mercoledì 11 maggio 2016

Dunbar & company

Questo post è dedicato all’antropologo britannico Robin Dunbar, il quale, studiando i “limiti cognitivi” dei primati e dell’uomo, ha individuato nel numero massimo di 150 persone (chiamato appunto numero di Dunbar), il limite funzionale dei nostri contatti sociali. L’articolo è del giornalista americano Drake Bennett (da Bloomberg Businessweek). Buona lettura. Lumen


<< Anni fa, lo psicologo evoluzionista Robin Dunbar cominciò a studiare l'abitudine tipicamente inglese di inviare biglietti d'auguri in occasione delle festività natalizie. (…) Lo studioso era interessato non tanto al numero di conoscenti di un individuo, ma a quante persone lo stesso fosse effettivamente legato. (…)

L’attività di preparazione, compilazione, spedizione dei biglietti, [infatti], rappresenta una sorta di investimento: occorre conoscere o cercare indirizzi, comprare biglietti o realizzare il perfetto collage di adorabili foto di famiglia, scrivere qualcosa, comprare francobolli, e imbucare il tutto nella cassetta della posta. L'aspetto significativo sta nel fatto che sebbene il processo non richieda spese nemmeno lontanamente significative, la maggior parte delle persone non sarebbe disposta a prendersi un tale disturbo per chiunque.

Lavorando con l'antropologo Russell Hill, Dunbar riuscì a mettere insieme la rete di auguri natalizi della famiglia inglese media. Dal lavoro dei due ricercatori emerse, ad esempio, che circa un quarto dei biglietti era destinato ai familiari, quasi due terzi agli amici e un otto per cento ai colleghi. La scoperta principale dello studio, ad ogni modo, era rappresentata da un singolo dato numerico: 153,5, approssimando per difetto 150, ossia il numero totale dei singoli destinatari di biglietti di ciascuna famiglia.

Questo numero era esattamente quello che Dunbar si aspettava. Nel corso dei venti anni precedenti, egli stesso e altri ricercatori sulla sua stessa lunghezza d'onda, avevano rintracciato gruppi di persone composti da 150 individui praticamente in ogni dove. Gli antropologi, studiando le ultime società che vivono prevalentemente di caccia e raccolta rimaste al mondo, avevano scoperto che ogni clan tende ad avere 150 membri.

Nella storia militare d'Occidente, la più piccola delle unità militari autonome, la compagnia, in genere è composta di 150 soldati. La comune degli Hutteriti, una setta anabattista autosufficiente, simile agli Amish, finisce sempre per sfaldarsi ogni qualvolta raggiunge un numero di componenti superiore a 150.

Lo stesso vale per gli Uffici della “W.L. Gore & Associates”, un'azienda di tessuti, nota per prodotti innovativi come Gore-Tex e per la sua struttura manageriale assolutamente non gerarchica. ogni qualvolta un ramo supera i 150 impiegati, la società si spacca in due e fonda un nuovo ufficio.

Per Dunbar esiste una semplice spiegazione alla base del fenomeno: così come gli esseri umani non sono in grado di respirare sott'acqua o correre i cento metri piani in 2 secondi e mezzo, o vedere microonde a occhio nudo, la maggior parte di essi non può mantenere più di 150 relazioni significative. Cognitivamente, non siamo “costruiti” per questo. In generale ogni qualvolta un gruppo cresce fino a superare i 150 componenti, i suoi membri sembrano perdere la loro capacità di relazionarsi gli uni con gli altri.

Dunque, viviamo in un pianeta sempre più urbanizzato e affollato, ma abbiamo attitudini sociali da età della pietra. “150 sembra rappresentare il massimo numero di individui con cui ciascuno può intrattenere relazioni sociali genuine, il tipo di relazioni che consiste nel sapere con chi e come abbiamo a che fare”, scrive Dunbar, “In parole povere, è il numero di persone con cui prenderemmo un drink insieme senza imbarazzo se ci trovassimo inavvertitamente nello stesso bar”. (…) 

Dunbar (…) è cresciuto in Tanzania, dove suo padre era ingegnere elettronico e da ragazzino era solito navigare lungo la costa e andare in giro per i boschi. Si laureò nei primi anni settanta, e il suo interesse di ricerca originario non erano le amicizie umane ma la vita sociale della gelada, una scimmia esistente solo negli altipiani etiopi, strettamente imparentata col babbuino.

