sabato 7 febbraio 2015

Non è vero, ma ci credo

Il post di oggi è dedicato allo storico israeliano Yuval Harari ed al suo recente libro “DA ANIMALI A DEI – Breve storia dell’umanità”. Un testo bellissimo, tra i più belli che abbia mai letto sull’argomento, che consiglio vivamente a tutti. 
Questa è una delle tante recensioni positive che ho trovato sul web, e che sottoscrivo: 
<< Un libro straordinariamente lucido, informato, enciclopedico ma al tempo stesso con una linea di ragionamento chiara e lineare. Un punto di vista assolutamente originale da cui vedere, in modo unitario, cose che solitamente consideriamo scollegate e a se stanti: la storia, la biologia, l'astronomia, la sociologia, l'antropologia, la medicina, l'alimentazione ecc. Un'ironia sottile che accompagna ogni ragionamento, non dogmatico, aperto a più interpretazioni, ma soprattutto molto "laico". Da questo punto di vista, una bella sorpresa dal mondo ebraico/israeliano che nel nostro vissuto superficiale consideriamo settario e ultraortodosso, e che invece si rivela articolato e complesso. Particolarmente toccanti le parti riguardanti gli animali, si sente una partecipazione emotiva che va al di là della pur legittima argomentazione razionale. G.M. >> 
Ed ora lasciamo direttamente la parola al professor Harari.  LUMEN 


<< Centomila anni fa almeno sei specie di umani abitavano la Terra. Erano animali insignificanti, il cui impatto sul pianeta non era superiore a quello di gorilla, lucciole o meduse. Oggi sulla Terra c’è una sola specie di umani. Noi. L’Homo sapiens. E siamo i signori del pianeta.
Il segreto del nostro successo è l’immaginazione. Siamo gli unici animali che possono parlare di cose che esistono solo nella nostra immaginazione: come divinità, nazioni, leggi e soldi. Non riuscirete mai a convincere uno scimpanzé a darvi una banana promettendogli che nel paradiso delle scimmie, dopo la morte, avrà tutte le banane che vorrà. Solo l’Homo sapiens crede a queste storie. 

Le nostre fantasie collettive riguardo le nazioni, il denaro e la giustizia ci hanno consentito, unici tra tutti gli animali, di cooperare a miliardi. È per questo che dominiamo il mondo, mentre gli scimpanzé sono chiusi negli zoo e nei laboratori di ricerca.
Questo libro spiega come ci siamo associati per creare città, regni e imperi; come siamo arrivati a credere negli dèi, nelle nazioni e nei diritti umani; come abbiamo costruito la fiducia nei soldi, nei libri e nelle leggi; come ci siamo ritrovati schiavi della burocrazia, del consumismo e della ricerca della felicità. >>



<< Sono la forza dell'immaginazione e la capacità di creare storie a cui tutti credono gli elementi che hanno reso gli uomini dominatori incontrastati.

I conflitti e le trasformazioni sono provocati dal dissenso su una credenza comune, mentre erroneamente si pensa che sia il cibo una delle cause principali. Basta pensare alla guerra in Jugoslavia negli anni '90 oppure al conflitto tra israeliani e palestinesi: il problema è che si crede in storie differenti. E se queste storie, che io chiamo "realtà immaginata", sono il frutto dell'abilità che l'uomo ha di pensare se stesso come collettività, esse rappresentano anche ciò che lo rende schiavo.
Siamo un “essere” che nei secoli vaga alla continua ricerca della felicità. Siamo andati sulla Luna e abbiamo scoperto il genoma, ma non siamo più felici dell'età della pietra, perché ci si abitua sempre alle nuove conquiste e si cerca altro.

