venerdì 30 ottobre 2015

Non avrai altro Dio


Per monoteismo si intende, come noto, la fede in una sola divinità identificata, generalmente, con il termine Dio. La prima religione a cui può essere applicata questa definizione è, sorpresa sorpresa, un oscuro culto sorto nell'Africa Occidentale circa 8.000 anni fa e dedicato ad un certo Candomblé.
Seguono poi il culto egiziano del dio Aton,  lo Zoroastrismo in Asia e quindi il monoteismo  ebraico, che tutti ben conosciamo. Al monoteismo, alla sua nascita ed alle sue conseguenze è dedicato il post di oggi, opera di un (insolitamente) pacato Pietro Melis. LUMEN
 
 
 
<< Le religioni rivelate nascono sulla base di una credenza degli uomini primitivi che, come spiega Darwin ne L’origine dell’uomo, da quando incominciarono a credere che le immagini oniriche dei loro parenti defunti provenissero da spiriti, incominciarono a seppellire i loro cadaveri dando luogo alle onoranza funebri. Da qui sorse anche la religione totemistica che estendeva l’immortalità anche a degli animali considerati sacri, la cui uccisione una volta l’anno serviva ad impossessarsi dello spirito dell’animale sacro.
 
Il successivo passo fu la credenza in divinità che rappresentavano originariamente le forze della natura. Lo sviluppo del politeismo portò poi a scindere le divinità dalle forze della natura, nonostante rimanesse in alcune di esse la rappresentazione di queste forza, come in Nettuno, il dio del mare. Dunque le religioni in origine non sorsero come bisogno di fondare su di esse un ordine sociale. (…)
 
Poi nell’antichità greco-romana, le divinità assursero alla funzione di protezione di uno Stato secondo le sue necessità politiche e sociali. Da qui la nascita dei templi pagani in cui si invocavano le diverse divinità, a seconda delle prerogative ad esse attribuite, con la credenza che esse potessero essere soddisfatte con sacrifici di animali. Ma nel mondo greco-romano la religione era un’istituzione statale, con sacerdoti che erano dipendenti dall’autorità statale.
 
Solo con il monoteismo di origine ebraico-cristiana si arrivò, al contrario, a concepire la religione come “fondamento” delle istituzioni statali arrivando così ad una sorta di teocrazia, in cui i sacerdoti non dipendevano più dalle istituzioni statali, ma, al contrario, le controllavano.
 
Bisogna però precisare che nell’antichità ebraica il monoteismo non nacque subito in contrapposizione al politeismo. Infatti la religione ebraica passò dal politeismo, in cui prevalente era il dio Jahweh (avente come maggiore antagonista il dio Baal) alla monolatria che incominciò con la riforma del re Giosia nel 609 a.e.v.. Nel primo tempio (quello fatto costruire da Salomone), distrutto nel 587 a.e.v. dal re babilonese Nabucodonosor, venivano riconosciute ed onorate anche altre divinità nel tempio. Con la riforma del re Giosia non venne negata l’esistenza di altre divinità, ma si proibì il loro culto, ristretto ormai al dio Jahweh, assurto ormai a dio nazionale.
 
Solo nel 538 a.e.v., con il ritorno dei discendenti degli esiliati in Babilonia, incomincia a sorgere il monoteismo, con il riconoscimento dell’esistenza di un solo dio. Con il ritorno degli esiliati avvenne l’inizio della costruzione del secondo tempio (allargato molti secoli dopo da Erode il grande). Il monoteismo nacque dalla convinzione ebraica che la distruzione di Gerusalemme nel 587 a.e.v. fosse dovuta all’ira di Jahweh che non era stato mai riconosciuto come dio unico.
 
La religione cristiana ereditò dall’ultima fase della religione ebraica il monoteismo, ma vi introdusse la trinità sulla base dell’influenza della triade neoplatonica Uno-Intelletto-Anima del mondo. E’ evidente che la religione, assurta ormai, con le sue autonome gerarchie, a potere autonomo scisso dallo Stato - tanto da entrare in conflitto con esso, come dimostrano i conflitti tra papi e imperatori del sacro romano impero, che dovevano avere la loro investitura dai papi - diveniva in questo modo il fondamento dell’ordine sociale costituito.
 
L’imperatore era la faccia temporale di quell’unico potere che aveva il suo fondamento in Dio. La religione dunque come fondamento dell’ordinamento statale e sociale.
 
Con il lento processo di laicizzazione dello Stato e la nascita degli Stati nazionali, a cominciare dalla Francia, la figura dell’imperatore del “Sacro Romano Impero”, ridottasi già prima ad essere imperatore dell’impero asburgico, scomparve definitivamente con Napoleone, che tuttavia sentì anch’egli il bisogno di consacrare la sua carica di imperatore e di re d’Italia facendosi incoronare a Parigi dal papa Pio VII, che fu costretto ad andare per questo a Parigi. Nonostante il processo ulteriore di laicizzazione, dovuto soprattutto all’Illuminismo e ai filosofi materialisti del XVIII secolo in Francia, la religione continuò a rimanere nel popolo incolto come fondamento dell’ordine sociale.
 
