. Fo torto, temo, agli uomini d’onore i cui pugnali hanno trafitto Gesù.

GIUDEI - Che “uomini d’onore”? Traditori! Vogliamo il testamento! Scellerati! Assassini!… Il testamento! Leggici il testamento!

PIETRO - Mi costringete, dunque, a forza a leggerlo? Allora fate cerchio tutt’intorno al cadavere di Gesù e lasciate ch’io scopra agli occhi vostri colui che ha fatto questo testamento. Devo scendere? Me lo permettete?

GIUDEI - Vieni giù. Scendi. È questo che vogliamo. Stiamo in cerchio. Discostatevi dalla bara. Non ci accalchiamo tutti sul cadavere. Fate largo, fate largo.

PIETRO - No, no, non dovete accalcarvi intorno a me, state discosti.

GIUDEI - Indietro, gente, indietro!

PIETRO - Ora, se avete lacrime, Giudei, preparatevi a spargerle. Il mantello lo conoscete tutti: io ho, nel mio ricordo, la prima volta ch’egli l’ha indossato: nella sua tenda, una sera d’estate, il giorno stesso che sconfisse i Filistei. Guardate: in questo punto è penetrato il pugnale di Caifa; qui, vedete, che squarcio ha fatto nella sua ferocia Barabba, e per là è poi passato il pugnale del suo diletto Giuda; e quando questi ha estratto da quel varco il maledetto acciaio, ecco, osservate come il sangue di Gesù ne è uscito, quasi a precipitarsi fuor di casa per sincerarsi s’era stato Giuda, o no, che avesse così rudemente bussato alla sua porta: perché Giuda era l’angelo di Gesù, lo sapete. E voi siete testimoni di quanto caramente egli l’amasse!
Questo di tutti i colpi è stato certamente il più crudele: perché il nobile Gesù quando vide colui che lo vibrò, l’ingratitudine, più che la forza delle braccia degli altri traditori, lo soverchiò del tutto, e il suo gran cuore gli si spezzò di schianto; e, coprendosi il volto col mantello, ai piedi della statua di Mosè, che intanto s’era inondata di sangue, il grande Gesù crollò e cadde.
Oh, qual caduta, miei compatrioti, è stata quella! Tutti, in quell’istante, siamo caduti, mentre su di noi trionfava nel sangue il tradimento. Oh, ora voi piangete; e la pietà, m’accorgo, fa sentire in voi il suo morso: son generose lacrime, le vostre; e voi piangete, anime gentili, e avete visto solo sulla veste del nostro Gesù le sue ferite. Guardate qua: il suo corpo straziato dai pugnali traditori.

GIUDEI - Uh, quale scempio! Oh, magnanimo Gesù! O infausto giorno! Infami traditori! Oh, che orribile vista! Quanto sangue! Vendicarlo dobbiamo. Sì, vendetta! Vendetta! Attorno, frugate, bruciate, incendiate, uccidete, trucidate, non resti vivo un solo traditore!

GIUDEI - Silenzio, olà! Ascoltiamolo ancora. Ti ascolteremo, ti seguiremo, moriremo con te.

PIETRO - Miei buoni amici, miei cari amici, non fatemi carico d’istigarvi ad un simile improvviso flutto di ribellione. I responsabili di quest’azione sono gente d’onore. Quali private cause di rancore possano averli indotti, ahimè, a compierla, non so: essi sono saggi ed onorevoli e vi sapranno dire le ragioni.
Non son venuto, amici, a rapire per me il vostro cuore; non sono un oratore come Caifa, sono - mi conoscete - un uomo semplice che amava Gesù con cuor sincero; e questo sanno bene anche coloro che m’han concesso il loro beneplacito a parlare di lui così, in pubblico; perché io non posseggo né l’ingegno, né la facondia, né l’abilità, né il gesto, né l’accento, né la forza della parola adatta a riscaldare il sangue della gente: parlo come mi viene sulla bocca, vi dico ciò che voi stessi sapete, vi mostro le ferite del buon Gesù, povere bocche mute, e chiedo a loro di parlar per me.
S’io fossi Caifa, e Caifa fosse me, allora sì, che qui a parlare a voi vi sarebbe un uomo ben capace di riscaldare gli animi e di dar voce ad ogni sua ferita per trascinare a Gerusalemme anche le pietre alla rivolta ed all’insurrezione!

GIUDEI - E così noi faremo! Insorgeremo! Daremo fuoco alla casa di Caifa ! Via, dunque, a caccia dei cospiratori!

PIETRO - No, amici, ascoltatemi ancora. Ho ancora da parlarvi.

GIUDEI - Olà, silenzio! Sentiamo ancora quel che vuole dirci il nobilissimo.

PIETRO - Ma, amici, andate a far non sapete che cosa. Sapete perché Gesù ha tanto meritato il vostro affetto? Ahimè, m’accorgo che non lo sapete. Dunque bisognerà che ve lo dica. Il nuovo testamento di cui v’ho parlato l’avete già dimenticato?

GIUDEI - È vero! Sentiamo quel che dice il testamento.

PIETRO - Eccolo qua: col sigillo di Gesù: lascia a ciascun giudeo, cinque pani e due pesci, ciascuno moltiplicato per dieci.

GIUDEI - Gesù nobilissimo! Vendetta! Della sua morte faremo vendetta! Oh, Gesù regale!

PIETRO - Ascoltatemi ancora con pazienza.

GIUDEI - Silenzio, olà! Silenzio!

PIETRO - Inoltre vi ha lasciati tutti quanti eredi dei giardini, delle vigne e degli orti da lui fatti piantare nell’Eden recentemente: li lascia tutti a voi e ai vostri eredi, in perpetuo possesso, perché siano luoghi eterni di divertimento per passeggiate e per ricreazione. Questo era, amici, il vero Gesù. Quando ne verrà uno come lui ?

GIUDEI - Mai, mai! Venite, cremiamo il suo corpo nel luogo consacrato, e coi tizzoni accesi diamo fuoco alle case di questi traditori! Prendete su il cadavere! Avanti, andiamo, prepariamo il rogo! Fracassiamo le panche e le finestre, i sedili di legno ed ogni cosa!

PIETRO - Ora che tutto funzioni da sé. Ormai sei scatenato, o maleficio: prendi il corso che vuoi !


46 commenti:

  1. Fiacca questa parodia del discorso di Antonio che ho trovato anche noioso e poco convincente. Diciamo che non eri in forma, non hai avuto un'idea brillante. Capita a tutti.