Ciò che lo attirava delle gelada erano le particolarità del loro sistema sociale, che si fonda su piccoli gruppi familiari, a loro volta confluenti poi in orde più grandi. Questo sistema, vagamente simile a quello delle moderne tribù che vivono di caccia e raccolta, è conosciuto come sistema sociale a fissione e fusione, e appartiene a sole due specie di scimmie tra le circa 300 specie di primati, uomo escluso.

Dunbar era interessato in modo particolare all'abitudine di pettinarsi di queste scimmie. Per le gelada e per molti altri primati, il pettinarsi concerne solo in parte scopi di pulizia, rappresenta anche una forma di legame. La vita delle gelada è piena di vicende, caratterizzata addirittura da società segrete, colpi di stato e alleanze turbolente, e le scimmie consolidano le proprie amicizie togliendosi a vicenda parassiti dal pelo e massaggiandosi la pelle.

In un vecchio scritto, Dunbar mostrò che il tempo impiegato dalle gelada per pettinarsi non dipende dalla taglia dell'animale - il che potrebbe evocare scopi igienici, in quanto scimmie di stazza più grossa richiedono tempi di toletta maggiori - dipenderebbe, invece, dalle dimensioni del gruppo: più grande è il gruppo, più tempo i suoi membri impiegheranno a ingraziarsi gli altri mediante massaggi.

Dunbar cominciò a chiedersi se anche altre caratteristiche potessero essere collegate alle dimensioni del gruppo. Nel 1992 pubblicò la risposta al suo stesso quesito: le dimensioni del cervello.

Gli scienziati sono stati a lungo affascinati dalle dimensioni significative del cervello dei primati. Essere intelligenti ha indubbiamente i suoi vantaggi, ma un cervello sviluppato richiede un enorme ammontare di energia e anni per raggiungere la dimensione massima, nonché un cranio perfettamente formato che lo protegga, rendendo i parti molto pericolosi. Molte specie completamente prive di cervello hanno prosperato e continuano a prosperare sul nostro pianeta.

La teoria di Dunbar si fonda sull'evoluzione del cervello a dimensioni maggiori. Vivere in grandi gruppi conferisce vantaggi significativi, tra i quali principalmente una maggiore protezione contro i predatori. Ma vivere insieme è anche, senza dubbio, difficile. I membri di un gruppo sono in competizione tra di loro per cibo e accoppiamento, devono difendersi da prepotenti e traditori, e ritagliarsi spazio per comportarsi a loro volta da prepotenti e traditori.

“Per molte specie sociali, in particolare i primati, il gruppo rappresenta uno strumento per risolvere alcuni particolari problemi ambientali”, spiega Dunbar, “ma il gruppo stesso scatena un'intera serie di problemi a livello individuale. È il problema del contratto sociale: le persone ti calpestano i piedi e ti rubano il cibo che hai coltivato mentre ti accingi a raccoglierlo”.

Con l'aumento delle dimensioni del gruppo, emerge un vertiginoso ammontare di dati numerici: un gruppo di cinque componenti presenta al suo interno un totale di 10 relazioni bilaterali tra i suoi stessi membri, un gruppo di venti ne conta 190, un gruppo di 50, 1225. Una vita sociale di questo tipo richiede una neocorteccia sviluppata, vale a dire lo strato di neuroni sulla superficie del cervello, dove prende forma il pensiero cosciente.

Nel suo scritto del 1992, Dunbar mise a confronto la neocorteccia di ciascuna specie di primate con la grandezza del gruppo in cui viveva. Più sviluppata era la neocorteccia, più grande era il gruppo che il primate era in grado di gestire. Ciononostante, anche il primate più intelligente non possiede strumenti tali da consentirgli di gestire relazioni in gruppi infinitamente grandi. Per ottenere risultati analoghi riguardanti la relazione tra neocorteccia e relazioni umane, inserì i dati nel grafico realizzato per analizzare le relazioni tra primati e ottenne 147,8.