A questo proposito bisogna ricordare il famoso discorso  del grande Inquisitore ne I fratelli Karamazov. L’Inquisitore di fronte a Gesù tornato in terra gli rimprovera di voler distruggere l’ordine sociale facendo appello alla coscienza individuale, che avrebbe distrutto il fondamento stesso di tale ordine, che era la Chiesa come istituzione. Non vi può dunque essere ordine sociale che sia scisso da un ordine di cui la Chiesa come istituzione si fa fondamento.
 
Il processo successivo del liberalismo ha portato a scindere l’ordine sociale voluto dallo Stato da quello fondato sulle regole religiose. Rimase nei credenti la religione come spiegazione dell’origine del mondo e come mezzo per dare un senso alla vita nel perdurare della credenza primitiva nell’immortalità dell’anima. Ma  nel monoteismo cristiano, nonostante poche eccezioni di semplici preti e teologi, l’immortalità viene attribuita solo all’anima umana. In sostanza, la credenza nell’immortalità dell’anima umana serve sia come rimedio alla disperazione di fronte alla morte, sia come arma della religione stessa, che può indirettamente essere utilizzata dallo Stato come deterrente psicologico contro ogni forma di violenza pubblica o privata.
 
Ancora una volta si può fare riferimento alla famosa frase  di uno dei protagonisti del romanzo I fratelli Karamazov: “se Dio non esiste, allora tutto è permesso”. Voltaire scrisse che, se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo perché esso serve a tenere il popolo soggiogato da determinate leggi divine che sono anche il fondamento  dello Stato. La religione è come il morso che bisogna mettere al cavallo per guidarlo. Ma lo stesso concetto può ritrovarsi in filosofi, se pur distanti, come Hobbes, fautore dell’assolutismo, e Locke, padre del liberalismo moderno.
 
Oggi solo l’islamismo pare avere un diretto controllo sull’ordine sociale per l’identificazione della legge con le norme del Corano, di cui è per diversi gradi pervasa la stessa società negli Stati islamici, come soprattutto nella teocrazia dell’Arabia Saudita. All’interno del cristianesimo, dopo la caduta del comunismo dell’Unione Sovietica, vi è una profonda influenza della Chiesa ortodossa sullo Stato russo, anche frutto di una nuova forma di nazionalismo che ha voluto riprendere le radici storiche di una Mosca che, dopo la caduta dell’impero bizantino, si era proclamata terza Roma. (…)
 
L’Antico Testamento [comunque] è nato con l’unico scopo di giustificare il diritto del popolo ebraico alla terra di Palestina, come promessa dal loro dio Jahweh, (…) e non aveva alcuna intenzione, nei suoi scrittori anonimi, di fare del proselitismo presso altri popoli. Anzi, il popolo ebraico è rimasto sempre geloso del suo dio, e non voleva che il suo popolo si contaminasse con altri popoli.
 
Questa è la somma contraddizione dell’Antico Testamento, che espone la concezione di un dio ordinatore, non creatore dal nulla, del mondo, e tuttavia rimane come dio che chiede di essere riconosciuto come tale solo dal popolo ebraico. In realtà l’Antico Testamento è il risultato nel Genesi di antiche mitologie e racconti egizi e mesopotamici (mesopotamici soprattutto per quanto riguarda le figure di Abramo, Isacco e Giacobbe). Mosè risulta non essere mai esistito perché è una figura che riprende racconti di origine egizia. Lo stesso nome ne tradisce l’origine egizia.
 
Il popolo ebraico, pur essendo circondato da Stati che erano allora all’avanguardia nel campo della conoscenza scientifica, l’Egitto e gli Stati mesopotamici, rimase un popolo ignorante proprio per il divieto religioso di contaminarsi con altri popoli.  Questo isolamento è stato la causa della persecuzione degli ebrei in tutta la loro storia prima del processo di laicizzazione che l’ebraismo subì nel  XIX secolo. Essi rifiutarono sempre di integrarsi negli Stati in cui vivevano, pretendendo che fossero riconosciute per essi delle eccezioni che concordassero anche con le loro tradizioni alimentari. (…)
 
Il cristianesimo, sorgente dalle radici dell’ebraismo, ne ha cambiato totalmente la sostanza prima di tutto introducendo la trinità, in concordanza con l’influenza della filosofia neoplatonica. Nonostante tutte le oscurità della sua storia il  cristianesimo (con i conflitti tra confessioni cristiane, tra imperatori e re da una parte e Chiesa dall’altra) è stato traghettatore, proprio tramite la trinità, includente nella terza persona l’Intelletto, della razionalità greca o LOGOS. (…)
 
In considerazione di ciò si può dire che la rivoluzione scientifica poteva avvenire solo nell’Europa cristiana. E infatti nel Medioevo i principali scienziati erano religiosi, che si contrapponevano alla filosofia aristotelica sottoponendola ad analisi critica. E sino alla Controriforma, la Chiesa Cattolica fu una scuola di liberalismo in fatto di conoscenza scientifica.
 
