mercoledì 22 febbraio 2017

Il borghese e l’intellettuale: istruzioni per l’uso

La mentalità borghese alle prese con gli intellettuali di sinistra, raccontata dalla penna di Sergio Ricossa, con la sua garbata, ma sempre pungente ironia (dal libro Straborghese). Lumen


<< Riconoscere un tipico intellettuale di “sinistra” non costa alcuna fatica, perché egli si proclama tale ai quattro venti e fa lega solo con chi si proclama tale. Ogni altro intellettuale è per lui un essere inferiore, anzi non è un intellettuale affatto: è un “servo dei padroni” o peggio. Benché facciano mazzo fra loro, gli intellettuali di “sinistra” non mostrano di amarsi.

Si premiano a vicenda, ma è un ‘do ut des’, solo uno scambio di decorazioni nobiliari: “Dammi la gran croce del merito sociale, e ti darò il collare dell’ordine della giustizia egualitaria”. Questo poi non impedisce loro di insultarsi. Così pure i nobili si sfidavano continuamente a duello; però rifiutavano di battersi con un plebeo, lo ritenevano indecoroso, e similmente gli intellettuali di “sinistra” non scendono a singolar tenzone con un uomo bollato di “destra”.

Essi sembrano amare praticamente nessuno se non il proprio io, alla Narciso (fors’anche un po’ alla borghese ?). Amano il popolo come astrazione, lo detestano probabilmente come insieme di persone vive, e cioè rumorose, sudate, invadenti, volgari. Il popolo vivo sembra sopportabile solo se lo si guarda dall’alto di un palco ben isolato ed elevato.

Irreggimentare il popolo, metterlo in fila, comandarlo, tutelarlo anche, ma come si tutelano i minori, finalmente farsi applaudire dal popolo: ecco le seduzioni di chi sta a “sinistra”. Seduzioni a cui è tanto più difficile resistere quanto più gl’intellettuali hanno origini lontane dal popolo. In tal caso, ci si può interessare al popolo come un socio della società per la protezione degli animali può interessarsi agli animali: con intensità e distacco. Il borghese generalmente non può: è ancora nel popolo o ne è appena “emerso” e non lo rinnega.

Il populismo dell’intellettuale di “sinistra” non è segno di origine popolare, è segno del contrario. Ben inteso, anche a “sinistra” c’è chi resiste a quelle seduzioni. Per quanto gl’intellettuali di “sinistra” si compiacciano di erigersi a circolo omogeno ed esclusivo (…), il borghese, a costo di scontentarli, deve distinguerli e separarli a uno a uno. Al solito, così facendo scoprirà, in mezzo a tanti collettivisti, qualche borghese autentico, che non sa di esserlo, o lo sa anche troppo e lo nasconde.

Fra chi inveisce contro la borghesia, scoprirà i sinceri e i truffaldini, i saputi e gl’ignoranti. Quel che mai il borghese deve concedere è che essi, gli intellettuali di “sinistra”, abbiano più autorità morale o scientifica o di qualunque altro genere per discutere di giustizia, democrazia, elevazione degli umili, progresso sociale, libertà. Non ce l’hanno soprattutto quando pretendono di averla e peccano di orgoglio o ipocrisia.

Gli intellettuali di “sinistra”, questo sì, hanno messo a punto un loro linguaggio speciale, oscuro e suggestivo, per sentenziare su quei temi. Il “sinistrese” ne è la riduzione a gergo corrotto e ridicolo. Ma nelle forme superiori, il linguaggio di “sinistra” è uno strumento pericolosamente, subdolamente efficace. (…)

I termini astratti [per loro] sono preferibili a quelli concreti: i primi ammettono la perfezione, i secondi no. Le contraddizioni sono lecite in nome della dialettica. Il modo migliore per non essere smentiti è affermare quanto non può essere sottoposto a verifica. L’insensato, ciò che manca di significato, è una delle cose più inoppugnabili dell’intellettualità.

Naturalmente, l’arte di imbrogliare con le parole è antichissima e onorata dall’umanità in generale. Invero, non c’è ragione per non ammirare i grandi artisti in qualunque campo, purché non si spaccino per grandi scienziati, grandi filosofi. I trucchi retorici dei sofisti dilettavano i greci purché fossero onesti e dichiarati o sottintesi, innocenti come quelli degli illusionisti o prestigiatori a teatro.

