sabato 17 gennaio 2015

Edizioni Paoline


LUMEN – Il bravissimo Luigi Cascioli è tornato a trovarci, e noi non possiamo che ringraziarlo.

CASCIOLI – E’ sempre un piacere.

LUMEN – Oggi vorrei parlare con voi della nascita storica della Chiesa Cristiana e di quel personaggio a suo modo fondamentale che fu Paolo di Tarso.
CASCIOLI – E degli Esseni.

LUMEN – E degli Esseni. Credo che avremo delle belle sorprese.
CASCIOLI – Nel II secolo E.V. vi fu la separazione degli Esseni di origine ebraica dagli Esseni di origine pagana, determinata dall'istituzione del sacramento dell'Eucaristia. La comunità di Roma, che aveva deciso di dare al proprio Cristo l'incarnazione, respingendo ogni teoria gnostica, espulse quindi Marcione, dichiarandolo eretico, ma conservando il suo vangelo e le lettere di Paolo per costruire attraverso di essi i propri vangeli e la propria dottrina.

LUMEN – Una bella incoerenza.
CASCIOLI – Che si ritorse contro di loro. Infatti, per quanto avessero operato per trasferire al cristianesimo nascente la storicità della religione Essena, le falsificazioni, le sovrapposizioni e le interpolazioni che eseguirono non furono sufficientemente accurate e quindi non riuscirono ad eliminare le varie contraddizioni di cui sono piene. Contraddizioni ed anacronismi che ci permetteranno di dimostrare che il Cristo incarnato viene costruito tale soltanto dopo l'espulsione di Marcione dalla comunità di Gerusalemme avvenuta nel 144.

LUMEN – Quindi la nuova religione sarebbe sorta solo dopo il 150 ?
CASCIOLI – Proprio così. Ma la Chiesa, non avendo documenti dimostranti l'esistenza di Cristo e dei cristiani negli anni precedenti a questa data, cercò di procurarseli (come ancora sta facendo attraverso le manomissioni che tenta di operare sui manoscritti del mar Morto) ricorrendo ad ogni sorta d'imbrogli. Così falsificarono gli autori contemporanei, quali Giuseppe Flavio, Filone, Tacito, Seneca ed altri, s'inventarono autori a cui furono attribuiti vangeli e testi ricavati da fonti essene e pagane, bruciarono le testimonianze che si opponevano ai loro intrighi, usurparono agli Esseni spiritualisti i loro concetti religiosi, i loro usi comunitari e lo stesso appellativo di cristiani che gli era stato dato dai pagani sia pur con un significato dispregiativo.

LUMEN – La solita faccia tosta.
CASCIOLI - Costruirono su Giovanni il Presbitero, nato e vissuto a Efeso e quivi morto nel 135 la figura di Giovanni l'evangelista, trasformarono l'escatologia guerriera dell'Apocalisse, nel suo concetto di realizzazione imminente, nell'attesa di un giudizio universale che si realizzerà alla fine dei tempi, fecero diventare cristiano Filone di Alessandria (che era invece un filosofo ellenista), si appropriano dei martiri del movimento rivoluzionario giudaico facendoli passare per propri e, soprattutto, cercano di far sparire ogni traccia degli Esseni la cui esistenza avrebbe ridicolizzato ogni intromissione di cui avevano bisogno per darsi una base storica.

LUMEN – In effetti di questi Esseni la Chiesa non parla mai.
CASCIOLI - Quando ho chiesto a due preti se conoscevano gli Esseni, uno mi ha risposto che erano una tribù non bene identificata che era passata in Palestina nel primo secolo avanti Cristo senza lasciare tracce, e l'altro che non li conosceva.

LUMEN – E passiamo alla figura di Paolo di Tarso.
CASCIOLI - Fra i tanti personaggi che vengono usati dalla Chiesa come testimoni dell'esistenza di Gesù, se Paolo assunse una importanza predominante ciò dipese soprattutto dal carisma che gli venne da Marcione che lo presentò come personaggio storico, carisma di predicatore che, dichiarato esistito al tempo di Pietro e Giacomo, avrebbe costituito una garanzia di verità su tutto ciò che gli si sarebbe fatto dire.