Basti considerare che (…) il vescovo di Parigi Nicola d’Oresme nel XIV secolo affermò la rotazione della Terra intorno al suo asse. (…) Il sistema copernicano fu dovuto ad un canonico polacco che dedicò la sua opera “De revolutionibus orbium coelestium” (1543) al papa Urbano VIII, che lo ringraziò. L’astronomia delle ellissi fu dovuta al cristiano neo-platonico Keplero. E per il cristiano Newton lo spazio assoluto era il sensorium Dei, cioè l’organo visivo divino. (…)
 
Come controprova, vi è da domandarsi: come mai la rivoluzione scientifica non nacque in Oriente e non poteva nascere negli Stati islamici ? Perché essi non ereditarono tramite la trinità il LOGOS, e con essa quell’interesse alla ricerca scientifica fondata sulla stessa razionalità divina. Il dio islamico infatti, come quello ebraico, è scisso dal vincolo della razionalità. Esso è la potenza che non è vincolata dal LOGOS. La potenza precede la ragione.
 
Il Dio cristiano, al contrario, è vincolato, nel suo stesso interno, dal LOGOS, dall’Intelletto. Da qui una concezione della natura come specchio della razionalità divina. Studiare la natura significava conoscere anche la perfezione divina.
 
Tale interesse [invece] non poteva non mancare in chi pensava che Dio non si potesse ritrovare nella razionalità della natura, essendo egli trascendente rispetto alla ragione. Per un cristiano sarebbe stato impossibile concepire un Dio che imponesse ad Abramo di uccidere il figlio Isacco per metterlo ad una prova di obbedienza. O un Dio che accetta di fare una scommessa con il diavolo a danno di Giobbe (…)
 
La storia del cristianesimo è dunque la storia d’Europa, nonostante il rogo di Giordano Bruno, martire della libertà di pensiero, e la condanna di Galileo. Questi tristi e gravi episodi son dovuti a quello spirito di Controriforma che spense nella Chiesa cattolica il precedente liberalismo in fatto di conoscenze scientifiche. Ma il grande storico della scienza Alexandre Koyré ha scritto che la rivoluzione scientifica fu la rivincita di Platone contro Aristotele. E si sa che il maggiore filosofo greco che influenzò il pensiero cristiano (come in Agostino) fu Platone, non Aristotele. (…)
 
Purtroppo il “neo-platonismo” ereditato dal cristianesimo portò all’oscuramento di quel grande patrimonio di scienza e di filosofia che fu il pensiero pre-socratico, indirizzato verso la concezione di un universo infinito in pensatori come Anassimandro, Eraclito e Democrito. >>
 
PIETRO MELIS

36 commenti:

  1. Caro Lumen,

    ho letto con interesse e piacere questo conciso "riassunto" della storia delle religioni. Con piacere perché mi pare corretto, scritto sine ira dall'agnostico Melis (che ci tiene a essere definito tale, non ateo). Per me a dire il vero ateo e agnostico sono - nella pratica - sinonimi.
    Sarebbero ora comunque interessanti una replica oppure osservazioni di quel "genio" che sembra essere Ravasi, molto stimato da Melis che lo avrebbe voluto papa al posto del parroco di campagna argentino piuttosto confusionario (però non bisogna dimenticare che è pur sempre un gesuita - nell'accezione peggiore del termine). Ravasi è un pozzo di scienza, sarebbe davvero un bello scontro tra lui e Melis. Ma credo che per finire mi troverei dalla parte di quest'ultimo.

    Tra le cose lette mi piace mettere in risalto che per la teologia cristiana Dio è il Logos ovvero razionalità pura, mentre per l'islam Dio trascende anche la razionalità tanto è vero che può anche persino contraddirsi, non sottostà a nessuna legge, al contrario del Dio cristiano (ma anche di Giove che sottostà al Fato - tanto che l'appellativo di Dante per Dio - Sommo Giove - calza a pennello).

