sabato 10 gennaio 2015

L’Etat c’est moi


“Lo Stato sono io”, diceva qualche secolo fa Luigi XIV, consapevole del proprio potere assoluto. “Lo Stato siamo noi”, possono dire oggi i cittadini occidentali, orgogliosi (o forse illusi) di essere i titolari della democrazia formale in cui vivono.

Ma domani, con la crisi economico-ambientale che ci attende, che ne sarà dello Stato ? E di noi ? Ce ne parla il sempre bravissimo Antonio Turiel, in questo lungo articolo tratto da Effetto Risorse
LUMEN


<< Ci sono molte discussioni storiografiche ed antropologiche sull'origine e la funzione dello Stato, delle quali sono uno scarso conoscitore. Tuttavia, c'è una serie di caratteristiche che vengono attribuite con un sufficiente consenso allo Stato. Una di queste è che lo Stato è il depositario del diritto alla violenza legittima, cioè, è l'unico agente che ha diritto ad agire violentemente in difesa di un bene percepito come comune se non esiste nessun altro mezzo per garantirlo.

Lo Stato, che in sé non è altro che una serie di istituzioni create ad un certo punto per la gestione di un paese, diventa, in virtù di questo e di altri diritti, un soggetto di diritto, cioè, un ente con diritti e doveri riconosciuto da altri soggetti di diritto come lui. Per dirlo più semplicemente, lo Stato spagnolo è riconosciuto come l'interlocutore valido per discutere qualsiasi cosa che abbia a che fare col territorio che amministra, cioè la Spagna.

Dato che lo Stato ha il monopolio della violenza legittima, qualsiasi violenza esercitata nel suo territorio da chiunque non sia lo Stato diventa illegittima. Perché le cose siano più chiare, lo Stato, usando il proprio potere legislativo, promulga leggi che esplicitano la non legittimità di quelle azioni per mezzo di disposizioni legali che stabiliscono condizioni penali per i contravventori. Cioè, lo Stato stabilisce con delle leggi quale castigo corrisponde a chi esercita un determinato tipo di violenza che non sia ricoperta dallo Stato stesso.

Visto che lo Stato ha diritto di far violenza a qualsiasi aspetto della nostra convivenza (per esempio, sparando a un rapinatore di un supermercato se questo mette in pericolo la vita di altri, o anche negando alcuni assembramenti di massa e inviando polizia antisommossa a picchiare i manifestanti se non se ne vanno, o anche mandando in carcere coloro non pagano le proprie tasse), lo Stato ha un grande potere su tutti noi e per questo è giusto si definiscano in modo molto chiaro quali siano i fini dello Stato e che ci sia un grande consenso sociale sul fatto che questi fini siano legittimi.

Qui viene uno degli aspetti più delicati del meccanismo statale: dato che nei sistemi democratici si riconosce che la sovranità è del popolo, tutto il potere in realtà proviene dal popolo e lo Stato, che è un soggetto a parte ma con il grande potere della violenza, come abbiamo detto, deve il suo potere a quel popolo che in realtà glielo ha consegnato. Pertanto, lo Stato deve interpretare correttamente il dettato del popolo e da qui proviene la grande importanza del fatto che le istituzioni dello Stato siano trasparenti e democratiche, come modo per assicurare che si sta compiendo la volontà del popolo.

Come sappiamo tutti, gli Stati moderni sono strutture di una grande complessità e per la loro gestione servono funzionari specializzati e con esperienza. (…) La maggioranza di questi funzionari sono maestri, professori universitari, medici, infermieri, letterati, militari, pompieri, ispettori fiscali, scienziati, guardie forestali, avvocati, procuratori, giudici e un lungo eccetera dei tecnici più diversi, il cui lavoro non sempre è visibile ma è fondamentale.

