sabato 11 aprile 2015

Il Mercante in Fiera

Il post di oggi è dedicato nuovamente all’economista Alberto Bagnai, che, nelle vesti inconsuete di “storico”,  ci parlerà del c.d. “mercantilismo” europeo e dei danni profondi che questa ideologia (che ha sostanzialmente dominato la storia degli ultimi secoli) avrebbe portato nel mondo.

Si tratta di affermazioni un po’ forti (come è nella natura del personaggio) e  che, in alcuni punti, non mi sento di condividere. Ma che fanno senz’altro riflettere.
LUMEN


<< [Un tempo] non riuscivo a capire come gli europei, persone "come noi", avessero potuto portare le armi gli uni contro gli altri, e arrivare addirittura a pianificare lo sterminio di un popolo (…). Sì, la guerra c'era (il Vietnam, ad esempio), c'erano anche i genocidi (in Ruanda, ad esempio), ma era una cosa che comunque riguardava gli altri: pelle scura, occhi a mandorla, ecc. (…)

Non sto dicendo soltanto che non condividevo (è ovvio) i massacri che hanno macchiato la nostra storia, che non li giustificavo (è ovvissimo!): sto dicendo che non li capivo proprio, come non capisco in base a quale logica le formiche costruiscano i loro formicai, o gli storni si aggreghino nei loro stormi, così elastici e imprevedibili. Queste violenze mi sembravano ancora possibili, forse, in persone che percepivo come culturalmente e in qualche modo anche storicamente molto distanti da me, perché in diverse fasi dello sviluppo economico e sociale, se pure cronologicamente contemporanee.

Ora invece capisco come sia potuto succedere, qui e a noi, e come potrebbe succedere nuovamente, e lo capisco perché lo vedo sotto i miei occhi: la cieca, pervicace volontà delle élite europee di proseguire sulla loro strada di esasperazione delle disuguaglianze e degli squilibri fra i nostri paesi, di ottusa e suicida difesa degli interessi particolari di pochi, e il supporto che a questa strategia autodistruttiva viene fornito da una stampa indegna, menzognera più per conformismo che per tornaconto, piaga purulenta sul corpo martoriato della nostra democrazia, mi fanno disperare che si possa trovare una soluzione democratica ai problemi nei quali siamo invischiati. (…)

Avete mai dato un'occhiata alla lista dei genocidi ? Si divide in due: prima e dopo il 1490. Convenzione storica, s'intende. O no? (…)
Nella definizione di genocidio data da Gregory Stanton apprendo che il primo degli otto stadi di un genocidio è la divisione in "noi" e "loro". Non è un'enorme intuizione, ma senz'altro aiuta a mettere le cose in prospettiva. Ora, molto schematicamente, nelle relazioni economiche fra gruppi di uomini (li vogliamo chiamare nazioni? Popoli? Fate voi, non sono un esperto...) c'è un momento piuttosto preciso nel quale sorge il "noi contro loro", ed è quando qualcuno decide che gli altri sono il suo mercato di sbocco, i suoi clienti.

Intendiamoci: non sto dicendo che il barista sotto casa, o il ferramenta vicino, siano dei potenziali genocidi in quanto venditori di caffè o di trapani, ovviamente non è questo il problema. Sto dicendo una cosa diversa: che un approccio mercantilista alla politica (economica) fatalmente conduce a (e forse è originato da) una distinzione fra la razza eletta dei venditori, e quella inferiore degli acquirenti.

Provate a leggere così la storia dell'Eurozona. E provate a leggere così la storia del mercantilismo europeo. Quanti genocidi sono stati commessi, da quando abbiamo cominciato ad andare in giro per il mondo a cercare mercati di sbocco, e, naturalmente, materie prime? Molti. (…)
I conquistadores, che a quel tempo si sentivano gli eletti, oggi sono i porci, i PIGS: sono cambiati i suonatori, certamente, ma quanto è cambiata la musica? (…) Cortés non era Hitler, mi sembra sufficientemente ovvio. Eppure ancora oggi la gente in giro per il mondo muore in conseguenza di tre o quattro secoli di mercantilismo europeo, che hanno lasciato i loro segni sul mappamondo.

Avete presente quegli stati i cui confini son tirati col righello? Ecco, sto parlando proprio di questo: se ci fate caso, in sette casi su dieci lì la gente si sta ammazzando ancora oggi, e di quelli che c'erano molti non si ammazzano più perché non possono farlo, li abbiamo "eradicati" noi... Cosa voglio dire con questo? Una cosa molto semplice: (…) il problema non è la Grecia, è la Germania. (…).

Ma non credo che, a chi ha letto Machiavelli, [questo] dica moltissimo: il problema è già esposto tutto lì. Il mercantilismo, quello che uno ha definito "la politica del mangiare solo una patata per vendere le altre tre al mercato", vi è chiaramente descritto sia nella sua meccanica economica (l'accumulazione di capitale finanziario) sia nella sua logica politica (la Wille zur Macht [volontà di potenza] c'era già tutta, se non si chiudono gli occhi).

Storicamente il mercantilismo è fortemente correlato allo sterminio. Certo, non quello organizzato, banalmente malvagio, dei nazisti: forme più artigianali, diciamo così. Nessuno vuole fare paragoni azzardati, certo non io. Constato invece con grande amarezza che tutti continuano a classificare i morti secondo categorie calcistiche: serie A, serie B, serie C, e questa ovviamente è la strada maestra verso la ripetizione di esperienze sgradevoli...
Ma torniamo al punto. Mi sembra di star dicendo una cosa non particolarmente astrusa (e, come al solito, non particolarmente originale): è incontestabile che chi imposta la propria politica economica secondo rapporti di forza, cioè non secondo reciprocità, imbocca una strada che fatalmente conduce alla violenza.