Dunbar non è stato il primo a suggerire come le dinamiche sociali possano spiegare l'evoluzione di intelligenze superiori, ma la sua semplice teoria aritmetica - cervello più grande uguale gruppo più grande - ha goduto di una vasta eco, e attualmente è visto come il padre di quella che è conosciuta come l'ipotesi del cervello sociale. (…)

[Ovviamente] è fuorviante parlare di un solo “numero di Dunbar”. Dunbar in realtà parla di una scala di numeri, che delimitano cerchie di contatti e che man mano si allargano. La più interna è quella corrispondente a gruppi da 3 a 5 membri: i nostri amici più stretti. Poi una cerchia da 12 a 15, quelli la cui morte sarebbe devastante per noi (…). Poi viene 50, che è la dimensione degli agglomerati più piccoli delle tribù che vivono di caccia e raccolta, come gli aborigeni australiani. (…)

A rendere popolari le idee di Dunbar è la loro semplicità, il che ha esposto lo studioso ad accuse di riduzionismo. (…)

[Alcuni] antropologi e neuroscienziati, confutano la teoria di Dunbar, ritenendo che essa dia per scontati altri fattori che potrebbero aver condotto allo sviluppo del cervello umano: la pressione derivante dalla necessità di escogitare sistemi efficienti per ricercare cibo ed aggirare i meccanismi di difesa di piante ed animali. (…) [Altri], che hanno usato metodologie diverse per misurare le dimensioni della cerchia sociale di un individuo, sono giunti a risultati numerici che non coincidono. (…)

Dunbar è abituato alle critiche al suo lavoro e a fornire risposte alle stesse. È d'accordo (…) che le persone hanno reti sociali diverse per raggiungere scopi diversi, ma ciò non vuol dire che non esista un legame emozionale di base per alcune persone, indipendentemente dall'utilità che le stesse possano avere per noi. Persone come il nostro datore di lavoro o il nostro negoziante di fiducia, sono importanti nella nostra vita, ma con essi non abbiamo relazioni significative. (…)

Dunbar non esclude la possibilità che gli esseri umani possano essere in grado di riprogrammare i limiti cognitivi delle loro vite sociali, come è già accaduto in passato. Il motivo per cui siamo in grado di “funzionare” in gruppi di dimensioni maggiori rispetto ai nostri cugini primati, afferma Dunbar, è perché migliaia di anni fa abbiamo imparato a parlare. 

Mentre i babbuini fanno amicizia spulciandosi a vicenda, noi per intrattenerci a vicenda abbiamo retorica e pettegolezzi, e chiacchiere da intervallo, per non parlare del canto, storie, barzellette. Il linguaggio, quindi, è il modo in cui gli umani usano i loro cervelli sviluppati per arrivare a 150. Ma fin quando non sopraggiungerà una novità altrettanto rivoluzionaria, 150 è là dove ritiene che rimarremo. >>

DRAKE BENNETT

22 commenti:

  1. A me 150 persone sembrano persino troppe. Sono forse dieci volte meno le persone con cui ci si può effettivamente relazionare (famiglia, veri amici, colleghi simpatici e qualcun altro). Poi c'è la cerchia allargata delle persone con cui volens nolens si ha a che fare e con le quali s'intrattengono rapporti cordialmente normali senza conivolgimenti emotivi. Al di là c'è l'umanità di cui sappiamo ben poco e che ci è forse ostile o indifferente - e che conviene tenere a una certa distanza. Fanno ridere gli scemi di Facebook che vantano 250 amici sparsi per il mondo e mai visti, mai "sentiti" (annusati).
    Il potere non ama che i sudditi abbiano rapporti troppo stretti fra di loro: creano cellule in parte autonome, magari terroristiche, piccoli clan mafiosi. Ricordo che i salesiani in collegio ci mettevano in guardia dalle "amicizie pericolose", vale a dire esclusive, magari peccaminose. E nemmeno vedevano di buon occhio i solitari, in quanto asociali e imprevedibili.
    D'altro canto la Chiesa insiste sempre sulla famiglia, cellula della società (e vettore principale dell'ideologia cattolica o fede). Penso anch'io che la famiglia sia decisiva per un normale sviluppo della personalità, ma famiglia in senso lato, cioè piccolo gruppo di persone sentimentalmente legate e che si sostengono a vicenda. In questo senso formano sicuramente famiglia anche persone dello stesso sesso (qui la Chiesa non è ancora del tutto d'accordo, ma sembra che evolva, sia costretta ad evolvere - chissà che non vediamo Bergoglio celebrare il matrimonio di due omosessuali).
    Comunque i legami affettivi sono importanti e non possono eccedere un certo numero. A me 150 persone sembrano effettivamente tante, troppe. Ma chissà forse una piccola tribù d'indiani in un piccolo villaggio in cui tutti si conoscono può arrivare a questa cifra e anche qualcosa di più.