Ciò appare ancora più vero nelle società del benessere, che non soddisfano i bisogni primari in quanto abbiamo menti e corpi plasmati per una vita da raccoglitori e cacciatori; ecco perché, anziché sentirci in paradiso, siamo alienati.
In quest'ottica è impossibile non chiedersi cosa dovremo attenderci in un futuro che sarà sempre più tecnologico.
L'Homo sapiens si sta evolvendo in qualcosa di diverso, la tecnologia cambia velocemente e ci offre un potere sempre maggiore. Abbiamo due opzioni: o ci lasceremo distruggere, oppure, cosa che ritengo più probabile, ci avvicineremo agli dèi, anche se in fondo siamo animali. >>


<< La nostra storia non parte da Adamo ed Eva, ma da ben 13,5 miliardi di anni più indietro, dalla prima apparizione della materia e dell’energia. Si arriva poi a 6 milioni di anni fa, giusto in tempo per salutare l’ultima progenitrice comune di umani e scimpanzé. Un balzo a 2,5 milioni di anni fa ed ecco l’Homo in Africa con i suoi primi utensili litici. Di qui in avanti la rivoluzione industriale macina e macina fino alla doppia anima della contemporaneità.
Il fuoco ci ha resi pericolosi; il pettegolezzo ci ha aiutati a cooperare; l’agricoltura ha aumentato la nostra fame; la mitologia ha mantenuto la legge e l’ordine; i soldi ci hanno dato qualcosa di cui tutti possono fidarci; le contraddizioni hanno creato la cultura; la scienza ci ha resi signori del creato; ma, nessuna di queste cose ci ha resi felici.

L’umanità ha avuto (ha e avrà) i suoi pro e i suoi contro, perché ha prodotto le buone leggi e la cultura dei diritti, ma anche il consumismo, il materialismo, le intolleranze religiose, l’alienazione, la burocrazia e altri mostri.
Ma ormai gli uomini trascendono i limiti del pianeta Terra. Le armi atomiche minacciano la sopravvivenza dell’umanità. Gli organismi sono sempre più modellati dalla progettazione intelligente più che dalla selezione naturale. >>


<< Il segreto del successo di Homo sapiens è stato quello di saper collaborare in modo flessibile con tantissime persone.
Esistono altri animali che sanno cooperare. Le api e le formiche ad esempio coinvolgono migliaia di individui nelle loro azioni ma in modo rigido, non sanno modificare il loro ambiente. Altri animali, come scimpanzé e delfini, sono più flessibili, ma cooperano solo con un numero limitato di individui che conoscono direttamente.

Solo l’essere umano ha la capacità di collaborare in modo flessibile con milioni di individui, molti dei quali perfetti estranei. E sappiamo trasformare la nostra società da un anno all’altro. Lo abbiamo fatto: pensiamo alla rivoluzione francese.
Il prezzo di questo successo non lo abbiamo pagato solo noi: già prima della rivoluzione agricola, Homo sapiens aveva provocato l’estinzione di metà dei mammiferi viventi. Con il suo arrivo, tutte le altre specie umane sono scomparse e gli animali domestici sono stati sottoposti a un durissimo regime di sfruttamento.

Ma i progressi tecnologici e il crescente potere non si sono tradotti in una vita migliore per l’essere umano.
La vita di un operaio in Cina oggi è per certi versi peggiore rispetto a quella di un cacciatore-raccoglitore di 70.000 anni fa. Si sveglia, pulisce la casa, trascorre una o due ore a raggiungere il luogo di lavoro in mezzo al traffico e all’inquinamento, lavora 10-12 ore in fabbrica ripetendo sempre gli stessi gesti, altre due ore per tornare a casa e prima di andare a dormire deve cucinare, lavare i piatti…

Settantamila anni fa la sua ava andava nella foresta a cercare conigli e funghi e aveva una vita di comunità migliore. Non sto dicendo che quella di allora era una vita paradisiaca, ma in termini di bisogni fisici e mentali era più adatta ai corpi e alle menti degli esseri umani rispetto alla vita di un operaio di oggi.
Ci siamo evoluti, abbiamo costruito imperi e superato i nostri limiti fisici. Ma siamo più felici dei nostri antenati? Gli storici non si sono posti quasi mai questa domanda, per due motivi: in primo luogo perché l’interesse è sempre stato per la storia dei Paesi e delle nazioni e non per il destino dei singoli. In secondo luogo perché la felicità non era considerata un argomento serio, accademico.