E questo tipo di approccio, lo sappiamo, non possiamo, non dobbiamo negarcelo, il popolo tedesco, che ci ha regalato tanto lo ha interiorizzato e praticato da secoli. Non è l'unico a praticarlo al mondo, beninteso, ma che in Europa ne sia il più fervente seguace è cosa consegnata alla letteratura scientifica: (…) ad esempio, ci hanno documentato come in Germania cinque secoli dopo Machiavelli la politica dei redditi fosse e sia indirizzata allo stesso stessissimo identico medesimo scopo: comprimere i salari (vivere come poveri) per espandere le esportazioni (accumulare "danari da chi vuole delle loro robe").

Ora, cercate di capire il mio sconcerto e il mio imbarazzo nel dirvi queste cose. Io sono quello che per primo ha visto chiaramente come la via di fuga delle élite periferiche (…), sarebbe stata quella di ricondurre il conflitto europeo fra capitale e lavoro (del quale l'euro è stato un elemento) a un: "tutta colpa della Germania se l'euro non ha funzionato"!
Lo state vedendo, anche in questi giorni. I nuovi nazisti, gli europeisti, sono quelli che fomentano l'odio antitedesco pur di salvare la loro svastica, l'euro (…). Attenzione, però. Se dobbiamo combattere chi banalizza il "fallimento" di un progetto che ha motivazioni complesse e finalità in parte raggiunte (come l'euro), riducendolo a un mero "tutta colpa dei crucchi cattivi" (…), d'altra parte dobbiamo riconoscere che la Germania è un serio problema per l'Europa.

Ve la dico con una frase a effetto, poi ci ragioniamo. L'ideologia dei popoli che "vivono come poveri", per dirla con Machiavelli, cioè che hanno fatto e fanno del godersi la vita un atto biasimevole, riprovevole (perché è per mera logica macroeconomica ostativo al "vendere agli altri" le famose tre patate), è “in re ipsa” una ideologia di morte, un'ideologia distruttiva, e prima ancora autodistruttiva.
Noi abbiamo compassione dei popoli tedeschi, presso i quali la disuguaglianza è aumentata, più che da noi, e presso i quali la povertà dilaga (e i nostri giornali ogni tanto se ne ricordano). Ma ne abbiamo anche paura, e direi che abbiamo fondati motivi per averne. Credo che sarebbe semplicistico e suicida non vedere il collegamento fra certi atteggiamenti stratificatisi nei secoli, e certi esiti letali.

Cosa voglio dire con questo? Ma sempre la solita cosa: che uscire dall'euro ovviamente non risolverà tutti i problemi. Uno dei problemi residui sarà, purtroppo, quello della Germania: una nazione così scomoda, che chiunque ne parli affrontando il problema in termini razionali è costretto ad ammettere che i suoi vicini hanno necessità di dotarsi di armi difensive nei suoi riguardi. (…)  Questo è il principale problema culturale che il progetto di "unione politica europea" si trova davanti, ed è un ostacolo insormontabile, ed è un problema da gestire e da non ignorare.

Portata alle estreme conseguenze (…) la politica mercantilista è, oggettivamente e nei fatti, una politica di sterminio, per il semplice fatto che essa traduce in pratica il delirio asimmetrico di élite che individuano negli altri popoli un mezzo, anziché individuare nel proprio popolo un fine: tale è stata storicamente, tale si presenta oggi ai nostri occhi. La divisione in "noi" e "loro" nasce da lì, e sono certo che più di un vero storico avrà usato questa chiave interpretativa (…).

Come si gestisce questo problema, come si gestisce, quindi, qui in Europa, il problema tedesco? (…) L'evoluzione verso un sistema monetario internazionale (…) tale da scoraggiare automaticamente le politiche di surplus estero strutturale, è senz'altro il first best; il second best è tornare alla flessibilità del cambio, come strumento che costringa i tedeschi a godersi i meritati frutti del proprio lavoro, a non "vivere come poveri", a riequilibrare il loro modello politico e culturale sullo sviluppo della domanda interna. (…)

C'è una insanabile incoerenza logica nell'affidare a una nazione mercantilista la gestione di un mercato comune: una nazione che vuole solo vendere, e mai comprare, non potrà mai gestire in modo equilibrato e razionale un'area di libero scambio. Di questa palese incoerenza logica stiamo morendo. Molti discorsi apparentemente "astratti" hanno ricadute drammaticamente concrete (…).
Siamo noi che dobbiamo fraternamente insegnare ai nostri amici tedeschi le virtù dell'equilibrio dei conti esteri, ma per riuscirci, per essere veramente convincenti, prima dobbiamo capirlo noi, dobbiamo apprendere questa semplice lezione della storia: il mercantilismo porta allo sterminio. >>

ALBERTO BAGNAI

35 commenti:

  1. Bagnai non vorrebbe che gli altri facciano alle cose cio' che lui fa alle persone. E' insegnante, di quelli che passano la vita a porre in corrispondenza biunivoca esseri umani a numeri interi ordinati, cioe' secondo una scala di valore ufficializzata, che non ha assolutamente niente, ben peggio del mercantilismo, della reciprocita', se non nel senso che serve a stilare una classifica, dal primo all'ultimo.

    Questo per dire che quella che lui considera un'aberrazione economica (la sua materia), in realta' permea profondamente ogni aspetto delle nostre vite: l'attribuzione del valore in una scala ascendente-discendente, assieme alla ricerca dei rapporti di causalita', e' il fondamento del nostro essere al mondo, siamo noi.

    La soppressione di queste insorgenze finirebbe nell'atarassia e nel nichilismo, per questo tutte le volte che viene tentata riemerge sotto altre spoglie, che richiedono altri lustri per essere ri-conosciute.

