venerdì 11 marzo 2016

Non per soldi, ma per denaro

Quando si parla di denaro e di religione, i punti di vista possono essere tanti ed anche molto diversi tra loro. Per esempio:

Dal Vangelo secondo Marco: << Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, [Gesù] si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: "Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti ? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri !" >>

Da Wikipedia: << L'Istituto per le Opere di Religione (acronimo: IOR), comunemente conosciuto come "Banca Vaticana", è un istituto pontificio di diritto privato, creato nel 1942 da papa Pio XII e con sede nella Città del Vaticano. (…) Il suo ruolo è «provvedere alla custodia e all'amministrazione dei beni mobili e immobili trasferiti o affidati allo IOR medesimo da persone fisiche o giuridiche e destinati a opere di religione e carità». (…) Lo IOR è stato più volte coinvolto in scandali, finanziari e non, fra i quali spiccano "l'affare Sindona" e il crac del Banco Ambrosiano. >>
 
Come si vede, dal Vangelo di Marco alla Banca del Vaticano, molta acqua sembra essere passata sotto i ponti della Santa Chiesa.
Può essere pertanto interessante effettuare un rapido excursus sugli strani e sorprendenti rapporti tra la Chiesa Cattolica, il denaro e la finanza. Ce ne parla il sempre ottimo Aldo Giannuli in questo breve post (tratto dal suo sito).
LUMEN


 
<< Non ci sembra cosa inutile scavare nella storia per ricostruire il punto di vista della Chiesa sulla finanza.
 
Nell’Antico Testamento, la pratica del prestito ad interesse era proibita: “se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse” (..); ma con una eccezione: “Non far pagare interessi a tuo fratello, né per denari, né per cibo, né per alcuna altra cosa che si presti ad interesse. Fa pagare interessi al forestiero, ma al tuo fratello non far pagare interessi”.
 
Per cui agli ebrei era proibito prestare denaro ad interesse ad altri ebrei, ma potevano prestarne ad interesse ai cristiani ed, in effetti, i primi prestatori di denaro (sarebbe troppo il termine “banchieri”) furono ebrei.
 
Più complicata era la condizione dei cristiani, sia perché il dettato evangelico implica che ogni uomo è fratello, per cui era proibito sempre prestare ad interesse, sia perché il Nuovo Testamento conteneva prescrizioni sfavorevoli all’usura, forse meno chiare - come nel caso di Luca 6,35 [“fate del bene e prestate senza sperarne nulla” - NdL] - ma, in compenso, prive di eccezioni. Prescrizioni poi ribadite dai concilii di Nicea (325) e Cartagine (398).
 
Si badi che, per la morale cristiana, come per il pensiero di Aristotele, l’usura non è pertinente all’entità dell’interesse, ma è una “forma di guadagno contro natura”, perché il denaro è pensato per lo scambio e solo per lo scambio, dunque è costitutivamente sterile e non può creare altro denaro, per cui, l’interesse pagherebbe il tempo per il quale è stato offerto, ma il tempo è di Dio, per definizione. Dunque, nessun interesse è lecito.
 
Il concilio Laterano III, nel 1179 comminò la scomunica per gli usurai, vietandone la sepoltura in terra benedetta se non avessero restituito l’ingiusto guadagno prima di morire e il Concilio di Vienna (1311-12) rincarò la dose dichiarando eretico chiunque sostenesse non essere peccato l’usura.
 
E la cultura del tempo non era di diverso avviso: Dante, nel XVII canto dell’Inferno, colloca gli usurai nel girone riservato agli avari. Per il tempo, l’avarizia, uno dei sette peccati capitali, includeva anche l’avidità e, per essa, il desiderio di guadagnare più di quanto fosse necessario a vivere nel proprio stato sociale. Giovanni del Biondo dipinse San Giovanni Evangelista che calpesta l’avarizia, la superbia e la vanagloria.
 
Ed ancora nel 1777, un decreto del Parlamento parigino vietava ogni prestito ad interesse, poiché l’usura è proibita dai sacri canoni ed è solo dopo la rivoluzione, nella discussione sul codice civile, che si ammetterà un interesse lecito, purché contenuto entro il 5%.
 
D’altro canto, però, i pontefici avevano fatto uso continuo dei prestiti dei finanzieri, occultati da anticipi sul cambio di valuta: pertanto il prezzo pagato per il servizio compensava non l’interesse, ma il lavoro del cambiavalute.
 
Ma il pensiero della Scolastica (ed in particolare Tommaso d’Aquino) aprì un passaggio sostenendo che l’interesse è lecito quando vi sia rischio di perdita (danno emergente) o mancato guadagno (lucro cessante) e sono autorizzati anche i prestiti ad interessi ai principi ed allo Stato (dunque anche al Papa in quanto sovrano).
 
Successivamente lo saranno anche i guadagni da società commerciali costituite da “soci d’opera” e “soci di capitale” e, di conseguenza, diventavano leciti anche gli interessi da deposito presso un banchiere, perché intesi come “partecipazione all’impresa”.
 
Anche se la Chiesa continuò a riprovare la deprecata pratica del prestito ad usura (ancora nel 1745, con l’enciclica “Vix pervenit” Benedetto XIV tornò a condannarla), nella sostanza si adattò a conviverci, magari preferendo banchieri ebrei come i Rothschild, giusto per avere meno scrupoli.
 