    P.S. Il cadavere di Cesare fu cremato nel foro e, secondo le narrazioni, la plebe alimentò il rogo con legname vario.
    Ma che fine fece il cadavere di Gesù? Sembra che la sua vera tomba sia in ... India (con i resti dentro). Dunque non morì sulla croce, si riprese ed espatriò (ovviamente si tratta di un'ipotesi, non meno fantasiosa della resurrezione). Guarda tu come la "tomba vuota" ha alimentato l'immaginazione, prima delle pie donne (le prime che fecero la scoperta - ah, queste donne!) e poi del codazzo dei discepoli. Strano che nessuno abbia mai posto la domanda: ma perché Gesù non si ripresentò in pubblico, baldanzoso e incazzato lanciando la sfida: rieccomi qua, adesso facciamo i conti. Niente, si fece vedere alcune volte dagli amici e poi salì in cielo. Una fregatura bella e buona. Secondo un evangelista poi salì in cielo il giorno stesso della resurrezione, non dopo varie settimane! Ma anche su questa maxi-contraddizione si sorvola! Non solo: nel vangelo di Marco manca la storia della resurrezione, è riportata solo in un codice. È un aggiunta posticcia che pone interrogativi.
    Poi si parla della "resurrezione" di ben 500 (!!!) cristiani. Facile invece che fossero degli imboscati che uscirono dai loro nascondigli e passarono poi per risorti. Ma anche su questa balla i teologi e i credenti sorvolano.

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  2. << Strano che nessuno abbia mai posto la domanda: ma perché Gesù non si ripresentò in pubblico, baldanzoso e incazzato lanciando la sfida: rieccomi qua, adesso facciamo i conti. >>

    Ben detto, caro Sergio.
    Per il "figlio di Dio" sarebbe stato un gioco da ragazzi un ritorno in grande stile e - cosa ancora più importante - avrebbe dato all'umanità un segno inequivocabile e definitivo.
    Invece, dopo duemila anni. siamo ancora qui ad interrogarci su cosa sia successo davvero in quegli anni in Palestina.
    Ma forse, in campo religioso, il mistero funziona meglio della realtà: perchè così ognuno può riempirlo con quello che preferisce.

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    3. "Ma forse, in campo religioso, il mistero funziona meglio della realtà: perchè così ognuno può riempirlo con quello che preferisce."

      Che e' anche il motivo per cui non si studia seriamente la storia del XX secolo, che nel nostro paese e' essenzialmente quella dello scontro fra fascismo, comunismo e cattolicesimo, tre eresie della stessa religione.

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    4. Senza dubbio, questo può essere uno dei motivi principali.
      Ma ci aggiungerei anche il fatto che si tratta di eventi che - da un punto di vista storico - devono essere considerati molto recenti; e questo ha sempre nuociuto all'oggettività ed alla profondità delle analisi.

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  3. P.S. - Sì, lo so, la parodia mi è venuta un po' fiacca. Succede.
    Ma questo passo di Shakespeare (quello vero) è uno dei miei preferiti in assoluto.

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    1. Be', sì, è un discorso suggestivo, un retore brillante quell'Antonio. Da ragazzo vidi un film di cui mi ricordo ancora, l'attore era un certo Mason se non sbaglio (poi consulto l'encicolopedia per antonomasia - sai quale?).
      Spero che avrai letto il discorso nell'originale, anche con il tuo inglese un po' così (ma meglio del mio).
      Una tragedia shakspeariana meno nota è Antonio e Cleopatra - semplicemente pazzesca, fantastica. Quello Shakespeare - chiunque sia stato - era proprio un genio.
      Genio assoluto, il più grande, per l'americano Harold Bloom.

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  4. << Spero che avrai letto il discorso nell'originale, anche con il tuo inglese un po' così >>

    Purtroppo no.
    Il mio inglese mi serve, al massimo, per capire il senso di un testo non troppo tecnico, ma non certo per godermi un passo di alta letteratura, la quale, come ben sappiamo, è fatto in gran parte di sfumature.

    Anzi, per dirtela tutta, se c'è una cosa che rimpiango dei miei studi al liceo classico è che, dividendo il nostro tempo tra greco e latino, non si riusciva ad arrivare ad una lettura scorrevole di nessuna delle due.
    E quindi, non ho mai potuto avvicinarmi seriamente alla letteratura latina, che tanto mi affascinava.

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    1. "Spero che avrai letto il discorso nell'originale, anche con il tuo inglese un po' così"

      A dire il vero credo che un italiano "normale", cioe' senza conoscenze particolari ne' delle lingue straniere ne' della propria letteratura classica, sia fortunato a poter leggere Shakespeare tradotto in italiano contemporaneo: in tutti gli altri casi gli risulterebbe faticoso e poco o nulla comprensibile.

      Shakespere poi e' ancora attuale non solo per il suo linguaggio, che da solo non basterebbe a dargli la fama imperitura di cui gode, ma per il contenuto universale, archetipico, che veicola.

      Se non ricordo male, il bello e' che scriveva e rappresentava le sue opere nel teatro frequentato dalla plebaglia piu' bassa del quartiere piu' malfamato di Londra, di la' del tamigi, dove non si azzardava a entrare neppure la polizia.

      Quindi presumo non usasse il linguaggio delle elite. Ma sempre inglese e', probabilmente "slang", e del 1600!

      Quando ero al liceo trovai a casa diversi suoi drammi nei libriccini della BUR dell'epoca, quella con la copertina di cartoncino leggero grezzo, la Bur per antonomasia, che aveva delle traduzioni ottime. Scoperto l'autore, lessi anche tutti gli altri suoi drammi (che sono circa una trentina, mi pare).

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    2. "Shakespere poi e' ancora attuale non solo per il suo linguaggio, che da solo non basterebbe a dargli la fama imperitura di cui gode, ma per il contenuto universale, archetipico, che veicola."

      Sì, la forma, il linguaggio sono importanti, ma il contenuto ancora di più. Le grandi opere letterarie sono tali non perché sono scritte bene. Tra il Fermo e Lucia e i Promessi Sposi ci sono delle belle differenze formali (tra cui il linguaggio, ma la storia, la sostanza è poi quella che conosciamo). Anche tra il Werther prima versione e la seconda ci sono notevoli differenze di linguaggio, ma è poi sempre il Werther. Per il grande critico Contini la forma è tutto, il contenuto di secondaria importanza. Non credo proprio.

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  5. Visto che si parla di poeti:

    http://www.ilgiornale.it/news/i-grandi-poeti-arabi-nessuno-era-religioso-1388856.html

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    1. E lo stesso, credo, dovrebbe valere per i (pochi) grandi scienziati arabi.
      D'altra parte non c'è scampo: se la vita è tutta una sottomissione (islam) al volere imperscrutabile (e quindi anche imprevedibile) di Allah, a che serve scervellarsi per capire il mondo ?

