sabato 1 settembre 2012

Tainter, o della complessità - 2

Concludiamo il commento del prof. Ugo Bardi al libro di Joseph Tainter “The Collapse of Complex Societies”. Lumen

(seconda parte)


<< La visione di Tainter si può considerare come una versione "forte" del principio di Jevons (impropriamente detto "paradosso"). Ovvero, un incremento di efficienza non porta a una riduzione dei consumi di risorse. [Ciò in quanto l’aumento di efficienza si traduce normalmente in una diminuzione di costi che, in genere, aumenta i consumi - ndr].

Questo effetto è profondamente legato al modo in cui l'economia e la società funzionano, e lo si vede anche da un'analisi della situazione fatta con la "dinamica dei sistemi." Era già il risultato ottenuto quasi 40 anni fa con lo studio noto come "I limiti dello sviluppo."

La società si comporta come un sistema complesso stabilizzato da una serie di "feedback" negativi che si oppongono a qualsiasi cambiamento. E' questo sistema di feedback che genera strutture sempre più complesse.
Ma, notate, che non c'è nessun meccanismo nella società per favorire il cambiamento; ce ne sono soltanto per impedirlo (il che vuol dire, al massimo, ritardarlo).

Dove l'analisi di Tainter arriva a risultati veramente agghiaccianti e sulla questione del cambiamento climatico.
Per il problema energetico, in fondo, si può pensare a soluzioni individuali: uno si può fare la casa ecologica, mettere pannelli fotovoltaici sul tetto, andare a lavorare in bicicletta, eccetera. Chi si organizza in questo modo avrà dei vantaggi sugli altri via via che il problema della scarsità di risorse si farà più grave.

Ma il principo di Jevons ci dice che il problema climatico non si risolve in questo modo. Singoli o gruppi che si impegnano a consumare meno risorse ottengono il solo risultato di mettere a disposizione queste risorse a chi si impegna a consumarne di più.
In altre parole, se io vado a lavorare in bicicletta metto a disposizione la benzina che non consumo a qualcuno che invece a lavorare ci va con la SUV. Quindi, le emissioni di gas serra continuano al massimo ritmo possibile. Il problema con il principio di Jevons è che non ti lascia scampo.

Evidentemente, pur con tutte le nostre super-tecnologie, alla fine dei conti non stiamo facendo meglio degli antichi Romani. Al tempo della crisi, il compito per i Romani era di cambiare la loro risorsa di base: passare da un'economia basata sulle conquiste militari a una basata sull'agricoltura.
Non ci sono riusciti; anzi, hanno distrutto la loro agricoltura a furia di tasse eccessive e sovrasfruttamento del suolo.

Il nostro compito è simile: si tratta di sostituire la nostra base economica. Dobbiamo passare da un'economia basata sui combustibili fossili, a una basata su risorse rinnovabili. Da come stanno andando le cose, è chiaro che non ci stiamo riuscendo - anzi, sembra che la crescita delle rinnovabili degli ultimi anni stia generando un fortissimo movimento di opposizione. E' il risultato dei sistemi di auto-conservazione della società complessa.

Quindi, il collasso è inevitabile? Sembrerebbe proprio che lo sia, o perlomeno questa è l'impressione che ti resta dopo avere ascoltato Joseph Tainter analizzare la situazione.
D'altra parte, è anche vero che la società si trasforma comunque, indipendentemente dagli sforzi che facciamo per mantenerla sempre uguale a se stessa. Il collasso non è niente altro che una transizione rapida e incontrollata verso una situazione che si sarebbe potuto raggiungere anche in modo graduale e controllato.

I Romani non ci sono riusciti. C'è riuscito il collasso che li ha trascinati, volenti o nolenti, nel Medio Evo. Il Medio Evo, in un certo senso, era una soluzione ai problemi che l'impero cercò di risolvere senza riuscirci. Con il Medio Evo sparì la pesante burocrazia imperiale, si poterono ridurre le spese militari e la terra potè riposare per qualche secolo e recuperare la fertilità perduta.

Se a fare queste cose non c'era riuscito l'impero, c'è riuscita la realtà; anche se il processo non è stato piacevole per tutti.
Così, nel nostro caso, i problemi che fronteggiamo saranno comunque risolti a dispetto di tutti i nostri sforzi per negarne l'esistenza o di proporre soluzioni che li peggiorano. Un collasso è comunque una soluzione molto spiacevole e che dovremmo cercare di evitare.

In effetti, dall'analisi di Tainter emerge un'interessante conseguenza; ovvero che dovremmo utilizzare le risorse che rimangono per costruire strutture che riducano l’impatto del collasso.
Per esempio, usare risorse fossili per costruire impianti di energia rinnovabile vuol dire negare queste risorse a chi vorrebbe invece sprecarle per scopi inutili, tipo bruciarle nel motore dei SUV. Ogni impianto costruito oggi è un piccolo cuscino per ridurre l'impatto del collasso imminente - non dobbiamo darci per vinti!

