mercoledì 27 settembre 2017

Specchio delle mie brame

La scoperta dei Neuroni Specchio è stato uno dei grandi successi delle neuro-scienze, ed ha portato notevoli conseguenze nell’interpretazione dei rapporti sociali. Quelle che seguono sono le considerazioni sull’argomento di Cristina Cecchi, tratte da un più lungo articolo di MIcroMega. Lumen
 

<< Con la scoperta dei neuroni specchio, le neuro-scienze hanno penetrato il tempio delle scienze sociali, rivoluzionando il modo in cui pensiamo i rapporti interpersonali.

All’inizio degli anni novanta, Giacomo Rizzolatti è stato protagonista delle ricerche che hanno condotto alla scoperta dei neuroni specchio in alcune aree della corteccia cerebrale – una scoperta ampiamente discussa e infine accettata dalla comunità scientifica, per portata rivoluzionaria paragonata da alcuni a quella del Dna.
 
Individuati nell’uomo nelle aree pre-motorie, inclusa l’area di Broca (quella che presiede all’attività del linguaggio), hanno la funzione di attivare le relazioni intersoggettive; per la precisione, hanno la caratteristica di attivarsi sia quando compiamo un’azione sia quando osserviamo altri compierla: sono i neuroni dell’empatia, e ci dicono che siamo neuro-biologicamente costruiti per provare le emozioni degli altri.
 
Si può immaginare che alle origini del percorso evolutivo siano sorte pratiche da cui l’uomo, procedendo per imitazione dell’azione altrui, ha iniziato l’apprendimento; tali processi imitativi sono regolati da neuroni particolari e hanno garantito lo sviluppo cognitivo della specie umana: grazie all’imitazione si sono diffusi gli strumenti, le tecniche, i rituali, le strategie di difesa, il linguaggio, divenendo parte della cultura del gruppo.
 
La trasmissione della cultura, con la possibilità di migliorare quel che il proprio predecessore ha trovato, è alla base dell’avanzamento della nostra specie. Senza l’imitazione la creatività serve a poco; e l’imitazione comporta la comprensione dell’agire dell’altro da sé. La comprensione biologicamente certificata, tuttavia, di per sé non è sufficiente a rivoluzionare l’idea di socialità.
 
L’uomo è neurofisiologicamente predisposto per imparare a compiere certe azioni (a questo ci si riferisce quando si parla di «neuroni pre-motori»); sta poi anche agli stimoli esterni far sì che tale sviluppo avvenga, che l’apprendimento si verifichi, e che quelle azioni entrino dunque nel patrimonio delle capacità di un individuo. Il che avviene per l’apprendimento delle funzioni motorie, ma si può considerare che avvenga anche per le funzioni empatiche.
 
Attraverso lo studio del sistema motorio della scimmia in situazioni di interazione sociale, Rizzolatti e la sua équipe hanno scoperto dei neuroni che si attivavano sia quando la scimmia compiva un’azione sia quando osservava lo sperimentatore compierla. «Abbiamo chiamato questi neuroni mirror, in italiano “neuroni specchio”», accertandoli poi anche per l’uomo: capiamo l’azione dell’altro proprio come se l’avessimo agita in prima persona.
 
Dopo la scoperta dei neuroni specchio Rizzolatti e colleghi si sono chiesti se ci siano neuroni specchio anche per le emozioni e hanno scoperto che nelle mappe di risonanza magnetica funzionale gli stessi punti si attivavano sia quando un’emozione era evocata da stimoli naturali (per esempio l’odore di uova marce) sia quando il soggetto vedeva – o meglio leggeva – la stessa emozione (il disgusto) in un altro.
 
In sostanza, l’uomo fa esperienza mentale delle stesse emozioni che prova un altro; le emozioni dell’altro non vengono capite cognitivamente, con l’intelligenza, ma sentite direttamente, come se fossero proprie: non si tratta solo di imitazione e comprensione, ma proprio di sentire se stessi come se si fosse l’altro.
 
In questo modo i neuroni specchio ci danno la facoltà dell’immedesimazione, della partecipazione, dell’empatia – il cui deficit sarebbe invece alla base di patologie come autismo, narcisismo, disturbo borderline della personalità.
 