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    2. "al volere imperscrutabile (e quindi anche imprevedibile)"

      Secondo l'islam se non erro Dio, essendo onnipotente, e' anche libero dal vincolo della causalita'. Dal punto di vista della razionalita' teologica, mi sembra corretto.
      Certo, se non si ha "fede" nell'esistenza di leggi naturali costanti e intelligibili, diventa piu' difficile (e forse anche "da stupidi") impiegarsi nella loro strenua ricerca. A meno che non si creda, come credeva il panteista Einstein, che Dio abbia fatto il mondo apposta come un rompicapo, ma risolvibile dall'uomo. E' roba che ho letto e studiato oramai qualche decennio fa, potrei sbagliarmi.

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    3. << A meno che non si creda, come credeva il panteista Einstein, che Dio abbia fatto il mondo apposta come un rompicapo, ma risolvibile dall'uomo. >>

      Una specie di "Settimana Enigmistica" per solutori più che abili ?
      Sì, può darsi che uno scienziato possa concepire un pensiero simile, ma, anche in questo caso, la divinità non ci fa una bella figura.
      Non siamo al dio crudele di Otello, ma rstiamo ben lontani dal dio buono e misericordioso che ci raccontano.

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  7. Per l'islam Dio è assolutamente libero, anche di contraddirsi.
    Nel cristianesimo invece Dio è il logos, cioè la ragione - e non può quindi contraddirsi. Dio, ammesso che esista, deve essere qualcuno o qualcosa con una sua natura, cioè identità. Non può dunque essere il Proteo islamico. Ma perché continuiamo a favoleggiare su questo - stando al VT e NT - piuttosto strano, sadico, guerrafondaio ed effettivamente contraddittorio? Una volta un prete (un prete!) disse: la parola Dio è così ipotecata da tanti fraindentimenti. Se invece di Dio dicessimo Senso sarebbe meglio. In effetti non staremmo allora a dibattere se Dio esista o non esista. Invece potremmo chiederci se la nostra vita o l'universo intero abbiano un senso - e tutti potrebbero dire la loro, naturalmente in base alle loro esperienze. Probabilmente anche la domanda se l'universo abbia un senso è senza senso. L'universo semplicemente è - in un certo modo che a molti non piace (dolore, insuccessi, morte dei propri cari e propria). In genere la gente comune si pone domande sul senso quando sta male o è scontenta della vita (una persona mediamente contenta o addirittura felice, per esempio quando s'innamora) non si pone una domanda simile che appare stramba o ridicola. Forse allora uno che soffre dovrebbe chiedersi: ma perché devo soffrire e poi anche morire? È la risposta sarebbe: è la Legge (a cui sarebbe sottoposto anche il fantomatico Dio se esistesse - un Dio cattolico ovviamente). Giove sottostava al Fato, anche se era il principe delle divinità pagane. E Dante usa per Dio un sinonimo per lo meno curioso: lo chiama il Sommo Giove. DIo = Giove. E Giove sottostava alla Legge, ergo. Ma la Legge cos'è? Forse la verità ultima che invano cerchiamo.

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    1. << Ma la Legge cos'è? Forse la verità ultima che invano cerchiamo. >>

      Gran bella domanda, caro Sergio.
      Alla quale probabilmente non ci sono risposte definitive, ma solo approssimative.
      Non per nulla, la stessa wikipedia, a questa voce, si limita ad una definizione abbastanza anodina:
      << La legge fisica (o legge della Natura) è la generalizzazione, su base sperimentale, e la formalizzazione, in linguaggio matematico, di un certo fenomeno fisico, espressione dunque di una regolarità riscontrata nei fenomeni naturali. >>

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    3. In quel bell'articolo che ti avevo mandato - La Divinità e la vastità dell'universo - l'autore scrive:

      "La cautela è d'obbligo, dato che, ove si rivolga lo sguardo, non si riesce ad intravederne l'orizzonte [dell'universo] neppure con le più potenti macchine ottiche, tant'è che molti scienziati valutano che sia impossibile definire i confini dell'esistente, e sembra che sia impossibile addirittura esprimerli concettualmente e per pura somma di ipotesi."

      In questo caso dobbiamo, non possiamo che tacere. Ci sono cose inesprimibili che superano ogni immaginazione (altro che l'infinito immaginato dietro la siepe - anche se un po' rende l'idea (della nostra limitatezza).

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    4. Certamenti i nostri limiti di conoscenza sono enormi e certi confini probabilmente non li raggiugeremo mai.
      Io però ho un pessimo rapporto con il concetto scientifico di "infinito", che non mi ha mai convinto, nè in campo fisico nè in campo matematico.
      Ma, come si dice, ognuno ha i suoi pallini...

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    5. L'infinito è un concetto ambiguo, come Dio: è l'indefinibile, come lo stesso Dio. Ma credo che i matematici e i fisici siano più a loro agio con questo concetto.
      Adesso si ipotizza che esista non soltanto un universo parallelo, il multiverso, ma addirittura un'infinità di altri universi. Ma oltre all'infinito c'è un altro concetto che ... fa paura: il niente, ma il niente più assoluto. Per dire: non è che l'universo si estenda o espanda nello "spazio" al di là del quale non ci sarebbe proprio niente, ma niente niente. E come farebbe ad espandersi nel niente? Non è che espandendosi "crei" lo spazio che sarebbe la relazione tra due punti? Ma penso di esprimermi da ingenuo o profano. A volte ho l'impressione che fisici e matematici ci sgazzino felici nelle loro materie, sempre alla ricerca di soluzioni di nuovi problemi.
      Sono gradite risposte comprensibili.

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    6. "ove si rivolga lo sguardo, non si riesce ad intravederne l'orizzonte [dell'universo] neppure con le più potenti macchine ottiche"

      Se non erro in una delle interpretazioni della teoria dello spaziotempo a 4 dimensioni einsteniano, l'universo e' illimitato ma non necessariamente infinito, e con un telescopio potentissimo che permetta di vedere a distanza infinita finiresti per vedere te stesso che guarda al telescopio (pensate di aggiungere una o due dimensioni alla superficie di una sfera, magari che comprenda anche il tempo: quando ci si muove su di essa non si trova mai un confine pur essendo essa finita e limitata).

      In effetti non e' solo la meccanica quantistica che e' paradossale. Eppure le correzioni temporali relativistiche sono usate dai gps dentro ai nostri smartphone per migliorare la precisione del posizionamento.

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    7. "Sono gradite risposte comprensibili."

      :)
      Da quel pocho che ne sapevo e ancora meno che ne ricordo, sull'infinito puoi fare dei calcoli, perche' non c'e' un infinito, ci sono i gradi di infinito, ognuno dei quali e' piu' infinito rispetto all'altro.
      Cioe' infinito diviso infinito fa 1, ma infinito di secondo grado diviso infinito di primo grado fa infinito, e via coi gradi.
      Sono cose che insegnano (o insegnavano...) normalmente al biennio dell'universita'.

