sabato 7 febbraio 2026

Il Miracolo Europeo

Il boom economico ed il benessere sociale raggiunti dall'Europa nel secondo dopoguerra sono avvenuti, come noto, nel pieno della Guerra Fredda. Secondo alcuni, però, la presenza ingombrante dell'URSS sarebbe stata più un vantaggio (indiretto) che un ostacolo.
A questa ipotesi è dedicato il post di oggi, scritto sotto pseudonimo e tratto dalla pagina FB 'Termometro Geopolitico'.
LUMEN


<< Tra il 1945 e la fine degli anni Ottanta l’Europa occidentale ha conosciuto il periodo di maggiore crescita materiale, stabilità sociale e mobilità inter-generazionale della sua storia, e con ogni probabilità uno dei momenti migliori dell’intera storia dell’umanità industriale.

Non si tratta di un giudizio nostalgico né ideologico, ma di un dato che emerge con chiarezza da indicatori convergenti: crescita dei salari reali, accesso universale alla sanità e all’istruzione, diffusione della proprietà della casa, riduzione delle disuguaglianze, centralità politica del lavoro, espansione del ceto medio. La domanda cruciale non è se questo sia accaduto, ma perché.

La risposta non può essere cercata né nella moralità delle classi dirigenti, né in una presunta virtù intrinseca delle istituzioni liberali, né tantomeno nella qualità individuale dei leader politici di quell’epoca. Il fattore determinante è di natura sistemica ed esterna: l’esistenza, nel cuore dell’Europa, di un sistema politico ed economico alternativo, antagonista e strutturalmente credibile.

L’Unione Sovietica, al di là dei suoi fallimenti, delle sue contraddizioni e delle sue tragedie interne, ha svolto una funzione storica essenziale come polo di confronto. Non come modello da imitare, ma come minaccia concreta alla legittimità del capitalismo occidentale se quest’ultimo non fosse stato in grado di garantire benessere diffuso, sicurezza sociale e prospettive di vita dignitose alle proprie popolazioni.

È in questo contesto che va compreso lo sviluppo dello Stato sociale europeo. Il welfare, la progressività fiscale, la forza dei sindacati, la stabilità occupazionale, l’investimento pubblico massiccio in infrastrutture, ricerca e istruzione non furono concessioni spontanee né il frutto di una superiore etica democratica. Furono strumenti di competizione sistemica.

Il capitalismo europeo del secondo dopoguerra fu costretto a disciplinarsi, a limitare la propria vocazione predatoria, a redistribuire una parte significativa della ricchezza prodotta, perché non poteva permettersi di perdere il consenso delle classi lavoratrici e della nascente classe media. La paura della radicalizzazione politica, della forza dei partiti comunisti, della possibilità reale di uno spostamento dell’asse sociale verso Est costituiva un potente incentivo a rendere il sistema funzionante per la maggioranza.

In questo senso, l’Europa occidentale deve all’URSS più di quanto spesso siano disposti ad ammettere gli stessi europei, e paradossalmente deve all’URSS più di quanto non abbiano beneficiato molti dei cittadini che vi vivevano. La funzione storica dell’Unione Sovietica non è stata quella di incarnare un modello superiore di società, ma quella di costringere il capitalismo a migliorare se stesso. Senza quell’antagonista, senza quella pressione esterna, senza la possibilità concreta di un’alternativa, il compromesso socialdemocratico che ha garantito decenni di prosperità non avrebbe avuto alcuna ragione di esistere.

La rottura avviene tra il 1989 e il 1991. Con il collasso del blocco sovietico non scompare soltanto un sistema politico, ma viene meno l’intera architettura del confronto. Da quel momento il capitalismo occidentale non ha più bisogno di dimostrare nulla. La redistribuzione diventa un costo inutile, la classe media perde la sua funzione stabilizzatrice, il lavoro cessa di essere il perno della legittimazione politica.

In assenza di un’alternativa credibile, il sistema si chiude su se stesso. La competizione non è più tra modelli di società, ma tra individui all’interno dello stesso modello. Il conflitto verticale viene sostituito da una frammentazione orizzontale che neutralizza ogni possibilità di cambiamento strutturale.