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  2. È mia convinzione che il cristianesimo sia morto o moribondo (le folle oceaniche all'arrivo del papa non possono trarre in inganno: l'uomo è un animale gregario irresistibilemente attratto dagli assembramenti, dalla folla - alla messa del papa come allo stadio). Ma lo dico non trionfante (della superstizione) ma persino con una certa malinconia. E mi dispiacerebbe sommamente che S. Pietro facesse la fine dell'Hagia Sophia o che gli islamici vincitori in Europa grazie alla demografia distruggessero tutte le vestigia cristiane (come stanno purtroppo facendo i fondamentalisti islamici adesso in Iraq e Siria). Anche noi abbiamo avuto la nostra iconoclastia, ma è stato un episodio unico, lontano e quasi dimenticato: il cristianesimo direi che è la religione dell'immagine (quante migliaia di Madonne sono state dipinte, quarta persona della Trinità, vera dea come le altre tre persone, anche se - sulla carta - i cristiani distinguono tra adorazione (dovuta solo al Dio trino), iperlatria (venerazione della Madonna) e latria (semplice culto dei santi).

    Siamo ormai da tempo nell'era del disincanto, almeno lo sono le elite occidentali che comprendono anche gli ebrei colti (quanti scienziati e artisti ebrei). Oggi la maggior parte degli scienziati si dicono agnostici o atei. Grazie anche al disincanto avanziamo sulla via della conoscenza, ma il fatto di aver capito di non essere immortali (come credevano e speravano i cristiani per i quali la morte era solo un trapasso) ci lascia - o lascia molti - insoddisfatti. Il sottotitolo del libro di Melis "Io non volevo nascere" suona: "un mondo senza certezze e senza giustizia". Certezze ne abbiamo, ma non a sufficienza, e anche la giustizia - concetto per altro mal definibile - zoppica parecchio.

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  3. << Il sottotitolo del libro di Melis "Io non volevo nascere" suona: "un mondo senza certezze e senza giustizia". Certezze ne abbiamo, ma non a sufficienza, e anche la giustizia - concetto per altro mal definibile - zoppica parecchio.>>

    Caro Sergio,
    sulla (mancanza di) giustizia siamo senz'altro d'accordo: non solo zoppica, ma - a mio modesto avviso - latita proprio, e, come ho già avuto modo di dire in un altro post, l'unica cosa saggia che possiamo fare è prenderne atto con rassegnazione, senza rovinarci il fegato.

    Quanto invece alle certezze, sarei un po' più ottimista.
    La scienza, a saperla interpretare in modo corretto, ce ne ha date molte (e continua a darcene) e quindi chi si sente privo di certezze, forse, è perchè non sa dove cercarle oppure - classico caso di riserva mentale - rifiuta quelle (magari sgradevoli) che la scienza gli offre.

    Forse Melis, nel suo profondo, resta più filosofo (e quindi a-scientifico) di quanto vorrebbe ammettere.

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    1. "Forse Melis, nel suo profondo, resta più filosofo (e quindi a-scientifico) di quanto vorrebbe ammettere."

      Credo che ti sbagli: Melis, che più che filosofo è stato docente di filosofia, prova il massimo disprezzo per quasi tutti i filosofi, specie italiani (tipo Severino e Cacciari). Da autodidatta si è fatta una cultura scientifica di tutto rispetto, ed è proprio in base a queste conoscenze scientifiche (che non mi sembrano affatto semplicemente orecchiate) si fa beffe di quasi tutta la filosofia. Purtroppo è diventato un misantropo, non senza qualche ragione.

      Quanto alla giustizia sono io invece meno pessimista anche se non si troppo bene cosa sia giusto, giustizia. "Non è giusto" è forse una delle esclamazioni più frequenti, ma se poi si va a vedere cosa sia la giustizia, più ci si ragiona sopra meno si arriva a definirla. E per finire la migliore definizione era nella vecchia testata dell'Osservatore Romano: "Unicuique suum". Dunque non ha tutti lo stesso. Concetto ripreso ahimè anche dal comunismo quando recita: ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo le sue necessità. Necessità - di nuovo ahimè - che decide il comitato centrale ...

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    2. << E per finire la migliore definizione era nella vecchia testata dell'Osservatore Romano: "Unicuique suum". Dunque non ha tutti lo stesso. Concetto ripreso ahimè anche dal comunismo quando recita: (da) ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo le sue necessità>>

      Bellissimo - e paradossale - questo accostamento di "motti".
      In effetti quello del Vaticano è perfetto, nella sua formulazione, anche se poi resta il compito (quasi impossibile) di assegnargli un contenuto oggettivo.

      Quello del Marxismo, invece, proprio non mi va giù: potrà andare bene per l'empatia, ma non ha nulla a che fare con la giustizia, e - in fondo - neppure con la loro tanto sbandierata uguaglianza.

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    3. E per finire la migliore definizione era nella vecchia testata dell'Osservatore Romano: "Unicuique suum".