      Cosa e' un infinito di secondo grado? L'esempio piu' semplice e' nel fatto che non puoi mettere in corrispondenza biunivoca i numeri reali (quelli cosiddetti "irrazionali" con la virgola e infiniti numeri dopo la virgola, tipo la radice quadrata di due, che aveva creato tanti problemi a greci perche' era un numero appunto che non era di quelli normali esprimibili con una frazione fra due numeri interi) con quelli interi: entrambi sono insiemi infiniti, ma se provi a mettere in corripondenza gli elementi dell'uno con quelli dell'altro vedi che in uno non ci sono abbastanza elementi per enumerare tutti quelli dell'altro, mentre il contrario e' vero.
      Stringi stringi si tratta di due ordini di infinito diversi.
      La dimostrazione non la ricordo ma e' semplice.
      Gra l'lator mentre coi numeri reali puoi riemipre tutti i punti di una retta, con quelli interi e frazionari no, si puo' dimostrare che fra due di essi esistono sempre (infiniti) numeri irrazionali.

      Quindi vedete che il concetto di
      infinito non e' una stranezza matematica
      di nessuna utilita' pratica, serve a costruire una matematica che permetta di calcolare la diagonale del quadrato, la famosa radice di due, che evidentemente non e' una stranezza ed esiste! I numeri "normali", gli interi e i frazionari, pur essendo infiniti, non bastano.

      Una volta queste cose si facevano al liceo, e' la base della cosiddetta analisi matematica, adesso forse ci si concentra di piu' sulle cosiddette "competenze", sulle "tre i", che non ricordo nemmeno quali fossero, inglese, informatica, e... si vede che sono proprio incompetente!

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    8. Per quanto riguarda lo spazio e il tempo, e la materia e l'energia, non e' semplice senza altri concetti (semplici) di base.
      Partiamo dal tempo. Sostanzialmente, dal fatto che si verifica sperimentalmente che la velocita' della luce e' uguale in tutti i sistemi di riferimento, anche in moto relativo uno rispetto all'altro (esperimenti di michelson e morley, di fine '800), si deve dedurre che il tempo scorre in modo diverso in sistemi in moto relativo uno rispetto all'altro.

      Cioe' se un raggio di luce sorpassa un treno in corsa, il raggio di luce sorpassa sia il treno che il passeggero del treno che cammina dentro ad esso, alla stessa identica velocita', quando invece nella fisica "normale" il passeggero dovrebbe vedere i lraggio di luce ad una velocita' uguale a quella del treno sommata o sottratta di quella del passeggero rispetto al treno. Gli esperimenti mostrano che non e' cosi', il che e' un problema, la teoria newtoniana non funziona!

      Ma cosa c'entra il tempo con la velocita' della luce? C'entra perche' misurare il tempo alla fine vuol dire misurare la simultaneita' (o meno) di eventi fisici, e alla velocita' della luce (uniforme e indipendente dall'osservatore) si muove anche il "campo" elettrico e gravitazionale che governa tutta l'interazione fra gli atomi della materia.

      I fotoni, la luce, sono i "quanti" dell'interazione elettromagnetica che tiene insieme le molecole e governa le leggi della chimica.

      Lo stesso presumibilmente per i gravitoni del campo gravitazionale (previsti dalla teoria e solo recentemente rilevati, l'anno scorso, dopo un secolo)

      Cioe' a tenere insieme gli elementi del nostro corpo cosi' come gli ingranaggi di un orologio e i pianeti del sistema solare sono interazioni di campo che si muovono alla velocita' della luce in modo indipendente dal moto relativo reciproco.

      Per far quadrare le cose, per far tornare i calcoli, si e' costretti ad assumere che lo scorrere del tempo sia relativo, che il tempo non sia piu' una variabile assoluta uguale per tutto e dappertutto, come nella fisica newtoniana.

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    9. Non ci siamo. Avevo scritto: gradite risposte comprensibili.
      Non ho capito quasi niente, del resto ho un IQ bassissimo, da deficiente. Inutile insistere, sono negato per certe cose.
      Eppure qualcosina so fare modestamente. Sono arrivato per esempio alla mia età (73). Bella forza, ci arrivano tutti i deficienti (appunto).

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    10. Ammetto di essermi un po' perso anche io.
      Comunque, tanto per cercare la rissa, vorrei contestare l'asserzione, molto comune, che i numeri interi siano un insieme infinito.
      E questo per un motivo molto semplice: che qualunque numero, anche grandissimo tu possa pensare o scrivere, è sempre e comunque un numero finito.
      E' vero, come dicono i sostenitori dell'infinito, che puoi ancora aggiungere "più 1", ma anche il nuovo numero sarà pur sempre un numero finito.
      ;-)

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    11. Sicuramente oltre ad essere stato poco chiaro avro' scritto un sacco di scioccchezze. Pero', come un po' per tutto, anche queste cose acquistano significato solo se "si prova ad usarle", se si prova a fare i calcoli con le formule, se le si confronta coi dati dell'esperienza, se si procede per passi successivi partendo dall'inizio traendone conseguenze, eccetera. In fisica classica si parte dalla formula velocita' = spaziopercorso diviso tempoimpiegato, per ricavare tutto il resto per integrazione e derivazione, attraverso passaggi matematici anche complicati ma che poi, miracolosamente, corrispondono sempre al moto effettivo dei corpi, fino alle orbite dei pianeti! Attraverso piccoli passi ognuno dei quali logico ed evidente rispetto al precedente. Altrimenti questi concetti sono solo flatus vocis, senza senso, come i discorsi di Severino ed Heidegger, che sono puri specialisti anzi meestri nell'assemblaggio di frasi mettendo insieme parole in modo sintatticamente corretto, per dire alla fine "questa e' la realta", tutto e' Uno, esattamente come faceva zenone, del resto.

      Tutto sommato, meglio dire che non si e' capito nulla :)

      Pero' Lumen, sull'infinito, in effetti non ci siamo proprio... un numero intero e' un enumeratore, e' la pallina dentro al sacchetto che e' l'insieme dei numeri interi. Ovvio che ogni pallina e' una pallina, e se e' per questo ovvio anche che la pallina nulla, la pallina zero, in questo contesto, non esiste, non essendo una pallina. Quello che volevo cercare di dirvi, comunque, e' che l'infinito non e' necessariamente una grandezza "grande", anche gli infinitesimi richiedono una concettualita' simile e sono definiti allo stesso modo, col metodo del +1, ma verso l'infinitamente piccolo. Pero' si dimostra che sono necessari, altrimenti i cerchi non avrebbero circonferenza e i quadrati non avrebbero diagonale. Il concetto matematico di infinito e' necessario anche per definire numericamente la diagonale del quadrato attraverso i numeri interi. E' di lunghezza infinita il numero frazionario che rappresenta la diagonale di un quadrato o la circonferenza di un cerchio, rispetto al lato o al raggio, rispettivamente. Pi greco e radice di due sono numeri che se espressi in forma di 3.1415 o 1.4142 non finiscono mai, e non si ripetono mai. Eppure rappresentano delle grandezze banalissime e piu' che finite. Mistero! Infatti i greci, che non erano in grado di maneggiare (lo si capisce solo "maneggiandolo") il concetto di infinito, non comprendevano neppure il concetto di zero o di nulla, andavano fuori di testa e arrivavano ad assurdi plateali pur di negarlo (tipo i paradossi di Zenone sulla dimostrazione "razionale" dell'impossibilita' del moto, o la negazione del molteplice di Parmenide). Vaben che ci si puo' far convincere di qualsiasi cosa, ma per negare l'esistenza del molteplice e del moto bisogna veramente essere ben disposti a credere a tutto...