A causa della complessità dello Stato che stiamo esponendo, è necessario mantenere questi corpi di funzionari specializzati, che logicamente non possono essere sostituiti allo stesso ritmo dell'alternanza democratica del paese. Per questo è richiesto che i funzionari lavorino in modo fedele al servizio del Governo di turno per il bene del paese, a prescindere dalle loro convinzioni partitiche. In cambio, viene loro riconosciuto uno statuto del lavoro speciale, che in da tempo e specialmente in questi tempi incerti viene percepito come un privilegio inadeguato.

Cosa succede quando un potere sufficientemente forte, tipicamente economico, corrompe qualche struttura dello Stato? Che lo Stato si scollega dalla fonte della sua legittimità, che è il consenso sociale, e si comporta a beneficio di questi altri interessi, naturalmente in modo subdolo per evitare una rivoluzione popolare. (…) Di fatto, il potere economico o di altro tipo non ha bisogno, per i propri fini, di corrompere troppo tutte le strutture dello Stato, perché per costituzione gli Stati tendono ad essere fortemente gerarchici e centralizzati.

Se si ottiene il controllo del vertice (per esempio, del Governo) o delle strutture immediatamente inferiori (gli alti funzionari), tutto il resto del macchinario dello Stato lavorerà in modo cieco e implacabile a favore di questo potere corruttore, in applicazione della massima secondo la quale i funzionari di rango inferiore hanno l'obbligo di soddisfare e servire fedelmente ciò che viene loro richiesto in virtù della loro condizione di servitori pubblici, al di là delle loro preferenze ideologiche.

Pertanto, la struttura piramidale e non deliberativa dello Stato lo rende più vulnerabile all'ingerenza illegittima di agenti non popolari, il che dà accesso a questi agenti a forme incontrastate di violenza, non sempre fisica. Si tende a pensare che quando succede questo sia per un difetto concreto dello Stato o persino della società che lo partorisce. Al contrario, (…) credo che la corruzione sia una caratteristica intrinseca degli Stati. Inoltre, che il ruolo dello Stato sia andato rinforzandosi durante la storia in simbiosi con l'ingerenza sempre maggiore dei poteri economici, di modo che alla fine il difetto della corruzione statale non è accidentale ma strutturale.

I due grandi sistemi economici che hanno dominato la discussione durante il ventesimo secolo sono il capitalismo e il comunismo. (…) L'attuazione di entrambi i sistemi è stata completamente subordinata all'esigenza di uno Stato e, nei casi in cui questo non c'era in quanto tale, si è finiti per crearlo a beneficio del sistema economico. A mio modo di vedere, il carattere statalista del comunismo e del capitalismo non è una coincidenza, ma una necessità di entrambi i sistemi per ottenere i propri fini.

Nel caso del comunismo di taglio sovietico e simili, la necessità di uno Stato forte risulta evidente a tutti: stiamo parlando di un'economia pianificata, che impone restrizioni ad ogni tipo di attività e che supervisiona in modo estenuante i dettagli della vita pubblica e privata dei suoi cittadini.

Nel caso del capitalismo, la percezione popolare, incoraggiata da certi settori della società, è che sia un sistema di libertà e che qualsiasi ingerenza dello Stato in realtà è dannosa. Parrebbe, pertanto, che il capitalismo sia in qualche modo contrario ad uno Stato forte. Niente di più lontano dalla realtà. L'economia capitalista moderna è più pianificata che mai e le percezione di libertà, di capacità elettiva, non è altro che una finzione costruita abilmente.

Molte grandi imprese hanno bisogno che lo Stato le sovvenzioni o le favorisca indirettamente costringendo i suoi cittadini a consumare i suoi prodotti o attraverso esenzioni fiscali. Ha tutta la logica del mondo: l'investimento che queste imprese fanno per influire sullo Stato aumenta i loro benefici, mentre lo Stato beneficia del controllo sociale che queste imprese assicurano, attraverso i loro lavoratori e il loro controllo sui mezzi di comunicazione. E’ qui la simbiosi Stato-capitale negli Stati capitalisti.