Protagora chiedeva ai suoi allievi di pronunciare l’elogio di una cosa qualsiasi e immediatamente dopo la denigrazione della stessa: insegnava perciò a vaccinarsi contro la credulità, la seduzione verbale tanto simile alla seduzione musicale, ma assai più rischiosa. (…)

“Il cretino di sinistra ha una spiccata tendenza verso tutto ciò che è difficile. Crede che la difficoltà sia profondità” (Sciascia). Il non-cretino di “sinistra” ama farlo credere, e ci guadagna. Come tutti i dogmatici, ama la ‘cavillatio’. Il borghese, che voglia difendersi o meglio attaccare, farà bene a lasciare agli avversari l’arte del bla-bla-bla. Non è arte per lui. Nel carattere borghese c’è un gusto insopprimibile per la concretezza, che è poi quanto gli fa prendere sul serio l’individuo (la realtà) e non il collettivo (l’astrazione).

Eserciti questo gusto e non prenda sul serio la logorrea degli intellettuali di “sinistra”, non se ne lasci invischiare. Ne rida, la collezioni negli stupidari, quando ne incontra un campione ragguardevole. La studi col solo scopo di esprimersi nello stile opposto il più possibile. Miri alla chiarezza, e le sacrifichi i fronzoli; miri alla semplicità, a costo della semplificazione. (…)

La quadratura mentale porta spesso il borghese alla quadratura dei conti. (…) Si possono perciò amare i numeri più delle parole, ma che siano dati contabili verificati, non invenzioni della fantasia. La borghesia non inventa i numeri, le basta di avere inventato il concetto di numero tanti secoli fa, in Mesopotamia, per commerciare meglio il bestiame e il grano.

Da allora, le grandi epoche borghesi sono state epoche di contabilità e di statistica, di matematica e di scienza. Misurare per conoscere è obiettivo comune del borghese e dello scienziato. L’Italia e la Gran Bretagna forniscono ottimi esempi. Nel XIII secolo il mercante pisano Leonardo Fibonacci introduceva in Occidente la numerazione decimale e iscriveva il suo nome nella storia della matematica con alcuni ingegnosi giochi numerici.

La contabilità moderna fu illustrata dai mercanti italiani del Rinascimento, quelli che l’Alberti consigliava di “sempre avere le mani tincte d’inchiostro”, e teorizzata da Luca Pacioli nel 1494 quale parte dell’aritmetica e della geometria. Leonardo da Vinci, amico di Pacioli, si scomodò a disegnargli le figure: lo ricordino coloro che oggi disprezzano la ragioneria.

Più tardi, dal Seicento al Settecento, la Gran Bretagna dei mercantilisti, covando la rivoluzione industriale, fu percorsa simultaneamente dalla mania degli affari e della matematica. Newton stesso, dopo aver ridotto in numeri l’universo, si diede a speculare in un altro senso, nel senso di giocare in borsa: una progetti inconsistenti, ma la libertà e l’opinione pubblica davano ampio spazio a tutti i progettisti.

Nessuno condannava l’inventiva e il senso degli affari, l’intraprendenza e la voglia di arricchire. Per confronto, sia concesso di dire che nell’Italia odierna, dove lo spirito borghese è avvilito, molti studenti delle facoltà di “economia e commercio” non sanno nemmeno più calcolare una percentuale.

Quanto agli imprenditori, si sa che la “sinistra” resiste male alla tentazione di sputacchiarli. Così pure, e peggio degli studenti di economia e commercio, certi intellettuali di “sinistra” tanto più disprezzano la matematica o la statistica quanto meno la conoscono. O se non la disprezzano, la usano slealmente ogni volta che si lasciano trascinare dal collettivismo in una lotta antiborghese senza escludere i colpi bassi.

La matematica, ahinoi, si presta ai colpi bassi. C’è un “terrorismo matematico”, che consiste nello spaventare l’avversario sparandogli contro raffiche di equazioni, derivate, integrali, logaritmi, matrici, teoremi e corollari. Gli economisti ne sanno qualcosa. Esecrabili errori e sofismi economici e politici si nascondono dietro fitte cortine di formule, che non si possono penetrare se il lettore non si arma di pazienza, tempo e competenza; ma chi ha imbrattato la carta di spauracchi matematici conta proprio sul fatto che il lettore non abbia pazienza, tempo e competenza, sicché “beva” le conclusioni meno potabili come se fosse Einstein a garantirle. (…)

Considerazioni analoghe valgono per la statistica, che alcuni giudicano peggio dello spergiuro. E’ indubbio che con le cifre si può mentire come con le parole, o se non mentire confondere nelle medie le varietà preziose alla borghesia. Per questo è bene diffidare della cosiddetta macro-economia, dove si fa di ogni erba un fascio: il buon borghese preferisce la micro-economia, che non dimentica mai l’individuo all’origine di ogni fatto sociale.