Gli effetti non si fecero attendere: se, da un lato, questo “sdoganò” nei fatti la finanza, quindi consentì lo sviluppo capitalistico e, con esso, il processo di modernizzazione e la rivoluzione industriale, dall’altro contribuì a spingere l’attività finanziaria sul crinale di teorizzazioni etiche, poi tradotte in formule giuridiche, sempre più sofisticate e criptiche, che furono una delle ragioni del sorgere di quella “gente d’espediente” più volte criticata nella letteratura d’epoca.
 
Ma, soprattutto ci furono conseguenze sociali: l’autorizzazione morale al prestito ad interesse aveva escluso il prestito alla “gente minuta” che avrebbe dovuto godere gratuitamente dell’ “aiuto fraterno”, per essere riconosciuta nei prestiti a sovrani e mercanti (di alto livello ovviamente), ed autorizzata anche per i depositi bancari (che, si immagina, fossero fatti soli da classi elevate).
 
Ovviamente, di finanzieri dediti al gratuito ”aiuto fraterno” se ne videro assai pochi e la finanza si concentrò sui grandi affari, con il risultato di cementare il blocco di interessi delle classi dominanti.
 
A favorire quella cristallizzazione delle oligarchie, fu in primo luogo la finanza che qui in Italia aveva i suoi natali. Alla gente minuta si aprì la strada del Monte di Pietà, che, peraltro praticò anche esso prestiti ad interesse (è di lì che nasce il Monte dei Paschi di Siena e altre banche simili).
 
Ed è rilevante anche un altro aspetto: aver teorizzato la non pertinenza dell’usura all’ammontare degli interessi, ebbe la conseguenza, una volta autorizzato l’interesse in sé, di non prestare attenzione per molto tempo all’entità degli interessi richiesti, e per una definizione giuridica dell’usura in riferimento alla loro entità, si dovettero aspettare alcuni secoli.
 
Ovviamente, questo si risolse in un vantaggio secco per i banchieri che acquistarono un peso sempre maggiore anche in sede politica. In qualche modo, i banchieri furono la spina dorsale dell’oligarchia che era venuta formandosi. >>
 
ALDO GIANNULI

39 commenti:

  1. La stragrande maggioranza della gente, per non dire la sua totalità, considera oggi l'interesse una cosa normale e giusta: solo l'usura è deprecata e anche perseguita per legge (ma a partire da quale tasso si può parlare di usura? In Svizzera si considera usura il prestito a un interesse superiore al 15% ). L'interesse è considerato talmente normale che l'attuale azzeramento dell'interesse è subito come un trauma, come una "cosa dell'altro mondo"). Tutti prestano soldi con un interesse, ogni deposito bancario deve fruttare interessi.
    Eppure, come è descritto qui sopra, l'interesse era una volta illecito, presso gli ebrei e anche presso i cristiani (oggi solo gli islamici condannano ancora l'interesse, ma i loro capi non lo disprezzano affatto). La giustificazione teorica dell'interesse si basa essenzialmente sul rischio di perdita (danno emergente) e sul mancato guadagno (lucro cessante) nonché sul rinvio del godimento del proprio denaro. Sono motivi sufficienti per esigere un interesse?
    Sì, dichiarano gli esperti (anche Ricossa), sì urla la gente tutta che sta continuamene lì a calcolare quanto interessi e interessi composti le frutteranno. Persino Gesù accetta anzi esige l'interesse (il povero amministratore a cui era stato affidato il talento e che, tutto contento, lo restituisce integro al padrone - l'aveva "saggiamente" sotterrato per non perderlo! - è gettato all'inferno! Il padrone voleva il talento e l'interesse ovviamente!).
    Io invece, guarda un po', ho sempre considerato l'interesse immorale e illecito. Come mai? L'ho considerato sempre un guadagno senza prestazione, senza far nulla. Sappiamo che alcuni vanno a letto e la mattina hanno un milione di dollari in più sul conto. Così va il mondo. Così senza lavorare uno può accumulare un bel patrimonio. È giusto? Continuo a credere che non lo sia, nonostante Gesù, Ricossa, Bagnai e tutti i geni dell'economia e della finanza. Sì, lo so che così funziona l'economia, che l'interesse è un potentissimo incentivo allo sviluppo capitalistico. Che però è oggi in crisi, al punto che si creano miliardi dal nulla per rimettere in moto l'economia (la fiat money, la cartastraccia). Siamo tutti presi nella spirale perversa dell'interesse e interesse composto - che non può continuare all'infinito. Tanto è vero che adesso siamo in un grave impasse. La gente è stupefatta: le banche non pagano più interessi! E non li possono pagare perché c'è appunto troppa cartastraccia in giro, montagne di dollari e euro "falsi", anche se controfirmati da Draghi. Che dovrebbero oliare il sistema.