Tuttavia, è possibile che una nuova società basata su risorse rinnovabili non riuscirà veramente ad emergere se non dopo il collasso di quella vecchia, basata sui fossili.
E' un peccato che non si riesca a gestire il cambiamento in modo consapevole e graduale, ma - in ogni caso - la realtà la vince sempre sulla fantasia e questa è l'unica cosa sulla quale possiamo essere sicuri. >>

4 commenti:

  1. Ciao Lumen, io direi che il principio di Jevons andrebbe ricordato a tutti coloro che credono che la tragedia demografica sia solo un problema di cattiva distribuzione delle risorse mondiali.
    Gli parli di sovrasfruttamento del pianeta, ti rispondono col miseria del terzo mondo. Gli parli di un problema ecologico, ti rispondono con uno sociale, abissi del cattocomunismo.
    La domanda di combustibili fossili è fortissima, e l'offerta non può andare deserta: quei "qualcuno" che vanno a lavorare col Suv -o con la Trabant- sono semplicemente in troppi.
    E' una implicazione che nel commento di Bardi manca, ma in ogni caso non mi sarei aspettato niente di più ardito.
    Anche sull'economia romana antica:
    sovrasfruttamento dei suoli, e perché? E' ovvio e risaputo che le città romane erano parassitarie, non producevano ricchezza. La consumavano. I ricchi coi beni di lusso dall'Oriente, la plebaglia con le derrate. E il peso sulle campagne divenne insostenibile.
    L'impero di Marco Aurelio aveva 70-80 milioni di persone: il "collasso" successivo di cui parla Bardi non è lontanamente paragonabile a quello verso cui siamo avviati, coi 9 (o 10? O chissà quanti) miliardi di uomini-formica stipati nel pianeta.
    Una riforma agraria, la lotta contro il latifondo -che ha permesso a Bisanzio di vivere altri mille anni dopo il crollo delle barriere d'Occidente- avrebbe perlomeno alleviato il carico. Qua invece c è poco da fare, con 9-10 mld di parassiti non c è cuscino, piccolo o grande, che ci possa salvare.

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  2. Caro oltremalthus, sono senz'altro d'accordo con te: quello demografico è proprio il problema dei problemi.
    Qualsiasi soluzione tecnologica si possa escogitare per i nostri problemi (molti dei quali, oltretutto, una soluzione tecnologica neppure ce l'hanno) non potrà essere efficace se non accompagnata da una decisa svolta demografica in senso denatalista.
    Svolta che, purtroppo, non ci sarà, perchè siamo troppo pochi a capirne l'importanza e, soprattutto, senza alcun potere.
    Quindi cadremo nel dirupo e, come dici giustamente tu, senza nemmeno un piccolo cuscino per attenuare l'impatto.
    Colpa di qeusta società BAU, prigioniera della crescita a tutti i costi, ma, prima ancora, di quel minuscolo tiranno che ci governa e che sia chiama gene egoista.

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  3. La lettura dell'articolo e dei commenti mi deprime. Dunque siamo o saremmo condannati: nella migliore delle ipotesi il collasso può solo essere rimandato ... Più che probabile purtroppo. Lo sapevo già, ma sentirmelo ripetere ... mi deprime ancora di più.
    Eppure spes ultima dea. Altrimenti non vale nemmeno più la pena pensare e ragionare e che vada pure tutto a rotoli visto che così deve finire in ogni caso (fra qualche decennio o secolo o millennio).
    Eppure è strano perché grazie agli straordinari progressi della scienza saremmo o dovremmo essere in grado di stare tutti un po' meglio su questa benedetta terra. Basti pensare all'allungamento della vita (anche se vale sempre il detto: meglio un giorno da leoni - cioè massima intensità e felicità per quanto breve - che cent'anni da pecore, cioè vita lunga e noiosa).

    Qual è il problema? Come dividere i beni assolutamente necessari, ma scarsi (petrolio, acqua, cibo ecc.). Ma visto che il numero dei commensali continua ad aumentare, temo che il problema sia insolubile (o solubile col botto: guerre, fame, epidemie, disastri naturali). In occidente non soffriamo più la fame per carestie (un secolo fa in Ticino si moriva letteralmente di fame). Ma basterebbe un'eruzione tipo Krakatoa (1883) perché non ci fossero raccolti per uno o due anni ...

    Eppure c'erano tutte le condizioni per una vita soddisfacente per tutti... C'erano? O ci sono ancora?

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  4. Caro Sergio,
    Capisco perfettamente il tuo scoramento di fronte a questi discorsi un po’ funerei.
    Provo allora ad offrirti alcuni piccoli spunti di riflessione in positivo, che, almeno con me, funzionano.

    1 – Pensare al peggio consente di essere preparati, e quindi mitigare in qualche modo gli effetti negativi degli eventi, rispetto a chi verrà colpito inaspettatamente.

    2 - Le ipotesi dei "catastrofisti" sono fondate scientificamente, ma non vi sono certezze sui tempi. Quindi può darsi che il tracollo sia imminente, come può darsi di no.

    3 – Il futuro sarà anche nero, ma non colpirà sicuramente tutti allo stesso modo. Vi è sempre, in ciascuno di noi, la speranza di essere tra i fortunati che se la caveranno.

    4 – In ogni caso, vista l’incognita temporale di cui sopra, sino a che non succederà il peggio, possiamo goderci la vita giorno dopo giorno, gustandocela forse anche più di tanti altri.

    Quindi SURSUM CORDA e, ovviamente, CARPE DIEM !

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