venerdì 6 novembre 2015

Corpi di Elite





Un tale (probabilmente il solito “qualunquista”) sosteneva che “i politici sono tutti ladri, ma non sono tutti uguali: ci sono quelli che sono SOLO ladri e quelli che sono ANCHE ladri”.
La “sottile” distinzione mi è venuta in mente leggendo l’ottima recensione che il sito IL POST ha dedicato al libro “Perché falliscono le nazioni” di Aaron Acemoglu e James Robinson. Nel loro saggio, i due autori statunitensi cercano di spiegare la differenza nella ricchezza delle nazioni, facendo riferimento alle loro istituzioni ed alle elites che le guidano.
Riporto qui di seguito il testo della recensione, piuttosto interessante.
LUMEN


<< Perché certe nazioni falliscono e i loro abitanti diventano più poveri, le istituzioni crollano e scoppiano rivolte e guerre civili, mentre altre continuano a prosperare sul lungo periodo, la pace sociale si mantiene, la violenza si riduce e il benessere economico degli abitanti aumenta ? La spiegazione di Acemoglu e Robinson è di tipo “istituzionale”: la differenza la fanno le istituzioni che una certa società si dà nel corso del tempo. (…)

Gli autori raggruppano tutte le istituzioni possibili in due grandi categorie: quelle inclusive (o pluraliste) e quelle estrattive.

Le economie basate sulle piantagioni nei Caraibi del XVIII secolo, la società feudale del Medioevo europeo o la Corea del Nord sono tutti esempi di istituzioni dell’ultimo tipo: quelle estrattive. Al vertice politico di queste società c’è un gruppo di persone relativamente piccolo (i proprietari delle piantagioni, gli aristocratici e la ristretta cerchia vicino alla famiglia Kim) che esercita tutto il potere politico ed economico. Questo tipo di società vengono definite estrattive proprio perché hanno al vertice una piccola élite che estrae il valore prodotto dal resto della società.

Accanto all’élite c’è la gran massa della popolazione che gode di pochi o nessun diritto politico: gli schiavi delle piantagioni erano a malapena considerati esseri umani, i contadini medioevali erano poco più che servi legati per sempre a un signore ed i cittadini nordcoreani non hanno nessuna voce in capitolo sulle scelte del loro governo. Nelle società estrattive la stessa mancanza di libertà è presente anche sul fronte economico.

Gli schiavi delle piantagioni non avevano la possibilità di esercitare i loro talenti nella direzione che preferivano: ognuno di loro era costretto a fare il lavoro deciso dal suo proprietario che in cambio gli offriva a malapena il necessario per sopravvivere. I contadini medievali vivevano in una situazione dove era a malapena più liberi, ma dove comunque la libertà di esercitare attività economica era di fatto ridotta a nulla. E lo stesso discorso vale anche per i cittadini nordcoreani che si trovano fuori dalla cerchia ristretta dei fedelissimi del regime.

Questo modello di società, secondo gli autori, non può produrre una crescita solida e a lungo termine per un semplice motivo: mancano gli adeguati incentivi che servono per metterla in moto. Lo schiavo, il contadino medioevale o l’operaio nordcoreano non hanno nessun motivo per ingegnarsi e trovare un modo di rendere il loro lavoro più produttivo: il frutto di qualunque miglioria nel rendimento dei prodotti, infatti, finirà nelle mani del padrone, del feudatario o dello stato. In altre parole: nelle mani dell’élite estrattiva.

Quest’ultima, a sua volta, non ha nessun interesse a favorire in alcun modo lo sviluppo tecnologico o qualunque altro tipo di innovazione. Il risultato di un simile cambiamento rischierebbe di alterare lo status quo e quindi di rimuovere chi si trova al vertice dell’istituzione estrattiva dalla sua lucrosa rendita di posizione. Un certo margine di distruzione è sempre necessario per la crescita economica: se un’azienda inventa un nuovo modo più efficiente per produrre bulloni è probabile che alcuni suoi concorrenti falliscano o siano comunque costretti a licenziare dei dipendenti. Questa “distruzione creatrice” è ciò che, secondo gli autori, più temono le élite estrattive.