      C'e' breve conferenza che puo' essere utile qui (G. Israel e', anzi era, matematico e valente storico della matematica e della scienza):

      https://www.youtube.com/watch?v=xF3tXB02KNI&t=196s

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    12. "ovvio anche che la pallina nulla, la pallina zero, in questo contesto, non esiste, non essendo una pallina"

      Ho visto dopo il post di Sergio su Severino, che casca a fagiuolo: la pallina zero, lo zero, non esiste perche' l'essere e', e il non essere non e'.
      Semplice.

      Essendo noto che le facolta' di lettere e filosofia sono il luogo delle studentesse, non e' che, questa volta si' banalmente e prosaicamente, con questi discorsi ipnotici da incantatori di serpenti che loro stessi sanno bene essere senza senso e proprio per questo funzionano alla grande, Severino e Cacciari si sono portati a letto legioni di studentesse?

      Heidegger, il piu' incantatore di serpenti di tutti, ci e' riuscito persino con la Harendt.

      Mi sa che e' tutto qua.

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    13. << altrimenti i cerchi non avrebbero circonferenza e i quadrati non avrebbero diagonale. Il concetto matematico di infinito e' necessario >>

      E se invece questi concetti fossero solo delle nostre approssimazioni dettate dalla comodità ?
      E che quindi in un universo diviso in tanti spazi di Plank (blocchetti quadridimensionale simili ai quadretti di un foglio quadrettato), i cerchi in realtà NON esistono ed i quadrati NON hanno delle vere diagonali ?

      Prova a fare una figura geometrica curva o diagonale usando solo i quadretti di un foglio (gli spazi di Plank) e poi dimmi se non ti devi accontentare di una approssimazione...

      (Sto esagerando, eh...)

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    14. L'analisi matematica lavora sull'ipotesi del continuo, per la quale i numeri reali sono necessari, ed e' utile e funziona per descrivere i fenomeni fisici macroscopici.
      L'ambito nel quale valgono in una certa misura le leggi deterministiche che vi piacciono tanto (quelle per cui laplace disse "dio e' un'ipotesi che non mi e' necessaria").

      Plank funziona e cerca di spiegare l'ambito della meccanica quantistica, dove per dire non si e' sicuri che valga neppure il concetto di entropia con cui fa a pugni, e nel quale quasi di sicuro non vale il determinismo, attorno a cui oggi vengono imbastite tante elucubrazioni politiche da chi ha una comprensione di queste cose solo retorica, per il modo in cui "suonano" le parole, tipo Severino per intendersi.

      Bisogna cominciare da v=ds/dt , che la velocita' e' la derivata della posizione dello spazio rispetto al tempo, poi si puo' costruire e ragionare sul resto.

      Fisica elementare:

      https://www.google.it/search?q=v%3Dds/dt&client=firefox-a&rls=org.mozilla:en-US:official&tbm=isch&tbo=u&source=univ&sa=X&ved=0ahUKEwiepNSoisPTAhVB2BoKHThnB8sQsAQIMg&biw=1083&bih=648

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    15. "Non ci siamo. Avevo scritto: gradite risposte comprensibili.
      Non ho capito quasi niente, del resto ho un IQ bassissimo, da deficiente."

      Sergio non e' questione di deficienza, il problema e' che vi mancano completamente le basi, e partire dall'inizio non e' cosi' semplice. Il calcolo infinitesimale, quello con cui si calcolano esattamente le orbite dei pianeti (anzi approssimativamente come si e' scoperto dopo einstein) e' di newton e leibnitz, entrambi del 1600.
      Poi c'e' l'etere, il "campo", l'invarianza della velocita' della luce rispetto al sitema i riferimento (sistema di riferimento, chi e' costui?), l'esperimento del secchio rotante di Mach... sono tante sciocchezze prese singolarmente, ma che insieme fanno una cultura. La cultura e la filosofia della scienza moderna, altro che Severino, le sue elucubrazioni filosofiche fanno ridere, e farebbero ridere anche Parmenide, se fosse qui oggi, credo.

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  8. Sulle differenze evidenti tra il Dio logos dell'occidente (una sorta di re costituzionale) ed il Dio imprevedibile dell'oriente (che assomiglia invece ad un imperatore tirannico), sono perfettamente d'accordo con voi.
    Ma mi chiedo: è venuto prima l'uovo o la gallina ?
    E' la cultura che ha costruito la divinità "a propria immagine e somiglianza" o viceversa ?

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    1. Be', mi sembra chiaro che sia stato l'uomo a creare un Dio a sua immagine e somiglianza e non viceversa visto la Divinità latita (che Dio meschino però. E ciò è dovuto, come ci spiegava l'altro giorno Harari, alla sua immaginazione, ciò che lo contrattistingue da tutti gli altri animali. Si è così immaginato, lui così fragile, una specie di Maciste o Superman onnipotente che realizzasse quello che lui sognava di avere o essere. I religiosi (Don Giussani) dicono: niente soddisfa veramente l'uomo che ha sete d'infinito. Sete che sarà soddisfatto solo nell'aldilà, solo Dio può soddisfarci veramente. Anzi, quest'aspirazione sarebbe proprio la prova dell'esistenza di Dio e dell'immortalità dell'anima, perché se c'è la disposizione, l'aspirazione, essa deve essere logicamente soddisfatta (da qualche parte). Infatti quando ho fame trovo poi immancabilmente il pranzo in tavola (be' dipende, i Somali hanno fame e non riescono a calmarla ...).
      Diceva il cardinale Biffi, persona coltissima e anche ironica: io voglio rivedere mia madre (è un desiderio fortissimo che ho in me) e sono certo che perciò la rivedrò. Singolare, interessante che certi religiosi o credenti vogliano incontrare non tanto Dio quanto un loro caro parente, come la teologa ex cattolica Uta Ranke-Heinemann che "non crede" in Dio in quanto per lei è un'evidenza (non bisogna dunque crederci). Per quanto di fatto scomunicata per le sue tesi eretiche (niente verginità di Maria, niente esistenza di Giuda, un personaggio letterario costruito a tavolin ecc.) si dice credente e vuole un giorno rivedere suo marito (è vedova).
      A questi credenti sembrano interessare più i loro parenti che l'Onnipotente.