È in questo quadro che le cosiddette liberaldemocrazie contemporanee cessano progressivamente di essere tali e si trasformano in plutocrazie procedurali. Le istituzioni democratiche sopravvivono nella forma, ma perdono la sostanza. Il voto rimane, ma non incide sulle scelte fondamentali.

I diritti vengono proclamati, ma privati di strumenti materiali di esercizio. La politica diventa amministrazione dell’esistente, mentre il potere reale si sposta stabilmente verso centri economici e finanziari non responsabili di fronte ai cittadini. La sovranità degli Stati si dissolve, non per inefficienza o corruzione, ma per impossibilità strutturale di agire contro vincoli sistemici ormai interiorizzati.

In questo contesto, il dibattito pubblico che si concentra su corruzione, evasione fiscale, burocrazia, incompetenza della classe politica o sulle figure contingenti che si alternano al governo, non coglie il punto. Non perché questi fenomeni non esistano, ma perché non spiegano la traiettoria di fondo. Essi sono effetti, non cause.

Le diverse leadership politiche degli ultimi trent’anni si sono mosse tutte all’interno di un sistema chiuso, privo di reali margini di manovra per una politica redistributiva e orientata alla classe media. Attribuire il declino a singoli attori significa confondere il rumore di superficie con il segnale strutturale.

La verità, scomoda ma difficilmente contestabile, è che senza una teoria politica ed economica alternativa, credibile e sistemica, il declino delle società europee non è arrestabile. Non esistono riforme tecniche, aggiustamenti amministrativi o moralismi civici in grado di invertire una dinamica che nasce dall’assenza di concorrenza tra modelli. La storia insegna che i sistemi migliorano solo quando sono costretti a farlo. Dove manca la paura delle élite, manca anche l’incentivo a investire nella società.

Il periodo 1945–1990 non è stato un’anomalia irripetibile per caso. È stato il prodotto di un equilibrio instabile ma fecondo tra forze contrapposte. Una volta dissolto quell’equilibrio, il risultato non poteva che essere l’attuale fase di stagnazione, disuguaglianza e progressiva irrilevanza politica delle masse.

Finché non emergerà una nuova alternativa sistemica, non nostalgica e non puramente morale, ma strutturalmente temibile, il declino resterà la traiettoria naturale. Tutto il resto è rumore bianco. >>

URSULA BORDER LINE

3 commenti:

  1. Mah, sarà! Ma adesso abbiamo uno Stato canaglia, la Russia, che ci minaccia e obbliga a un riarmo massiccio. Dunque l'antagonista c'è, non è affatto sparito. Grazie allo Stato canaglia le nostre sorti miglioreranno (secondo l'autore). Di nuovo grazie alla Russia dunque.

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    1. Caro Sergio, credo che tra l'URSS della guerra fredda e la Russia di Putin ci sia una differenza notevole, soprattutto a livello ideologico.
      L'URSS si dichiarava comunista e cercava di fare proseliti nel mondo.
      La Russia attuale mi pare che si limiti a fare i propri interessi diretti, e poco più, senza pretese imperiali.
      Per questo non riesce a farmi paura. Ma ovviamente posso sbagliare.

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  2. COMMENTO di G.P. VALLA

    Condivido pienamente l'analisi del Tuo post, sono considerazioni correnti nell'area politica che seguo (genericamente sinistra socialista no EU e no NATO✊), ma espresse con perfetta chiarezza.
    I dati a conferma sarebbero moltissimi: dall'indice di Gini alla quota dei salari sul PIL, alla modulazione delle aliquote nella tassazione, all'andamento della spesa sociale...
    Solo anticiperei l'avvio della controrivoluzione all'inizio degli anni Ottanta, con la crisi economica dell'URSS, "l'esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d'Ottobre" (cfr Berlinguer 1981), l'ascesa al potere di Reagan e della Thatcher; infine da Gorbaciov in poi c'è stato il crollo.

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