Uno degli esempi più chiari (…) è la reazione dello Zar e dell’Imperatore dell’Austria-Ungheria di fronte alla Rivoluzione industriale. Quando le prime macchine cominciarono a comparire nei loro regni e i primi imprenditori cominciarono a chiedere il permesso di impiantare filande e ferriere, i due sovrani reagirono esattamente come Robinson e Acemoglu immaginano che dovrebbero reagire le élite estrattive di fronte ad un processo di “distruzione creatrice”: cercarono di bloccare tutto.

Impiantare industrie fu vietato o reso comunque molto difficile. Furono proibite le concentrazioni di fabbriche e la loro proprietà venne limitata allo stato. Quando dovettero spiegare le loro decisioni, i due sovrani dissero che le fabbriche, con i loro operai e i loro “nuovi ricchi”, minacciavano il vecchio ordine costituito. In altre parole, lo zar e l’imperatore dicevano apertamente di ostacolare la crescita economica per mantenere intatto lo status quo.

Se istituzione politiche ed economiche estrattive sono la ricetta per il fallimento, va da sé che istituzioni economiche di tipo inclusivo e politiche di tipo pluralista sono invece la via per il successo. Le due cose, almeno secondo Robinson e Acemoglu, non possono quasi mai andare separate. Le istituzioni politiche pluralistiche permettono che nei luoghi dove si prendono le decisioni convivano i rappresentanti di numerosi e diversificati interessi – e non soltanto quelli di una precisa élite.

Il conflitto tra i vari interessi di questi rappresentanti fa sì che sia conveniente per tutti stabilire una legge chiara, univoca e che possa essere applicata in tutti i casi, invece dell’arbitrio di un monarca o di un dittatore, che potrebbe appoggiare ora gli uni ora gli altri. Istituzioni economiche inclusive aiutano questo processo. Le istituzioni pluraliste funzionano meglio se la ricchezza non è appannaggio soltanto di una ristretta élite, ma è distribuita tra i vari ceti e i vari gruppi. A loro volta queste ampie coalizioni possono portare avanti i loro particolari interessi perché le istituzioni politiche sono inclusive.

In altre parole: istituzioni politiche inclusive significa democrazia rappresentativa, mentre istituzioni economiche inclusive significa un mercato tendenzialmente libero, dove per chiunque sia possibile aprire un’impresa o comunque esercitare il suo talento nella direzione che preferisce; secondo gli autori i nemici delle istituzioni economiche pluraliste sono i monopoli, le corporazioni, le barriere all’ingresso nelle varie professioni e così via. (…)

Ma cosa porta una nazione ad imboccare la strada che conduce ad istituzioni politiche ed economiche inclusive, oppure a quelle estrattive? La risposta dei due autori è abbastanza vaga e difficilmente sarebbe potuta essere diversa. Il punto, secondo gli autori, sono le piccole differenze che dividono le nazioni e che entrano in gioco quando si presenta una congiuntura critica.

L’esempio migliore per spiegare questo concetto è quello che accadde al Botswana. Quando il paese nel 1966 raggiunse l’indipendenza era uno dei più poveri al mondo. Aveva soltanto una dozzina di chilometri di strade asfaltate, appena 22 cittadini laureati e circa un centinaio che avevano terminato le scuole superiore. In più era circondato da diversi stati, molto più grandi e governati da regimi bianchi ostili ai paesi governati da neri.

Nel 1966 nessuno avrebbe scommesso sul futuro del Botswana. Contro tutte le aspettative, cinquant’anni dopo l’indipendenza, il paese ha il reddito pro capite più alto di tutta l’Africa sub-sahariana (al livello di paesi come Estonia, Ungheria o Costa Rica). Ha un tasso di crescita tra i più alti del mondo, tiene libere elezioni e non ha mai attraversato periodi di guerra civile o interventi stranieri.