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    2. A parte gli evidenti casi di "interesse privato in atti d'ufficio", di desideri che il proprio narcisismo ed egolatria esige siano trasformati in realta', citati sopra da Sergio, qualcuno dice, forse suffragato da esperienza e dati statistici seri, che il 10 per cento degli uomini soffre di un qualche grado di paranoia (non trovo piu' la fonte, ma credo che sia una cosa nota fra gli esperti di psichiatria forense).
      A me sembra credibile, specialmente a leggere i commenti nei blog, dove la gente, protetta dall'anonimato, si esprime liberamente, senza paura di essere giudicata pazza.

      L'uomo ha una pulsione naturale a cercare di riconoscere schemi organizzativi e rapporti di causa-effetto, fa parte delle funzioni fondamentali del suo cervello, che gli serve a cercare di sopravvivere nel mondo. Da qui a pensare che questa pulsione naturale dell'intelligenza in molti individui sia sviluppata in modo da travalicare i confini dello squilibrio e dell'insania, con tutte le conseguenze del caso che lascio alla vostra immaginazione, ne corre poco.

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    3. Un'aggiunta: trovo spaventevole la sempre piu' evidente voglia di riconoscere orridi complotti dappertutto, con collegate manie di persecuzione, negli uomini e nelle donne del nostro tempo, per quanto scolarizzati e teoricamente addotti al pensiero razionale. Non crederanno in Dio, ma veramente credono in qualsiasi altra cosa (e' un battura di chesterton, se non erro). Peraltro ho l'impressione che a credere nei complotti, e con collegate manie di persecuzione, siano particolarmente le persone che in altro contesto sarebbero molto bigotte e superstiziose. Una cosa non escludendo l'altra. E' da ridere pensare che forse sono cosi' solo perche' "troppo" razionali.
      Che disastro.

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  9. << Be', mi sembra chiaro che sia stato l'uomo a creare un Dio a sua immagine e somiglianza e non viceversa >>

    Appunto.
    Ne deriva la conferma che le culture occidentali e quelle orientali hanno proprio una grande differenza concettuale alla base.
    I razzisti hanno la spiegazione pronta, ma pare che non sia vera.
    Quindi, perchè ?

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  10. Siamo partiti con Gesù difeso da Marcantonio, penso quindi ci possa stare questo dialogo con un filosofo non severiniano, cioè comprensibile (Remo Bodei che non conosco che di nome e per qualche intervista)

    http://www.ilgiornale.it/news/oggi-viviamo-pi-vite-conservare-nostra-identit-ci-vuole-1389824.html

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  11. "Uno, nessuno, centomila" è un romanzo di Pirandello. Titolo e romanzo davvero pirandelliani. Non solo gli altri ci vedono diversamente da come ci vediamo noi, ma noi stessi siamo tanti: con uno ci comportiamo in un modo, con un altro in un altro modo ecc. Ma questo significa davvero che il nostro io è molteplice, che non siamo uno, ma cento, centomila? Non credo. Noi teniamo conto dell'interlocutore e delle circostanze e ci comportiamo di conseguenza, cioè variando argomenti e comportamenti. Ma che sono variazioni del "tema", cioè di quello che io chiamerei l'io profondo, autentico, in parte a noi sconosciuto (l'inconscio) e che condiziona il nostro comportamento. Credo con ciò di essere più ottimista di Pirandello (che a volte scoccia pure con le sue fissazioni).

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    1. Invece, uno dei grandi matematici dell'intelligenza artificiale, https://it.wikipedia.org/wiki/Marvin_Minsky, scrisse "la societa' della mente".
      Io, forse con lui (ho quel libro ma non l'ho mai letto) credo che la molteplicita' ricorsiva sia il tratto fondamentale della coscienza. Noi capiamo gli altri perche' siamo in grado di immaginare come gli altri ci vedono, cioe' siamo in grado di vedere noi stessi con gli occhi degli altri, immedesimandoci in essi. In un regresso infinito, in un gioco di specchi, di molteplicita'. Personalmente credo che in questo stia l'essenza della coscienza.

      Che potrebbe essere riflessa nel linguaggio, la peculiarita' del linguaggio umano e' l'essere ricorsivo. Assume senso, in particolare, se avete mai provato a programmare in lisp (il linguaggio di programmazione ricorsivo per eccellenza, detto anche, all'epoca, 50 anni fa, proprio per questo, il linguaggio dell'intelligenza artificiale ;)

      http://www.lisp.it/

      Comunque Sergio, a scrivere e leggere queste cose mi rendo conto di una cosa che avevo dimenticato, di come ad un certo punto della storia europea perlomeno una parte della filosofia accademica che citi si sia infilata in un vicolo cieco, e abbia perso il contatto col divenire della cultura. Ma del resto, visto che il divenire lo nega (per propria comodita'?), come poteva essere altrimenti?

      Fra l'altro puo' valer la pena osservare che il ritorno al parmenideo e' stato tipico delle filosofie associate ai nazifascismi e ora forse agli ecologismi (il rigetto della tecnica), che non si puo' dire che non abbiano rappresentato una negazione e un rigetto della modernita', anche culturale. Hanno incarnato e incarnano la reazione, lo si vede da molti indizi, almeno ai miei occhi.

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  12. C'è filosofia e filosofia. Una filosofia comprensibile a una persona mediamente colta (più o meno fino al Settecento, illuministi compresi) e poi la filosofia moderna che chi ci capisce è bravo. Uno di questi è il Parmenide di Brescia. L'abbiamo ascoltato spiegare la sua filosofia in pochi minuti in un articolo di giornale, pardon del Giornale, senza capirci molto. Diamo ora la parola a un suo critico che almeno si capisce quello che dice. Buon divertimento.