    Per quanto riguarda l'euro e il mercato comune, e' stato congegnato APPOSTA per mettere gli Stati in concorrenza fra di loro: si sperava che cio' servisse a proteggere i cittadini dal loro stesso Stato, permettendo a loro e ai loro beni di spostarsi facilmente in un altro piu' amichevole, che infatti e' cio' che sta succedendo, con la conseguenza che gli Stati piu' scalcagnati (e ladri...) stanno distruggendo quei loro cittadini che non sono in grado di spostarsi altrove, i quali inoltre, sempre piu' vessati, si trovano in sempre minore capacita' di soddisfare le pretese fameliche del loro Stato.

    Il problema semmai e' che esistono (almeno) due modelli possibili per l'europa unita, la svizzera e l'italia, e attualmente il modello perseguito e' quello dell'unita' d'italia, burocratico, accentratore, verticistico, impositivo, spoliatore e violento.

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  2. Ho letto con un certo interesse, ma anche meraviglia e forse un po' di sconcerto le riflessioni di Bagnai. So, sappiamo che Bagnai era (e forse è ancora in qualche modo) "di sinistra". E questo articolo mi sembra farebbe difatti un figurone nel "Manifesto". Mentre leggevo - e dubitavo che avrei capito il senso del discorso "adesso" - mi dicevo che a questo sarebbe sicuramente seguito un altro articolo in cui - finalmente - avrei capito che cosa voglia, dove voglia andare a parare Bagnai. Di cui so che un acerrimo nemico dell'euro di cui ha già decretato la fine (ma Draghi & C. dicono che l'euro è irreversibile come l'UE). L'euro e la libera circolazione, nonché l'immigrazione selvaggia, dovevano (o avrebbero dovuto) facilitare il passaggio all'integrazione europea, agli Stati Uniti d'Europa. Si è in un certo senso cominciata a costruire la casa dal tetto. La moneta unica e la libera circolazione (che significa molto concretamente la cancellazione dei confini degli Stati nazionali, ergo degli Stati stessi) avrebbero dovuto casomai essere la conclusione del processo integrativo. Ma si è pensato di dare appunto un'accelerata al processo e adesso i paesi europei si guardano in cagnesco attribuendo alla Germania se non la colpa esclusiva (come si potrebbe?) almeno le maggiori colpe dei guai attuali.
    Apprendo dall'articolo di Bagnai (non lo sapevo) che i Tedeschi tirano la cinghia per esportare di più (so invece che i salari tedeschi sono molto inferiori a quelli svizzeri, non per niente le nostre cliniche hanno oltre un terzo del personale medico tedesco). Bagnai invece consiglierebbe ai poveri tedeschi di godersi un po' di più la vita esportando di meno. Più consumi interni e meno esportazioni. Sarà. Ma il fatto è che tutti, assolutamente tutti, vogliono esportare il più possibile, non solo la Germania. Persino la Grecia, che non ha industria, dovrebbe esportare di più per pagare i debiti e rimettersi in carreggiata. Ma anche uno dei paesi più ricchi del mondo, la Svizzera, piange perché la rivalutazione del franco frena l'export e ciò significa perdita di posti di lavoro, dunque aumento della disoccupazione (attualmente al 3%), diminuzione del tasso di crescita economica: insomma, un disastro, anche sindacalisti e sinistra svizzera lanciano l'allarme, esigono interventi governativi o della Banca nazionale svizzera (indipendente dal governo) per ... indebolire il franco (aumenta l'export, diminuisce un po' l'import).
    La domanda a Bagnai è dunque: che fare allora? Gradirebbe essere un po' più concreto. Se il mercantilismo è il padre di tanti genocidi dal 1492 che ci vogliamo mettere al suo posto? Lo scambio fraterno o egualitario? Meno export e più consumi interni (come sembra voler fare la Cina)?

    In Svizzera esiste un sistema di compensazione fra i vari cantoni (sinonimo di Stati da noi - i singoli cantoni erano infatti staterelli assolutamente indipendenti con una propria moneta fino alla fondazione della Confederazione nel 1848). I cantoni più ricchi versano contributi ai cantoni meno ricchi: è la cosiddetta "perequazione finanziaria". Ora i quattro o cinque cantoni creditori si sono un po' scocciati e hanno chiesto una riduzione della perequazione, ma gli altri cantoni - in netta maggioranza - hanno risposto: un corno! Barbara Spinelli sogna di una socializzazione europea del debito: avremmo così una perequazione finanziaria a livello europeo. Se non è comunismo (o socialismo) poco ci manca. Insomma una Cassa del Mezzogiorno anche per l'UE?

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    1. << Se il mercantilismo è il padre di tanti genocidi dal 1492 che ci vogliamo mettere al suo posto? >>

      Ottima domanda, caro Sergio, alla quale è difficile dare risposte sensate, senza cadere nelle solite utopie che la storia si è già incaricata di spazzare via.

      Vorrei inoltre sottolineare che genocidi, violenze ed aggressioni NON sono certo nate con l'era moderna, ma fanno parte - ahimè - del corredo storico della nostra specie sin dai tempi più remoti.

      La c.d. pseudo-speciazione, cioè la distinzione antropologica tra NOI (veri umani) e LORO (esseri inferiori), ha origini genetiche, non certo economiche.

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    2. "La c.d. pseudo-speciazione, cioè la distinzione antropologica tra NOI (veri umani) e LORO (esseri inferiori), ha origini genetiche, non certo economiche."

      Per questo credo sia sufficiente la reciproca incomprensibilita' linguistica: e' piu' facile percepire come appartenente al proprio gruppo sociale uno ad esempio dal colore della pelle completamente diverso ma che parli lo stesso dialetto, che un fratello gemello che parli una lingua diversa: uno che parla una lingua diversa e' come se non parlasse alcuna lingua, alle orecchie dell'ascoltatore, cioe' e' come se fosse un'idiota, appunto un essere inferiore.