LUMEN – A quei tempi l’ipse dixit funzionava alla grande.
CASCIOLI - Falsificando le Lettere che Marcione aveva portato con se dalla Siria insieme al suo vangelo ed aggiungendone altre, il personaggio di Paolo, prima filoniano e poi gnostico, fu spudoratamente trasformato dalla Chiesa nel sostenitore di un Cristo incarnato facendogli scrivere nel prologo della Lettera ai Romani, che poi è l'introduzione a tutte le Lettere: << Io sono Paolo, servo di Dio, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il vangelo di Dio riguardo al figlio, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne >>. (Rm. 1,1).

LUMEN – Una frase del tutto inventata.
CASCIOLI – Infatti. E con questa frase, interpolata come introduzione alla prima delle 14 lettere messe sotto il suo nome, la Chiesa si è arrogata ogni pretesa per usare Paolo come sostenitore quel Cristo-uomo che doveva imporsi a tutti gli altri Cristi esseni che lo avevano preceduto: il Logos filoniano delle visioni e il Salvatore gnostico.

LUMEN – Praticamente si sono arruolati d’ufficio Paolo di Tarso, a sua insaputa.
CASCIOLI - E così, divenuto preda dei Padri della Chiesa, Paolo finisce per sostenere tutto ciò che essi gli attribuiscono, via via che elaborano i concetti teologici, e diventa quindi la colonna portante di un cristianesimo che sarà costruito sull'incarnazione di Gesù. << E mentre i giudei chiedono miracoli e i greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocefisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani >>. (Cor. 1,22).

LUMEN – Una frase che ha fatto la storia.
CASCIOLI - Da rimarcare come in questa espressione c'è racchiusa tutta la lotta che i cristiani della prima Chiesa dovettero sostenere contro gli esseni giudaici, che li accusavano di scandalo perché avevano attribuito al Messia una morte così ignominiosa, ed anche contro i pagani, che ritenevano la crocifissione una stolta invenzione fatta per sostenere un Messia mai esistito, cioè un Gesù che nessuno conosceva, come ci viene dimostrato da un passo degli stessi Atti degli Apostoli .

LUMEN – Cosa dice questo passo ?
CASCIOLI – Si parla di un certo Apollo che cerca di spiegare che il Cristo della nuova religione si chiamava Gesù non con la citazione di fatti realmente avvenuti, ma esclusivamente attraverso le sacre scritture: << Giunto in Acadia, fu molto utile a quelli che per opera della grazia erano divenuti credenti; confutava infatti vigorosamente i giudei (che negavano l'esistenza storica di Gesù), dimostrando pubblicamente attraverso le scritture che Gesù è il Cristo >>. (At. 18,27)

LUMEN – Una prova che non prova nulla.
CASCIOLI – Per non parlare dei passi nei quali Paolo viene usato dalla Chiesa per sostenere il Cristo incarnato, la sua crocifissione, la sua nascita da donna terrena, la sua resurrezione e l'istituzione dell'Eucaristia, i quali si susseguono nelle sue Lettere attraverso collocazioni così evidentemente fraudolente da non meritare spesso neppure la confutazione.

LUMEN – Per esempio ?
CASCIOLI – Per esempio questo rimprovero ai Galati che si rifiutano di credere alla crocifissione di Cristo, perché non ne hanno mai sentito parlare << O stolti Galati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu presentato al vivo Gesù crocefisso>> (Gal. 3,1).

LUMEN – E perché ?
CASCIOLI – Questo rimprovero è un'ulteriore prova della non esistenza storica di Gesù, se consideriamo che il fatto avviene nel 53 E.V., cioè soltanto 20 anni dopo dalla crocifissione. Se la crocifissione c'era stata veramente, come è possibile che i Galati, dichiarati dallo stesso Paolo testimoni del fatto, possano disconoscerla ?

LUMEN – Ineccepibile.
CASCIOLI - E ancora, senza il minimo ritegno, affondano talmente Paolo nell'umanizzazione di Cristo, da farcelo apparire addirittura ridicolo nella sua incoerenza: << Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, per riscattare i figli nati sotto la legge >>. (Gl. 4,4). 
Ma di quale legge, di quale riscatto può parlarci Paolo se è stato proprio lui a negare, prima come predicatore di un Logos filoniano e poi come sostenitore di un Cristo Gnostico, l'esistenza di un Cristo incarnato, nato da donna ?