    Contro Severino, l’iperfilosofo

    di Alfonso Berardinelli

    Perseguita da quarant’anni i lettori italiani con la favola antica dell’Essere e del Divenire che gli permette di dire tutto non dicendo niente. Perfino di so-stenere che lui è migliore di tutti, anche di Leopardi di Alfonso Berardinelli.
    Mi ero distratto, avevo dimenticato per un momento (durato un paio d’anni) di dedicarmi a Emanuele Severino, il nostro più tipico e puro iperfilosofo, specializzato nella pretesa di superare ogni altro filosofo dell’intera tradizione occidentale. Dall’alto podio delle edizioni Adelphi, Severino perseguita da
    quarant’anni i lettori filo-filosofici italiani con la favola antica dell’Essere e del Divenire. Dopo aver distinto nettamente e assolutamente questi due verbi, Severino ha aggiunto, in una cinquantina di libri, che l’essere non è il divenire poiché il divenire non è l’essere. Chi crede il contrario e azzarda anche
    momentanee e parziali concomitanze fra i due verbi, cade secondo lui nella Follia dell’occidente, cioè è pazzo. Due verbi come quelli, trasformati in realtà metafisica, offrono materia per un eterno conflitto metafisico, di cui Severino è il massimo specialista e arbitro. Mi fermo qui perché dopo poche righe ne hogià abbastanza. Severino invece non si sazia mai di giocare sempre la stessa partita a esito garantito, perché in conclusione lui vince sempre, con l’essere che è la sola realtà mentre il divenire è tutto una bugia.

    Potrebbe bastare, ma mi accorgo che nel maggio scorso l’iperfilosofo che batte tutti, ha pubblicato un terzo libro su Leopardi: “In viaggio con Leopardi. La partita sul destino dell’uomo” (Rizzoli, 220 pp., 16 euro). Avendo saputo che due anni fa il nostro grande poeta, dopo la traduzione in inglese dello
    “Zibaldone”, è stato scoperto in Inghilterra e in America come grande filosofo
    Severino non poteva tacere. Il giudizio finale spetta a lui e immancabilmente lo rivendica. Secondo l’iperfilosofo tutti, prima di lui, si sono sbagliati: i greci che hanno messo in giro quella storia fasulla del divenire e dello sparire delle cose, poi il cristianesimo, poi l’umanesimo, poi Hegel, Nietzsche e infine Leo-pardi, precursore di Nietzsche. Ecco l’occasione da non perdere. Con Leopar-di, su Leopardi si poteva fare un nuovo libro, approfittando del suo successo filosofico, per giocare e vincere con lui e contro di lui la solita partita. Per farlo era anzitutto necessario dire che Leopardi sta con il suo pensiero “al culmine della storia del pensiero”. Se Severino scrive su Leopardi è dunque per una so-la ragione: perché al culmine in verità non c’è Leopardi, o meglio: c’era. Poi è arrivato Severino e ora al culmine c’è lui.
    (continua)

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  13. (continuazione e fine)

    Senza dubbio una cosa è vera: con Severino la megalomania filosofica, o filosofia del culmine, ha raggiunto il suo culmine. Il “destino della verità” condu-ce a lui e solo a lui, dopo secoli di errori e di follia. Il culmine è che dove c’è essere non può esserci divenire, perché A è A e B è B. Non può essere dunque che A sia B. Dove non c’è essere c’è il nulla e il nulla non è.
    Meravigliosa facoltà di sintesi. Che permette di dire tutto non dicendo niente e di filosofare su qualunque cosa, dal conflitto America-Russia alla tecnica e dalla tecnica all’embrione, dicendo sempre una cosa saputa in anticipo: che l’essere non diviene e il divenire non ha essere. E’ così che Severino
    vertiginosamente svetta e prende quota su tutti coloro che non si sono impegnati a dire la sola cosa che lui dice. Tutti poco filosofici, tutti incoerenti, deboli, sentimentali. Tutti e Leopardi fra questi.
    Dopo qualche citazione (poteva farne altre e poteva anche citare altri autori: era lo stesso) Severino si sente giunto al suo scopo. Leopardi si addolora e piange sulle cose perdute e sulle esistenze sparite. Ma si sbaglia. Eh sì, si sba-glia. Niente sparisce, dice Severino, niente precipita nel nulla, perché il nulla non è, mentre ciò che ha essere non è attaccabile dal nulla.
    L’iperfilosofo, per non farsi mancare materia filosofica, non ha voluto capire che dire “nulla” è solo un modo di dire. Indica l’entrare e l’uscire di qualcosa o di qualcuno dall’orizzonte della nostra esperienza. E’ questo che ci fa gioire o piangere. Fosse anche che qualcuno va in paradiso o all’inferno, per noi non c’è più. Il nulla non c’entra niente.

    Arrivati al capitolo conclusivo, per chi non l’avesse già previsto, Severino viene allo scoperto. Smette di fare inchini al pensiero culminante di Leopardi e con un colpo solo gli scippa il culmine. Se Leopardi aveva superato tutta la tradizione occidentale, chi supera Leopardi supera tutto e tutti. Nemico del
    nichilismo come dice di essere, quando si tratta di celebrare il proprio pensiero, Severino diventa il peggiore dei nichilisti. Riduce l’intera cultura occidentale a un pugno di polvere e invece di provocare in noi lo sgomento, pretende di ispirarci un infrangibile stato di gioia. L’essere è invulnerabile, basta saperlo. Tutto ciò che è, contiene l’essere. Dunque tutto ciò che è, sarà sempre. Perché immalinconirsi? Essere è un verbo all’infinito. Perciò siamo al sicuro, infinitamente, per il solo fatto che siamo. Per la cinquantesima volta Severino conclude così il suo cinquantesimo libro.

    Il Foglio, 12 – 10 - 2015

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  14. Un altro po' di sano divertimento alle spalle dei nostri big filosofici.

    Perché sono così geloso di Cacciari,
    icona e parodia dell’intelligenza

    di Alfonso Berardinelli

    Sono geloso di Massimo Cacciari, filosofo necessario a tutti. Esistono in ogni momento culturale, che può durare un anno o dieci, certe figure di spicco da cui non si può prescindere, a cui non si sfugge, che non bisogna mancare, se si è interessati a capire l’aria del tempo, l’aria che tira, il tempo che fa, i sogni, i bisogni, le superstizioni e le manie di chi frequenta l’ambiente cultura.
    In questi tempi o soltanto mesi, di vuoto, di confusione, di inutile affollamento, di mancanza di criterie di valutazioni condivise e fondate, non si può evitare di considerare, almeno per qualche minuto, una figura da tempo nota, un tipo nato per trovarsi sempre in prima fila, ma che da alcuni mesi, a quanto pare, in prima fila è il solo a farsi veramente notare e di cui non si riesce a fare a meno. In politica, in filosofia, in teologia, in teologia politica, in qualunque arte, Massimo Cacciari non può mancare e colma sempre un vuoto. Gode di questo privilegio. Nonostante la sua perenne e misteriosa aria di superiorità, lui va dovunque. Anzi va dovunque proprio per questo: per la sua aria di superiorità. Come dire? Cacciari “fa superiorità”. Fa l’impressione di elevare il livello di cultura di qualunque talk-show con il suo semplice
    e fisico manifestarsi. Quando non si sa chi invitare si invita Cacciari, quando non si sa chi intervistare si intervista Cacciari, quando non si sa chi premiare si premia Cacciari, quando non si sa di chi parlare (come me in questo
    caso) si parla di Cacciari, che è sempre a portata di mano e pronto a fare la sua parte.