Negli ultimi venti anni però la psicologia, la biologia e anche l’economia hanno cominciato a interessarsi di questo tema. E si è cominciato a capire che la vera misura del successo non è data dal tasso di crescita del PIL, ma dal tasso di felicità.
Oggi anche la storia può cominciare a porsi questi interrogativi. Io mi occupo dei grandi eventi della storia, ma mi chiedo sempre: che impatto possono aver avuto sulla felicità degli individui? Abbiamo molte informazioni sull’Impero romano, ma cosa significava per una persona vivere a Roma in quei tempi? Sotto Augusto era più felice o meno di prima? Se non sappiamo rispondere, chi se ne importa di chi era al comando.

La felicità è una misura più importante rispetto alla crescita economica; ma c’è un problema: definire la felicità è difficile. Alcuni governi potrebbero nascondere i loro fallimenti dietro questo paravento: “Non siamo riusciti a far crescere l’economia, la nostra sanità fa schifo, ma la gente è felice!”. Un altro rischio è che, poiché capitalismo e consumismo spingono le persone a volere sempre di più, la ricerca della felicità alimenti questo fenomeno. Questo è un grosso rischio perché la gente non sa fermarsi: volere sempre di più è una droga.

Forse ci stiamo avvicinando agli ultimi giorni di Homo sapiens. Di mutamenti ce ne sono stati tanti nella storia, ma due cose sono rimaste invariate: il corpo e la mente dell’essere umano. Nel XXI secolo stiamo acquisendo le capacità tecnologiche di trasformare corpo e mente grazie all’ingegneria genetica e alla possibilità di collegarci con computer.
Questo trasformerà le regole del gioco. Non sto preannunciando un’apocalisse, ma persone come noi spariranno e saranno sostituite da esseri con capacità fisiche e cognitive diverse. Non possiamo fermare il cambiamento: è troppo veloce ed è alla base della nostra economia. Ma possiamo cercare di influenzare la direzione nella quale si muove questo processo. La questione più importante è stabilire ciò che vogliamo diventare. >> 


YUVAL HARARI


11 commenti:

  1. Veramente interessante, mi verrebbe quasi la voglia di comprare il libro nonostante la depressione e la decisione di non comprare più libri. Naturalmente ci sono molte osservazioni e obiezioni da muovere all'autore. Intanto come definire la felicità? La felicità si prova in certi momenti magici, non è uno stato permanente. Non credo che i nostri antenati fossero più felici di noi, ma probabilmente erano più equilibrati, più soddisfatti - della loro breve vita. Ma fra parentesi, il notevole allungamento della nostra vita è davvero un progresso, valeva la pena allungare una vita di guai e arrivare poi magari all'Alzheimer? Devo dire però che nonostante tutto mi fa piacere essere arrivato ai settanta ed avere ancora i miei denti, nonché tante altre comodità a cui è ormai impossibile rinunciare.
    Aristotele definisce la felicità come soddisfazione che si prova dopo aver fatto bene un lavoro utile. Ma non credo che felicità e soddisfazione siano sinonimi.
    Ma arrivati a questo punto della storia dell'homo sapiens sapiens che dobbiamo fare per essere almeno meno infelici e nevrotici? La povertà predicata da Bergoglio non la vuole nessuno, nemmeno i francescani (che diamine, anche loro hanno diritto a qualche piccola soddisfazione - che si procurano con ottimi manicaretti, per esempio, benché il peccato di gola sia uno dei sette vizi capitali; del resto anche S. Francesco era goloso).
    Ma tra povertà e bulimia, continua insoddisfazione per non avere ciò che si desidera, c'è tutta una scala di situazioni desiderabili e soddisfacenti. Una vita semplice può essere preferita - e sarà oltretutto una scelta obbligata per i più (se di scelta si può parlare).
    Il buddismo esorta a non desiderare per non soffrire. Ma una vita senza desideri è per noi occidentali - e ormai per il mondo intero - inimmaginabile. E a me piace sempre la frase di Savinio: "I desideri sono le gòmene della vita", ti legano ad essa. Gide afferma poi: "Il mio desiderio è di morire completamente disperato", ma nel senso di non avere più speranze per aver realizzato tutti i possibili desideri. Be', licenze poetiche.
    Per finire mi vengono in mente i versi dei Carmina Burana:

    Beatus ille homo,
    qui sedet in sua domo,
    et habet bonam pacem,
    et sedet post fornacem.