      C'e' ancora:
      http://vaticanresources.s3.amazonaws.com/pdf%2FQUO_2015_251_0311.pdf

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  4. "La storia del Cristianesimo è dunque la storia d'Europa"

    Just a moment, please: la storia d'Europa comprende anche l'età classica (greco-romana), l'apporto ebraico e quello arabo, la filosofia dei Lumi, il moderno sviluppo scientifico-tecnico/industriale, le varie forme di socialismo... Certo, come spiegato nelle cmq. interessanti considerazioni di Melis, Illuminismo e Scienza moderna (ed anche il Socialismo) non casualmente sono nati nell'Europa "cristiana", ma lo hanno fatto EMANCIPANDOSI da quell'ortodossia teologico-politica che oggi gli 'atei devoti' intendono rilanciare in funzione anti-islamica... Altrimenti finiamo per dare ragione a chi pretende(va) l'attribuzione di un rilievo centrale alle 'radici ebraico-cristiane' (nella loro prospettiva, gratta gratta, cattolico-apostolico-romane) nel Preambolo della Costituzione europea! Inoltre Melis non sembra spiegare come mai un Cristianesimo così attento al Logos abbia finito per combattere in tutti i modi possibili ed immaginabili una saggia regolazione delle nascite in rapporto alle risorse economico-sociali disponibili: tutta colpa dell'eredità neoplatonica? Mah, probabilmente c'è dell'altro...

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    1. Caro Claudio,
      sul collegamento tra Cristianesimo ed Europa, neppure io sono d'accordo con Melis, anzi.
      Se hai voglia di approfondire, Ti rimando ad un lungo articolo di Luciano Pellicani, che avevo pubblicato qualche tempo fa, diviso in due parti.
      Te lo consiglio caldamente perchè l'analisi di Pellicani è davvero molto documentata ed interessante (i 2 post sono dell'aprile 2011).

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    2. Nell'archivio del blog ho recuperato il lungo articolo di Pellicani, che volentieri leggerò allorquando avrò modo & tempo di farlo con l'attenzione che merita...
      Ne approfitto per segnalare l'assenza dalle considerazioni di Melis del faraone Akenathon, gener.te considerato il propugnatore della prima forma di 'monoteismo' storicamente convalidata, sebbene poi presto riassorbita dal classico politeismo antico-egiziano (ma forse M. ne ha parlato in pagine qui non riportate)...

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    3. E' possibile.
      Io, data la natura di questo blog (che cerca di essere vario, ma sintetico), tendo a "cogliere fior da fiore" e così, magari, mi perdo qualcosa.

      Fammi poi sapere cosa pensi del pezzo di Pellicani.

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  5. Mah, anch'io qualche dubbio su queste benedette radici ce l'ho. È un fatto però che la scienza si è sviluppata in occidente, pochi sono i premi Nobel islamici o africani (non è comunque tanto una questione di Nobel, ma di conoscenze scientifiche).
    Quanto alla lotta della Chiesa contro il controllo delle nascite, un nesso logico ce lo vedo. E non tanto per il "crescete e moltiplicatevi" veterotestamentario, quanto per la sessuofobia della Chiesa. Come sia nata questa sessuofobia non saprei (certo Sant'Agostino ci ha messo del suo). Per finire la morale cattolica si è ridotta al sesso con tutti gli annessi e connesi (matrimonio indissolubile, rapporti pre ed extra-matrimoniali, aborto, fecondazione artificiale ecc.). La Chiesa si è fissata su queste cose perché tutto il resto (verità di fede, dogmi, teologia) non interessa più nessuno, nemmeno i teologi, anche se scrivono ancora libri e s'inventano qualcosa. Le regole sull'esercizio della sessualità invece sono chiare e incidono nella vita di ogni credente e anche dei non credenti. La sessualità disgiunta dalla procreazione era - ed è tuttora - inaccettabile per la Chiesa.
    Sembra però che con Bergoglio la Chiesa voglia staccarsi dal dogma e dalla dottrina e proporsi come agenzia di misericordia - ed ha anche un certo successo a giudicare dalla popolarità del nuovo papa, anche presso certi non credenti. La Chiesa come agenzia o casa della misericordia potrebbe davvero mettere la sordina alla "questione sessuale", sganciarsi insomma da questa sua fissazione sul sesso.
    Ricordo che Ernesto Buonaiuti, scomunicato ed emarginato dalla Chiesa, diceva che era ormai tempo di rivedere il crescete e moltiplicatevi visto che eravamo ormai già due miliardi (verso la metà del secolo scorso).
    Resta poi il fatto che i fondamentalisti religiosi vedono ancora oggi nel numero uno strumento per imporsi o rafforzarsi.
    Abbiamo comunque registrato quel simpatico rabbuffo di Bergoglio a quella madre "sconsiderata" che aveva troppi figli, rabbuffo che ha fatto inorridire Ferrara, un altro ateo devoto che è ormai diventato teologo preconciliare (scrive anche in teologhese semi-incomprensibile).

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  6. @sergio:
    probabilmente la fissazione del sesso, della procreazione e della sodomia c'entra col celibato dei preti, che per questo rispettivamente non fanno sesso, non hanno figli e attirano ai voti i tendenzialmente omo, da cui l'interesse "umano troppo umano", in positivo o negativo, nelle relative faccende.
    Mentre per qualcuno di loro queste prove di forza rappresentano una sfida che rafforza, per molti degli altri sono solo delle pretese irrealistiche che finiscono per peggiorare il male.
    Esattamente come per il fisco italiano.