I casi nei quali lo Stato favorisce in modo indecente le grandi imprese non sono isolati ma ripetuti: la grande industria aeronautica sta in piedi grazie agli ordini di aerei militari (…), le grandi banche vengono salvate quando fanno investimenti massicciamente rovinosi, il settore delle auto è sostenuto da piani statali consecutivi di sussidio all'acquisto di un'auto nuova, alle industrie petrolifere riducono le tasse, le grandi società elettriche ottengono regolamenti favorevoli ai propri interessi e contro il bene comune...

E questo per non parlare degli scandali ambientali, a volte con gravi conseguenze per la popolazione, taciuti persino con l'uso della forza, grazie al controllo di uno Stato piegato agli interessi di un capitale che non conosce frontiere (“Ricordate Bhopal”).

Non c'è grande settore dell'economia capitalista di oggi che non sia sostenuto dallo Stato e questo non succede da ora, per colpa della crisi, ma è da molto tempo che è così. Se uno si scomoda a immergersi nei libri di Storia, vedrà che nella configurazione dei moderni Stati capitalisti la cosa è sempre stata così. Ma è solo ora che la sconnessione dalla volontà del popolo sovrano è più evidente. (…)  Semplicemente prima la gente si guadagnava meglio da vivere e preferiva continuare così, piuttosto che passarla nell'impresa di fronteggiare gli abusi dello Stato, cosa quasi sempre inutile.

Se si guardano con attenzione le differenza fra comunismo e capitalismo, queste non sono tanto grandi. Il comunismo sovietico è stato molto meno efficace dal punto di vista produttivo ed ha generato molte inefficienze, in molti casi frutto della disaffezione delle classi popolari agli obbiettivi dello Stato (qualcosa di molto naturale se teniamo conto del fatto che lo stato sovietico rifiutava la sovranità popolare, anche se formalmente diceva di difenderla).

Tuttavia, con l'attuazione di certe misure chiave, il comunismo cinese si è evoluto negli ultimi decenni verso quote di produttività superiori a quelle dell'Occidente, dimostrando che un paese comunista può essere tanto capitalista-statalista quanto qualsiasi democrazia occidentale e senza il costo aggiuntivo (economico) della democrazia.

Si può sostenere che la crisi dello Stato, in particolare quelle degli stati capitalisti come quelli in cui viviamo, è cominciata già da molto tempo. Il sintomo più chiaro di questa crisi di legittimità è stato il rifiuto dell'ingerenza in guerre in terre straniere, a difesa di interessi falsi ed assurdi, il cui massimo esponente è stato il movimento di rifiuto della guerra in Vietnam negli Stati Uniti alla fine degli anni ‘60 (…), o il rifiuto della seconda Guerra del Golfo all'inizio di questo secolo.

E' anche legittimo sostenere che la proliferazione delle pubblicazioni indipendenti favorita dalla diffusione di internet alimenta il focus e l'indagine delle disfunzionalità dello Stato  e in un certo modo aggrava la percezione delle stesse, cosa che ha a sua volta una parte importante  di ragione. Tuttavia, ciò che sta rendendo intollerabile le situazione di disprezzo della volontà popolare che dura già da decenni, sono le crescenti difficoltà economiche delle famiglie. (…)

Il malessere popolare non può più beneficiare del benessere materiale, e ciò porta a mettere sistematicamente in discussione i diversi ruoli esercitati dallo Stato. Le citazioni dello Stato disfunzionale escono continuamente fuori nelle conversazioni quotidiane, con speciale enfasi sui casi concreti e personalizzati di corruzione, ma con un fondo di sfiducia generalizzata verso il buon lavoro e persino verso i fini dell'Amministrazione (…)

Pertanto, credo abbia fondamento dire che la messa in discussione dello Stato e il clamore crescente per la sua riforma, per la sua rigenerazione, provenga in gran parte dello scontento causato dalla crisi economica interminabile che stiamo vivendo. Crisi che, in ultima istanza, non potrà mai finire a causa della decrescita energetica. (…)
Potrà essere mantenuto uno Stato centralizzato e complesso in una situazione di ritorni decrescenti, di diminuzione dell'attività economica, di diminuzione delle entrate? E' chiaro che la risposta è “no”, se la diminuzione è grave.