LUMEN – Altri esempi ?
CASCIOLI – Poi ci sono i passi riguardanti l'istituzione dell'Eucaristia espressi nella prima lettera ai Corinti (9,16; 11,23), mentre i Padri della Chiesa incominciarono soltanto nella seconda metà del II secolo E.V. a sostenere quel sacramento basato sulla teofagia, che era stato respinto intorno al 150 dagli Esseni di origine giudaica.

LUMEN – Un bel guazzabuglio.
CASCIOLI – Queste interpolazioni e falsificazioni, certe ed evidenti, rendono le lettere di San Paolo di Tarso uno zibaldone di incoerenti follie tali da portare uno degli stessi falsificatori a riconoscerlo, facendo dire dall'eccellentissimo Festo: << Paolo, tu sei pazzo; la troppa scienza ti ha dato al cervello!>>. (At. 26,24), e a far dire a Paolo in una lettera ai Romani (7-15,24): << Io non riesco a capire ciò che faccio; infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto...Io con la mente servo la legge di Dio e con la carne la legge del peccato  >>.

LUMEN – Un personaggio davvero con troppe ombre.
CASCIOLI - E cosa potrebbe mai essere, se non uno squilibrato, chi predica contemporaneamente tre Cristi: il Cristo astratto dei sogni e delle visioni, il Cristo che ha svolto la sua missione prendendo dell'uomo soltanto le apparenze, e il Cristo che si è incarnato nascendo da donna ?

LUMEN –  Ci sono un po’ troppi “Cristi”.
CASCIOLI – E infatti, se si guarda alla realtà storica dei fatti, non ce n’è nessuno.

LUMEN – Ben detto. Grazie per chiacchierata, signor Cascioli.

12 commenti:

  1. "Un bel guazzabuglio."

    Anzi un gran casino. Io ho avuto uno scambio con Cascioli tanti anni fa, ma poi non ho avuto nessuna voglia di leggere il suo libro "rivoluzionario". Poca, anzi nessuna voglia di mettermi a studiare cose da cui so già in partenza che non ricaverò granché. O che non trovo così interessanti.
    La storicità di Cristo e la sua crocifissione (ma non certo la resurrezione) sono considerate dalla stragrande maggioranza degli studiosi, anche non credenti o atei, altamente probabile, quasi certa. Diciamo al 98 o 99%. Resta pur sempre qull'1% o anche meno, magari 0,001%, d'incertezza che basta per considerare quelle antiche "vicende" non del tutto attendibili. E tanto basta. Maometto invece agisce nella piena luce della storia, a nessuno verrebbe in mente di mettere in dubbio la sua esistenza e le sue gesta. Nessuno mette nemmeno in dubbio l'esistenza di Cesare, Pompeo, Lucio Silla, Mario % & (su Romolo invece qualche dubbio potrebbe starci). Invece su Gesù qualche dubbio resta. E la vita di centinaia di milioni, anzi miliardi di persone è stata pesantemente condizionata dall'esistenza di un personaggio leggendario (persino sul Buddha siamo più informati).
    I vangeli stessi sono pieni di contraddizioni ormai ineliminabili. Lo stesso Gesù è in contraddizione con se stesso: lo dicono misericordioso (ama il prossimo come te stesso, ama persino i tuoi nemici - cose entrambe impossibili), e poi è incazzato nero, minaccia sfracelli, insulta i suoi avversari (sepolcri imbiancati, razza di vipere). In Matteo minaccia ben 70 volte l'inferno. Che fece Gesù prima dei 30 anni? Il falegname, bravo, un lavoro utile e pulito. Ma guardava le donne con concupiscenza o era impotente?
    Mah, io direi che è esistito, anche per certe cose molto umane dei vangeli. Per es. i "fratelli" che se lo vengono a riprendere dicendo che è pazzo. Uno dei tanti profeti che non hanno lasciato la minima traccia all'interno dell'ebraismo, ma per i tanti casi strani della storia è assurto a fondatore di una chiesa che dura ancora (sempre che il merito del successo non sia anche o soprattutto di Paolo).
    Prima o poi la Chiesa dovrà ammettere che non bisogna prendere tutto alla lettera, che la "resurrezione" va interpretata, è come il ritorno della primavera. (Ratzinger però nega e dice ancora che è un fatto storico, certo e innegabile - ma non sa che la storia, tutta la storia è una "storia", cioè un racconto più o meno attendibile e con milioni di buchi neri.