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    3. Verissimo. Una volta sentii un giocatore della Juve di colore parlare un ottimo italiano e provai istintivamente per lui simpatia (al contrario di certi brasiliani che anche dopo dieci anni parlano un italiano approssimativo). Quel nero della Juve forse era particolarmente dotato o forse si era impegnato ad imparare l'italiano, ad assimilare il nostro modo di comunicare. La lingua è davvero importante, più importante della geografia, della nazionalità. Io uso dire che "la patria è il posto in cui si parla la tua lingua". Niente di peggio che non riuscire a comprendersi all'estero.
      Non direi però chi non comprende sia percepito come idiota o essere inferiore: c'è semplicemente una barriera insuperabile. I Greci sicuramente provavano un certo disprezzo per i "barbari" (= balbuzienti).
      Ma si arriva poi inevitabilmente alla distinzione che sembra insita nella nostra natura tra "noi" e "loro". Oggi l'argomento che domina il discorso nell'UE è il razzismo, la xenofobia, la discriminazione - che vogliono eliminare per legge! I Romani erano xenofobi, Cleopatra non li entusiasmò ...
      Io e tu, noi e loro. La cultura, l'educazione, gli scambi smussano tante asperità, appiattiscono le differenze. Ma è davvero un bene? Certo oggi ci sono armi spaventose che inducono a miti consigli (ma non sembrano spaventare l'IS - forse perché che l'atomica è inservibile come deterrente, non si può lanciare).

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    4. Errata corrige

      ".... forse perché sa o sente che l'atomica è inservibile ..."

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    5. "I Greci sicuramente provavano un certo disprezzo per i "barbari" (= balbuzienti)."

      era proprio cio' che sottintendevo, e a cui cercavo di dare spiegazione

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    6. Nel campo della separazione tra NOI e LORO, però, occorre fare una netta distinzione tra l'approccio difensivo e quello offensivo.
      Voglio dire che se NOI ci limitiamo a respingere LORO per salvaguardare la nostra cultura e il nostro territorio, la cosa può essere del tutto accettabile.
      E' invece una cosa completamente diversa (ed assolutamente condannabile) andare NOI da LORO per asservirli, depredarli o genocidarli, in quanto percepiti come "altri".

      La confusione che alberga sotto il concetto di xenofobia, infatti, mi sembra notevole e pericolosa.

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    7. Guarda gia' molti anni fa, poco dopo la notizia della crescita della CO2 in atmosfera e l'allarme isterico che si cominciava a diffondere, ci chiedevamo in alcune discussioni quanto tempo sarebbe trascorso prima che l'ecologia e l'ambiente diventassero il pretesto per l'intromissione degli affari nazionali altrui e l'aggressione economica, inizialmente nella semplice forma di imposizioni e sanzioni.
      La storia della CO2 si presta tanto perfettamente che sembra quasi inventata apposta. Se tu inquini, fosse anche immettendo un gas che e' nutrimento per le piante in atmosfera, danneggi anche me, e quindi ho diritto di impedirtelo con la forza.
      Intromissione che peraltro gia' si verifica per adesso in modo molto pesante nelle normative nazionali, quelle entro i confini del leviatano statuale.

      L'ossessione per la sicurezza e i "diritti" sta davvero diventando il migliore pretesto per l'instaurazione della societa' totalitaria e orwelliana. Ci sono poche cose che degradano l'uomo come la paura.

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  3. C'e' un'ottima spiegazione delle posizioni di Bagnai qui, se non ricordo male (ho letto TUTTO il suo blog e visto moltissimi video):
    https://www.youtube.com/watch?v=oM4AFFx1WS4

    Bagnai e' un economista keynesiano: tenete presente che la teoria macroeconomica keynesiana e' quella con cui vengono stilati i bilanci degli stati moderni: ad esempio, in virtu' di detta teoria, TUTTA la spesa pubblica, utile o inutile, viene conteggiata come PIL, per cui se diminuisce la spesa pubblica ovvio che diminuisce pure il pil, e quindi devono aumentare le tasse per mantenere costante il rapporto debito/pil (il che spinge la spesa pubblica a inglobare pian pianino TUTTA l'economia, il che e' sperimentalmente verificabile)

    "I cantoni più ricchi versano contributi ai cantoni meno ricchi: è la cosiddetta "perequazione finanziaria". Ora i quattro o cinque cantoni creditori si sono un po' scocciati e hanno chiesto una riduzione della perequazione, ma gli altri cantoni - in netta maggioranza - hanno risposto: un corno!"

    Il problema e' che con la crisi non solo non e' stata fatta la perequazione, ma e' stato fatto esattamente il contrario: i paesi in difficolta' e indebitati sono stati gravati di aumenti del tasso di interesse e del costo del denaro spaventosi (la grecia era arrivata al 25 (venticinque) per cento contro l'1 (uno) della germania).

    Noi ci siamo ritrovati con Monti a imporre tasse distruttive per ripagare l'aumento degli interessi al 7 (sette) per cento dal 2 che era.

    Pazienza l'assenza di perequazioni, ma evidentemente ai piani alti della BCE hanno gestito la crisi in modo irresponsabile e distruttivo, cosi' rischiando di farci tornare al 1914. E Bagnai e compagnia secondo me pur affermando il contrario stanno dando una mano.

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    1. Tale dissennata politica dei tassi ha evidentemente ha messo il sistema in risonanza distruttiva, che sta bene va sempre meglio, chi e' in crisi muore.

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    2. Per quanto riguarda la tua domnda specifica a Bagnai comunque, il punto e' che Bagnai sostiene che non e' possibile avere una moneta unica, invece di un paniere di monete che si adattano automaticamente una rispetto all'altra in modo da bilanciare gli scambi commerciali, se c'e' un paese, quello gia' industrialmente piu' forte, che vuole schiacciare gli altri forte della sua maggiore efficienza aumentandola ancora di piu' mentre gli altri sono impossibilitati a farlo per la loro debolezza. Su questo non ha tutti i torti, se non fosse che il motivo degli attuali enormi squilibri e' dovuto (anche) a quanto detto sopra.