L’evoluzione ha selezionato l’empatia come risorsa biologica indispensabile per la sopravvivenza della specie e degli individui che la compongono. L’empatia non è il vagheggiamento di un animo contemplativo e fiducioso: è una componente fondamentale inscritta nel tessuto cognitivo umano. Sta poi alla società esaltarla o deprimerla.  

Quando Hobbes descrive l’uomo dei primordi che cerca di accaparrarsi le risorse naturali per la propria sopravvivenza coglie senz’altro una verità antropologica: nessuno vuole negarlo. Tuttavia, se esiste un egoismo originario e ineliminabile nella natura umana, senza dubbio esiste un altro egoismo, un prodotto storico dell’organizzazione sociale individualistico-possessiva, la quale accentua l’egoismo naturale, fa leva su di esso e lo esaspera.  

Ma storia non è “fato”: il suo corso è in parte plasmabile. Scommettere sull’empatia anziché sull’egoismo significa pensare una società solidale anziché antagonistica, dare fiducia alla fratellanza che precede la legge, alla cooperazione che precede l’utile. Decidere una diversa evoluzione della specie. Modellare un’umanità nuova. >>

CRISTINA CECCHI


(Link: http://temi.repubblica.it/micromega-online/egoista-o-altruista-la-natura-umana-da-hobbes-ai-neuroni-specchio/?refresh_ce ) 

5 commenti:

  1. Un bel discorsetto che piace, convince (senza troppo spremersi le meningi). Si vede che tutti gli esseri - umani e non umani - apprendono per imitazione. Un bambino imita i grandi (accavalla le gambe come loro, finge di fumare una sigaretta ecc.). Ricordiamoci anche dell'imprintig di Lorenz: il pulcino dell'oca selvatica individua (per sempre!) nel primo essere che vede il suo genitore (per sempre!).

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  2. Caro Sergio, i comportamenti degli esseri viventi sono sempre un mix di programmazione genetica (fissa) e di apprendimento culturale (flessibile in quanto aquisito dopo la nascita).
    Ovviamente, ogni specie ha percentuali diverse delle 2 componenti, per cui, per esempio, un mammifero avrà più della seconda, mentre un invertebrato avrà più della prima.
    L'homo sapiens, a quanto pare (e per fortuna), è l'animale con il mix più sbilanciato verso l'apprendimento culturale.
    La base però (vedi appunto i neuroni specchio) resta sempre biologica e quindi genetica.

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  3. Tornando ai 'neuroni specchio', ritengo che potrebbero avere una notevole importanza nello spiegare la repulsione fortissima ed istintiva che proviamo in presenza di comportamenti omosessuali tra membri del nostro sesso.
    Ma forse questo è un discorso troppo lungo, che porterebbe troppo lontano.

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    Risposte
    1. 'azz, sei omofobo, questa non me l'aspettavo. Ti tolgo il saluto e ti denuncio ...
      Però il termine omofobo non mi piace (è uno che ha paura degli "uomosessuali" come dicono a Napoli quando parlano italiano ... ma in genere preferiscono ricchiò, femmenella). In realtà i normodotati (che bella parola) detestano i froci (etimologia incerta) per cui proporrei "misomo" (in analogia a misantropo, misogallo - chi detesta i francesi, vedi Il misogallo di V. Alfieri - misogino, misoneista).
      Che dici, lo propongo alla Crusca? Se hanno accettato petaloso perché non misomo? Certo poi a Napoli hanno di nuovo problemi con l'etimologia. "Misomo? E che robb'è? Ah, i ricchioni. A noi napoletani piace più ricchioni, sì, qua simme tutte ricchioni" (proteste dal pubblico).

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    2. << sei omofobo, questa non me l'aspettavo >>

      In effetti non lo sono per nulla.
      Ma siccome la cosa è piuttosto diffusa, cercavo di darne una spiegazione scientifica.
      Perchè se la reazione negativa è solo istintiva, possiamo superarla con il ragionamento.
      Mentre se ha radici ideologiche, come l'omofobia in senso stretto, questo diventa molto più difficle.

      Ma forse siamo proprio finiti OT, come temevo.

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