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    1. << Il buddismo esorta a non desiderare per non soffrire. Ma una vita senza desideri è per noi occidentali - e ormai per il mondo intero - inimmaginabile. >>

      Caro Sergio,
      per una curiosa coincidenza anche Harari, nel suo libro, parla spesso di Budda e del buddismo, dandogli forse uno spazio superiore alla sua effettiva diffusione.
      Chissà, forse ne ha subito il fascino...

      (Sul punto, ovviamente, io la penso esattamente come te).

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    2. "Il buddismo esorta a non desiderare per non soffrire. Ma una vita senza desideri è per noi occidentali - e ormai per il mondo intero - inimmaginabile."

      Non e' una novita', ne' occidentale... pensate alle "torri di babele" che sorgono quasi contemporaneamente ai quattro angoli del mondo in ogni civilta' pur separata dalle altre, ad un certo stadio di sviluppo. Perche' il bisogno di costruirle?

      Tutto sommato il buddismo si accontenta di esortare al minimo di razionalita': un desiderio che non e' mai soddisfatto se non temporaneamente implica frustrazione per tutto il resto del tempo, che dal punto di vista razionale e' un modo assurdo di perseguire la felicita'.

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    3. Cosi' sembriamo quasi preda di un gene egoista.

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  2. Mah, vedo che i commenti sono molto positivi, ma a leggere l'estratto a me passa la voglia di comprarlo...

    ;)

    All'autore non passa per la mente che l'infelicita' non e' un effetto collaterale indesiderato, ma e' il motore e l'ingrediente fondamentale e necessario del progresso umano, e quindi dell'uomo stesso?

    Non gli balena che un uomo soddisfatto (e ancora di piu' una donna...) manca dell'ingrediente fondamentale dell'essere umano, l'insoddisfazione, se non nei rari momenti in cui l'infelicita' che fa da basso continuo e che sprona continuamente a raggiungere qualche nuovo obiettivo, in qualche raro caso lo fa raggiungere, benche' solo temporaneamente? E che qualsiasi obiettivo venga raggiunto, dopo un po' esso viene considerato "dato", scontato, per cui non solo non soddisfa piu' ma addirittura annoia? (vedi il modo in cui i nuovi "venuti al mondo" considerano il mondo in cui sono scodellati, che sarebbe considerato a dir poco magico dai predecessori di qualche generazione prima: non solo banale ma anche dovuto).

    Se uno e' contento di come sta, non fa nulla, o continua a fare cio' che ha sempre fatto, e resta gorilla delle caverne.

    En passant, questo e' l'esplicito motivo per cui le droghe, nelle nostre societa' battagliere che per stare a galla devono continuamente superare qualche concorrenza, sono vietate: perche' dando felicita' troppo a "buon mercato", e togliendo percio' lo sprone ad essere sempre piu' produttivi, emarginano socialmente. Lo stesso apparato economico-legislativo-politico, al contrario della retorica che esprime, e' tutto congegnato allo scopo di rendere la vita difficile o impossibile a chi "si accontenta", l'imperativo e' correre, correre sempre, siamo o non siamo "fondati sul lavoro" (peraltro al di la' della retorica e dell'ipocrisia questo tratto caratteriale e' secondo me facilmente riconoscibile anche nella maggior parte dei decrescisti-ecologisti, se notate quasi mai mettono in discussione, se non in posizioni marginali e ignorate, che ne so ad esempio l'automobile, nel senso di mezzo che si auto-muove: lo esigono elettrico, e se non arriva subito e' colpa del complotto delle multinazionali e dei politici venduti!)