Ma il peggior uso della statistica è quando la si dedica a fini retorici o propagandistici, non per sapere, bensì per far credere ai semplicioni. Allora, le cifre si staccano dalla realtà e si agitano come fantasmi. Peggio per chi crede ai fantasmi: i borghesi non ci credono, vogliono sempre toccare. I borghesi hanno un tale interesse per la fisica, che non hanno quasi più tempo per la metafisica, a meno che sia eccellente. Al contrario, gl’intellettuali di “sinistra” fanno indigestione di metafisica, senza troppo badare alla qualità. (…)

Quel che più li avvince è precisamente lo stesso che ai borghesi ripugna in sommo grado: è il leggendario, il mitico, il magico. Mentre i borghesi sono per la vista, gli intellettuali essenzialisti sono per la visione. (…) La fabbrica del nulla produce scatole rigorosamente vuote, però difficili da aprire, di forma pretenziosa e artificiosa, e sovrapposte così da formare vaste architetture, che si estendono fino a occupare ogni angolo della cultura.

Il borghese che vi capiti in mezzo può sentirsi prigioniero fra mura di macigno, sulle quali legge la sua condanna. Ed invece, per poco che si attenga ai suoi principi senza tentennare, egli si accerta che è macigno di cartapesta, capace di imprigionare solo chi ama la prigione. (…) [Però] vi è una potente industria culturale di “sinistra” che sa difendere con abilità quell’architettura, certo con più abilità di quella mostrata dall’industria culturale borghese per attaccarla. > >

SERGIO RICOSSA

25 commenti:

  1. Stimo molto Ricossa per il suo disincanto e la sua ironia (mitico il suo libro della maturita' "maledetti economisti - le idiozie di una scienza inesistente", in cui enumera la serie infinita di svarioni in cui sono immancabilmente incorsi i suoi piu'famosi colleghi), ma gradirei che ne applicasse un po' anche quando fa il panegirico delle "virtu' borghesi", che solo lui riesce a vedere come tali.
    Enumerando un elenco di almeno potenziali difetti, e chiamandoli virtu', dimostra solo che lui stesso e' come quelli che critica, un capzioso intellettuale di sinistra. ;)
    Adamo Smith ebbe almeno la onesta' di dire che "e' dall'egoismo del panettiere, del macellaio, che consegue il vantaggio generale, eccetera".
    "Straborghese" a mio parere e' uno dei suoi peggiori testi, non convince. Di borghese ha solo quella per me inspiegabile tendenza a "epater le bourgeoise" che tanti borghesi invidiano ai non borghesi, e riescono ad imitare solo pateticamente.

    Il Ricossa che personalmente apprezzo e' un altro:

    Sergio Ricossa

    Io, liberale pentito.

    Da “il Giornale” – 12 Maggio 1999

    Cinquant’anni fa mi pareva sufficiente dichiararmi, a richiesta, liberale einaudiano. Allora esisteva pure un partito liberale italiano, al quale credo di essere stato iscritto e del quale ho perso le tracce. L’ingenuità della giovinezza mi impediva di pensare che la libertà fosse più stuprata delle donne e che il suo stupro fosse il più impunito dei delitti; mi impediva di pensare che il voto democratico fosse, il più delle volte, fra le forme più truffaldine di abuso contro gli elettori.

    A poco a poco mi convinsi che c’era da vergognarsi a portare l’etichetta di liberale, ed era mortificante precisare: liberale einaudiano. Il fatto era che il povero Luigi Einaudi, sconsolato scrittore confesso di “prediche inutili”, riceveva omaggi informali soprattutto da coloro che in politica si impegnavano a realizzare il contrario delle sue idee. Scoprii che Luigi Einaudi era stato eletto presidente della Repubblica da partiti che desideravano sbarazzarsi di lui: “promuovere per rimuovere” (si sapeva che egli sarebbe stato un presidente neutrale). Oggi mi pare di intuire che, se l’Italia beatificherà un Einaudi, non sarà il padre Luigi, bensì il figlio Giulio, filocomunista, recentemente scomparso.