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    3. "se c'e' un paese, quello gia' industrialmente piu' forte, che vuole schiacciare gli altri forte della sua maggiore efficienza aumentandola ancora di più ..."

      Ma io non penso, non credo che la Germania voglia schiacciare gli altri, fa il gioco che fanno tutti ma con maggiore efficienza, anche perché i tedeschi sono bravi, formiche (dice Bagnai) e vogliono come tutti guadagnare ancora di più (da formiche pensano forse ai tempi grami?). Comunque è chiaro che in questo gioco al massacro ci rimettono tutti, alla fine la stessa Germania che il rimborso dei prestiti alla Grecia se lo può sognare (ma è molto esposta anche l'Italia che è fra parentesi - incredibile - uno dei pochi creditori dell'UE, con Germania, Olanda, Gran Bretagna).
      Il sogno di benessere e consumi è ormai universale. Tutti vogliono di più di quello che già hanno, che molto, troppo spesso è poco, troppo poco. Una certa crescita non si può loro negare. Bisognerà vedere se è possibile raggiungere lo standard europeo o americano per 8-10 miliardi di persone. Non so se è vero, ma si dice che se tutti ambissero il nostro livello di vita (anche solo europeo, non americano) ci vorrebbero vari pianeti (tre o quattro). Non so come facciano i calcoli, ma visto che sono gli stessi governanti a ripetere questi discorsi non saranno completamente sballati. Però gli stessi governanti incitano poi alla crescita.

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    4. "la Germania voglia schiacciare gli altri"

      La Germania forse no, ma qualsiasi attore di mercato che agisca in concorrenza cerca di vincere le gare e aggiudicarsi le commesse, e far si' che i suoi prodotti siano scelti sullo scaffale, a spese dei suoi concorenti, e' normale, e l'effetto complessivo e' che il sistema-paese che funziona meglio e mette i suoi cittadini nelle condizioni migliori per vincere le gare contro quelli degli altri paesi perche' magari vessano di piu' di tasse e normative assurde la loro cittadinanza, alla fine si comporta come se volesse schiacciare gli altri, anche se non lo vuole esplicitamente: diciamo che cosi' viene percepito dai cittadini dei paesi tartassatori, specialmente se incitati da abilissimi affabulatori come Bagnai...

      "Tutti vogliono di più di quello che già hanno, che molto, troppo spesso è poco, troppo poco."

      Pero' la situazione nei nostri paesi e' che c'e' troppo di tutto: troppe case, troppe automobili, troppo cibo, troppi uomini, tanto che l'apparato normativo e legislativo e fiscale non sa piu' cosa inventarsi per costringere i cittadini a consumare sempre di piu', di modo da tenere in attivita' il sistema produttivo e dei prelievi fiscali.

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    5. "alla fine si comporta come se volesse schiacciare gli altri"

      infatti Bagnai incita esplicitamente la Germania ad essere meno efficiente, a sprecare di piu', in modo da porsi alla pari con i suoi concorrenti, e lo fa, immagino per amore di paradosso, con aria di superiorita' razziale:
      "L'ideologia dei popoli che "vivono come poveri", per dirla con Machiavelli, cioè che hanno fatto e fanno del godersi la vita un atto biasimevole, riprovevole (perché è per mera logica macroeconomica ostativo al "vendere agli altri" le famose tre patate), è “in re ipsa” una ideologia di morte, un'ideologia distruttiva, e prima ancora autodistruttiva. Noi abbiamo compassione dei popoli tedeschi, presso i quali la disuguaglianza è aumentata, più che da noi, e presso i quali la povertà dilaga..."

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    6. In ogni caso il punto di fondo e' che essere bravi, primi in qualcosa implica la presenza, l'esistenza, o addirittura la creazione implicita, di altri che sono meno bravi o ultimi, c'e' poco da fare.
      Cosi come il bene definisce il male, il primo definisce l'ultimo.
      Questo e' un problema di cui si rende conto qualsiasi essere umano che viva in societa', ed e' un tipico problema di ricorsione.
      Trovare il punto di equilibrio, di una tensione accettabile e non troppo distruttiva e, nel caso di esseri senzienti, non troppo sgradevole e foriera di conflitti distruttivi ben oltre il vantaggio di essere stati primi, e' difficile.

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    7. "Pero' la situazione nei nostri paesi e' che c'e' troppo di tutto."

      In effetti. Le studiano tutte per invogliarti ad acquistare cose di cui non hai davvero bisogno, per es. cambiare la macchina ogni due anni (così ci hai sempre la macchina nuova e niente rogne), ma il piacere di avere sempre una macchina nuova non è gratis, qualcosa di costa. E poi vestiti, scarpe, camicie, cravatte, smartphone (se non hai l'ultimo modello non vai coi tempi). Non dico che tutti abbiano già tutto, anzi troppo, però la saturazione c'è. È un'eterna rincorsa che invece di soddisfare frustra (ti trovi meno soldi in cassa, il prodotto è già obsoleto all'acquisto).
      Il problema della crescita in Europa occidentale potrebbe essere proprio che ci sono pochi imprenditori, che ben pochi hanno voglia di lanciarsi in imprese precarie. Le banche continuano a non elargire il credito con generosità, ma a chi devono elargirlo? Abbiamo già tutto o quasi quel che serve e anche il superfluo.

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    8. Ed e' vero che quelli cresciuti in contesti microsociali particolarmente spietati, arrivistici e meritocratici, faticano a capirlo quando si relazionano ad altri.
      Einstein o qualche altro fisico-filosofo, forse Russell, alla fine del conflitto, da qualche parte che non ricordo diceva che il problema del popolo tedesco e' nell'avere una scuola troppo severa e spietata. Chi cresce in tale contesto lo riprodurra' da adulto nei rapporti con gli altri, e' normale, e' il principio del "nonnismo" che chiunque abbia fatto il soldato sa in cosa consista e quanto sia connaturato all'animalita' della nostra specie. La dottrina protestante-calvinista, con l'aggiunta della benedizione della grazia divina implicita sul vincente a prescindere da come sia arrivato alla vittoria, fa il resto.