    Un'altra cosa, quello che riporti come commento (scritto da un tanguero napoletano su amazon, pare):

    "da questo punto di vista, una bella sorpresa dal mondo ebraico/israeliano che nel nostro vissuto superficiale consideriamo settario e ultraortodosso, e che invece si rivela articolato e complesso",

    fa un bel po' sorridere... Nei nostri paesi occidentali, che il contributo ebraico alla cultura e alla scienza piu' intelligenti e innovative sia di gran lunga superiore al peso specifico della composizione etnica relativa e' ben noto a chiunque. Sorprendersene rivela un retroterra culturale a dir poco carente, e questo si' non sorprende...

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    1. "All'autore non passa per la mente che l'infelicita' non e' un effetto collaterale indesiderato, ma e' il motore e l'ingrediente fondamentale e necessario del progresso umano, e quindi dell'uomo stesso? "

      L'infelicità non direi, ma l'insoddisfazione di ogni risultato raggiunto e perciò la ricerca di nuove vie, nuovi obiettivi. Tutto viene a noia, specialmente dopo lo sviluppo della corteccia cerebrale e dei cambiamenti indotti nella vita, nel comportamento del sapiens, tra cui appunto un'immaginazione straordinaria.
      Per millenni e millenni la vita degli ominidi sarà stata sempre uguale, poi la novità che ha creato anche la voglia di migliorare le condizioni di vita, con - è innegabile - effettivi miglioramenti, non solo nell'allungamento della vita. Gli ominidi saranno stati soddisfatti di trovare da mangiare, un riparo e l'aiuto dei propri simili, né più ne meno degli altri animali.
      Ma fatti non fummo a viver come bestie, per altro degnissime e bellissime creature (non proprio tutte), e così ne facciamo di tutti i colori: abbiamo aggiunto bellezza alla terra, ma purtroppo combiniamo anche molti guai. L'ossessione del nuovo, del cambiamento, è oggi patologica. Alberto Savinio considerava obsoleto il concetto di bello: lui voleva la novità, perché anche il bello stufa, specialmente oggi. Francamente non sono per niente d'accordo: la bellezza della natura e dell'arte non sono per me concetti obsoleti.
      Insomma, il motore della storia umana e del progresso non mi sembra l'infelicità, ma - in negativo - l'insoddisfazione, e in positivo il desiderio di provare altro, inventare. Un filosofo parlava della "legge del contrasto": i giovani per esempio vogliono una buona volta fare di testa loro, anche a rischio di rompersela, e non sempre seguire i consigli o l'esempio di papà e mammà. Avranno pure ragione, ma mo' faccio come voglio io!

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    2. "i giovani per esempio vogliono una buona volta fare di testa loro, anche a rischio di rompersela, e non sempre seguire i consigli o l'esempio di papà e mammà"

      Sul "mulo" dovreste trovare un breve e denso scritto altrimenti introvabile di Lorenz, "conoscenza credenze e liberta'", che tratta in modo non divulgativo gli argomenti di cui sopra. Vi interessera' e porra' nel giusto ambito cio' che siamo purtroppo abituati a leggere sul web.

      "L'ossessione del nuovo, del cambiamento, è oggi patologica. Alberto Savinio..."

      Be', rispetto all'epoca del futurismo, l'ossessione che abbiamo oggi e' niente, e intellettualmente direi semmai che e' del tutto opposta, solo che il meccanismo sociale e la burocrazia ormai oliati spingono, oggi cosi' come nella societa' per lo piu' statica e campagnola di allora, nella direzione opposta.

      Mi chiedo spesso cosa penserebbero i futuristi oggi, se potessero vedere il loro sogno incarnato, e dovessero viverci. Per cominciare, li metterei ingabbiati, loro cultori della velocita' "dello" automobile, in qualche ingorgo autostradale per una mezza giornata.