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    1. << A me 150 persone sembrano persino troppe. Sono forse dieci volte meno le persone con cui ci si può effettivamente relazionare (famiglia, veri amici, colleghi simpatici e qualcun altro). >>

      Caro Sergio, sul numero la penso come te.
      Ma io, per opinione concorde dei miei familiari, sono una specie di "orso" e non faccio testo.
      Dunbar avrà sicuramente fatto riferimento a dei campioni di popolazione molto più ampi ed inoltre, non dimentichiamolo, 150 deve intendersi come numero massimo, non come numero medio.

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    2. << formano sicuramente famiglia anche persone dello stesso sesso (qui la Chiesa non è ancora del tutto d'accordo, ma sembra che evolva, sia costretta ad evolvere. >>

      Caro Sergio, a proposito di questa tua considerazione, che condivido, ho dato un'occhiata alla nuova legge Cirinnà sulle unioni civili.
      Ed ho notato che, nonostante le buone intenzioni, ne è uscita la classica legge all'italiana, che invece di fare chiarezza, finisce per aumentare la complicazione.

      Con questa legge, infatti (se ho capito bene) ci saranno in Italia 5 diversi tipi di coppia e quindi di famiglia:
      - la coppia etero sposata in Chiesa.
      - la coppia etero sposata in Comune.
      - la coppia omo registrata.
      - la coppia etero registrata.
      - la coppia totalmente di fatto.
      Non male eh ?

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  2. Dunbar non deve mai essere stato ad una partita di calcio.

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    1. La battuta è carina, ma non ci vedo tutta questa contraddizione.

      Certo, i tifosi presenti ad una partita di calcio sono moltissimi (anche più di 100.000), ma non si tratta certo di una folla coesa o strettamente collegata.
      E, per quel che mi risulta, i singoli gruppi di tifosi organizzati (quelli che hanno i loro striscioni, i loro simboli, i rituali, ecc.) restano ampiamente al di sotto del numero di Dunbar.

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    2. "ma non si tratta certo di una folla coesa o strettamente collegata"

      Dipende, se si tratta di partire armati in guerra per distruggere qualcuno o qualcosa a volte sono coesi eccome, e a decine di milioni, non di migliaia.
      Quando ci sono di mezzo uomini nulla puo' essere dato per scontato, e ai due estremi, tanto di altezza quanto, piu' spesso, di bassezza. In giro sta montando una rabbia cattiva, a livello di popolo anonimo la cui ignoranza per voi e' probabilmente difficile persino da concepire, che distruggera' tutto compresi quelli che da apprendisti stregoni la stanno fomentando senza capire che quando superera' il livello di guardia si scatenera' ciecamente anche contro di loro stessi, come ha sempre fatto.

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    3. << se si tratta di partire armati in guerra per distruggere qualcuno o qualcosa a volte sono coesi eccome, e a decine di milioni, non di migliaia. >>

      Certo, gli eserciti sono formati da moltissime soldati. Ma...
      Ma, al loro interno, sono pur sempre suddivisi in brigate, battaglioni, drappelli, corpi, ecc. ecc., che possono finire anche in competizione tra loro.

      L'intuizione di Dunbar, secondo me, può essere applicata a qualsiasi agglomerato umano, e predire, con buona approssimazione, la dimensione dei sottogruppi più strettamente coesi (e quindi più funzionali).