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  7. Il disprezzo delle cose terrene è sicuramente una delle concause della sessuofobia cristiana. La felicità, la gioia intensa non sono compatibili con la fede cristiana. La vita terrena è una preparazione a quella eterna e perciò non solo trascurabile, ma persino d'inciampo al raggiungimento della felicità ultraterrena, l'unica che conti. Il piacere sessuale essendo uno dei più intensi che provi l'uomo (e ovviamente anche la donna), e anche uno dei più ricercati, doveva essere per forza considerato massimamente pericoloso per un cristiano. Chi gode troppo già qui in terra non penserà più tanto alla felicità ultraterrena. Come questo atteggiamento di rifiuto dei piaceri e del sesso abbia però potuto attecchire tra i Romani è un po' un mistero. Costantino capì tra i primi come la religione potesse convenire al mantenimento del potere: un solo Dio in cielo, un solo Dio (lui!) in terra.
    Innocenzo III ha scritto un'operetta dal titolo significativo: De contemptu mundi, del disprezzo del mondo. Vi è descritto quanto faccia schifo tutto (donna compresa). L'esaltazione della verginità è una logica conseguenza di questa mentalità. Ma il sesso è difficile da conculcare, donde abusi di ogni genere anche tra il clero (e non solo oggi, anche ai tempi di Innocenzo III). Però io - lapidatemi pure - ho una certa comprensione per questi poveri preti o religiosi e religiose incliini al peccato. Certo abusavano e abusano della loro autorità, ma quante di queste vittime in fondo ci stavano? Io di questa problematica comunque non me ne sono mai accorto pur avendo passato tutta la mia infanzia e giovinezza tra suore e preti (che l'abbia scampata bella?).

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  8. Sull'origine della mortificazione della carne (con sessuofobia incorporata) e deil celibato obbligatorio della Chiesa può darsi che le cause storiche siano più d'una ed anche diverse tra loro.

    Io però, andando molto terra terra, ci vedo questo:
    per la prima, un sistema molto efficace per rendere il fedele un INEVITABILE peccatore, che avrà quindi bisogno per tutta la vita del perdono ecclesiastico;
    per la seconda un sistema molto pratico per accumutlare tutte le ricchezze in capo all'istituzione, evitando i lasciti familiari.

    Quanto poi all'enfasi sulla massima procreazione, si potrebbe quasi dire che la Chiesa - consapevole o no - stia semplicemente facendo l'ufficio stampa per conto del mio vecchio amico Gene Egoista. :-)

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    1. In un certo senso e' cosi', indirettamente compensano il celibato ecclesiastico (e la frustrazione da mancata paternita' del clero, che spiega, psicologicamente, molte cose).
      Per quanto riguarda l'"inevitabile peccatore", ne abbiamo gia' parlato, la chiesa sa benissimo di porre delle prescrizioni morali sovrumane, e per questo tendenzialmente perdona tutto purche' si faccia un minimo atto di pentimento. La tragedia e' quando lo Stato Positivista-Illuministico fa proprie quelle prescrizioni impossibili, fraintendendo tutto, e le correda di severissime e terrene sanzioni: la tragedia in altre parole e' l'Italia (cosi' come lo fu, forse ancora in peggio, la russia sovietica).

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    2. << La tragedia e' quando lo Stato Positivista-Illuministico fa proprie quelle prescrizioni impossibili, fraintendendo tutto, e le correda di severissime e terrene sanzioni >>

      Vero. In fondo il buonismo perdonista della Chiesa, finisce sempre - all'atto pratico - per salvare capra e cavoli.
      Ma loro possono permettersi il lusso di concentrarsi sull'impalpabile "aldilà".

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    3. Mentre loro si concentrano sull'impalpabile aldila' di cui poco o nulla ci tange se non lo vogliamo, dobbiamo esplicitamente precisare senza omissioni che la vera inquisizione di oggi e' lo Stato Italiano, col suo inferno fiscale e normativo piu' che terreno (leggi contro le liberta' civili comprese, che comunque sono NULLA rispetto al complesso delle altre).

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    4. S'il vous plait, modificherei un passaggio di quel che precede nella maniera seguente:
      "la tragedia è quando lo Stato ANTI-Illuminista e ANTI-Positivista fa proprie quelle prescrizioni impossibili (...)",
      poichè uno Stato davvero illuminista & positivista sarebbe pienamente (e felicemente) LAICO e (ad es.) promuoverebbe ragionevoli politiche di informazione contraccettiva e di pianificazione familiare...