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  2. (continua)
    Siccome ero di sinistra e contrario all'interesse volevo affidare i miei soldi a una "banca alternativa" contraria alla speculazione e che pagava solo modestissimi interessi ai suoi clienti. Ma così per gioco, per divertimento, ho voluto una volta anch'io speculare con i prestiti a termine: era un periodo, vent'anni fa, che questi prestiti fruttavano persino l' 8 3/4 %. Accidenti che tempi, credo che non torneranno più. Centomila franchi fruttavano dunque 8750 franchi! Oggi invece fruttano anche questi prestiti un modesto 0,125%. I tempi cambiano. Comunque ripeto che fu per me un gioco, un breve intermezzo (per circa due anni) e continuo a credere che l'interesse sia immorale, illecito, per le ragioni addette sopra.
    Eppure anch'io indulgo alla speculazione, esigo interessi. Infatti come affittuario pretendo dal mio inquilino interessi sul capitale, interessi che costui mi paga col canone, con la pigione. Tanto è vero che il canone è detto in tedesco Miete (= affitto) e anche comunemente Mietzins. Zins significa interesse (Zinsenzins è l'interesse composto). Con questa parola, "Mietzins", si esplicita chiaramente che il canone costituisce l'interesse sul capitale investito per l'alloggio affittato. In genere questo interesse si aggira intorno al 5-6% del capitale. Non per niente, visto che le banche non pagano più interessi (0,0%), la gente investe nell'immobiliare che frutta ancora interessi più che decenti. E infatti si costruisce, si costruisce, si sta costruendo una seconda Svizzera (per "quelli che verranno", i cosiddetti rifugiati e immigrati vari). Ovviamente il rischio di una bolla immobiliare c'è anche da noi. Ma si prosegue a lume di naso, sperando nello stellone.
    In tutte le cose che compriamo, anche un gelato da 1 €, c'è una parte d'interesse da pagare a qualcuno. L'interesse muove il mondo? Non fu però sempre così, vedi "Il denaro sterco del demonio" di Massimo Fini (grazie Diaz).

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  3. << Persino Gesù accetta anzi esige l'interesse (il povero amministratore a cui era stato affidato il talento e che, tutto contento, lo restituisce integro al padrone - l'aveva "saggiamente" sotterrato per non perderlo! - è gettato all'inferno! Il padrone voleva il talento e l'interesse ovviamente!). >>

    Già, è vero ! Nel vangelo c'è anche Gesù che pretende gli interessi.
    Grazie, Sergio, per avermelo ricordato.
    Ad ulteriore conferma - se mai ce ne fosse bisogno - che quando si parla di Chiesa e denaro le sfaccettature sono davvero infinite.

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  4. C'e' anche da dire che allora il denaro non era rappresentato da pezzi di carta dal valore che sarebbe stato dubbio se non ci fosse stata l'intrinseca certezza che col tempo non sarebbero valsi piu' nulla, ma da moneta di metallo dotato di solido valore intrinseco, magari in aumento.
    In quel caso calcolare l'interesse era facile, il guadagno ottenuto dall'interesse era ovvio, mentre oggi e' del tutto aleatorio, e bisogna lottare solo per non veder sfumare eventuali risparmi, che nelle nostre attuali demenziali economie sono visti addirittura come attentati al sistema di produzione e consumo (renzi, e non solo, da' soldi in giro ma solo a patto che vengano spesi, non importa come - un economista-filosofo ha scritto "lo stato falsario", intendendo quello stato che inflazionando la sua moneta deruba i cittadini senza che si accorgano di chi lo sta facendo).
    Inoltre resta il fatto che alla base c'e' l'estrema scivolosita' del valore, cio' che oggi sembra valere qualcosa domani puo' non valere piu' nulla, e viceversa.

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  5. << Eppure anch'io indulgo alla speculazione, esigo interessi. Infatti come affittuario pretendo dal mio inquilino interessi sul capitale, interessi che costui mi paga col canone, con la pigione. >>

    Mah, su questo punto non sono molto d'accordo.
    Pazienza le tue perplessità sugli interessi generati dal denaro (che, in teoria, non si consuma), ma quando tu concedi a qualcuno l'uso di una cosa fisica (che sia un piccone o che sia una casa) l'oggetto si consuma e tu, come proprietario, devi provvedere alla sua manutenzione (ed un giornao anche alla sua sostituzione).
    Perchè mai chi utilizza il bene di un altro non dovrebbe pagargli un canone di noleggio ?

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    1. È giusto che paghi per le ragioni che dici tu: l'oggetto noleggiato, piccone o appartamento, si deteriora, perde dunque sostanza, valore, ed è quindi più che giusto che chi ne fa uso paghi (per la manutenzione, il deterioramento, la sostituzione). Ma è quel qualcosa in più, l'effettivo interesse,
      che è problematico. È un fatto che chi guadagna bene non spende tutto quel che guadagna (se non è uno scialacquatore, un avventuriero, un matto). Gli resta dunque qualcosa da consumare più tardi (o anche da tenersi in tasca o sotto il materasso inattivo). Invece cosa fa il nostro tipo? Cerca disperatamente qualcuno a cui affibbiare il surplus con cui guadagnare interessi. Certo che questo qualcuno c'è sempre visto che tutti siamo avidi. Col prestito infatti faremo soldi, guadagneremo anche noi più del necessario, con cui pagheremo interessi e capitale al prestatario, e cercheremo a nostra volta un altro fesso avido di denaro a cui prestare il surplus ecc. ecc.
      Così fanno pure gli Stati, indebitandosi da morire. Da una parte gli Stati sono anche loro avidi d'investimenti e di prestiti. Capita così che dopo una decina o quindicina d'anni hanno già pagato - d'interessi! - tutto il capitale avuto in prestito, e sono ancora debitori dell'intero capitale! È chiaro che prima o poi ci sarà la rivoluzione o il condono del capitale, in parte o tutto.

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    2. << È chiaro che prima o poi ci sarà la rivoluzione o il condono del capitale, in parte o tutto. >>

      La storia in effetti racconta questo, con l'aggiunta (anche più frequente) di quella specie di morte lenta che si chiama inflazione.
      Qualcuno ha detto che il destino ultimo dei debiti è di non essere rimborsati.
      Però mentre la catena di Sant'Antonio funziona, sono tutti lì a strapparsi di mano il cerino.
      Poi, alla fine, l'ultimo piangerà, ma non potrà mai dire che non lo sapeva.