E dato il corso prevedibile degli eventi (senza bisogno di scomodare scenari più drammatici) sembra evidente che gli Stati capitalisti ad un certo punto giungeranno alla loro fine. Ed il momento chiave che segna la loro scomparsa è il momento in cui perdono il loro potere principale: il monopolio della violenza. Quando lo Stato smette di pagare gli stipendi alla polizia smetterà di poter imporre la sua volontà e in quel momento smetterà praticamente di esistere.

Che futuro attende i nostri paesi dopo la fine dei loro rispettivi Stati? Nessuno lo sa con certezza e questo tema, su quello che hanno teorizzato gli esperti da decenni, è ancora meno propizio per le mie divagazioni personali del tutto non autorizzate. Forse alcuni paesi conserveranno Stati più semplificati, forse in altri si recupereranno forme di organizzazione precedenti, molte delle quali democratiche; altri paesi, disgraziatamente, soccomberanno sotto un nuovo giogo feudale e, in ogni caso, la disgregazione sarà la norma.

Ciò che mi è chiaro è che il futuro dipenderà dalle decisioni che prendiamo ora. Niente è perduto se non vogliamo che lo sia. Forse il primo passo per sapere dove si trova questo futuro che interessa a tutti costruire, tanto l'operaio della fabbrica quanto il suo titolare, è uscire dai vecchi schemi di discussione e cominciare a guardare dimensioni del dibattito lungamente ignorate, come per esempio quelle che trattano dei limiti ecologici di questo pianeta che dobbiamo condividere. >>

ANTONIO TURIEL

16 commenti:

  1. "Forse il primo passo per sapere dove si trova questo futuro che interessa a tutti costruire [...] è uscire dai vecchi schemi di discussione e cominciare a guardare dimensioni del dibattito lungamente ignorate, come per esempio quelle che trattano dei limiti ecologici di questo pianeta che dobbiamo condividere."

    Una interessante esposizione. Ma la conclusione (vedi passaggio copiato qui sopra) mi delude un po': uscire dai vecchi schemi, cominciare a guardare ecc. ? Mah! Come gestire i 7 miliardi e passa di esseri umani? Oggi un conoscente mi ha inviato uno scritto molto pessimista ma che mi sembra descrivere bene o verosimilmente la situazione generale. Purtroppo non posso qui esporre queste tesi. Ma è chiaro che la nostra libertà si va riducendo e che lo Stato ci esproprierà dei nostri averi (per questioni di sicurezza e la gestione dell'ingestibile massa di esseri umani). Allo scopo potrebbe servire anche l'islam che ci sta già intimidendo. Complottismo? Chi lo sa! Gli intellettuali italiani denunciano l'islamofobia crescente! Insomma, stiamo cercando guai!

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  2. Caro Sergio, anche io non mi sento molto ottimista; ma auspicare, come fa Turiel, che si tenti di uscire dagli schemi del passato mi pare inevitabile, anzi direi che è l'unico augurio davvero importante che possiamo farci l'un l'altro.

    Ci sarà più Stato ? Probabilmente sì, visto che ci sarà da gestire una crisi senza percedenti.
    Ma come sarà questo Stato ? Come possiamo incominciare ad immaginarlo ?
    Sarà sempre più esteso o sempre di meno (sarà global o local) ?
    Ecco, questa non mi sembra una domanda tanto oziosa.