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    5. "Stato davvero illuminista & positivista sarebbe pienamente (e felicemente) LAICO"

      Questo non e' cosi' sicuro, da quanto sopra (illuminismo-positivismo) sono derivate anche le cosiddette "religioni della politica, o della nazione", fra cui ad esempio il nostro fascismo, che pur per motivi completamente diversi da quelli della chiesa, vietava persino la propaganda contraccettiva. Il divieto e' rimasto fino agli anni 60 inoltrati.
      Non confondiamo il liberalismo con l'illuminismo e il positivismo, il liberalismo e' illuminista, ma l'illuminismo e il positivismo non sono necessariamente liberali, anzi.

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    6. Del resto cosi' come la chiesa tende a vietare la contraccezione, non e' raro trovare personaggi, impregnati invece di positivismo illuminista, convinti del fatto che la contraccezione andrebbe imposta con la forza perche' "la ragione lo impone". Come dicono quei giochini sulla settimana enigmistica, "trova le differenze".

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    7. Considerazioni valide, tuttavia ritengo opportuno/corretto evitare di confondere Illuminismo e Positivismo (movimento sul quale oggi grava un'aura negativa a mio avviso eccessiva) con le loro "degenerazioni" misticheggianti (il culto della Dea Ragione e la 'religione dell'umanità' comtiana)... Quanto al fascismo, direi che esso aveva una matrice molto più idealistico-romantica che illuminista/positivista: basti pensare al pensiero di Gentile, a suo modo continuatore/riformatore dell'hegelismo...

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    8. In effetti, già solo l'accostamento del termine RAGIONE con il termine CULTO mi pare una contraddizione irriducibile.

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  9. La contraccezione forzata, in effetti, pare uno strumento un po' eccessivo, ma credo che sia stata utilizzata molto di rado.
    Molto meglio utilizzare la leva fiscale (ovviamente all'incontrario di come facciamo oggi), che è sempre una forma di costrizione, ma molto più accettabile (almeno a mio parere).
    E poi, come ricorda spesso Luca Pardi, c'è tutto il territorio sterminato delle gravidanze indesiderate su cui si può intervenire, le quali, secondo alcuni calcoli, peserebbero sull'incremento della popolazione in maniera notevole, senza recare vantaggi a nessuno.

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    1. "La contraccezione forzata, in effetti, pare uno strumento un po' eccessivo, ma credo che sia stata utilizzata molto di rado."

      Be', in Cina su grande scala e per decenni (ma per fortuna ora hanno rifatto i calcoli e la politica del figlio unico è stata ufficialmente sotterrata - era ora, che bellezza).
      La cosa buffa è che due paesi cattolici - Italia e Spagna, Italia in più con quella palla al piede del Vaticano - abbiano i tassi di natalità più bassi del mondo, e senza nessuna imposizione. A parer mio ciò è successo per il boom economico del dopoguerra e la pillola (più questa che quello probabilmente).

      A difesa della Cina va detto che quella politica (criminale e odiosa per i benpensanti cattolici e persino gli atei devoti nostrani) si è potuta imporre anche grazie alla capillare opera d'informazione del governo che ha usato il bastone (multe, confische, aborti forzati), ma anche la carota (informazione, opera di convincimento). Senza la carota non sarebbe stato possibile imporre il figlio unico a centinaia di milioni di Cinesi.
      Ma pagare le tasse (in genere malvolentieri, specie in Italia), l'obbligo di leva (credo ora abolito), il divieto di passare col rosso, il rispetto di cento altre regole non sono anche limitazioni della nostra libertà? Ma le accettiamo, a volta mormorando (le tasse!), perché più o meno convinti che non se ne possa fare a meno.
      Certo molto meglio la persuasione della brutale imposizione, ma a volte è necessario calcare la mno, imporre (per il bene comune!).

      P.S. Ho letto in un sito cattolico (!!!) che le tasse in Italia sono eccessive. Una giusta imposizione fiscale dovrebbe aggirarsi intorno al 10, massimo il 20% del reddito. Interessante. Ma temo che poi l'8‰ se lo possono sognare.

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    2. Basta che poi non vi lagnate quando vi obbligano ad avere figli, magari solo con la leva fiscale, che e' il modo in cui viene praticato il condizionamento pavloviano dallo stato illuminista moderno.

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    3. I cattolici hanno la nostalgia della "decima"... anch'io!

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  10. In effetti la leva fiscale per invogliare o obbligare la gente ad avere più figli è già stata praticata molto prima del fascismo. Ottaviano Augusto chiedeva più tasse a chi aveva solo tre figli. Ma i tempi cambiano, oggi dovrebbe valere il contrario, più tasse a chi imita i conigli (pure con l'appoggio di papa Francesco - a meno che quel giorno non volesse scherzare).

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    1. Qualcuno ha finalmente tradotto il Joseph A. Tainter?

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    2. Nada de nada, a quanto pare. Un vero peccato.