      En passant, in edicola trovate a prezzo relativamente modico assieme a "le scienze", "questa idea della vita" di Stephen Jay Gould, grande scienziato e grande umanista, dalla scrittura eccellente: parla di Darwin di cui e' massimo studioso, dal punto di vista del collega paleontologo. Se non lo conoscete gia' ve lo raccomando. (questo suo libro particolare non l'ho ancora letto, ma non credo fara' eccezione)

      Credo non sopportasse Dawkins per ragioni ideologiche, Gould e' piu' popperiano, preferisce porre l'accento piu' sulla liberta' che sui vincoli, e detesta il riduzionismo scientista tutto sommato un bel po' presente in dawkins, giannino della situazione (per motivi meno ovvi, e forse legati alla sua giovinezza sotto il nazismo, nemmeno Lorenz gli stava simpatico, non lo nomina MAI, anzi forse perche' pure Lorenz, sebbene infinitamente meno di Dawkins, e' studioso dell'aspetto comportamentale nella sua parte conservativa e vincolistica dell'evoluzione - e' lo scopritore dell'imprintig, ma lo scritto consigliatovi in alto fa giustizia - questi studiosi sono delle primedonne permalose e dal pessimo carattere, sotto certi punti di vista...). Da wikipedia vedo che Dawkins fece il dottorato con Timbergen, che prese il nobel con Lorenz. Tutto sommato non e' strana una certa ostilita', il trio che vinse il nobel lo vinse per la scoperta di meccanismi comportamentali innati, che poi dawkins estese al massimo, assieme ai sociobiologi (fra tutti Wilson, lo studioso delle formiche). Leggendo Gould, ho imparato a cercare di usare ogni concetto nell'ambito in cui e' valido, resistendo alla tentazione di estenderlo "ad orecchio" .

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    3. Di Richard Dawkins ho letto (e riletto) quasi tutti i libri e lo apprezzo senza riserve.
      In effetti sono piuttosto riduzionista anche io, anche se poi, all'atto pratico, mi comporto come se davvero fossi libero.
      Un bell'esempio di coerenza personale...

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    4. "mi comporto come se davvero fossi libero.
      Un bell'esempio di coerenza personale..."

      Sono i tuoi geni che ti obbligano a fare cosi' ;)

      Oppure sono quelle posizioni che sono intrinsecamente assurde, e non tu che sei incoerente.

      Dawkins ha semplicemente trovato un modo di "epater le bourgeois" e lo cavalca, come piu' o meno tutte le persone di successo.

      Ricordiamoci il "timeo hominem unius libri"...

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    5. Caro Diaz, non conoscevo questa bella frase, ma devo riconoscere che - come quasi tutti i motti latini - è profonda e fa riflettere.

      Nel caso di specie, però, mi sentro abbastanza fuori dal ritratto, avendo nella top ten dei miei libri preferiti almeno una ventina di autori diversi (e se i numeri non quadrano, pazienza...).

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  3. @ Sergio e Diaz

    Anzitutto una precisazione: i brani che ho citato nel post non vengono dal libro stesso, ma da commenti scritti (o detti) dall'autore in varie occasioni. Si tratta quindi di passi volutamente sintetici ed indicativi, mentre il libro è sempre molto chiaro, esauriente e completo nelle sue argomentazioni.

    In secondo luogo, vorrei dire che sulla felicità umana, concetto che - giustamente - vi ha molto interessato e coinvolto, Harari ha scritto un intero capitolo, nel quale espone in maniera molto dettagliata le sue opinioni. Che possono essere condivise o meno, ma che mi sono sembrate approfondite ed esaurienti (ed in alcuni casi anche intriganti).

    Infine, sulla condanna sociale delle droghe nella società occidentale, vi è, senza dubbio, il desiderio di evitare i paradisi a buon mercato, che tolgono la spinta dell'insoddisfazione, ma vi è anche, credo, la consapevolezza dei gravi rischi per la salute che derivano dalla sua dipendenza.
    Ma su questo tema vi sarebbe da discutere all'infinito.

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