sabato 8 settembre 2012

Impara l'Arte (e mettila da parte)

Ho sempre guardato con fastidio all’arte moderna, soprattutto quella astratta e palesemente priva di significato, la cui unica ragion d’essere pareva quella di disorientare l’osservatore (le famose tele tagliate di Lucio Fontana, tanto per fare un nome).
Ma era una sensazione “a pelle”, per la quale non ero in grado di dare una spiegazione razionale.
Ora, dopo aver letto il saggio “Arte e Decrescita“ dell’economista controcorrente Maurizio Pallante (fondatore del Movimento per la Decrescita Felice) ho finalmente le idee più chiare.
Riporto qui di seguito un breve estratto del saggio. Una lettura molto interessante.
LUMEN
 

<< Le società che finalizzano le attività economiche alla crescita [continua] della produzione di merci, non possono non porre il consumo a fondamento del loro sistema di valori e dei modelli di comportamento condiviso.
 
[Pertanto], nell’immaginario collettivo di queste società, il consumo costituisce il fattore fondamentale del benessere individuale e sociale. (…) 

La posizione di chi, come la Chiesa Cattolica, condanna il consumismo perché comporta un appiattimento materialistico degli esseri umani ed esalta al contempo come un miracolo la crescita della produzione di merci, sono illogiche e non credibili, penose e ridicole. (…)
 
Un sistema fondato sulla produzione ed il consumo di merci ha bisogno di valorizzare il nuovo in quanto tale e, quindi, l’innovazione, cioè la capacità di sostituire in continuazione il nuovo con il più nuovo, ovvero di far divenire il nuovo sempre più rapidamente vecchio. (…)
 
Nella diffusione del valore del nuovo in quanto tale, un ruolo decisivo è stato svolto dalle correnti artistiche del novecento, catalogate come arte moderna e arte contemporanea. (…)
 
L’atteggiamento anticonformista e sovversivo [delle avanguardie artistiche] ha trovato sin dall’inizio il sostegno dei settori industriali, finanziari e politici, interessati ad accelerare i processi di modernizzazione, industrializzazione e urbanizzazione avviati in quegli anni; a sostituire nell’immaginario collettivo il valore della conservazione e dell’attaccamento al passato, col valore del cambiamento e del futuro; a trasformare le regole da “valori sociali condivisi” a “vincoli mentali” che limitano la libertà dell’individuo. (…)
 
Il sistema economico e produttivo ha favorito quindi l’affermazione delle avanguardie artistiche mettendo a loro disposizione gli strumenti del suo potere: gallerie, musei, università, istituzioni culturali, committenti, collezionisti, critici, giornali. (…)
 
Ne è risultato un capovolgimento di senso delle parole e dei concetti che esprimono. La trasgressione delle regole è diventata la regola a cui uniformarsi; la disobbedienza un imperativo a cui obbedire; (…) l’innovazione un obbligo; L’anticonformismo si è trasformato nel più rigido conformismo. (…)
 
La ricerca del nuovo è diventato l’elemento che ha uniformato tutte le correnti artistiche in tutti i settori espressivi, dalla musica, alla letteratura, alle discipline che si definivano “figurative”’ e, pertanto, non potevano più esserlo. (…)
 
Un sistema economico fondato sulla crescita (…) ha bisogno di individui che non sappiano fare niente e, pertanto, siano costretti a comprare tutto ciò di cui hanno bisogno per vivere. Di conseguenza deve fare in modo che si perdano le conoscenze che hanno consentito per millenni agli esseri umani di auto-produrre molti beni essenziali alla loro sopravvivenza. (…)
 
Affinché questa perdita non sia percepita come un impoverimento culturale, occorre che il “saper fare” sia disinserito dall’ambito del “sapere” e considerato una forma inferiore dell’agire umano. Un ruolo fondamentale è stato svolto dalla scuola, dove le attività manuali sono state progressivamente cancellate dai programmi. (…)
 
[Così, anche] l’arte moderna e contemporanea ha considerato come vincoli alla creatività l’apprendistato del mestiere, la conoscenza delle tecniche e dei materiali, il perfezionamento delle abilità manuali sotto la guida di un maestro. (…)
 
Il “saper fare” è stato espulso dallo statuto dell’arte moderna e contemporanea perché è stato considerato la cartina di tornasole dell’antimodernità, lo stigma di una concezione artistica vecchia. (…)
 