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    3. "Cerca disperatamente qualcuno a cui affibbiare il surplus con cui guadagnare interessi."

      Be' pero' non guardiamo solo alle degenerazioni, supponiamo di aver bisogno di una centrale elettrica, un ospedale, una nave, una semplice (per noi contemporanei) bicicletta, che poi viene usata in societa': si raccolgono le risorse (tipicamente i risparmi) di piu' persone per fare insieme cio' che nessuno puo' fare da solo. Il guadagno o la perdita che deriva da quella comunione di intenti viene poi suddivisa fra i prestatori. In caso di guadagno, ecco l'interesse (che ripaga eventualmente il rischio di perdita), in caso di perdita, ecco il fallimento dell'iniziativa (e non necessariamente delle persone).

      Anche un gruppo di bambini si organizzerebbe in tal modo, senza sapere nulla di economia ne' di diritto societario.

      Il moderno capitalismo e' nato cosi', suddividendo ad esempio il costo dell'allestimento di una nave commerciale.

      Ma anche tutti gli Stati funzionano cosi', antichi e moderni. La differenza e' solo sul quanto si lascia che queste cose avvengano su base volontaria, e quanto si pretende di imporle con la forza. Gli stati moderni impongono con la forza ad esempio circa meta' (usa), 90 per cento (italia), 100 per cento (corea del nord).

      Ma la tendenza e' ad imporre sempre di piu' con la forza, e da quanto detto, sembrerebbe che il problema sia nella sempre maggiore complessita' e suddivisione del lavoro, piu' che nella densita' di popolazione (che segue, resa possibile dall'aumentato rendimento ad esempio delle rese agricole, cosi' non si puo' piu' tornare indietro, senza sfoltimento...).

      L'argomento da discutere, secondo me, e' come sia successo che l'aspetto finanziario dell'esistenza abbia ormai invaso tutti gli ambiti del vivere: ormai TUTTO e' monetizzato e soggetto a calcolo economico, l'ultima pervenuta e' l'aria che respiriamo (carbon tax).

      Sui blog non si legge altro che di sproloqui di economia dove tutti dicono la loro e ogni teoria, una opposta all'altra, viene sostenuta con dovizia di argomenti e prove, anche fattuali (perche' in economia tutto "funziona", basta avere adeguata opinione su cosa voglia dire "funziona".

      E in mezzo a tutti questo fanatici di energie alternative un blog che spieghi come farsi un impianto fotovoltaico autocostruito, dove comprare i pezzi, cosa serve, quanto costa, come funziona nei dettagli, con aggiornamenti di cosa si trova sul banco del mercato, non c'e'. Solo un'infinita' di chiacchere e arroganza.

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  6. Secondo me la stessa identica cosa vale per il denaro, con o senza valore intrinseco: cio' discende dal fatto che il futuro e' incerto, e lo e' intrinsecamente e non perche' non siamo abbastanza bravi, come singoli o come societa', a renderlo fisso o almeno perfettamente prevedibile.
    Questo e' lo spartiacque fra due intere concezioni del mondo. Ed e' forse per questo che l'intera generazione del "comunismo scientifico", dove la storia segue un corso rigidamente determinato, e tutto e' progettato e pianificato e regolato da tecnici sociali, e' traghettata all'ambientalismo-catastrofismo: per caparbio rifiuto ad accettare l'alea in quanto tale. Il determinismo fa parte della stessa sostanza, anche se c'e' da dire che il comunismo mentre da un lato profetava l'ineluttabilita' della societa' senza classi, dall'altro metteva in galera coloro i quali affermavano la ereditarieta' dei caratteri genetici (ricordate la faccenda lisenko): tipico esempio di "scienza" emotiva applicata solo dove, come e quando fa comodo, in accordo con le proprie convinzioni istintive profonde. Ma anche il determinismo quando riferito al sociale in fondo e' applicato allo stesso modo: cioe' come e quando fa comodo.

    Siamo fatti cosi'.

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  7. Vorrei eventualmente attirare l'attenzione sul fatto che l'economia intesa come "disciplina scientifica", cosa che non e' nemmeno lontanamente, attualmente domina la scena: influenza, permea e dirige ogni minimo particolare delle nostre esistenze. Il "tasso di interesse" mi pare solo uno degli epifenomeni.

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  8. << l'economia intesa come "disciplina scientifica", cosa che non e' nemmeno lontanamente >>

    Caro Diaz, capisco la tua diffidenza, ma non mi sento di escludere in assoluto che l'economia possa mai essere una scienza.
    E non solo nel senso più ovvio, di economia come scienza dei numeri, dato che quella che viene applicata ai calcoli economici è matematica allo stato puro.
    Ma proprio come scienza umana, purchè si eviti di cadere nella trappola classica di considerare l'homo economicus come un perfetto essere razionale (quale assolutamente non è).
    In questo, effettivamente, l'economica classica ha fallito, ed alla grande.

    Ma se invece consideriamo l'economia come psicologia applicata, e teniamo conto di tutte le scoperte più moderne in materia di meccanismi decisionali (le c.d. neuro-scienze), ecco che possiamo giungere ad analisi più attendibili e, quindi, a previsioni più affidabili.
    Come è appunto nella natura stessa della scienza.