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  3. http://www.corriere.it/cultura/16_maggio_16/produttivita-demografia-ragioni-nostro-ritardo-b9ee9a78-1ac9-11e6-bdfe-4c04a6b60821.shtml

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    1. Che articolo demente. Non conosco l'autore che per sentito dire. Sicuramente un bravo (o grande?) studioso, persona informata, intelligente ecc. ecc. Tuttavia. Mi limito a riportare questo passaggio:

      "Non è pensabile conseguire una crescita sostenibile con una popolazione costante o in calo, soprattutto quando la produttività ristagna."

      Chiaro, no? È il discorso di tutti i capi di governo del mondo intero. Possibile che a nessuno venga in mente che "crescita sostenibile" è un ossimoro? Massì, lo sanno, ma per loro la crescita è alternativlos. E allora sotto con l'immigrazione, come scrive lo Smaghi nel prosieguo. Anche il babbeo argentino lo sostiene, che consiglia d'imbarcare mezza Africa (sono nostri frahtheli, certo). La popolazione in Africa cresce a ritmi pazzeschi: si è passati dai 200 (!) milioni dell'immediato dopoguerra al miliardo e passa di oggi, con due miliardi previsti per metà secolo e addirittura sei miliardi a fine secolo. In Africa il tasso di natalità non cala, o di poco, o in misura insoddisfacente (dal mio punto di vista di disinformato - mica sono un luminare come Smaghi, Napolitano e Franceschiello). Può anche darsi che per miracolo cali. Ma la vedo brutta. Dicono che l'Africa oltre a essere immensa sia anche ricca. E allora restino a casa loro.
      Quanto agli Italiani in via di estinzione (sempre secondo i nostri saggi ben informati) io penso invece che potremmo arrangiarci anche con meno gente e persino più vecchi (ormai penso di essere uno di questi ultimi, un parassita che pesa sul sistema sanitario e previdenziale). Il Giappone è in una situazione come l'Italia, se non peggio (ma credo siano molto meglio organizzati), ma non pratica l'accoglienza: che schifosi questi nipponici, se la sono proprio meritata l'apocalisse atomica.

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    2. Bini Smaghi era il consigliere del board della BCE in quota italia (o come si chiama quell'organismo direttivo) che ha dovuto dimettersi quando e' stato eletto Draghi presidente, altrimenti l'italia sarebbe stata sovrarappresentata (en passant e' quello che non voleva lasciare il posto, che l'han dovuto dimettere a forza).
      Quindi una persona importantissima e molto informata sulle cose economiche di rilievo europeo e mondiale, stimato e con grande competenza e influenza.

      Quello che dice probabilmente e' vero, ho letto l'articolo di corsa, tanto conosco ormai l'argomento a memoria, la posizione di Smaghi non e' certo isolata, e riflette dal nostro punto di vista quella di tutti gli economisti e del goofy che mi chiedo sempre perche' sia citato di lato, dato che, seppure prescriva cure diverse, il fine e' identico: crescita economica, e lavoro alacre per tutti!

      Vi ho postato questo articolo non tanto per evidenziarne la demenzialita' (sono d'accordo, ma si potrebbe dire lo stesso di TUTTO quello che leggiamo, se prendiamo il punto di vista dei detrattori, che ci sono SEMPRE, anche negli argomenti piu' apparentemente scientifici), quanto per evidenziare come le ragioni dell'economia ormai se ne vanno per conto proprio con la pretesa di dirigere l'andazzo, e anche per mostrare come in questo caos informativo sia impossibile trovare il bandolo della matassa, dato che con poca fatica, basta guardare un po' fuori dal proprio orticello, si trova tutto e il contrario di tutto con abbondanza di dimostrazioni inconfutabili e infallibili.

      Tutti hanno ragione, nel loro contesto.

      Per quanto riguarda l'Africa, come al solito il punto e' che si dovrebbe, al di la' dei proclami sui quali comunque NON siamo tutti d'accordo, tutt'altro, proporre qualcosa di fattibile o almeno proponibile in concreto.