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  2. Caro Sergio, la teoria della non esistenza storica di Gesù è sicuramente minoritaria, ma non trascurabile.
    In modi e con argomenti diversi è stata sostenuta da parecchi studiosi, anche piuttosto famosi.

    Luigi Cascioli è a volte un po' irruente e magari la sua prosa non è sempre impeccabile (ed infatti con lui uso sempre l'escamotage del finto dialogo), ma la sua teoria è quella che mi ha intrigato e convinto di più (vedi soprattutto il post "Jesus in fabula").
    Tanto, in materia di religione, la menzogna è pane quotidiano, per cui una più una meno, non fa nessuna differenza.

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  3. "Tanto, in materia di religione, la menzogna è pane quotidiano, per cui una più una meno, non fa nessuna differenza."

    Menzogna è forse una parola grossa. Quante cose sono state affermate in perfetta buonafede e hanno trovato poi gente che ci credeva. C'è chi dice che la fede è connaturata alla natura dell'uomo. Più che la fede direi la tendenza a credere in cose che piacciono e dette da persone "autorevoli" e perciò credibili. Trovi ancora oggi gente che ti dice: ma come, l'hanno detto in televisione, c'è scritto sul giornale! Il bambino è portato naturalmente a credere nelle sue guide (i genitori). Puoi immaginarti un bambino critico o scettico? Sarebbe un mostro (mi riferisco naturalmente a bambini molto piccoli). E questa tendenza "naturale" sopravvive anche nell'età adulta. Ciò che è stampato sembra di primo acchito vero! Quante volte mi capita di leggere un'ultima notizia che mi sorprende e preoccupa - e dopo dieci minuti è smentita!
    In più le persone ipercritiche sono piuttosto antipatiche! Sembra che ci godano a farti star male, a insinuare sempre dubbi.

    Personalmente penso che Gesù sia davvero esistito, ma sia stato un personaggio minore poi mitizzato, addirittura divinizzato. Anche la creazione di miti sembra connaturata all'uomo. All'inizio c'è un evento, una storia, un personaggio che sembrano col tempo racchiudere il senso della nostra vita (e in parte soddisfano pure quest'esigenza di un senso dell'uomo - anche la religione cristiana ha aiutato molti a vivere o a sopportare pazientemente la valle di lacrime).

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  4. << Anche la creazione di miti sembra connaturata all'uomo. All'inizio c'è un evento, una storia, un personaggio che sembrano col tempo racchiudere il senso della nostra vita >>

    Proprio così. Siccome la vita non ha alcun senso, ma gli uomini non riescono ad accettarlo, ecco che ricorrono ai miti per dare un senso alle cose che fanno.
    I quali miti però, per poter funzionare, devono sempre necessariamente stravolgere i fatti o i personaggi reali su cui si basano.

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    1. "Siccome la vita non ha alcun senso ..."

      Mi oppongo, Sua eccellenza!
      Ma certo che la vita ha un senso. È la perdita di senso che ci deprime e rende infelici. E quale sarebbe questo senso, dirai. O bella: la gioia, la felicità (anche il volgare piacere). Quando sei felice non ti chiedi certo che senso abbia la vita: è dato, evidente, la domanda non ha senso. Ma quanti sono e furono infelici perché la loro vita era durissima, disumana. Eppure i suicidi sono stati sempre pochi, quasi nessuno ha mai volete togliere il disturbo un minuto prima del necessario. E perché resistevano, resistono? Certo l'istinto ha la sua parte, ma anche la speranza che finalmente la ruota giri e torni il sereno, chissà anche qualcosa in più. Comunque il mito è un'interpretazione della vita ed è rassicurante, spiega in qualche modo ciò che succede e induce ad accettarlo. Diciamo persino di un calciatore che è un mito! La sua esistenza è fonte di allegria e di felicità.
      Dunque i miti sono o possono essere utili (in mancanza della felicità).
      E come la mettiamo con il mito della scienza? Ma la scienza non è un mito, dirai! Be', è un'interpretazione della realtà anche la scienza, ovviamente meno infantile di altri miti. Più vicina alla realtà (pensiamo). Infatti muove le montagne. Severino diceva (e dice tuttora) che ci aspetta il paradiso della tecnica, grazie al sapere certo della scienza. Ci aspetta, non c'è ancora (e metteva in conta anche contraccolpi, difficoltà, tensioni). Ma alla fine tutti vivrebbero felici e contenti. Grazie alla sua filosofia però, che va oltre la scienza (la sua filosofia è metascientifica).