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  9. Gia' parlare di "meccanismo decisionale" pero' sottintende la scelta (magari fosse consapevole...) di una particolare metafisica, quella meccanicistica e deterministica, applicata al comportamento umano, da cui si puo' far discendere una catena di deduzioni che non hanno altra legittimazione che all'interno di quella particolare metafisica.

    Ti dico subito subito che io odio la psicologia comportamentista stimolo/risposta di scuola pavloviana/watsoniana applicata all'uomo, ritengo pericolosi coloro che la sostengono, e la trovo immonda, stupida, ottusa, oltreche' sbagliata (le persone intelligenti, se tu gli organizzi dei meccanismi di stimolo risposta per spingerle a fare cio' che tu desideri, faranno sempre il contrario, e troveranno il modo di spiazzarti anche se tu terrai conto che faranno il contrario - Perche'? Per divertirsi e prenderti in giro, perche' sono intelligenti e creative, ovvero perche' non sono macchine!).

    Dal punto di vista teorico, per chiarire il concetto di questa specie di collezione di universi paralleli, si puo' usare una (vera!) metafora logico-matematica: su ogni serie alternativa di postulati puoi costruire una diversa geometria, o una diversa algebra, che e' vera nel senso che e' coerente all'interno di quell'insieme di postulati. Ne puoi costruire quante vuoi, tutte diverse, e tutte coerenti, ma solo li' dentro e' il loro ambito di verita'.

    Per questo immagino che Harari parlasse bene dei miti, e per questo i salesiani hanno cercato di inculcare qualcosa nella giovane mente di Sergio, perche' senza una metafisica comune diventa impossibile non solo la vita sociale, ma persino la comunicazione. Anche usando la stessa lingua, qualsiasi cosa dica uno, l'altro ne capisce un'altra, se vivono in diversi contesti, cioe' se hanno diversi schemi concettuali e diverse metafisiche.

    Ma restano solo metafisiche alternative, sistemi di credenze che possono funzionare benissimo anche essendo irriducibili uno all'altro.

    Lobachevsky, Frege, Peano, Whitehead, Russell, Goedel... questi sconosciuti. E' roba di 100 anni fa!

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  10. Non sono soddisfatto delle vostre risposte o obiezioni. Io continuo a pensare che l'interesse è immorale, illecito (e non sono il solo a pensarlo, sia in passato che al presente - c'è un'associazione che sulle orme di Silvio Gesell lotta contro l'interesse). Che occasionalmente qualcuno o un gruppo o uno Stato necessiti di capitale per creare qualcosa, magari un ospedale o altra impresa di utilità pubblica, mi è chiaro. Ma non vedo perché costoro - che sono di fatto i soli artefici dell'impresa, per quanto abbiano avuto bisogno di capitale - debbano pagare un interesse ai parassiti che gli hanno prestato il denaro di cui chiaramente non avevano bisogno in quel momento. Certo c'è il rischio che il prestito non venga restituito per il fallimento dell'impresa. Ma non so se ciò giustifichi davvero l'interesse (e che interesse talvolta, da strozzino, perché i poveracci hanno bisogno di soldi - anche gli Stati poveracci). Oggi poi quasi tutti - individui e Stati - s'indebitano allegramente, non sempre per vera necessità.
    Noi tre per esempio non abbiamo debiti (a parte forse il mutuo come nel mio caso). Spendiamo in base alle nostre entrate - non c'indebitiamo per celebrare le nozze come fanno al sud o per pagarci una vacanza (proprio da gonzi, fatta la vacanza bisogna cominciare a lavorare per restituire i soldi: si può essere più idioti?).
    Io sono stato abituato (non dai salesiani) che prima bisogna lavorare e sgobbare e poi ci possiamo godere i frutti del nostro lavoro. Se godo prima devo penare dopo - bella prospettiva.
    Si dirà che ciò funziona nel microcosmo (l'individuo) ma non nel macrocosmo, lo Stato, che per forza deve indebitarsi per tenere tranquilli i sudditi.
    Io comunque non ho mai prestato soldi per interesse. Il fatto che carpisca un mucchio di soldi a un povero inquilino è stato casuale (sono stato costretto a comprare due appartamenti e ne devo affittare uno). Gli affitti sono pazzeschi in Svizzera, da un quarto a un terzo del salario.

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    1. Be', devo fare ammenda. È chiaro che ho approfittato anch'io, gli interessi che mi pagava la banca per i miei risparmi erano appunto interessi ... illeciti. Ma diciamo che ho rubato in piccolo ...

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    2. "lo Stato, che per forza deve indebitarsi per tenere tranquilli i sudditi."

      Io penso di peggio, penso che la scusa del debito sia un modo per costringere i criceti (i sudditi) a correre sempre piu' velocemente nella ruota, finche' partono i raggi.

      Per il resto, se non erro in antropologia l'economia del dono non e' percepita in modo molto diverso dal prestito ad interesse, anzi forse e' peggio: quindi credo che cercare di eliminarlo per editto sia lo stesso che cercare di eliminare per editto la prostituzione: il risultato che ne deriva e' sempre di gran lunga peggiore del male che si vorrebbe curare.

      Non si possono eradicare gli atti di capitalismo volontario e consenziente fra adulti. Chi crediamo di essere per poterlo fare? Ecco, l'importante e' che nessuno sia obbligato a prostituirsi e a prestare a interesse o indebitarsi: ma il "bello" del debito pubblico e' che ti indebitano, e per cifre terrificanti, senza assolutamente nessun consenso: in questo senso il debito pubblico e' un sopruso grevissimo, altroche', MOLTO peggiore degli atti di capitalismo fra adulti consenzienti.