    Quanto ai partiti, mi resi conto che era tempo perduto bazzicarli, se non si mirava a una carriera politica redditizia al proprio portafogli e al proprio gusto di potere. Trovai le etichette dei partiti spudoratamente ingannevoli, nella pessima democrazia italiana. All’estero, poco meglio. I liberal anglosassoni non sono, o non sono più, della mia famiglia. Negli Stati Uniti scovai un Libertarian Party, anarco-individualista (all’incirca), e interessante perché parecchi suoi simpatizzanti consigliano di astenersi dal votarlo. Infatti essi consigliano di astenersi dal votare qualunque partito.

    Un partito libertario è una contraddizione in termini. Lotta per il potere allo scopo di non esercitarlo. Cerca di impossessarsi dello stato per sopprimerlo. Si organizza per disfare ogni organizzazione in nome dell’anarchia. Al massimo, un partito libertario può essere, per coerenza, un centro di informazioni sull’anarco-individualismo: uno dei tanti centri del genere, perché l’anarco-individualismo non ha un pensiero unico. È pensiero aperto, con una evoluzione ramificata in sempre nuove varianti. Ovviamente, fra queste varianti non c’è l’anarco-collettivismo della tradizione europea continentale, e tanto meno l’anarco-terrorismo, le cui bombe fanno stragi di innocenti. Sono però ammissibili altre varianti vecchie e nuove, a scelta.

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    1. (continua)

      Se si ammette che gli individui sono diversi (ciascuno unico), si deve concedere che ognuno sia anarchico a modo suo. Wendy McElroy ha scritto: “Come scelta personale, la prostituzione non è uno stile di vita che vorrei mai intraprendere o consigliare. (Ma) come femminista non posso tralasciare le voci di donne che dicono che vogliono davvero lavorare come prostitute più di quanto possa tralasciare le voci di donne che dicono che sono state forzate ad assumere quello stile di vita e ne sono state danneggiate. (Sovente) il sesso nel quale sono coinvolte le prostitute è più onesto, aperto e decente di quello praticato dal presidente degli Stati Uniti”. Si può condannare moralmente quanto noi giudichiamo un vizio, e tuttavia chiederne la libertà di esercizio, se esso non offende diritti altrui. Si può e si deve.

      E se all’opposto ciò offende diritti altrui? A questo punto il libertario si trova alle prese con la sua massima tentazione: appellarsi a una forza pubblica punitiva. In altre parole: accettare che lo Stato, il grande nemico, nasca e si giustifichi addirittura come unico valido difensore della libertà. Sappiamo che storicamente non è così. Nel momento in cui esso ci chiede il monopolio della forza, ci priva della libertà all’autodifesa. Ma, come scrive J. Neil Schulman, “il diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà richiede , in pratica, il diritto all’autodifesa”. Uno dei suoi libri si intitola significativamente Self control, not gun control (Centurion Press).

      Il secondo emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti ha finora trattenuto quel governo dal disarmare le famiglie. L’Europa è un altro mondo. Da noi i governi non si fidano delle famiglie. Le angariano con la scusa di difenderle, ma non le difendono. (Singolarissimo è il caso della Svizzera, dove il cittadino si porta a casa le armi del servizio militare). Schulamn fa osservare che l’America ha uno dei sistemi politici più stabili nel mondo, e il motivo è che un potenziale Lenin, un potenziale Hitler, saprebbe che sconfiggere o asservire l’esercito e la polizia non gli basterebbe; gli resterebbe da fare i conti con la gente comune capace di resistere armata. (Il caso svizzero porta ad analoga riflessione).

      Certi argomenti non sono nemmeno discussi in Italia. Qui da noi “stato” si scrive con la S maiuscola e si finge di considerarlo una divinità, ignorando che è una mera finzione giuridica. Lo stato sarebbe nulla senza gli uomini politici che lo animano, e costoro non sono superuomini. Sono uomini come gli altri, ma più pericolosi perché dotati di più potere, fra cui il potere fiscale di portar via e usare il denaro degli altri, a palate. Lo fanno, dicono, per “il bene comune”. Però l’unica definizione di bene comune e di interesse generale è tautologica: è quel che fanno i politici al potere, qualunque cosa facciano, compreso il rubare ai poveri per regalare ai ricchi.

      Se li eleggiamo si vantano di “rappresentare il popolo”, altro esempio di linguaggio ingannatore. Il popolo di cui parlano è quello dei loro clienti conniventi, che partecipano alla spartizione del bottino. I fatti storici dimostrano che è minimo il grado di democrazia quando è massima la percentuale dei voti raccolti dai governanti: 99,9% del totale. Sono le percentuali del comunismo sovietico. I dissidenti sono stati ammazzati o rinchiusi nel gulag. La differenza è che l’anarchico individualista non vota se non vuole votare, e non vuol votare se non è convinto che il voto (per eccezione infrequente) assesti una botta in testa al potere politico.