      Scusa il discorsetto. Ma volevo dire che non mi piacciono molto certe affermazioni come la vita non ha senso (e nemmeno "Il non senso della vita" di Odifreddi). Sono negative, nichiliste. Come puoi dire a tua moglie o al tuo cane: poveri illusi, non siete niente, non avete alcun senso. Intanto per te ce l'hanno, rallegrano la tua esistenza, ergo. Non è nemmeno carino pensare certe cose.

      Sì, lo so. Quando si parla di senso alludiamo al senso ultimo dell'universo, della sua evoluzione, che ci sfugge e forse ci sfuggirà sempre. Inutile girarci intorno: la morte non ci piace (però pensa che guaio se nessuno morisse, non ci sarebbe più spazio!).
      Forse i miti e le religioni hanno avuto soprattutto lo scopo di mitigare la paura della morte (S. Paolo: "Voglio togliervi la paura!"). Gli ebrei, almeno non tutti, non credono in una vita ultraterrena (Gesù però ci credeva).
      Come vivere sapendo che dobbiamo prima o poi andarcene per sempre? Il lavoro (scelto, utile, intelligente), le occupazioni sono un buon rimedio a questa antica paura ("la paura che c'è in te ha mille anni"). Ovviamente anche i piaceri, l'amore, l'amicizia, la bellezza, le scoperte aiutano molto.
      Ma l'enigma resta (preferisco questa banale parola al "mistero" troppo sfruttato dalle religioni, da certe religioni).

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    2. Poscritto

      Platone ha detto che la filosofia è una preparazione alla morte.
      Anche la filosofia dunque dovrebbe toglierci la paura della morte o farcela accettare. Ma la filosofia dei Greci non era religione, era pensiero, scienza, quanto di più prossimo alla realtà del suo tempo.
      Ma cosa vogliamo? La felicità o capire il mondo? Dobbiamo cercare di capirlo per garantirci la felicità, preferibilmente in questo mondo? Ma può esserci vera felicità se poi si muore? Ma cos'è questa vita? "Cosa arcana e stupenda", dicono le mummie di Rujsh nelle "Operette morali".

      Che fummo?
      Che fu quel punto acerbo
      Che di vita ebbe nome?
      Cosa arcana e stupenda
      Oggi la vita è al pensier nostro, e tale
      Qual de' vivi al pensiero
      la morte appar. Come da morte
      vivendo rifuggia, così rifugge
      Dalla fiamma vitale
      Nostra ignuda natura;
      Lieta no, ma sicura,
      Però ch'esser beato
      Nega ai mortali e nega a' morti il fato.

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  5. << Quando si parla di senso alludiamo al senso ultimo dell'universo, della sua evoluzione, che ci sfugge e forse ci sfuggirà sempre. >>

    Ecco appunto.
    La mia affermazione in effetti, presa così, era eccessiva e mi sono meritato il tuo rimprovero; questa tua precisazione però serve a chiarire meglio il mio concetto.

    Dunque, riassumendo il mio (modestissimo) pensiero:
    Io, in quanto individuo (fenotipo) sono lo strumento mediante il quale il mio DNA produce altro DNA simile a se.
    Ovviamente, che il DNA (mio o di chiunque altro) si riproduca o meno non ha alcun senso ultimo.
    Quindi è la vita in sè che non ha alcun senso ultimo.
    Poteva non apparire mai e sarebbe stata la stessa cosa.
    Siccome invece è apparsa, ci siamo noi fenotipi che, tra sofferenze e fatica, tiriamo avanti la carretta del DNA.

    Premesso questo, resta fermissima la tua obiezione (che faccio anche mia):
    ma io come singolo fenotipo non ho alcun senso ?
    Certo che sì: io ho un senso e la mia vita ha un senso, ma solo limitatamente a me stesso, alle mie cose ed ai miei affetti.

    Chi capisce questo può godere il senso della sua vita senza problemi (salvo le difficoltà che la vita ci pone).
    Chi invece non capisce questo ha solo due strade:
    accettare il finto senso della vita proposto dalle religioni (o dalle ideologie) e farselo bastare, senza ragionarci troppo sopra;
    oppure cercare da sè il senso ultimo della vita, diverso da quello di cui sopra, e in questo caso si perderà in una ricerca vuota e sconsolata.