Come è stato possibile tutto questo? Secondo gli autori perché il paese si diede rapidamente delle istituzioni economiche e politiche inclusive. Questo fu possibile in parte perché tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento i capi delle tribù Tswana (…) si diedero delle strutture molto moderne e centralizzate per gli standard dell’Africa sub-sahariana.

I capi tribù erano limitati nel loro potere dalle assemblee tribali, che potevano opporsi all’imposizione di nuovi tributi o la costruzione di opere pubbliche. Nonostante nelle loro leggi orali i capi avessero diritto alla carica per via ereditaria, di fatto le norme venivano piegate affinché nelle riunioni di tribù venisse eletto l’individuo ritenuto più meritevole. Gli Tswana esprimevano questo concetto con un proverbio che sembra uscito da un manuale di monarchia costituzionale: «Il re è re per grazia del popolo».

Il bene principale di queste tribù era il bestiame, che era considerato a tutti gli effetti una proprietà privata. Per motivi ovvi tutti i vari capi Tswana avevano ogni interesse a far si che la proprietà privata venisse legittimata e che quindi, dopo l’indipendenza, si stabilisse un regime in grado di proteggere i loro diritti. Per fortuna del paese, quando gli inglesi misero quello che oggi si chiama Botswana sotto un protettorato non alterarono queste particolarità, ma lasciarono che gli Tswana continuassero ad autogovernarsi.

Tutte queste particolarità emersero quando il paese ottenne l’indipendenza, in occasione di quella che gli autori chiamano una “congiuntura critica”, un grande stravolgimento che può portare enormi cambiamenti.

Il re del Botswana, Seretse Khama, divenne il primo presidente del paese, ma a differenza di quasi tutti gli altri leader africani emersi dopo l’indipendenza non mise in piedi un regime estrattivo per sé e il suo entourage. Tenne regolarmente libere elezioni (fu eletto tre volte e morì di cancro nel 1980) e si assicurò di creare leggi uguali e valide per tutti, di creare un mercato libero, in modo che ogni cittadino potesse esercitare i suoi talenti nella direzione che riteneva più opportuna, oltre a costruire le infrastrutture di cui il paese aveva bisogno. (…)

Nelle ultime pagine del libro [uscito in USA nel 2012 - NdL], i due autori provano a formulare delle previsioni. (…) La previsione più importante riguarda la Cina, il paese che con la sua impetuosa crescita economica e le sue istituzioni sostanzialmente estrattive, sembra essere la più vistosa eccezione a quanto hanno affermato nel loro libro.

La loro risposta è che anche le società più estrattive hanno la possibilità di crescere, anche se per periodi di tempo limitati (come ad esempio accadde all’Unione Sovietica tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta). I due ricordano inoltre che la Cina, dalla fine degli anni Settanta, ha attraversato un periodo in cui le istituzioni economiche – se non quelle politiche – sono state rese considerevolmente più pluraliste e meno estrattive.

Quella della Cina, quindi, non sarebbe che una crescita condizionata e limitata dalle istituzioni politiche ancora fortemente estrattive. Se la loro teoria è corretta, la Cina potrà continuare a crescere in modo stabile soltanto quando anche le sue istituzioni politiche saranno rese molto, molto più pluraliste. >>

Dal sito IL POST

12 commenti:

  1. Onestamente il libro citato, dalla recensione, mi pare una tesina di infima qualita' da universita' Bocconi, priva di qualsivoglia spessore culturale: trovo eccezionalmente umoristica la qualificazione del Botswana in termini di km di strade asfaltate, e ancora di piu' la analogia dei km di asfalto col numero di bocconianamente laureati (meglio l'asfalto, a questo punto). Spero che scherzino. E' ovvio che se si misura le societa' veramente "altre" col nostro metro esse ne escono male.