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    9. "Le studiano tutte per invogliarti ad acquistare cose di cui non hai davvero bisogno, per es. cambiare la macchina"

      Non per invogliarti, per costringerti!
      Le normative sempre piu' restrittive riguardo automobili e abitazioni ti costringono con la forza della legge a spese superiori all'acquisto di un bene nuovo: qualsiasi cosa tu faccia devi pagare: se non spendi tu i soldi lo stato te ne priva e li spende lui a suo arbitrio (per il tuo bene naturalmente).

      Questo e' valido anche nel contesto dell'ecologia, che infatti ritengo un settore a carica ipocrita oltre ogni limite precedentemente raggiunto.

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  4. Cari amici, ho letto con attenzione le vostre osservazioni e vedo con piacere che l'argomento ha suscitato notevole interesse .

    Bagnai sarà anche Keynesiano e quindi un fautore della spesa pubblica (su cui si possono sollevare mille obiezioni), ma è soprattutto un sostenitore del principio economico dell'equilibrio, sul quale - nonostante la mia ignoranza in materia - mi sento senz'altro d'accordo.

    E' vero, come dice Sergio, che in fondo tutti cercano disperatamente di aumentare le proprie esportazioni, per cercare di avere ricchezza da spendere sui mercati esteri, ma se i cambi sono liberi di oscillare ecco che l'andamento delle valute, con le conseguenti svalutazioni/rivalutazioni, provvede subito a riallineare l'import e l'export tra i vari paesi, riportandoli verso l'equilibrio.

    Quindi, in sostanza, se ho capito bene il pensiero di Bagnai, nuoce al benessere economico di un paese sia un eccesso di import che un eccesso di export , così come nuoce sia un eccesso di inflazione che la deflazione, oppure sia l'eccesso di investimenti esteri che la loro assenza , ecc. ecc..

    Insomma, per dirla alla latina, 'in medio stat virtus' !

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    1. "Bagnai ... è soprattutto un sostenitore del principio economico dell'equilibrio."

      Certo con l'oscillazione dei cambi si può effettivamente rimediare, riequilibrare l'andamento dei mercati, recuperare almeno parzialmente. Su e giù dunque così un certo equilibrio si reinstaura.

      Come ben sai - e contrariamente a Gesù - io non sono un amico dell'interesse che continuo a considerare immorale, anche se mi rendo conto che l'interesse - gesuanamente - muove le montagne!
      Chi ha troppi soldi che non vuole - e in fondo non può nemmeno spendere - cerca sempre qualche fesso a cui rifilare un credito da restituire con l'interesse. Certo gli può andar male - come succederà forse alle banche tedesche con la Grecia - ma in genere ci sono abbastanza fessi che vogliono subito soldi da spendere (come i Greci). Il "gioco dell'interesse" rende e rovina (singole persone e Stati). Ma il gioco non può nemmeno procedere all'infinito, a un certo punto ci si salva con la bancarotta (come farà probabilmente la Grecia). L'economia senza credito non può funzionare? Probabile. Nessuno mette in dubbio l'utilità e la necessità dell'interesse (nemmeno Gesù, ma l'interesse è lo stesso per me iniquo (a partire da quale tasso il prestito è a usura? Dal 10 o il 16%? In fondo lo è già dallo 0,25%). Ma appunto: senza credito niente crescita. "Rimane pienz' e' diebbete, stasera so' nnu rre!" Detto napoletano (Domani penserò ai debiti, stasera sono un re!)

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    2. "ma è soprattutto un sostenitore del principio economico dell'equilibrio"

      Be' lo siamo tutti, cosi' come lo siamo del vero, del bene, e del bello. Ma il diavolo sta nei dettagli sul come raggiungerli...

      Come dice quel politico furbacchione del proverbio... "chiedete e vi sara' promesso!"

      Non c'e' solo l'equilibrio delle bilance commerciali, c'e' anche quello dei capitali e dei tassi di interesse, e delle abilita' e delle competenze individuali. Un'economia piu' forte comunque mette in posizione difensiva e condiziona quelle piu' deboli, con tendenza a drenare risorse (che spesso se ne scappano per libera scelta) in tutti i modi, ai tempi pre-sme era una guerra continua di tassi al rialzo per evitare le fughe di capitali dall'italia, che si tentava in ogni modo di evitare anche con misure poliziesche. A berlino est ci costruirono apposta un muro alto 4 metri...

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    3. Una ulteriore, doverosa, precisazione: chi e' a favore dall'uscita dall'euro e contemporaneamente e' anticonsumista, dovrebbe mettersi d'accordo con se stesso: l'attuale moneta, l'euro, essendo stabile, cioe' mantenendo il suo valore nel tempo a differenza della vecchia lira, fa si' che le persone non tendano a spenderla subito, acquistando qualsiasi cosa anticipatamente o anche del tutto inutile, temendo o meglio ben sapendo che si volatilizzerebbe in breve tempo. E' questa stabilita' monetaria che provoca deflazione e stasi economica, con tutti i risvolti negativi che ben sappiamo per la crescita del PIL e il resto di tutti i parametri economici di un'economia basata sul debito che se non cresce implode, disoccupazione compresa.
      Una moneta che si svaluta continuamente, col controllo del tasso di interesse da parte della banca centrale che impone tassi reali negativi, eviterebbe la tesaurizzazione sotto forma valutaria, e torneremmo ad esempio a costruire case dappertutto per salvare i risparmi, a spendere tutto e indebitarci, ed e' a questo che siamo abituati noi italiani .