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    2. (continua)

      Nemico del potere in sé, il libertario si preoccupa anche del potere economico. Non si azzarda mai a sostenere che il capitalismo sia buono o cattivo. Se interrogato in merito, risponde: dipende. C’è un capitalismo talvolta buono, un capitalismo così così, un capitalismo cattivo o pessimo. Anzi, poiché il libertario è individualista, egli bada alle persone in cui il capitalismo si incarna. C’è il capitalista talvolta buono, quello così così, quello cattivo o pessimo (ladro, truffatore, farabutto, eccetera). Ma l’esperienza storica insegna: il potere economico è tanto più pericoloso quanto più si allea ed è connivente col potere politico o, peggio che mai, col potere militare.

      Di qui l’avversione del libertario per il socialismo e il comunismo, in cui i due poteri, l’economico e il politico-militare, si integrano al massimo, si sommano e fatalmente diventano liberticidi. L’anarco-individualista non è asociale per principio. La contrapposizione individuo-società è stupida. Ogni società è formata da individui, che decidono liberamente di collaborare fra loro con vantaggio di tutti. La società è al servizio dell’individuo, non viceversa. Dello stato si può fare a meno (o si può ridurlo al minimo), della società, no, salvo che si rinunci agli enormi vantaggi della divisione del lavoro, così bene illustrati da Adam Smith. Hayek ha completato Smith osservando: “Siccome ogni individuo sa poco, e in particolare raramente sa chi di noi sa fare meglio, ci affidiamo agli sforzi indipendenti e concorrenti dei molti, per propiziare la nascita di quel che desidereremo quando lo vedremo”. Dunque, il libertario ha fiducia nella società libera. Il socialista non ha fiducia nella società, ritiene che essa vada guidata dal di fuori, da un pianificatore, una “esperta” autorità, un controllore al di sopra dei controllati.

      Così si avvia il circolo vizioso: chi controlla i controllori, e i controllori dei controllori… Dal circolo vizioso si esce solamente se si ammette il diritto della società di autogovernarsi. Ciò implica la tolleranza e il rispetto reciproco. Implica inoltre il diritto di secessione, come soluzione estrema per conflitti interni altrimenti insanabili. Implica il decentramento di tutto, e un estremo decentramento fiscale. Il libertario vuole il fisco in mano ai contribuenti, dopo aver ridotto la pressione fiscale al minimo (la prima condizione esige la seconda, e viceversa). È contro il non-profit ingannatore: attività in teoria senza fine di lucro, in pratica basate sul potere di costringere gli altri a cedere una parte del loro lucro legittimo. La beneficenza obbligatoria è “maleficenza”.

      Il libertario sceglie la sua patria e non vi nasce casualmente. Scegliere una patria vuol dire però accettarne le regole volontariamente adottate dai cittadini. Reciprocamente, i cittadini aprono le porte di casa, fino ai limiti della capienza, a chi si impegna a rispettare quelle regole, che sono in essenza regola di tolleranza. E sia chiaro: le regole di tolleranza non valgono verso gli intolleranti.

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    3. "Singolarissimo è il caso della Svizzera, dove il cittadino si porta a casa le armi del servizio militare."

      Posso tranquillizzarti: la sinistra e l'UE stanno disarmando il popolo svizzero. Quel fucile mitragliatore con dodici colpi che tutti quelli che facevano il militare si tenevano nell'armadio era insopportabile sia per la sinistra (che adduceva la necessità del disarmo con la sicurezza pubblica - ah, quanti suicidi per quell'arma) che per l'UE che non può evidentemente vedere di buon occhio i cittadini armati. Certo che se gli Italiani avessero il fucile d'assalto in casa se ne vedrebbero delle belle. E anche un'Europa di cittadini armati fa un po' paura. L'iniziativa della sinistra è fallita, gli Svizzeri possono tenersi ancora il fucile a casa, ma però di spontanea volonta stanno ... deponendo le armi (sempre più militari ed ex militari consegnano l'arma): ormai tutta l'Europa è imbelle, gli Svizzeri si adeguano. E pensare che ancora negli anni Sessanta uno riformato alla leva si vergognava, tutti ci tenevano moltissimo a fare il militare (e fino a quarant'anni: c'erano sempre dei corsi di addestramento fino a quell'età). Si diceva: la Svizzera non ha un esercito,
      è un esercito. Dappertutto vedevi militari armati che tornavano a casa per il week end: ingenui stranieri pensavano che fosse in corso un putsch ...