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    3. "gli interessi che mi pagava la banca per i miei risparmi erano appunto interessi ... illeciti."

      Io invece li ho messi di proposito, per questo, senza rendimento. Se ricomincera' l'inflazione che tutti i keynesiani agognano, al fine di espropriare i laidi risparmiatori, quei soldi se li freghera' indirettamente qualcun altro.

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    4. << Non si possono eradicare gli atti di capitalismo volontario e consenziente fra adulti. (...) l'importante e' che nessuno sia obbligato a prostituirsi e a prestare a interesse o indebitarsi: ma il "bello" del debito pubblico e' che ti indebitano, e per cifre terrificanti, senza assolutamente nessun consenso >>

      Bella questa immagine degli 'atti di capitalismo volontario', da contrapporre a quelli coatti.
      Mi piace.

      E mi fa venire un mente, per ovvio parallelismo, l'utilità e la bellezza degli 'atti di comunismo volontario' (quello che si applica in famiglia), opposti al comunismo sociale, imposto a tutti da uno stato toalitario.

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    5. @ Sergio

      << Io sono stato abituato (non dai salesiani) che prima bisogna lavorare e sgobbare e poi ci possiamo godere i frutti del nostro lavoro. >>

      Un concetto ammirevole, che è anche il mio.
      Ma poi ci sono anche quelli che spendono i soldi altrui, e pare che trovino la cosa molto più piacevole e divertente (finchè dura).

      La Thatcher, con la sua solita ironia corrosiva, diceva che il socialismo finisce quando finiscono i soldi degli altri. :-)

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    6. In un paese dove il post autunno caldo del 69 piu' la lira a gestione politica rendevano impossibile il risparmio, perche' i tassi erano sempre negativi e, appunto, penalizzavano gravemente qualunque genere di risparmio, o investimento che non fosse fatto a debito, facevi poca strada con quel concetto. L'unico modo di fare qualcosa era con le cambiali. Oppure si "buttava su' muro", lavorando in casa nei ritagli di tempo dal lavoro primario. L'abbiamo fatto tutti a casa mia, con regolari permessi che allora era facile ottenere, o meglio spettavano di diritto (ma oggi ci dicono che "abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilita'" e ci massacrano di tasse, quei deficienti che non sanno nemmeno di cosa parlano).

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  11. Il due migliori argomenti a favore del controllo delle nascite:

    1. cosi' in italia possiamo farci stare piu' immigrati (poveracci, peraltro):

    "Servono più immigrati in Italia, salveranno il Paese dall'invecchiamento". La presidente della Camera, Laura Boldrini prosegue la sua personale battaglia per spalancare le porte del nostro Paese agli immigrati.

    2. Forse non sarebbe nata La Boldrini, il che avrebbe costituito una grandissima perdita per il paese.


    Io scherzo, ma e' anche vero che la natura, compresa la natura umana, aborre il vuoto, se c'e' uno spazio libero prima o poi qualcuno lo occupa e lo sfrutta, con le buone o con le cattive. Fare sacrifici per "risparmiarlo" non ha senso, se non nel senso del cingere il cilicio per espiare qualcosa.

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    1. "la natura umana, aborre il vuoto, se c'e' uno spazio libero prima o poi qualcuno lo occupa e lo sfrutta, con le buone o con le cattive"

      Ma dov'è lo spazio vuoto in Italia? Siamo pieni come un uovo. Gli USA invece ne hanno di spazio. E accoglievano a braccia aperte gli Italiani che vi immigravano, anche Al Capone (be', non sempre, questi emigranti italiani erano poi dei poveracci).
      Manon Lescaut (Puccini): "Orsù, a popolar le Americhe partite ..."

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    2. Io sono d'accordo con te, ma la truce realta' (economica) impone di ragionare diversamente.
      In italia, grazie all'"attivita' edilizia driver della crescita economica", e alla giustificata tradizionale sfiducia degli italiani per ogni investimento che non sia nel "mattone" (erano abituati alla gestione statale della lira che non permetteva alcuna altra forma di risparmio) c'e' il doppio delle unita' abitative necessarie agli italiani, e se si tiene conto anche delle strutture turistiche probabilmente il triplo.
      La recente tassazione estremamente punitiva sugli immobili non prima casa COSTRINGE i proprietari a riempire i loro appartamenti con qualunque cosa, o a cederli a qualcuno che li riempia, altrimenti si hanno fallimenti a catena.

      Ovvia e naturale la tendenza democratica di caricare tutta la fiscalita' esosa sugli immobili non prima casa, dato che hanno un peso elettorale minore: l'unica cosa che importa a quelli che fanno le leggi e impongono le tasse e' vincere le elezioni caricando il piu' possibile di tasse gli avversari elettorali e/o la minoranza elettorale, anche perche' e' redistribuendo quei soldi che le vincono.

      Fra l'altro e' ormai ben noto che il business dell'accoglienza agli immigrati sta facendo fare soldi a palate a chi mette a disposizione le proprie unita' abitative che altrimenti resterebbero vuote, civili o alberghiere, alle cooperative che gestiscono i soldi stanziati per la marea di immigrati: ma questo e' un caso estremo, la normalita' e' che gli immobili sono gravati di un peso fiscale altissimo e altamente penalizzante per quelli non "prima casa di residenza", peggio se sfitti: cio' rende necessario riempirli per avere gli sconti fiscali, e l'immigrazione, data anche la decrescita demografica, diventa indispensabile. Le nostre periferie perlomeno al nord, sarebbero delle citta' fantasma se non fosse arrivata l'orda di immigrati dopo la caduta della cortina di ferro e la conseguente globalizzazione. Altrimenti quelle periferie, fra decrescita demografica e spostamento della popolazione autoctona in luoghi piu' dignitosi, si sarebbero trasformate in "citta' fantasma", e si sarebbe propagata a catena una catastrofe economica, prima col fallimento ulteriore degli enti locali che sulla tassazione immobiliare istituzionalmente contano per tenere in piedi la gia' pericolante pletora burocratica che li contraddistingue, poi con l'estendersi a macchia d'olio della destabilizzazione finanziaria, pubblica e privata, che cio' produrrebbe.