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    4. Riguardo a keynes, ci sarebbero delle considerazioni da fare.
      Una puo' essere questa, che guarda il keynesismo dalla parte della "faccia nascosta della moneta": fornire moneta prodotta ex-novo crea lavoro perche' essendo essa un credito (la moneta e' credito, il portatore di essa ha un credito), automaticamente essa crea dei debitori che devono produrre qualcosa per sdebitarsi.
      Cio' equivale si' a creare lavoro, ma forzato.
      Keynes del resto viveva in un periodo in cui la gente poteva voltare le spalle al mondo industriale del primo dopoguerra e tornare a vivere di autoproduzione in campagna, come aveva sempre fatto, facendo crollare l'economia monetaria, cosa che del resto comincio' a succedere dopo il 1929, dopo l'ubriacatura della "societa' affluente".
      La dottrina keynesiana inondando il mercato di credito e debito, e rendendolo condizione normale del mercato, legando quindi tutti al cappio del debito/credito, ha reso il ritorno impossibile.
      Le nostre economie sono cresciute tantissimo durante l'applicazione di tale dottrina anche per questo, e non e' stata una piacevole passeggiata per quasi nessuno. Nella nostra costituzione dopo "fondata sul lavoro" si dovrebbe aggiungere "forzato", che e' il sogno del borghese introiettato poi dal proletario.

      Quindi credo che non solo per un decrescista, ma anche per un sostenitore dello stato stazionario, o per un sostenitore della crescita volontaria e non obbligata, per un sostenitore della tranquillita', sia assurdo apprezzare Keynes.

      Dovreste leggere un libretto stupendo, "maledetti economisti - le idiozie di una scienza inesistente", del grande economista sergio ricossa, e' l'elenco di tutti i fallimenti di tutte le teorie economiche, scritto in modo brioso.

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  5. << chi e' a favore dall'uscita dall'euro e contemporaneamente e' anticonsumista, dovrebbe mettersi d'accordo con se stesso >>

    Caro Diaz, questa è per me e me la prendo tutta.
    In effetti mi rendo conto della contraddizione, ma non so bene come risolverla.
    Potrei dire che - visto che, a quanto pare, dal BAU non si esce - almeno che sia un BAU funzionante, ma è una spiegazione col fiato corto.

    E d'altra parte (come ipotizzi tu, se ho capito bene) potrebbe anche darsi che la situazione attuale di "stasi", mettendo in crisi i meccanismi della crescita, finisca per guidare l'economia verso la decrescita.
    Se così fosse, potrei anche essere d'accordo, fermo restando che la piaga terribile della disoccupazione andrebbe comunque affrontata e risolta da qualcuno (in mancanza d'altri, dallo Stato).
    Perchè i danni sociali di una situazione simile, secondo me, sono incalcolabili.

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    1. Il concetto di "decrescita" e' intrinsecamente debole, e altrettanto contraddittorio di quanto detto sopra il modo in cui lo si usa oggi: si parla di crescita quando il valore di cio' che si considera tale (cioe' valido) aumenta; inversamente, di decrescita quando il valore diminuisce.

      Ma se diminuisce una cosa a cui non si attribuisce piu' alcun valore, o addirittura si attribuisce disvalore, o addirittura si ha decrescita proprio perche' le cose prima considerate valide non lo sono piu' altrettanto (che e' la nostra situazione, il marginalismo (austriaco) insegna banalmente che quando di una cosa ce n'e' troppa, non vale piu' nulla), che decrescita e'?

      In altre parole mi pare che il significato che si da' comunemente alla parola decrescita e' che viene ad essere scarsa una cosa valida e utile: ma se quella cosa in realta' diventa meno valida ed utile perche' ce ne e' troppa, che razza di decrescita e'? La decrescita in tal caso e' tutta nella nostra testa, nella nostra attitudine ad attribuire valore.

      Questo argomento e' intrattabile nell'ottica economica materialistica di Bagnai (che infatti disprezza profondamente i decrescisti), in quanto la teoria economica marginalistica (e' quella degli austriaci! i liberisti selvaggi! i nemici del valore-lavoro! i nemici del popolo salariato e proletario!), sebbene ovvia e da tutti implicitamente accettata, deprezza l'esistenza di quel qualcosa che si chiama valore-lavoro, che e' il recente portato della rivoluzione borghese.

      Considerare l'uomo come qualcosa dotata di valore in se' che vada oltre alla sua mera capacita' produttiva rende ridicolo e obsoleto pure il primo articolo della nostra costituzione.

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    2. Caro Diaz, certamente quello della decrescita è un termine potenzialmente ambiguo, che si repsta ad equivoci.

      Io però lo uso nel senso, molto materiale, di riduzione dell'energia e delle risorse naturali disponibili e quindi di riduzione della ricchezza che ne deriva.
      Il che può riguardare beni superflui, e allora si va avanti lo stesso, ma può anche riguardare beni essenziali come il cibo o i generi di prima necessità.

      In questo caso, non sembra tanto un problema di valori o disvalori.
      Ma forse ho capito male il tuo pensiero.

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    3. Cio' che cerco di dire e' che sembra ci risulti del tutto impossibile uscire dalla scala di valori del qui ed ora.

      I beni sono tutti superflui, cosi' come sono tutti necessari. Dipende dal contesto: sociale in particolare, ma non e' con l'imposizione che si puo' cambiare la scala di valori, anzi! Imporre una cosa equivale a dichiararla e renderla indesiderata, l'imposizione rafforza la scala di valori che cerca di sopprimere con la forza!

      Tutto cio' suona come tremendamente dogmatico, o quantomeno riflesso della parte della nostra natura che e' dogmatica.

      Il catastrofismo e' schizofrenico: da un lato agita lo spettro della fine del mondo come lo conosciamo e lo apprezziamo E disprezziamo (che e' una contingenza del qui ed ora!), dall'altro vorrebbe promuovere azioni che ne consentano la sopravvivenza all'infinito (ad esempio, la popolazione non deve piu' aumentare perche' altrimenti dovra' diminuire in futuro - in modo catastrofico, terribile e mai visto prima, naturalmente, come se la morte altrimenti non esistesse, mentre e' l'unica cosa davvero certa di questo mondo).