Nei consigli di amministrazione dei musei d’arte moderna siedono i più autorevoli rappresentanti del potere politico, economico e finanziario; che li finanziano abbondantemente, perché, nonostante gli enormi mezzi a disposizione, l’impegno dei loro staff, il sostegno di critici e storici dell’arte e la copertura mediatica di cui godono, i proventi dei biglietti non basterebbero a coprire neanche i costi di pulizia. (…)

Il fatto è che l’arte moderna e contemporanea è in realtà un’arte di regime; (…) l’arte di cui il regime ha bisogno per mantenere la propensione degli esseri umani a consumare quantità crescenti di merci, la cui appetibilità consiste nel fatto di essere nuove, indipendentemente dal fatto di essere utili. >>

MAURIZIO PALLANTE

5 commenti:

  1. Accidenti! Stento a credere a quanto ho letto, anche se la cosa è assolutamente credibile. Certo sarebbe la manipolazione totale e noi vittime più o meno consapevoli.

    Lo stesso un'obiezione. Il concetto di bello varia nel tempo. Un autore che io apprezzo (Alberto Savinio) - pittore, musicista, scrittore - arriva a dire che il bello non è più un criterio, anzi il bello fa vomitare, il bello ha fatto il suo tempo. E che ci mette Savinio al posto del bello? Il nuovo. L'opera d'arte se è davvero tale deve essere qualcosa di nuovo, di rivoluzionario, se no è mera ripetizione di cose già esistenti, quindi non opera d'arte ma copia se non scopiazzamento - e magari in peggio - di altre opere: un'operazione inutile. Sarebbe assurdo riscrivere Guerra e Pace o la Divina Commedia o la Nona di Beethoven: esistono già.

    Devo però dire che pur apprezzando un autore intelligente come Savinio non condivido interamente il suo punto di vista: che il nuovo è bello in sé. Il nuovo è caso mai interessante proprio perché è nuovo, insolito, e attrae per forza l'attenzione. Ma forse solo per un istante, poi ... vomitiamo (a volte).

    Non si può ripetere ciò che è già noto e stranoto, è superfluo, ridondante, pleonastico. Ma la novità deve avere anche certi requisiti per resistere, per non essere effimera. A meno che ormai non resti che l'effimero, considerato che si già visto e provato di tutto.

    Io però continuo a considerare belle certe cose che mi sembrano sempre incantevoli, che so, per es. La bella mugnaia e Il viaggio d'inverno di Schubert. E vomito quando sento - e vedo - certi cantanti di musica cosiddetta leggera, che fa semplicemente schifo (si sarà capito che non guardo mai San Remo e le sue "novità"...).

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  2. Caro Sergio, non c'è dubbio che il concetto di bellezza sia uno dei più difficili da definire, e si potrebbe stare a discuterne per giorni.

    Sulla "bellezza", artisti, critici, filosofi e sociologi (per non parlare dei teologi) hanno scritto moltissimo, senza peraltro giungere (a quanto mi consta) a conclusioni definitive.

    Io, nel mio piccolo, sto con i biologi, i quali considerano la bellezza una semplice categoria darwiniana: ovvero noi consideriamo "bello" (in senso lato) tutto ciò che è collegato con la nostra sopravvivenza ed il nostro successo riproduttivo.


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    1. "Io, nel mio piccolo, sto con i biologi, i quali considerano la bellezza una semplice categoria darwiniana: ovvero noi consideriamo "bello" (in senso lato) tutto ciò che è collegato con la nostra sopravvivenza ed il nostro successo riproduttivo."

      Potrei essere d'accordo, anche se "tutto ciò che è collegato con la nostra sopravvivenza ecc." più che bello è forse semplicemente utile. Ma anche il bello è utile in quanto valore. La bellezza, il piacere che proviamo davanti a un paesaggio, un'opera d'arte, o in compagnia di una persona, è un arricchimento, qualcosa che ci fa amare la vita e che ci tiene legata ad essa. Dunque utilissimo. Che sia un trucco della natura per indurci a insistere?

      Savinio: "I desideri sono le gòmene della vita." i desideri, la bellezza ...

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  4. << La bellezza, il piacere che proviamo davanti a un paesaggio, un'opera d'arte, o in compagnia di una persona, è un arricchimento, qualcosa che ci fa amare la vita e che ci tiene legata ad essa. Dunque utilissimo. Che sia un trucco della natura per indurci a insistere ? >>

    E perchè no ?
    Trovo la tua ipotesi decisamente intrigante.
    In fondo, se l'homo sapiens è ancora qui (ed anzi in quantità decisamente eccessiva) è perchè i vari trucchi della natura hanno funzionato, no ?

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