      Ad esempio una chiara e forte campagna pubblicitaria (le notizie girano anche troppo in fretta) del genere "Cari africani, se continuate coi 7 figli per donna guardate che vi tagliamo ogni forma di viveri e aiuti e per voi le nostre frontiere diverranno del tutto impermeabili, perche' in questo modo aggravate sempre di piu' il problema e rendete non solo inutile ma anche controproducente ogni forma di aiuto, dato che tale aiuto a causa del vostro comportamento invece di risolvere il problema lo ingigantisce sempre i piu'".

      Ma come si fa a convincere tutti a sostenere questa opinione, quando all'interno della nostra societa' e' cosi' facile, sostenendo quella opposta, ergersi a buoni, e paladini dei poveri e dei diseredati, tacciando di disumanita' tutti gli altri? (che spesso per mostrarsi disumani ci mettono molto del proprio?)

      Ammesso che sia utile, dato che interferire negli affari altrui come si sa produce effetti imprevedibili e molto spesso ostili anche quando si cerca di fare il bene, e' piu' che frequente in tutti gli ambiti il cane che morde la mano che lo nutre.

      Come a volte si soleva ironizzare un tempo, i paladini dei poveri li amano talmente tanto che vogliono che ce ne siano quanti piu' possibile...

      Onestamente, non vedo via di scampo, anche perche' la cacofonia e' sempre maggiore, e le opinioni se ne vanno sempre di piu' ognuna per conto proprio, e piu' che essere razionali ormai servono solo a razionalizzare la propria rabbia, ipocrisia, ignoranza, e odio represso.

      Io parlo molto con la gente in giro oltre che nei blog, la situazione e' disperante.

      Siamo un paese che si e' alfabetizzato e acculturato in modo abborracciato, superstizioso, perche' troppo in fretta, e adesso ci mancava pure la "narrazione" del postmodern, c'e' una marea di gente che ha accesso ad una montagna di informazioni e profluvio di mezzi materiali, ma non li sa usare, anzi se ne fa dominare, cosi' come si fa dominare dai propri istinti scimmiesco-animali, senza nemmeno distinguerli come tali, che sarebbe gia' un bel passo.

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    3. L'ho visto molto tempo fa, ma se non ricordo male parla anche di noi:
      http://www.ted.com/talks/dan_dennett_on_dangerous_memes?language=it

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    4. Grazie della lunga replica. Come darti torto? Tutto vero quello che dici. Proprio stamattina ho letto un articolo di Massimiliano Parente sugli apocalittici che termina con questa frase:

      "La colpa dell'apocalisse a venire sarebbe l'economia e la cecità dei governi occidentali, ma la verità è un'altra, molto democratica: anche se fosse, a nessuno frega niente di rinunciare all'aria condizionata per far star bene chi ci sarà nel 2100."

      Quanto all'Africa osservo che sono stati pompati tanti di quei miliardi in quel continente, aiuti addirittura controproducenti. Una situazione simile si osserva a Gaza,
      una delle regioni del pianeta forse più densamente popolate (la striscia di Ganza è lunga 40 km e larga 10, la densità è di oltre 1000 abitanti per km2). Ebbene i Palestinesi godono da decenni di abbondanti aiuti che si rivelano anche in questo caso controproducenti: infatti grazie agli aiuti mangiano - e continuano a procreare
      (una volta ho letto che a Gaza c'è la pena di morte per
      le donne che abortiscono).
      Si dice che il miglior anticoncezionale è il progresso, il benessere (come dimostrano ad abundantiam l'Italia, l'Europa, USA, Giappone). Ma come dare un lavoro a miliardi e miliardi di persone? Persino in Europa i disoccupati sono decine di milioni, con una disoccupazione giovanile spaventosa in alcuni paesi, tra cui anche l'Italia, e forse maggiormente al sud (con tanti saluti alla Cassa del Mezzogiorno finalmente chiusa).
      Sì, la situazione non è allegra, per non dire disperante, anche per la cacofonia assordante. Forse l'omologazione in corso avrà anche la funzione di ridurre detta cacofonia.