    Certo, la storia segue i suoi percorsi, tortuosi ed imprevedibili, ed è praticamente impossibile cercare di indirizzarla da una parte o dall'altra; ma vale sempre il buon vecchio "principio di previsione", per cui se sei pronto ad aspettarti una certa cosa, questa ti farà meno danno.

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  3. Mi sembrano molto opinabili le tesi di turiel, il "popolo sovrano" e' un'astrazione inesistente, e' da almeno un secolo che si sa che comunque a governare e' un'elite, alla quale evidentemente turiel si picca di non apartenere (storia vecchia come il mondo). Eppoi vale sempre l'aforisma di churchill, quello per cui il migliore argomento contro la democrazia e' un collloqui di un quarto d'ora con l''elettore medio... in fin dei conti la democrazia, secondo la lezione di Popper, ha come unico pregio la possibilita' di sostituire la classe dirigente, entro certi limiti, senza spargimento di sangue, attribuire chissa' quale superiore saggezza al "popolo" rispetto a qualsiasi lobby mi pare avventato e, appunto, populistico.
    Inoltre, sarebbe da non dimenticare che la differenza fra il liberalismo e il resto e' che nel primo sussiste la primazia del consumatore: la cosa non e' banale, significa che non deve essere il produttore a imporre i propri prodotti e servizi al presunto beneficiario, ma deve essere quest'ultimo a decidere se per lui sono dei benefici o no. Non e' un caso che Turiel sorvola su queste cose, fa probabilmente parte, come detto sopra, di un'elite che si sente spoliata del diritto a governare data la sua superiore, autoattribuita saggezza. Infine, nelle nostre organizzazioni statuali il fatto che ci sia l'obbligo al consumo al fine di tenere in moto la macchina economica non e' per niente un'istanza delle sole elite industriali, nel nostro paese e' da decenni che viene continuamente legiferato per tenere alto il PIL e imporre il consumo di cosiddetti beni del tutto discutibili col pretesto dell'ambiente e della sostenibilita', proprio esattamente andando incontro alle pensate dei vari turiel di turno: l'esito e' evidentemente catastrofico. Non ho tempo di rileggere ulteriormente vi prego di sorvolare sugli errori.

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  4. Caro Diaz, che il "popolo sovrano" sia un'astrazione (e forse anche forse una menzogna) sono abbastanza d'accordo anche io.

    Resta il fatto che le democrazie sembrano consentire una convivenza migliore degli altri sistemi, forse proprio per il fatto che - come dici tu - escludono la violenza dalle forme di sostituzione delle elites.
    Può sembrare poco, ma secondo me è tantissimo.
    Inoltre, cosa che non va dimenticata, le elites della le democrazie non sono chiuse e impenetrabili, ma, pur nella propria ferrea auto-difesa, consentono un qual certo ricambio.

    Infine, la democrazia porta ad una qual certa indipendenza della magistratura, la quale, pur con i suoi tanti limiti, consente una ragionevole supremazia della legge (ed infatti quando le elites vogliono salvare fraudolentemente se stesse, preferiscono cambiare la legge piuttosto che intervenire direttamente in un processo).
    Quindi, pur non sentendomi assolutamente sovrano di nulla, preferisco ancora la nostra vecchia e malandata democrazia.

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    1. Il problema e' che dubito che turiel sarebbe d'accordo con noi nel sostenere lo stesso, dopo che si fosse reso conto che il suo programma sarebbe applicabile solo, platonicamente, per atto d'imperio dell'elite da lui stesso impersonata. Per questo trovo quasi privo di senso il suo intervento (di turiel).

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    2. In effetti, c'è una certa tensione (e forse anche un po' di contraddizione) tra il concetto di democrazia e quella di elites.

      Però - all'atto pratico - sono concetti ampiamente compatibili, visto che la democrazia pura è probabilmente un'astrazione.
      E la presenza di una elite illuminata - in un particolare contesto storico - può anche fare la fortuna di una democrazia.