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    4. << Si diceva: la Svizzera non ha un esercito,
      è un esercito. >>

      Una sintesi impeccabile.
      Ma, come dici giustamente tu, tutta l'Europa ormai è imbelle (giusto o sbagliato che sia).
      Una enclave armata al suo interno sarebbe stata un po' anacronistica.

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    5. "Una enclave armata al suo interno sarebbe stata un po' anacronistica."

      Pero' resta il fatto che le due repubbliche piu' stabili e antiche d'occidente sono anche i soli due stati che armano i loro cittadini, o permettono che si armino, con armi da guerra.

      Il concetto e' che alla fine e' il singolo cittadino che e' arbitro della sua liberta'. E liberta' implica responsabilita', ma anche possibilita' di difendersi dai soprusi, dello stesso governo se serve (a noi puo' parere impossibile, ma i padri fondatori degli stati uniti, che fuggivano da governi oppressivi, previdero deliberatamente questa opportunita', di cui restano tali vestigia).

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    6. << liberta' implica ... anche possibilita' di difendersi dai soprusi, dello stesso governo se serve (a noi puo' parere impossibile, ma i padri fondatori degli stati uniti, che fuggivano da governi oppressivi, previdero deliberatamente questa opportunita').

      Vero.
      E forse è per questo che tentano spesso, (magari in buona fede, ma con esiti diastroi) di esportare la democrazia liberale in luoghi della terra dove non ce ne sono i presupposti storici.

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    7. "E forse è per questo che tentano spesso"

      Temo che non siano gli stessi, assolutamente: questi che citi sono privi del presupposto fondamentale, il "relativismo". O meglio, sono quelli incapaci di comprendere che il relativismo loro puo' essere diverso da quello altrui.

      ;)

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    8. In che senso, scusa ?
      Non sono sicuro di aver compreso bene il tuo pensiero.

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    9. "tentano spesso, (magari in buona fede, ma con esiti diastroi) di esportare la democrazia liberale"

      Cio' che cercano di esportare non e' la democrazia liberale, e' il loro devastato modello di vita di cui non riescono nemmeno a concepire che non possa essere il migliore possibile per tutti (ammetterlo comporterebbe un'umiliazione). Quindi, mancano della concezione del relativismo culturale, all'esatto opposto dei padri fondatori che si preoccupavano invece che ogni gruppo di cittadini potesse difendersi persino con le armi e persino dal governo stesso, se lo ritenevano opportuno per mantenere la loro faticosamente raggiunta liberta'.

      In questo senso non sono gli stessi.

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    10. << Cio' che cercano di esportare non e' la democrazia liberale, e' il loro devastato modello di vita >>

      Diciamo, forse, tutte e due le cose.
      Comunque grazie per il chiarimento, che condivido.
      In fondo sono passati più di 2 secoli: l'America di oggi non può essere la stessa delle origini.

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    11. "l'America di oggi non può essere la stessa delle origini"

      L'america, l'europa, la svizzera... come mai abbiamo la sensazione che tutto vada sempre peggio? Eppure oggettivamente non e' cosi', le cose, dal punto di vista materiale, vanno bene, e sempre meglio: c'e' molto meno inquinamento, migliore assistenza sanitaria, i cibi sono ultracontrollati, le strade sono tutte asfaltate e illuminate, le automobili sono comodissime... eccetera eccetera, non mi viene in mente nulla che sia peggio di 20 anni fa, eppure nessuno e' ancora soddisfatto di tale perfezione, anzi ha l'impressione che tutto vada a catafascio.

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    12. C'e' anche immensamente meno violenza privata, nonostante gli allarmi strombazzanti, compensata pero' da un'immensamente maggiore violenza istituzionale (fomentata da quegli allarmi stessi), intesa in senso di condizionamento a vivere e operare entro ristrettissimi binari: quelli del termitaio umano globale "ecologicamente organizzato".

      Credo di esere d'accordo con Illich quando dice, in "energia ed equita' - elogio della bicicletta":

      "Dall'altro canto, le restrizioni ecologiche al consumo energetico globale imposte da pianificatori di mentalità industriale inclini a mantenere la produzione delle industrie a un ipotetico livello massimo non potrebbero che sfociare nell'imposizione d'una gigantesca camicia di forza all'intera società."

      "...identificare il benessere con il conseguimento di un'elevata efficienza nella trasformazione dell'energia ... mettere l'accento su una riattrezzatura dell'apparato industriale nell'interesse del risparmio termodinamico. Questo atteggiamento comporta ingenti investimenti pubblici e un accentuato controllo sociale; giustifica l'avvento di un Leviatano burocratizzato e computerizzato."