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    5. L'articolo di Massimiliano Parente, un tipo simpatico e divertente, al seguente indirizzo:

      http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/vera-apocalisse-sono-i-romanzi-degli-ambientalisti-1259707.html

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  4. << anche se fosse, a nessuno frega niente di rinunciare all'aria condizionata per far star bene chi ci sarà nel 2100. >>

    Giusta l'affermazione di Parente, ma qui, secondo me, non siamo di fronte a un orizzonte temporale così lungo.
    Qui stiamo parlando di una crisi (demografica, ambientale ed energetica) che è già inziata e che se non ha ancora picchiato troppo duro sul nostro tenore di vita quotidiano (ma per alcuni ha già cominciato), non ci metterà molto a mostrare la sua faccia peggiore.

    Non voglio fare il (solito) catastrofista, ma credo che il nostro attuale stile di vita (e relativa pace sociale) non abbia un orizzonte molto superiore al decennio.
    E 10 anni non sono il 2100.

    Però forse, come per il numero di Dunbar, anche qui siamo di fronte ad un limite antropologico oggettivo: nel senso che la mente umana non riesce a padroneggiare orizzonti temporali troppo lunghi.
    Chissa ?

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    1. "non riesce a padroneggiare orizzonti temporali troppo lunghi"

      Non riesce a padroneggiare forse anche perche' e' del tutto inutile: la storia e' caotica, non e' possibile fare previsioni a lungo termine (neanche tenendo conto di questa frase).

      Guardiamo al passato: quando mai e' stato correttamente previsto il futuro? E come avrebbe potuto esserlo, dato che dal futuro si vede che nel passato sono successe cose che non solo non erano prevedibili, ma spesso nemmeno immaginabili dalla piu' sfrenata fantasia? La storia e' creativa, nel piu' puro senso della parola.

      Tentare di predire il futuro spesso da' peggiori risultati del tirare a caso, perche' i pregiudizi del presente, che saranno con ogni probabilita' del tutto inappropriati nel futuro, falsano il giudizio.

      Questa e' una questione a cui i vari sedicenti esperti del cavillo sono quasi sempre del tutto impermeabili, dato che la loro funzione e specialita' e' appunto di estrapolare il futuro dal presente. Che sia l'unica cosa che possiamo fare, non implica che serva a piu' di tanto, e dovrebbe renderci piu' umili e modesti.

      Navigazione a vista, trial and error.

      Per quanto riguarda Parente, che parli per lui: quei personaggi pseudo-liberisti che scrivono per quel giornalaccio (non gli altri siano migliori, si intenda), e poi non riescono a concepire stili di vita diversi dal loro, mi hanno parecchio stancato. Dal mio punto di vista, non sono minimamente diversi dai loro nemici che stanno dall'altra parte. Del suo articolo approvo solo il consiglio di leggere il libro citato di crichton, soprattutto nelle sue interessanti appendici, che vi raccomando (e credo confermino questo mio punto di vista).

      I giornalisti sono una pessima categoria, la peggiore, dato che hanno forse la maggiore responsabilita' del decadere del dibattito collettivo, con l'aggravante che lo fanno a fini di lucro, per compiacere i loro padroni, o la loro cosca tribale.