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    3. Fra non molto, man mano che aumenta il numero di coloro i quali non abbisognano di traduzione, non sapere bene l'inglese tagliera' fuori da tutto cio' che succede di importante in campo culturale, e continuera' a venire tradotta solo la monnezza, cioe' quella con tanto pubblico pagante - gli altri andranno direttamente alle fonti.

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    4. Dal che deduco - forse erroneamente - che tu l'inglese lo sai bene, al contrario di me che lo leggiucchio solo un po' e non capisco chi lo parla, a volte qualche parola o mezza frase (Hillary Clinton: "We came, we saw, he [Gheddafi] died." Che donna con le palle!). Ahimè, presto sarò tagliato fuori da tutto ciò che succede d'importante in campo culturale, dovrò accontentarmi della monnezza. Mondo cane!

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    6. In effetti, i "diversamente anglofoni" rischiano seriamente una sorta di emarginazione culturale.
      Ma per quelli della mia generazione non c'è più molto da fare.

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    7. "Dal che deduco che tu l'inglese lo sai bene"

      Assolutamente no, lo leggo a fatica, e del parlato da un madrelingua non capisco una mazza, per quanto da giovane mi fossi sforzato di impararlo, pur non avendo occasione di praticarlo.
      Ma devo dire che non ho piu' assolutamente voglia di fare fatica per leggere in una lingua che non e' la mia, e di cui necessariamente potrei solo fare finta di capire le sfumature. Mi basta la fatica dell'italiano ;)

      "In effetti, i "diversamente anglofoni" ecc."

      Nel momento in cui le persone sufficentemente colte passeranno direttamente alle fonti, verra' meno la necessita' di tradurre per i sempre meno non in grado di farlo. Ho conoscenti piu' che italiani che, lavorando in campo culturale, non solo leggono ma scrivono direttamente in inglese, e non hanno nemmeno il tempo ne' la voglia di tradurre in italiano i loro lavori, cosa che ritengono inutile dato che pure i loro interlocutori usano direttamente l'inglese... e si tratta di umanisti (nella scienza e nella tecnica la lingua e' l'inglese da un bel pezzo, dalla fine dell'ultima guerra da loro vinta).

      Comunque credo che la diversita' sia importante, un valore in se', e non credo che un mondo dove tutti parleranno la stessa lingua diverra' piu' ricco ne' migliore. Sara' solo un posto piu' adatto per le "formiche", piu' efficiente come formicaio... :)
      Pero' temo che quello che e' gia' successo per le nazioni, succedera' per il mondo. A meno che non si trovi una strada radicalmente diversa da quella che e' stata percorsa finora... ma ne dubito. Le attuali lingue nazionali/locali potrebbero sparire nell'arco di poche generazioni, cosi' come in un paio di generazioni sono quasi spariti i dialetti in italia: molto prima dell'accadere dei presunti sconvolgimenti naturali che tanto preoccupano molti.

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    8. " ... cosi' come in un paio di generazioni sono quasi spariti i dialetti in italia."

      Davvero? Non credo. All'università facevamo glottologia e più dell'italiano ci interessavano i dialetti. L'AIS (Atlante linguistico dell'Italia e della Svizzera italiana) è opera di tre studiosi svizzeri e tedeschi (del resto gli studi linguistici sono stati coltivati prima in ambito germanofono). La cosa buffa è che gli svizzeri tedeschi parlano e comunicano unicamente in svizzero tedesco (che i tedeschi inizialmente non capiscono) e che questo svizzero tedesco ha una grande varietà di dialetti, alcuni quasi incomprensibili (l'appenzellese, il vallesano, il bernese ecc.). La lingua scritta è ovviamente il tedesco, ma gli svizzeri lo sentono un po' come lingua straniera, non lo parlano così bene come austriaci e tedeschi.
      In Italia invece la comunicazione avviene in tutta la penisola in italiano (un torinese e un siciliano parlano italiano, mica i rispettivi dialetti). Però i dialetti esistono ancora, parlati probabilmente ormai solo in famiglia o tra compaesani. Credo però che siciliano, napoletano, romanesco (questo in via di estinzione perché Roma ormai è invasa dai barbari), milanese, torinese, friulano ecc. non spariranno così presto. Il dialetto ha ancora una funzione espressiva. Ricordo che lo scrittore Bassani parlava della "piaga dei dialetti" in Italia. Ma quale piaga, scioccone!

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  11. << Le attuali lingue nazionali/locali potrebbero sparire nell'arco di poche generazioni, cosi' come in un paio di generazioni sono quasi spariti i dialetti in italia >>

    Caro Diaz, non sarei così pessimista.
    Non dimenticare che le lingue nazionali, anche se magari svantaggiate nella letteratura scientifica (a vantaggio ovviamente dell'inglese), restano però vivissime nella narrativa tradizionale e questo consente loro di conservare quella lunga vita che i dialetti, essendo più parlati che scritti, non hanno più.

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