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    3. La mia sensazione e' che Turiel sia uno di questi qua, e col concetto di democrazia liberale non abbia nulla da spartire, cosa comune un po' a tutti i profeti di sventure il cui problema in realta' e', secondo me, di non contentarsi del mondo cosi' com'e' (essendo cosi', in quanto perennemente insoddisfatti, perfetti consumatori di qualsiasi paccottiglia futura, specie selezionata per il mondo del consumo):
      http://gazzettino.it/NORDEST/ROVIGO/renato_novello_ferrivecchi_adria/notizie/1115609.shtml

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    4. Ovviamente intendo "uno di questi qua" nel senso di uno di quelli che creano queste situazioni qua.
      Temo che i catastrofisti-picchisti siano in realta' perfetti prodotti del mondo che criticano, e soprattutto perfetti causatori di quel mondo, la loro struttura mentale quella e'. Forse sono anche, nella loro smisurata presunzione, un po' ridicoli.

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  5. << Temo che i catastrofisti-picchisti siano in realta' perfetti prodotti del mondo che criticano, e soprattutto perfetti causatori di quel mondo, la loro struttura mentale quella e'. >>

    Scusa Diaz, ma su questo punto non sono d'accordo.

    Certo anche loro (come tutti noi inevitabilmente), sono figli della nostra cultura e della nostra civiltà, ma le loro argomentazioni mi sembrano più scientifiche e razionali, che non ideologiche.
    Le loro fosche previsioni, in altri termini, mi sembrano dettate più dal rammarico per il triste declino di una civiltà che rimpiangeremo, piuttosto che dal compiacimento millenaristico per la sua fine.

    Posso sbagliare, ma questa è la percezione che io ho del movimento picchista.

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    1. "ma le loro argomentazioni mi sembrano più scientifiche e razionali, che non ideologiche."

      A me sembrano sempre piu' ideologiche a dire il vero, fare previsioni e pianificazioni su un futuro in cui le premesse attuali con ogni probabilita' non varranno piu', e' scientificamente insensato, se non ai limiti della patologia psichiatrica, nella fattispecie del complesso di onnipotenza.

      "Le loro fosche previsioni, in altri termini, mi sembrano dettate più dal rammarico per il triste declino di una civiltà che rimpiangeremo, piuttosto che dal compiacimento millenaristico per la sua fine."

      A leggere "cassandra" e commenti (Simonetta escluso che culturalmente e' in una categoria a parte) io ho la sensazione non di compiacimento, ma di morbosita' e di squilibrio mentale, dati da troppo assidua frequentazione di un'unica ipotesi.

      C'e' un fatto di fondo imprescindibile: se avessimo fatto previsioni e pianificazioni a lungo termine un secolo fa, le avremmo toppate tutte, in quanto il mondo nel frattempo e' cambiato in modalita' del tutto imprevedibili per la scienza e la tecnologia dell'epoca. La gente citata sopra, impermeabile a questa lezione perche' forse troppo immersa nella sua "scienza", pretende di fare piani a lungo termine basandosi su cio' che sa adesso: la cosa e' totalmente velleitaria, oltre che, tutto sommato, ridicola.

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    2. En passant, se fossero state fatte delle previsioni con lo spirito con cui le facciamo oggi, MAI si sarebbe pensato che il mondo, dopo due sanguinosissimi conflitti mondiali, avrebbe sfamato non 1 ma 7 miliardi di individui. Il punto e', come suggerito sopra, che e' velleitario fare previsioni sul futuro basandosi sullo stato delle conoscenze attuali, e' la necessita' che aguzza l'ingegno e cambia le condizioni al contorno dello sviluppo storico.
      L'unica posizione che mi pare sensata e' quella di Sergio, che esprime (se ho ben capito) una semplice preferenza "estetica", senza le pretese, disoneste per quanto detto sopra, di appoggi teorici tecnico-scientifici intrinsecamente deboli in quanto abusivamente estesi. Questa tendenza di considerare il corso della storia deterministicamente fissato per sempre nel suo sviluppo futuro basandosi sullo stato attuale e' il punto debole della pseudoscientifica filosofia della storia marxista: non a caso l'ambientalismo nasce in quell'ambito culturale.