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  5. Debbo dire però che il discorso di Parente è piuttosto cinico. Certo conosce abbastanza bene i suoi simili e constata che ognuno pensa quasi esclusivamente al suo tornaconto immediato (meglio l'uovo oggi che la gallina domani). C'è un romanzo del recentemente scomparso Sebastiano Vassalli che fa morire dal ridere: una coppia di idealisti, lui insegnante e ovviamente entrambi ecologisti che - ovviamente con le migliori intenzioni - combinano un sacco di guai fino a esser presi a scoppiettate dalla popolazione furente (erano riusciti a imporre dei divieti per la salvaguardia dell'ambiente).
    Ma a parte l'orizzonte più prossimo come dici tu - la "svolta" avverrà addirittura fra appena un decennio, non bisognerà aspettare la fine del secolo - trovo anche un po' squallida la gente menefreghista che pensa solo a se stessa e non si cura minimamente dell'ambiente in cui vive. È effettivamente un atteggiamento diffusissimo (anche la mia matrigna diceva: per quel che mi resta da vivere, gli altri poi s'arrangino). Intanto ci sono i figli e i nipoti a cui si è in genere molto affezionati e il pensiero, la preoccupazione per il loro avvenire non possono lasciare completamente indifferenti. Possibile che non pensino almeno talvolta (e sarebbe già qualcosa): in che mondo vivranno? Una mia conoscente coetanea aggiunge: non li invidio proprio i giovani. Vede nero per loro, con qualche ragione e presentimento.
    Ma poi c'è un altro aspetto. Il pensiero che tutte le cose belle e care a cui attribuiamo valore (persone, città, paesaggi, opere d'arte ecc.) rischiano di scomparire mi rattrista, dovrebbe rattristare - e indurre a cercare di salvare il salvabile, almeno qualcosa. Quando ci fu il terremoto ad Assisi che distrusse alcuni affreschi di Giotto i giornali non finivano di deplorare l'accaduto, al punto che persino alcuni assisiani in difficoltà esplosero in un giustificato: ma chi se ne frega di Giotto! D'accordo, comprensibile. Ma se uno immagina che le nostre chiese saranno trasformate in moschee o stalle (come durante la Rivoluzione francese che distrusse fra l'altro l'abbazia di Cluny), e poi tutte le cose che potranno o potrebbero scomparire, come si fa a dire: chi se ne frega, io la farò ancora franca? Io che sono stato sempre anticlericale sono colpito e rammaricato della rapida scomparsa del cristianesimo. Perché nel bene e nel male il cristianesimo, la religione, hanno fatto parte della mia vita. E leggo ancora opere - in genere critiche - sulla religione e il cristianesimo. Mentre ai giovani d'oggi e ancora di più in futuro non gliene potrà davvero fregare di meno di queste cose. Ma forse sono un po' troppo pessimista (lo spero).

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    1. Pur nel mio scetticismo cosmico, sono sicuro che nel futuro succederanno cose che non possiamo immaginare, e che magari faranno sorridere i posteri della nostra limitatezza. Almeno speriamo, che li facciano sorridere, e che si tratti solo di limitatezza.

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    2. @ Diaz

      << sono sicuro che nel futuro succederanno cose che non possiamo immaginare, e che magari faranno sorridere i posteri della nostra limitatezza. >>

      Come diceva quel famoso grafico pubblicitario: AI POSTER L'ARDUA SENTENZA. :-)

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    3. @ Sergio

      << come dici tu - la "svolta" avverrà addirittura fra appena un decennio, non bisognerà aspettare la fine del secolo >>

      Su questo punto, ovviamente, mi sento in dovere di fare una precisazione.
      Anzitutto i miei pronostici sono buttati lì alla buona, da profano, e dico un decennio, come potrei dire un ventennio.

      In secondo luogo, non credo che vi sarà una vera e propria "svolta", ma solo un degrado continuo del nostro stile di vita (economico ma non solo), che è già incominciato con la famosa crisi del 2008 e che si limiterà a peggiorare progressivamente.
      Fino a che, passo dopo passo, ma in modo irreversibile, si finirà lontano.

      Un po' come nella famosa storiella della rana bollita, che probabilmente già conoscete.

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  6. Spigoalture (da televideo RAI)

    L'Iran, che aveva una popolazione di appena 19 mln nel 1959, ne ha ora una di 77 mln (2013), ma - ahimè - il tasso di natalità è crollato a 1,29% (bravi, peggio dell'Italia) con gran rammarico degli ayotallah che esortano la gente a sposarsi e a procreare, affinché nel 2'050 la popolazione salga a 150 mln !!! Praticamente un raddoppio in soli 35 anni.
    Sembra però che gli iraniani nicchino. I 20-35enni hanno poca voglia di sposarsi e il popolo dei singles è in aumento. Meno male.

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    1. Senza che noi ne sapessimo nulla, ne' potessimo lontanamente immaginare qualcosa del genere, nell'ultimo paio di decenni sembra che il regime degli ayatollah abbia fatto un sacco di propaganda ufficiale contraccettiva capillare. Solo piu' recentemente stanno correggendo la tendenza.

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  7. Il guaio è che, in campo demografico, i tempi sono sempre biblici, e tra il varo di un provvedimento e gli eventuali risultati possono passare parecchi decenni.
    Con il rischio, in caso di successive inversioni di marcia, di effetti paradossali, al limite dell'eterogrenesi dei fini.

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