      Non si puo' avere tutto, e noi, socialmente parlando, abbiamo voluto avere tutto, e a credito. Da un pezzo comanda, per ragioni anagrafiche, la generazione del "vogliamo tutto e subito". Dubito che quella che la seguira', di figli unici viziati dal lusso, sara' piu' realista.

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    3. Anzi lo escludo, il favolistico perfettismo ecologista ed energetico che la contraddistingue lascia prevedere il peggio.

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    4. << Da un pezzo comanda, per ragioni anagrafiche, la generazione del "vogliamo tutto e subito". Dubito che quella che la seguira', di figli unici viziati dal lusso, sara' piu' realista. >>

      Ah, faranno prestissimo ad imparare.

      Ma ho l'impressione che la generazione del 'tutto e subito' sia già passata e che l'ultima generazione, viziata solo nell'immediato (play-station e telefonino), sia già consapevole della precarietà del futuro e che quindi sia più del tipo 'chissà che succederà; io speriamo che me la cavo'.

      Ma il mio è un osservatorio molto limitato, che probabilmente non fa testo.

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    5. "che l'ultima generazione eccetera"

      Mah, sinceramente non mi pare, e la rete web coi suoi social su cui i piu' giovani si informano praticamente in esclusiva, non aiuta, e' usata quasi solo per amplificare le piu' assurde demenzialita', cosa a cui tutti gli altri organi di informazione si adeguano (guardate i siti web dei quotidiani, fanno ribrezzo, sono peggio della peggiore stampa scandalistica, perfino Libero, che dovrebbe essere letto praticamente solo da anziani conservatori brontoloni, ha superato ogni record di trash).

      Perfino la TV forse e' meglio... (dico forse perche' non ce l'ho e al massimo la guardo per caso a casa di amici poche ore all'anno - a sufficienza perche' mi roda il fegato per il resto dell'anno...).

      Se parli con gente comune, di normale cultura ed educazione (che ormai vuol dire dal diploma alla laurea di poco conto, tipo architettura od economia), non sanno e non capiscono un cazzo, non sembra nemmeno che siano andati a scuola, non sanno nulla, ne' di storia, ne' di scienza, ne' di tecnica, nulla. Sanno solo risolvere meccanicamente problemi burocratici, fra l'altro senza capire nulla del substrato legislativo che li dovrebbe giustificare/legittimare. E chi sta dall'altra parte del vetro allo sportello e' uguale. IL NULLA.

      Da quando ho preso atto di questa miseria, sono recisamente contro la scuola di massa che vada oltre il saper leggere, scrivere e far di conto. Ok, vuol dire universita' con laurea magistrale, ormai...

      Il punto e' che nulla puo' contrastare una societa' in preda alle dicerie, capita periodicamente nella storia e questo e' uno di quei periodi.

      Ma li vedete i commenti agli altri blog, di qualunque argomento trattino? Sono di una bassezza che fa vergognare di appartenere alla specie umana. Ed e' tutta o quasi gente che ha almeno 15 o 20 anni di istruzione scolastica alle spalle, molto spesso universitaria. Io col mio lavoro ho contatti quotidiani e personali con tali personaggi, fuori dai blog sono uguali, sembrano a posto sono se stanno zitti o parlano di sport e figa.

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  12. A fagiuolo, c'e' un articolo che forse vi puo' interessare sul giornale:
    http://www.ilgiornale.it/news/cultura/eco-scalfari-sopravvalutati-e-maestri-pochi-dellitalia-oggi-1235272.html

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    1. Deprimente, ma inevitabile questa evoluzione. Leggevo giorni fa un aggiornamento di Asor Rosa al suo fortunato "Scrittori e popolo" di quarant'anni fa. Elenca una sfilza di autori, anche di "nuovi italiani" di origine iraniana o albanese che raccontano le loro storie autobiografiche. Ma chi se ne frega! La produzione ormai è immensa e la critica non può seguirla. È vero che anche Leopardi ai suoi tempi si lamentava: ci sono ormai più autori che lettori! Ma oggi il fenomeno è aumentato all'ennesima potenza. Schiller tenne due secoli fa una lezione: "Che cos'è la letteratura e a che scopo si studia la storia della letteratura". Ma ormai è una fiumana inarrestabile di opere che se le leggi o non le leggi è la stessa cosa, non ha nessuna importanza, anche se alcune sono forse passabili e magari valide. È finita. Anche il mestiere di critico è ormai inutile. Forse resisteranno ancora per un po' i classici, dipenderà però dalla scuola. Ma credo che già la prossima generazione non vorrà più saperne. Già ora nei licei svizzeri i grandi autori classici sono espunti, si fanno altre cose, si apprende la "competenza sociale". Il greco e il latino stanno ormai scomparendo, saranno davvero lingue morte tra breve, doppiamente morte (e confesso che un po' mi dispiace).
      L'università di massa a che serve? Tutte queste lauree e diplomi inutili, lavori che nessuno legge tranne il relatore. E sono sempre di più, da impazzire. Ha fatto bene Berardinelli ad abbondanre l'università. Le facoltà umanistiche sono ormai da abolire, non servono a niente.