    Fine del contro-pistolotto.

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    1. Piccola difesa (insensata) del senso e del Senso.
      Sarà che sono stato dai salesiani e che volevo persino farmi prete (decisione che presi o presero altri per me quando avevo nove anni, ma mi salvai in corner a dieci anni con grande rabbia delle suore), per questo non mi rassegno ancora ... alla mancanza del Senso (una volta marchiato, per sempre marchiato).
      Il piccolo senso lo conosciamo: è vivere una buona vita, piena di soddisfazioni, scoperte, delizie. Sarà pure il DNA che si replica, ma tutto ciò che di bello la vita ci offre è positivo.

      Ma la nostra vita, la vita di miliardi e miliardi e miliardi di esseri umani, presenti passati e futuri (poveri loro!), l'esistenza di cento miliardi di galassie con miliardi di stelle al loro interno (300 - 400 miliardi nella sola Via Lattea), e poi il pluriverso, che senso mai avranno? E chi lo sa! Intanto però esistono, e la loro esistenza è già senso abbastanza (trovo io). Il Dio cristiano (e islamico) è indefinibile e inafferrabile - proprio come questo inverosimile e pur esistente pluriverso. Il suo Senso ci sfugge, ma deve esserci per il semplice fatto che il pluriverso esiste. Noi diciamo che la vita (e il pluriverso) non hanno senso perché sono il frutto di un caso cieco che combina e ricombina trilioni e quintilioni di volte le particelle elementari senza uno scopo preciso da noi rilevabile.
      Ma perché noi non ci arriviamo non possiamo dire che tutto ciò è senza senso. Certo là fuori (a soli pochi chilometri dalla crosta terrestre) fa freddo e ci sono radiazioni micidiali, le condizioni per lo sviluppo della vita come la conosciamo sono rarissime.
      Ma ci sono da qualche parte, per esempio sul pianeta blu.
      Come canta Guccini in una bella canzone:
      "Ma guarda quante stelle sterminate:
      che senso avranno mai? Che senso abbiamo?
      Sembrano dirci in questa fine estate: siamo e non siamo."

      Intanto siamo, e il pluriverso - il Gran Senso ignoto - è.

      Si sente che sono stato dai salesiani e marchiato a vita?

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    2. Condivido la tua distinzione tra "senso" minuscolo e "Senso" maiuscolo, che è proprio quella che intendevo io.
      E continuo, nel mio piccolo, a dire di "sì" al primo e di "no" al secondo.

      E visto che tu mi citi il bravissimo Guccini, permettimi di replicare col grandissimo Leopardi:
      << E quando miro in cielo arder le stelle;
      Dico fra me pensando:
      A che tante facelle?
      Che fa l'aria infinita, e quel profondo
      Infinito Seren? che vuol dir questa
      Solitudine immensa? ed io che sono?
      Così meco ragiono: e della stanza
      Smisurata e superba,
      E dell'innumerabile famiglia;
      Poi di tanto adoprar, di tanti moti
      D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
      Girando senza posa,
      Per tornar sempre là donde son mosse;
      Uso alcuno, alcun frutto
      Indovinar non so. >>

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    3. Siete duri, tu e Leopardi ("Uso alcuno, alcun frutto / Indovinar non so"). Lui non indovina, ma io sì! O in altre parole:
      l'Essere (il tutto, l'universo) è (indubitabilmente, no?) e ... tanto basta! La domanda del senso la poniamo quando o non abbiamo niente da fare (e si sa che l'ozio e il padre di tutti i vizi e delle domande balorde) o quando la vita ci gioca brutti scherzi e ce ne risentiamo, protestiamo ("O natura, o natura / Perché di tanto inganni i figli tuoi? Tu pria che l'erbe inaridisse il verno ecc.")

      Una "profonda" domanda filosofica è: perché c'è qualcosa invece di niente? Più che profonda io la trovo irritante. Quel qualcosa c'è, punto. L'essere è, punto.


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    4. << Una "profonda" domanda filosofica è: perché c'è qualcosa invece di niente? Più che profonda io la trovo irritante. Quel qualcosa c'è, punto. L'essere è, punto. >>

      Sono perfettamente d'accordo con te.
      Oltretutto è una domanda a cui non potremo mai dare una risposta. E dunque....

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