      [vero, e' esattamente quello che sta succedendo]

      Secondo le premesse di Illich, l'ecologismo quale lo conosciamo percio' e' un'ideologia di estrema destra politica, di annientamento della coscienziosita' dell'individuo liberamente pensante in un'entita' tribale gerarchicamente superiore, cosa evidente da molti dei commenti ai blog che noi stessi frequentiamo.

      Qualche esame di coscienza dovremmo farlo, prima che sia del tutto troppo tardi.

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    13. E se la nostra libertà nei confronti dell’ambiente si muovesse su un gradiente demografico ?
      Nel senso che, se siamo solo 700 milioni possiamo fare con l’ambiente quello che ci pare, mentre se siamo 7 miliardi non lo possiamo fare più ?

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    14. Forse e' per questo che tutti i tecnocrati continuano a dirci che la crisi va risolta con l'aumento della popolazione, oltre che con l'incremento della complessita' tecnologica (e quest'ultima soluzione la propongono anzi la IMPONGONO legislativamente anche TUTTI i siti pseudoecologisti che citi a destra, che cadono a fagiuolo nella critica di Illich). Cosi' ci costringeranno sempre di piu' ad accettare le loro pseudosoluzioni foriere di ulteriori problemi, ed accettare il loro sempre incrementato potere.

      "Questo atteggiamento comporta ingenti investimenti pubblici e un accentuato controllo sociale; giustifica l'avvento di un Leviatano burocratizzato e computerizzato". Che ripeto e' l'incubo che si sta realizzando gia' da molti anni, senza NESSUN ritorno in termini ambientali, i problemi vengono solo spostati da una parte all'altra.

      Ovvio che se lo chiedi ad un burocrate dell'ambiente non lo riconoscera' mai. L'impossibilita' della triade che citava Pardo (comunismo, intelligenza, buona fede) mi sa che vale anche per l'ecologismo, ed ecco perche' attira tanti esuli da quelle sponde.

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    15. << Forse e' per questo che tutti i tecnocrati continuano a dirci che la crisi va risolta con l'aumento della popolazione >>

      E gli ambientalisti più consapevoli, invece, continuano a dire che va risolta con una riduzione drastica della popolazione.
      Il fatto che sia una cosa terribilmente difficile, non basta ad escludere che sia anche una cosa giusta (forse l'unica).

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  2. Caro Diaz, grazie per l'ampia citazione.
    Ricossa è sempre una lettura piacevole e nelle sue idee e nel suo modo di pensare mi riconosco moltissimo anche io.
    Mi dispiace che Straborghese (che ho letto da ragazzo con grandissimo piacere) non sia di tuo gradimento; ma i gusti sono gusti.

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  3. << Schulamn fa osservare che l’America ha uno dei sistemi politici più stabili nel mondo, e il motivo è che un potenziale Lenin, un potenziale Hitler, saprebbe che sconfiggere o asservire l’esercito e la polizia non gli basterebbe; gli resterebbe da fare i conti con la gente comune capace di resistere armata. >>

    E' una considerazione molto acuta ed interessante, questa, che, devo ammetterlo, non mi era mai venuta in mente.
    Gli americani sono accusati spesso (anche giustamente) di essere dei pistoleri dal grilletto facile, troppo amanti delle armi.
    Ricossa, però, ci aiuta a mettere le cose in una prospettiva più ampia.
    Come dico spesso: ogni "rovescio" ha la sua "medaglia".

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    1. "Ricossa, però, ci aiuta a mettere le cose in una prospettiva più ampia."

      Ricossa riporta solo opinioni consolidate nella tradizione di autogoverno americana.
      Identiche, le trovi in Eric S. Raymond, uno dei vecchi "guru" del software libero: libero per non diventarne schiavi.

      "William Shirer's The Rise and Fall of the Third Reich is one of the most subtly horrific pieces of writing ever uttered. The single most chilling paragraph in a book that does not flinch from describing Nazi atrocities is this one:
      On August 19, 1934, 95% of the Germans who were registered to vote went to the polls and 90% (38 million) of adult German citizens voted to give Adolf Hitler complete and total authority to rule Germany as he saw fit. Only 4.25 million Germans voted against this transfer of power to a totalitarian regime.