    Ma mi pare che in giro ci sia un sacco di gente che, misurando la nostra col loro metro, la trova satanica. Quasi quasi mi diventano simpatici.

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    1. Sul Botswana non so cosa dirti, perchè non conosco l'argomento.
      Ma la suddivisione "macro" tra le istituzioni inclusive e quelle estrattive mi sembra piuttosto centrata e molto esplicativa.

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    2. "tra le istituzioni inclusive e quelle estrattive mi sembra piuttosto centrata e molto esplicativa"

      Bisognerebbe leggere il libro per capire dove vuole andare a parare, tenendo presente che nel mondo accademico quello che cercano di fare gli autori, specie di successo, e' concentrare l'attenzione su un solo aspetto della realta', cosa che in ambito socio-economico rende i loro studi poco piu' che esercizi letterari da studenti delle medie inferiori.

      In ogni caso man mano che passano gli anni detesto sempre piu' cordialmente l'atteggiamento da sperimentatori con le loro cavie, che tutto sanno, di ogni categoria di questi esperti sociali ed economici: a prescindere dal contenuto delle loro credenze, perche' credo che la radice del male sia nel loro atteggiamento, non nel contenuto: una volta acccettato l'atteggiamento, succedera' sempre che l'ultimo che passa lo riempira' col suo contenuto, e tutti dovranno adeguarcisi, come verifichiamo puntualmente da un bel po' di tempo. L'atteggiamento da criticare e' quello costruttivista: la ybris.

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  2. Dunque c è un altro motivo per preferire i regimi non pluralisti, non producono crescita a lungo termine. Odiando questo termine con tutto me stesso, i due autori mi hanno involontariamente confortato.

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    1. E' una prospettiva a cui non avevo mai pensato, ma in effetti...
      Il bello è che molti regimi dittatoriali, la crescita, la vorrebbero ugualmente (vedi URSS), ma poi, a causa dei propri limiti strutturali, non riescono ad ottenerla.

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    2. :)

      evabene pero' purtroppo i regimi non pluralisti pur producendo meno crescita spesso producono piu' disastri ambientali, e soprattutto molta piu' crescita demografica... sono solo meno efficienti. Confrontare una situazione in cui l'unita' e' il gruppo tribale, e una in cui e' il gruppo nazionale, mi pare un po' azzardato... probabilmente quello che e' successo in botswana e' solo che l'ingrandimento della struttura sociale ha INIZIALMENTE prodotto una minore occhiutaggine del potere, piu' lontano... ma aspettate che gli arrivi il catasto elettronico e poi ne riparliamo.

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    3. << pero' purtroppo i regimi non pluralisti pur producendo meno crescita spesso producono piu' disastri ambientali, e soprattutto molta piu' crescita demografica >>

      Sui disastri ambientali siamo d'accordissimo: in fondo alle loro elites non importa nulla e non hanno nessun tipo di controllo interno.

      Sulla crescita demografica, invece, non saprei, perchè in fondo l'inefficienza economica pone dei limiti anche sotto questo aspetto.
      Ovviamente, i grandi produttori di petrolio hanno avuto forti incrementi demografici anche in situazioni dittatoriali (grazie alla suddetta improvvisa ricchezza), ma, per esempio, non mi pare che la vecchia URSS avesse grossi surplus demografici.
      O mi sbaglio ?

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    4. "non mi pare che la vecchia URSS avesse grossi surplus demografici."

      Che io sappia l''URSS e' l'unica dittatura (pur del proletariato) dove la parita' di genere faceva si' che le donne facessero il camionista e il minatore e qualunque altro mestiere. Quindi semmai dovremmo soffermare l'attenzione su questo aspetto. Per contrario, pure qui in europa, anche oggigiorno, sono i nazio-nazi-fascio (di qualunque confessione religiosa) quelli che si lamentano che le donne non se ne stiano a casa a fare e accudire figli... poi, quando la situazione degenera, diventa inutile programmare alcunche' per il futuro, compreso il numero dei figli.