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  6. << C'e' un fatto di fondo imprescindibile: se avessimo fatto previsioni e pianificazioni a lungo termine un secolo fa, le avremmo toppate tutte, in quanto il mondo nel frattempo e' cambiato in modalita' del tutto imprevedibili per la scienza e la tecnologia dell'epoca. >>

    Su questo non posso darti torto.
    Però che la capacità di carico del nostro pianeta sia - per la prima volta nella nostra storia - fortemente a rischio mi pare un fatto assodato.

    Forse ne usciremo lo stesso, ma non mi sento di criticare, o di sottovalutare, chi sta sollevando il problema.
    E mi sentirei di scommettere che sarebbero tutti ben lieti di avere torto, piuttosto che di avere ragione.

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    1. "Però che la capacità di carico del nostro pianeta sia - per la prima volta nella nostra storia - fortemente a rischio mi pare un fatto assodato"

      La capacita' di carico nei nostri confronti del pianeta e' SEMPRE stata al limite: la popolazione umana e' SEMPRE stata nel limite massimo possibile per le risorse disponibili, ovvero la tecnologia, dell'epoca, salvo nei brevi periodi di forte sviluppo tecnologico come il nostro, in cui infatti e' cresciuta a dismisura, e sta ancora crescendo. Basta eliminare lo sviluppo tecnologico, e smette di crescere.
      O perlomeno questa e' la convincente tesi sostenuta da cavalli-sforza in "uomini, tecniche, economie", che a me piu' che una tesi sembra una ovvieta' logica: non possono esserci piu' persone di quante ce ne possano stare. Certo, non staranno comode come invece, forse, potrebbero, ma cosi' e' la vita.

      "Forse ne usciremo lo stesso"

      Certo che ne usciremo: moriremo tutti, comunque. La nostra cultura ha eliminato la morte dal novero delle possibilita', per noi e' inconcepibile che la morte debba avvenire naturalmente, dev'essere per forza qualcosa di associato ad una catastrofe globale, o comunque ad una colpa.

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  7. << La nostra cultura ha eliminato la morte dal novero delle possibilita' >>

    In effetti il concetto della morte è stato fortemente rimosso dalla nostra società, tanto che si cerca di parlarne il meno possibile (vedi anche Luigi De Marchi).

    Però ho l'impressione che la rimozione sia più forte nei confronti della morte violenta ed improvvisa (che forse una volta era più frequente e quindi più accettata), che non nei confronti della morte naturale, intesa come il punto di arrivo (inevitabile) di una vita lunga, piena e, per quanto possibile, soddisfacente.
    Ma posso sbagliare.

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    1. Secondo me la rimozione e' forte anche nei confronti della morte naturale, talmente forte che la morte naturale non esiste, si tratta sempre di qualcosa dovuto a colpe umane, inquinamento, amianto, pm10, patenti facili, errori sanitari, medicina tecnologica onnipotente ma usata da incompetenti, eccetera. Il nostro cervello e' programmato per trovare cause e colpevoli, ce ne siano davvero o no. Sospetto che la nostra tendenza alla religiosita' sia nello stesso meccanismo.

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  8. << Il nostro cervello e' programmato per trovare cause e colpevoli, ce ne siano davvero o no. Sospetto che la nostra tendenza alla religiosita' sia nello stesso meccanismo. >>

    Lo penso anche io.
    In fondo la religiosità è nata, molti millenni orsono, nella forma dell'animismo, che attribuisce a tutte le cose (animate ed inanimate) una propria volontà e, quindi, un proprio comportamento causale.

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