sabato 4 aprile 2015

Piacer figlio d'affanno

LUMEN – E’ con grande piacere, ed oserei dire con sincera commozione, che posso presentarvi oggi uno dei più grandi poeti, letterati e filosofi italiani di tutti i tempi, il conte Giacomo Leopardi.
LEOPARDI – Grazie per le belle parole. Ma lasciate perdere il “conte”, vi prego. Ho abbastanza in uggia queste vuote formalità.

LUMEN – Vi capisco, signor Leopardi. 
LEOPARDI – Anzi chiamatemi pure Giacomo. In fondo siamo tutti fratelli di fronte ai colpi e alle ingiurie della natura matrigna.
 
LUMEN – E voi lo potete ben dire.
LEOPARDI – Pur troppo.
 
LUMEN - Come vi sentite, oggi, Giacomo ?
LEOPARDI – Abbastanza bene grazie.
 
LUMEN – Ne ho piacere. Vedo che anche il tempo si è rimesso in bello.
LEOPARDI - Passata è la tempesta: odo augelli far festa, e la gallina, tornata in su la via, che ripete il suo verso. Ecco il sereno rompe là da ponente, alla montagna; sgombrasi la campagna, e chiaro nella valle il fiume appare.
 
LUMEN – Sono immagini molto belle. Complimenti.
LEOPARDI – Ogni cor si rallegra, in ogni lato risorge il rumorio, torna il lavoro usato. L'artigiano a mirar l'umido cielo, con l'opra in man, cantando, fassi in su l'uscio; a prova vien fuor la femminetta a còglier l'acqua della novella piova; e l'erbaiuol rinnova di sentiero in sentiero il grido giornaliero.
 
LUMEN – E questi scorci di vita campagnola sono vivissimi.
LEOPARDI – Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride per li poggi e le ville. Apre i balconi, apre terrazzi e logge la famiglia.
 
LUMEN – Per “famiglia” intendete, ovviamente, la servitù del vostro palazzo.
LEOPARDI – I famigli, certo. E, dalla via corrente, odi lontano tintinnio di sonagli; il carro stride del passegger che il suo cammin ripiglia.
 
LUMEN – In effetti, con le strade dell’epoca, una forte pioggia era un disastro.
LEOPARDI – Non me lo dite. Si rallegra ogni core. Sì dolce, sì gradita quand'è, com'or, la vita? Quando con tanto amore l'uomo a' suoi studi intende? O torna all'opre? O cosa nova imprende? Quando de' mali suoi men si ricorda?
 
LUMEN – Come avete ragione !
LEOPARDI - Piacer figlio d'affanno; gioia vana, ch'è frutto del passato timore, onde si scosse e paventò la morte chi la vita aborria.
 
LUMEN – E chi è che aborrisce la vita ?
LEOPARDI – Oh, vi sono molte persone così. Io stesso sono tra quelle.
 
LUMEN – Me ne dispiace.
LEOPARDI - Onde in lungo tormento, fredde, tacite, smorte, sudàrono le genti e palpitàrono, vedendo mossi alle nostre offese folgori, nembi e vento.

LUMEN – Le forze della natura possono essere terribili.
LEOPARDI - O natura cortese, son questi i doni tuoi. Questi i diletti sono che tu porgi ai mortali. Uscir di pena è diletto fra noi. Pene tu spargi a larga mano; il duolo spontaneo sorge.
 
LUMEN – E’ una visione un po’ triste, la vostra; ma non avete torto.
LEOPARDI - E di piacer, quel tanto che per mostro e miracolo talvolta nasce d'affanno, è gran guadagno.
 
LUMEN – Ma per fortuna un poco ne abbiamo.
LEOPARDI – Umana Prole, cara agli eterni ! Assai felice se respirar ti lice d'alcun dolor: beata se te d'ogni dolor morte risana.
 
LUMEN – Beh, certo la morte fa cessare ogni dolore. Ma è anche la fine di tutto.
LEOPARDI – Lo so. Ma, come già dissi altrove: a me la vita è male.
 
LUMEN – Beh, ognuno di noi approccia la vita come può.
LEOPARDI - E come la sorte gli consente.
 
LUMEN – Ma non esiste un qualche luogo speciale nel quale vi sentiate se non felice, almeno sereno, tranquillo ?
LEOPARDI – Sì, esiste. Si tratta di un alto colle, che sorge nei pressi del mio natio borgo selvaggio, e che mi è grandemente caro.
 
LUMEN – Volete parlarne un poco ?
LEOPARDI - Sempre caro mi fu quest'ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
 
LUMEN – Si tratta, se non sbaglio, del monte Tabor.
LEOPARDI - Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete, io nel pensier mi fingo, ove per poco Il cor non si spaura.
 
LUMEN – “Mi fingo” nel senso di “mi immagino”, ovviamente.
LEOPARDI - E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando. E mi sovvien l'eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei.
 
LUMEN – Il silenzio dell’eternità.
LEOPARDI - Così tra questa immensità s'annega il pensier mio: e il naufragar m'è dolce in questo mare.
 
LUMEN – Che bella immagine. Grazie per essere venuto, Giacomo, e buon ritorno a Recanati.
LEOPARDI – Grazie a voi.

2 commenti:

  1. È incredibile: sei riuscito non volendo (vistai la tua ammirazione per Giacomo) a fare una parodia di Leopardi. Ti confesso che questo Leopardi "sputaversi" ad ogni tua osservazione mi ha fatto molto ridere! Non credo fosse tua intenzione divertirci alle spalle di Leopardi!

    Leopardi al titolo di conte ci teneva benché fosse un autentico democratico. Sai, a volte i titoli fanno comodo, tengono alla larga gli scocciatori o incutono un po' di rispetto.

    Direi poi che tu non sei di spirito leopardiano visto che alla pelle ci tieni, che la vita ti piace. Ma il bello è che ci teneva anche Leopardi come rivela Ranieri: "Leopardi invocava sempre la morte ma se ne teneva alla larga, come odiava pure la campagna benché le sue poesie inducano a credere il contrario."
    Croce criticava aspramente il sarcasmo di Leopardi. In effetti il sarcasmo è corrosivo, vuole far male (anche se talvolta ci vuole per "debellare superbos").

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  2. No, no, caro Sergio, lungi da me l'idea di fare la parodia del grande Leopardi.
    L'ho fatto per altri autori (per esempio per il Manzoni), ma per lui proprio no: non era mia intenzione !

    Diciamo allora che era una sorta di esperimento, a quanto pare non molto riuscito.
    Spero che il Conte Giacomo, se mi legge dalla tomba, non si rivolti per causa mia....

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