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    5. << Che io sappia l''URSS e' l'unica dittatura (pur del proletariato) dove la parita' di genere faceva si' che le donne facessero il camionista e il minatore e qualunque altro mestiere. >>

      Curioso davvero.
      Forse era davvero una scelta ideologica (la parità dei sessi); o forse era solo una necessità economica, essendo più importante per loro aumentare la forza lavoro che non la popolazione.
      O magari era un mix tra le due cose.
      .

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  3. Mah! Estrazione, inclusione, concetti o semplicemente altre parole per cose vecchie? Cosa sono i governi estrattivi altro che regimi dispotici, oppressivi e sfruttatori, e quelli inclusivi governi blandi e liberali che permettono lo sviluppo dell'iniziativa privata e quindi del commercio e del benessere generale. Il potere è per sua natura dispotico se no cessa di esistere. Forse è proprio l'incremento demografico che obbliga il potere ad allentare la presa. La liberalizzazione dei costumi ha favorito anche il boom economico. Ricordo che ancora negli anni Sessanta in Italia gli albergatori non davano la matrimoniale a una coppia non sposata! Se vuoi vendere devi chiudere un occhio e anche due. Anche in Cina il comunismo (cioè i principi, la morale) è ormai solo di facciata, la gente vuole il benessere. Consumismo e demografia stanno piallando tutto. Ma c'è un disegno (= gomblotto) dietro questo sviluppo? Poteri forti, massoneria ecc.
    Persino l'ex stalinista Napolitano parlava non molto tempo fa di Nuovo Ordine Mondiale (vedi simbolismo massonico sul biglietto di un dollaro con la scritta "novus ordo seclorum").
    È nato prima l'uovo o la gallina, cioè prima lo sviluppismo e poi la demografia esponenziale? Senza questo incredibile incremento demografico non avremmo forse l'informatica, il computer, lo smartphone alla portata di tutti (e che servono anche al controllo, ormai lo Stato sa tutto di tutti).
    Ma anche il potere più dispotico (tipo nordcoreano) ha anche lui bisogno di gente intelligente se no rischia di essere sopraffatto da altri poteri. Il Vaticano era contrario all'illuminazione notturna e alla costruzione di ponti (troppo pericolosi, avrebbero favorito gli spostamenti!). Ma non poteva fermare il progresso, non l'ha fermato.

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  4. << Ma anche il potere più dispotico (tipo nordcoreano) ha anche lui bisogno di gente intelligente, se no rischia di essere sopraffatto da altri poteri. >>

    Vero. Ne ha bisogno (come tutti i poteri del resto).
    Ma non riesce a gestirli, perchè chi è intelligente non può essere anche, contemporaneamente, ciecamente devoto e totalmente fedele.
    Ed è per questo che, alla fine, le dittature crollano rovinosamente.

    << Il Vaticano era contrario all'illuminazione notturna e alla costruzione di ponti (troppo pericolosi, avrebbero favorito gli spostamenti!). Ma non poteva fermare il progresso, non l'ha fermato. >>

    Questa non la sapevo e mi ha diveritto moltissimo.
    Però, non potendo fermare il progresso (e non potendolo cavalcare per motivi ideologici), lo hanno malamente subito, finendo in quel viale del tramonto di cui abbiamo già parlato altrove.

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  5. Il libro citato esprime una vecchia tesi con parole nuove. Mi sembra che il libro di Popper "la società aperta e i suoi nemici" esprima in modo più originario il tema in questione. Sul concetto di inclusivo ed estrattivo poi ho qualche dubbio. Mi sembra che quasi tutte le società siano estrattive, anche quelle libere e democratiche: basti vedere quanto estraggano dai lavoratori e imprenditori le classi politiche nostrane. Forse, come diceva Hayek, le società liberali permettono, con una maggiore distribuzione della conoscenza, di trovare vie di fuga dal ruolo di soggetti spremuti, rispetto alle società chiuse e autoritarie.

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