      Un esempio terra-terra: se aveste frequentato i news-group di ambientalismo, quelli in formato testo che erano di fatto esattamente dei blog, da un decennio fa all'indietro, vi sareste regolarmente imbattuti in tizi la cui angoscia esistenziale, e rabbia violenta, consisteva nel fatto che se per colpa delle multinazionali del petrolio non fosse stata inventata in tempo la propulsione elettrica per le automobili avrebbero dovuto perdere l'abitudine della gita alla domenica a 500 km di distanza da casa. Questo era il loro problema. Concepire una vita senza automobile per loro era completamente impossibile.

      A cosa serve preparare deliberatamente, subito, qui ed ora una societa' semi-nazista per prevenire una situazione che altrimenti porterebbe ad un futuro forse semi-nazista? Come diceva Crichton, identico nel ragionamento al Popper che vi avevo linkato in video: "venditori di paura. L’attuale preoccupazione quasi isterica riguardo alla sicurezza è uno spreco di risorse e un fardello per lo spirito umano, e nella peggiore delle ipotesi un invito al totalitarismo".

      In molti articoli e commenti ai blog catastrofisti la vena nazista e totalitaria, per quanto negata, e' presente in dosi massicce, chiediamoci cosa stiamo facendo davvero.

      La citazione di Crichton e' tratta un articoletto ingenuo ma non troppo dal blog di Porro sul giornale, che ricorda il libro "Stato di Paura" che vi raccomando di leggere soprattutto nell'appendice, e che a suo tempo suscito' ampi dibattiti anche nelle riviste scientifiche: descrive perfettamente l'antropologia e la sociologia del catastrofista e dell'ambientalista di ordinanza - lo trovate in rete emule se non avete soldi).

      Il catastrofismo forse sta esso stesso provocando l'effetto da cui ci vorrebbe salvare, forse equivale al cristianesimo riguardo la fine dell'impero romano. ;)

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    4. "Il catastrofismo forse sta esso stesso provocando l'effetto da cui ci vorrebbe salvare, forse equivale al cristianesimo riguardo la fine dell'impero romano. ;)"

      Il cristianesimo delle origini era catastrofista. Ci son voluti 1500 anni perche' l'illuminismo facesse tornare un po' di fiducia.
      Questa idea (banale del resto) mi e' venuta per colpa vostra, voi (!) mi avete citato Ehrman di cui poi ho letto qualcosa sullo gnosticismo nel suo libro "cristianesimi perduti". E' interessante il numero di coincidenze "junghiane" fra la mentalita' dei gruppi gnostici e non gnostici di cristiani dell'epoca e quella di altri gruppi della nostra, di epoca. Evidentemente c'e' una costante antropologica sottostante che si rivela nelle varie epoche.

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    5. << E' interessante il numero di coincidenze "junghiane" fra la mentalita' dei gruppi gnostici e non gnostici di cristiani dell'epoca e quella di altri gruppi della nostra, di epoca. >>

      Caro Diaz, ti confesso che il parallelo con lo gnosticismo (nel senso di elite illuminata che possiede - essa sola - il vero sapere), era venuto in mente anche a me.

      Nel senso che a volte mi chiedevo: ma io, che faccio tanto il brillante con la storia del "fenotipo consapevole", non sarò per caso uno gnostico elitario a mia insaputa ?
      Poi però mi rispondevo che gli gnostici, essendo un movimento religioso, si occupavano solo di sciocchezze metafisiche inesistenti, mentre io, seguendo la scienza, ho l'illusione di conoscere qualcosa di più serio e concreto.

      Fine del pistolotto auto-assolutorio.

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    6. "Poi però mi rispondevo che gli gnostici, essendo un movimento religioso, si occupavano solo di sciocchezze metafisiche inesistenti, mentre io, seguendo la scienza, ho l'illusione di conoscere qualcosa di più serio e concreto."

      E' proprio quello che pensavano gli gnostici :)
      Consapevolezza dell'illusione a parte. A fare la differenza e' solo quest'ultima cosa. Che condividi con gli scienziati veri, per i quali qualsiasi sapere e' solo provvisorio e in attesa di falsificazione.

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    7. Lo so, lo so.
      Ma continuo ad essere convinto che i principi della genetica, dell'evoluzionismo, dell'entropia, della geologia, della fisica nucleare ecc. ecc. siano cose un po' più serie (e reali) del Demiurgo, del Pleroma, degli Eoni e compagnia bella.

      E che quindi preoccuparsi per le previsioni negative dei picchisti e dei biologi sia più ragionevole che temere la distruzione del mondo per la collera di qualche divinità.

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  6. @ Sergio

    << L'economia senza credito non può funzionare? Probabile. Nessuno mette in dubbio l'utilità e la necessità dell'interesse >>

    A quanto pare un'economia simile (cioè senza prestiti ad interesse) è esistita e potrebbe tornare ad esistere, anche se sarebbe totamente diversa da quella che conosciamo.
    Ho letto qualcosa in argomento, di recente, e se riesco a trovare il tempo, magari, ci faccio un post.

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    1. Nei paesi islamici dove il prestito ad interesse e' tuttora vietato, cosi' come lo vietava la chiesa un tempo, e' cosi'.

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    2. C'e' qualcosa qua:
      http://it.wikipedia.org/wiki/Finanza_islamica
      Un libro che merita lettura e' "Sottomissione" di Houellebecq, per chi apprezza l'autore. (e' il libro che doveva andare in copertina di quel giornale francese in cui i terroristi islamici hanno fatto la strage: in realta' il libro e' tutto fuorche' antiislamico)
      C'e' una recensione interessante e verosimile qui:
      http://www.giornaledelribelle.com/index.php?option=com_content&task=view&id=1236&Itemid=10

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