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  13. << Schiller tenne due secoli fa una lezione: "Che cos'è la letteratura e a che scopo si studia la storia della letteratura". >>

    Gran bella domanda.
    Non so quale fosse la risposta di Schiller, ma mi piacerebbe molto conoscere quella di Sergio (che sull'argomento dovrebbe saperne parecchio).

    Io, per il momento, non mi pronuncio, anche perchè non ho mai approfondito. Magari, sentito Sergio, proverò a dire la mia.

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  14. Cari amici, dopo aver riflettuto per qualche giorno sulla domanda di Schiller, mi sento di azzardare queste due brevi risposte.

    1 - La letteratura è la sublimazione - sotto forma di intrattenimento - dei valori culturali prevalenti e condivisi di una società, in un certo periodo storico.
    2 - Studiando la storia della letteratura, possiamo conoscere e comprendere i valori culturali di una società e la loro evoluzione nel tempo.

    Che ve ne pare ?

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    Risposte
    1. Pertroppo la lezione accademica inaugurale di Schiller aveva per titolo: "Che cos'è e a che scopo si studia la storia universale". Quel titolo che ho citato era invece quello di una lezione all'università in cui si discuteva di letteratura e non di storia universale (chiara però l'allusione alla lezione di Schiller). La letteratura fa ovviamente parte della storia universale.
      Quanto alla letteratura non la metterai tanto sul piano teorico come fai tu. Quali sono i prodotti letterari? Racconti, romanzi, commedie, tragedie (queste sono un po' fuori moda, Alfieri non si rappresenta più, fa quasi ridere tanto è patetico - del resto come Schiller che però va ancora in scena nei paesi germanofoni, meno o per niente altrove). Poi ovviamente la poesia. Le opere letterarie possono rappresentare la realtà, dunque solo rispecchiarla, senza altre pretese (Guerra e pace) o far intravedere un'altra realtà (Promessi sposi) o avere finalità educative (Schiller: il teatro come macchina morale). Poi ci sono le opere di pura fantasia senz'altra finalità che sbizzarrirsi, folleggiare, divertirsi e divertire, immaginare altri mondi.
      Comunque comune a tutte le espressioni letterarie è il diletto: anche chi vuole moraleggiare deve divertire e non annoiare. Persino la tragedia deve "piacere", in questo caso commuovere (anche la commozione è un piacere). Era lo scopo esplicito di Racine con le sue tragedie: "plaire" (piacere). La differenza tra le Operette morali di Leopardi e un qualsiasi libro di Emanuele Severino è abissale, anche se le Operette sono un'opera di pensiero, in un certo senso filosofica. Le Operette dilettano, Severino ti fa uscire pazzo (ripetendo lo stesso pensiero da cinquant'anni). La buona letteratura dunque non annoia, è divertente, anche rivelatrice (ti fa vedere o capire cose che non vedi). Non è né filosofia in senso stretto né trattato, istruzione.

      Quanto alla storia della letteratura non so se ha davvero senso. Di questa ricca storia conosciamo solo alcune opere, le più note e famose, quelle che - talvolta immeritatamente - hanno resistito fortunatamente all'usura del tempo, sono diventate quel che si dice "classiche". Molte di queste che siamo stati costretti a leggere a scuola erano noiose perché non più attuali, polverose, una perdita di tempo. Vittorio Saltini arriva a dire che bisognerebbe leggere solo opere contemporanee perché parlano del tuo tempo, dunque anche di te. Però lui stesso sta di casa nell'Ottocento che è il secolo del romanzo, soprattutto i Russi.
      Penso invece che tante opere del passato siano ancora attuali, siano interessanti e piacevoli. Dante non è superato (come poeta, come filosofo e teologo non interessa quasi più). Boccaccio mi piace sempre (e se qualcosa piace davvero è viva, attuale).
      Ma io punto su singole opere, meno sulla "storia della letteratura". Del resto nessun professore di letteratura ha letto tutte le opere letterarie, nemmeno quelle del suo paese e della sua specializzazione. Oggi poi è praticamente impossibile seguire la produzione, cosa del resto inutile.

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    2. (continua)

      A proposito di storia universale o di storia tout court: a cosa serve studiarla? Per conoscere il nostro passato. Ma visto come siamo combinati si direbbe che non serve a niente, altro che "non scholae sed vitae discimus".
      Ortega dice che la storia non può insegnarci cosa fare, non ci dà una chiave per i problemi da risolvere perché questi problemi sono in parte nuovi. Aggiunge però che la storia può insegnarci a evitare certi errori, a non ricommetterli. Ma sembra che anche questo sia solo un pio desiderio. Per la coercizione a ripetere (siamo programmati in un certo modo). Comunque non sono così pessimista: qualcosa si può sempre imparare, persino a novant'anni.

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    3. << la storia può insegnarci a evitare certi errori, a non ricommetterli. Ma sembra che anche questo sia solo un pio desiderio. Per la coercizione a ripetere (siamo programmati in un certo modo). >>

      Qualcuno, con sottile ironia, ha detto che il più grande insegnamento che ci può dare la storia è che... dalla storia non riusciamo mai ad imparare nulla.
      Non ricordo le parole esatte, ma il senso era questo.

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