    Dovunque presente, “ubiquo ai casi” come il commissario Ingravallo di Carlo Emilio Gadda, factotum e naturale showman, Cacciari è la più bella maschera filosofico-politica che il carnevale di Venezia abbia regalato alla commedia mediatica italiana. Cacciari è appagante e gli si fanno volentieri i più ammirati
    complimenti, sicuri di non sbagliare. A fargli i complimenti ci si eleva.
    In questi ultimi mesi l’apoteosi ha toccato limiti forse insuperabili. Da quando si è accesa in cielo la stella di un filosofo teologico-politico come Giorgio Agamben, con la sua recente ma scintillante fama internazionale, anche non volendo Cacciari è costretto a marciare in salita. Ma c’è sempre qualcuno che lo aiuta: a volte la televisione, a volte l’accademia. Senza mettere insieme queste due cose non c’è modo di recuperare lo spazio perduto. Se poi ci si aggiunge un poco di politica da professore televisivo, ci si può sentire ancora irresistibili. In quanto irresistibile, Cacciari mesi fa è stato anche premiato come eminente filologo classico all’Università di Bologna: proprio lui che manca della probità e dell’umiltà indispensabili al filologo, dato che riesce a malapena a distinguere fra quello che hanno scritto i filosofi letti un momento prima e quello che ha pensato lui di testa sua.
    (continua)

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  15. (continuazione)

    Come filosofo, Cacciari prevalentemente cita o criptocita. Di solito lui cita senza precisare la fonte, nello stile del “pastiche” involontario. Ma oltre che filologo classico, Cacciari è anche critico militante, critico di poesia contemporanea: è stato invitato a Milano a presentare l’opera poetica completa di Giovanni Raboni, appena uscita da Einaudi. Il che dimostra a quale grado di miserevole irrilevanza pubblica è arrivato lo specifico mestiere di critico letterario. Il critico letterario nessuno lo vuole, fa tristezza. Dal punto di vista della resa televisiva Cacciari, che da Venezia, sua polis, non si muove, può contare su altri vantaggi. Non è lì in studio a confondersi con gli altri invitati. Lui compare e campeggia su tutti manifestandosi dal maxischermo. Non è una furbizia. Procurarsi vantaggi sugli altri gli viene naturale. Come quando parla di filosofia, procede per istinto, non ha neppure bisogno di pensarci. In questo periodo uno come lui ha un inciampo: è Matteo Renzi. Infatti Cacciari ha dichiarato (scendendo di livello) che detesta Renzi. Ha capito bene che quel “ganzetto” toscano è impermeabile alla filosofia e quindi al suo magnetismo di filosofo insondabile, tipico e per antonomasia. Renzi non è un decisionista
    teologico-politico alla Carl Schmitt (su cui Cacciari gli farebbe volentieri una lezione), è invece un decisionista pratico, che per decidere fa prima a parlare che a pensare. A Cacciari va comunque riconosciuto un primato. Come icona e parodia dell’intelligenza ha raggiunto la perfezione. A settant’anni ha una bellissima capigliatura nera e soprattutto una barba da filosofo greco
    sempre ugualmente nera da quarant’anni, che funziona da maschera. Il vero volto di Cacciari, il suo volto intero, nessuno può dire di conoscerlo. Quella barba è buia e fitta come una selva di citazioni. In ogni discussione, poi, si mostra impaziente e annoiato. Inclina il viso, alza il sopracciglio. Noi italiani troviamo irresistibili le maschere. Guai a chi non ne indossa una. Per avere un’identità chiara bisogna essere mascherati. La folta e imponente barba di Marx, i folti e tragici baffi di Nietzsche devono avere suggestionato molto il giovane Cacciari, che ha deciso di farne uso anche lui. Con il viso così celato, il
    filosofo con il piede in due o tre staffe acquista il vantaggio di esibire il suo io senza svelarlo. In un tale filosofo l’io che parla è simultaneamente esibito e abolito. E’ un Io superiore che si autotrascende ogni volta che appare.
    Rispetto a un individuo così notevole e che tutti notano, gli altri intellettuali italiani, nessuno escluso, sembrano schivi e appartati, discreti, gentili e poco visibili. Perfino Eco, Sanguineti e Arbasino, nel confronto fisico con Cacciari non ce l’hanno fatta. Le sue carte vincenti, le ragioni per cui si comprano i suoi libri senza riuscire a leggerli (nessuno è mai stato capace di recensirli), sono le carte che in Italia hanno il massimo punteggio: la politica (uno spettacolo e un vizio nazionale) e la filosofia (un ipnotico feticcio). Cacciari parla di piccola politica come se parlasse filosoficamente di una Grande politica, che nel nostro piccolo paese non c’è mai stata. Sì, va detto, qualche volta Cacciari esprime pareri politici sensati, che però avevamo già sentito parlando con il vicino di casa o con il tassista.

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  16. (continuazione e fine)

    La cosa ovvia lui non la dice
    come se fosse ovvia per tutti, ma come se fosse ovvia solo per lui che la dice e l’ha capita prima. Il quid che rende unica la recita del nostro uomo è questo solo tono, questo solo tema: “Io ho capito in anticipo quello che voi non capite neppure in ritardo. Perciò che ci sto a fare io qui con voi?”. Eppure sta lì. Non se ne va. Anzi torna. E’ sempre pronto a tornare. Basta chiamarlo.
    In conclusione. Sono forse geloso di Cacciari? Non me ne ero accorto, ma forse chissà. Chi ci tiene, lo pensi. Perché a me no e a lui sì? Già, perché no? Se mi invitano in tv (raramente è successo) dico di no. Non mi ci sento, non vengo bene. Se mi volessero premiare come filologo, direi di no perché non sono un filologo. Lui non è un filologo, però si fa premiare come se lo fosse. Se mi avessero invitato a presentare le poesie di Raboni, avrei detto di no, perché come critico letterario potevo anche criticarlo. Cacciari ha detto di sì, anche se Raboni non lo aveva mai letto. Chissà che cosa è riuscito a dire. Avrà parlato di Raboni come Heidegger parlava di Hölderlin, altri argomenti non ne conosce. Sembrare severi, amare il “pensiero negativo” e dire sempre di sì. Ah, questo è il segreto.

    Il Foglio, 24-11-2014

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    1. Gustosa, pero' e' anche vero, e Berardinelli lo dice ma preso dalla foga vedendo anche questo come un difetto, che Cacciari tanto e' ermetico e incomprensibile e confusionario in filosofia, quanto e' pragmatico e di semplice e banale buon senso in politica, che tutto sommato nel paese delle convegenze parallele e dei discorsi politici fumosi e interminabili e' una qualita' rara.

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