      With this vote, the position of Führer as an amalgam of President and Chancellor — the elevation of Adolf Hitler to the status of dictator — was formally and democratically approved by the German people.
      Hitler's program was not a secret; nor were the means he proposed to use. 90% of the people voted for Mein Kampf and the Nuremberg rallies and the repudiation of the Treaty of Versailles and Kristallnacht; the mandate was overwhelming.

      The Founding Fathers of the United States thought they had found a way to successfully head off the degeneration of governments into pathological monstrosities: ensure that the people remain armed, and teach them that it is part of their duty as free citizens to check the arrogance of government — by threat of armed revolt or by actual revolution, if need be. Thomas Jefferson would have asked why the Jews and Gypsies of Germany allowed themselves to be disarmed by Nazi gun-confiscation laws without rising in revolt — and, more pointedly, why the soi-disant civilized nations of the world did not see the confiscation of civilian weapons as a sure harbinger of the Holocaust to come."

      tratto da:
      www.catb.org/esr/writings/anarchist.

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  4. Brano efficace & godibile, anche se ritengo che (come ogni altra contrapposizione "rigida") anche quella tra Borghesia e 'Intellettualità di sinistra' non possa/non debba essere assolutizzata, quantomeno poiché parecchi intellettuali di s. avevano/hanno estrazione tipicamente borghese (alcuni addirittura alto-borghese)...

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  5. << parecchi intellettuali di sin. avevano/hanno estrazione tipicamente borghese (alcuni addirittura alto-borghese) >>

    Beh, certo, caro Claudio.
    Ma come c'erano, dall'altra parte, i famosi "compagni che sbagliano", non potrebbero esserci anche dei "borghesi che sbagliano" ?
    (eh, eh, eh...)

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    1. Pero' pero', non dimentichiamo che il borghese e' colui che ha fatto assurgere il lavoro a valore in se' a prescindere dal suo prodotto, che ha trasformato il tempo in una merce e pure scarsa, che ha costruito l'intera societa' sul mito truffaldino della infinita perfettibilita' e dello sviluppo senza freni, nascondendo i costi dell'implicita infinita insoddisfazione per il gia' esistente.

      Capisco la voglia di "epater le bourgeoise", ma un'ode alla borghesia che non suoni ironica onestamente mi pare molto difficile da sostenere.

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  6. << il borghese e' colui che (...) che ha costruito l'intera societa' sul mito truffaldino della infinita perfettibilita' e dello sviluppo senza freni, nascondendo i costi dell'implicita infinita insoddisfazione per il gia' esistente. >>

    Beh, ma il progresso materiale passava inevitabilmente da lì.
    Certo, oggi la tranquilla contemplazione del benessere raggiunto può essere preferibile all' "infinita insoddisfazione" del preesistente.
    Ma al benessere ci hanno portato loro.
    Possiamo accusarli di scarsa lungimiranza ecologica, ma non certo di inconcludenza.

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    1. "Ma al benessere ci hanno portato loro."

      Ma dove lo vedi il benessere? La gente e' scontentissima, e non esiste un "benessere oggettivo".
      L'infinita insoddisfazione e' del presente, non del preesistente, da cui il "progresso", nel tentativo, tantalico, intrinsecamente votato alla frustrazione, di superamento del malessere.
      Il benessere oggettivo del presente e' vissuto come malessere soggettivo immanente.
      E poiche' il concetto di bene/male-essere non e' mai oggettivo, ma puo' essere solo soggettivo, cio' che e' stato davvero raggiunto dalla borghesia e' un malessere intrinseco ed ineliminabile, motore infinito di progresso al prezzo di non raggiungere mai alcuna meta soddisfacente.
      Bel risultato!
      In questo senso il discorso di Ricossa, che infatti nell'ultimo periodo della sua vita e' trasbordato ad un piu' realistico scetticismo cosmico-economico, non vale una cicca.
      Comunque vi giro in privato "la fine dell'economia", che ho scansito oggi, con cui, allo stesso modo di Straborghese, non sono piu' molto d'accordo. Sono quelle idee che sembrano buone solo finche' non trovano un adeguato contraddittorio nell'inquadramento storico. Sono idee che sembrano buone e giuste solo agli adoratori dell'unico libro.

      Ricossa, con la sua particolare capacita' di comprendere la ricorsivita' del paradosso, credo che sarebbe d'accordo.

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    2. << Il benessere oggettivo del presente e' vissuto come malessere soggettivo immanente. >>

      Su questo non posso darti torto.
      I borghesi però non si sono inventati niente.
      Sono solo andati dove li portava... non il cuore, ma il mio piccolo amico G.E., che ha fatto dell'insoddisfazione la sua arma migliore.

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