sabato 30 agosto 2014

Circolo vizioso

Diceva Albert Eistein che non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo fare le stesse cose.
Ma forse, oggi, per evitare il tracollo ambientale che ci minaccia, ci troviamo proprio imprigionati in questo paradosso: da un lato, per salvare l’ambiente, dovremmo ridurre drasticamente la complessità della nostra civiltà, ma, al tempo stesso, abbiamo bisogno di un flusso sempre maggiore di tecnologia e di informazioni per risolvere i problemi che ci angustiano. Come se ne esce ?
Ce ne parla l’ambientalista Jacopo Simonetta in questo post tratto da Effetto Risorse.
LUMEN


<< L’aumento vertiginoso dei volumi e della velocità di informazione pongono problemi crescenti di sintesi, di comprensione e di reazione anche a personale altamente qualificato.    Gran parte della classe dirigente (sia politica che economica) pare aver già raggiunto un livello di “overflow” oltre il quale prevalgono comportamenti istintuali e/o abituali sulla capacità di analisi razionale.  

Questo potrebbe spiegare almeno in parte perché, pur essendo perfettamente informati dei danni, dei rischi e delle principali cause della crisi attuale da almeno 40 anni, non abbiamo intrapreso alcuna azione efficace per evitarla.   Di fatto, il comportamento complessivo dell’umanità non si sta dimostrando più “intelligente” di quello di una muffa; è  come se la sommatoria di 7 miliardi di cervelli pensanti fosse tendente a zero.



Incremento della complessità.   Finora è stata una strategia vincente perché la disponibilità di risorse e la stabilità degli ecosistemi erano sufficienti a sostenere strutture progressivamente più costose in termini di risorse ed inquinamento.

Ma dal momento in cui la disponibilità di energia ha cominciato a declinare (perlomeno in termini qualitativi) la complessità ha cominciato a divenire sempre meno sostenibile.   D'altronde, la disarticolazione dei mega-sistemi in sub-sistemi  più semplici e meno interconnessi abbasserebbe drasticamente la capacità di fronteggiare problemi ordinari, come pure di estrarre ed utilizzare le risorse residue. 

Si pensi, ad esempio alle capacità terapeutiche dei grandi ospedali universitari rispetto a quella degli ospedalini di provincia.   Oppure si pensi al livello iperbolico di complessità organizzativa necessario per costruire e mantenere operativa una piattaforma petrolifera artica e confrontiamolo con il livello organizzativo ed economico che permise al “colonnello” Drake di trivellare i suoi pozzi. 

Inoltre, la complessità dei problemi da affrontare richiede oramai l’impiego di personale troppo specializzato per potersi efficacemente coordinare, col risultato che le risposte imbastite da governi e grandi organizzazioni in genere si stanno dimostrando frammentarie ed inefficaci,   spesso producendo danni imprevisti a latere di risultati deludenti.

Un effetto probabilmente dovuto anche al fatto che la dimensione dei sistemi sociali è divenuta tale da impedire alle persone di riconoscervisi e, dunque, di collaborare efficacemente alla sopravvivenza collettiva.  In altre parole, pare che i livelli di complessità stiano raggiungendo livelli ingestibili.



Costruzione sociale di modelli mentali di riferimento.    Il modello attualmente dominante e’ stato elaborato nel periodo in cui il tesoro nascosto delle energie fossili diventava disponibile e sembra incapace di adattarsi ad un contesto di progressiva carenza energetica, sia qualitativa che quantitativa.

Ma quando un modello ampiamente accettato e profondamente radicato viene posto sotto stress dalla forza di fatti che questo non è in grado di spiegare, si crea una situazione di grave sofferenza nei soggetti coinvolti.   Sofferenza tanto più forte quanto più brusco e profondo è il contrasto e, normalmente, la risposta alla sofferenza è la violenza.  

Ne sono testimonianza il fiorire di movimenti integralisti in più meno tutte le grandi religioni, come il risorgere di ideologie già costate milioni di morti che rappresentano altrettanti tentativi di ricreare dei modelli mentali ad un tempo esplicativi della realtà ed identitari del gruppo.  

Certo, è teoricamente possibile una revisione del modello o la sua sostituzione con uno più adeguato, ma questo tipo di processo richiede tempi relativamente lunghi che non abbiamo più a disposizione.    Di fatto, le classi dirigenti continuano a pensare sulla base di paradigmi elaborati in contesti completamente diversi dall'attuale e questo ne spiega il sistematico fallimento, anche a prescindere dai pur reali e diffusi fenomeni di stupidità, corruzione ed ignoranza.

E dunque?  Personalmente, ritengo che i livelli organizzativi superiori (organizzazioni internazionali, stati, grandi imprese, ecc.) non potranno materialmente elaborare alcuna strategia efficace e dunque si limiteranno a tamponare via via le falle maggiori, di solito aprendone altre.   Una cosa che potranno fare ancora per un periodo relativamente lungo (probabilmente un paio di decenni, forse di più) poiché la disponibilità di mezzi a loro disposizione è davvero molto elevata.  

Il problema è che così facendo posticiperanno sì eventi particolarmente dolorosi come le carestie, ma eroderanno nel contempo le riserve ancora presenti in termini di risorse, di resilienza degli ecosistemi, di capacità di adattamento delle popolazioni.

Al momento, alcuni tentativi di elaborare strategie alternative si vedono a livelli organizzativi del tipo di piccole cittadine di provincia o piccole imprese, ma sono molto pochi, mentre molto più numerosi sono gli esempi di micro-comunità auto selezionate, oppure di singoli individui o famiglie.   Il problema è che tanto più basso è il livello organizzativo, tanto minori sono i mezzi a disposizione e le possibilità operative.
 
Inoltre, occorre tener presente che ogni tentativo di modificare la strategia ad un determinato livello organizzativo, sottrae risorse ai livelli superiori, una cosa autenticamente, profondamente sovversiva. Per adesso questo tipo di iniziative non provoca alcuna particolare reazione, se non un passivo boicottaggio derivante dall'incompatibilità di queste strategie con il sistema di norme e consuetudini esistenti.   Questa comoda situazione potrebbe però cambiare se iniziative di questo tipo si moltiplicassero, oppure se il degenerare della situazione sociale portasse a governi più autoritari.  

Già in molti paesi del mondo le possibilità di scelta dei cittadini sono fortemente limitate non solo dai paradigmi mentali comuni e dalla propaganda, ma anche da apparati repressivi molto efficaci.   Ed anche nei paesi di tradizione più liberale, esigenze di ordine pubblico e fiscale stanno portando alla creazione di sistemi di spionaggio e controllo della popolazione assolutamente capillari.
Se ne potrebbe trarre la facile conclusione che un Fato funesto attende la nostra specie e, probabilmente, l’intero pianeta. Effettivamente, in una prospettiva plurisecolare, questa è una possibilità concreta, ma assolutamente non una certezza.

A conclusione del suo ultimo (e più amaro) libro, “Il declino dell’uomo”, Konrad Lorenz illustra come il comportamento dell’uomo contemporaneo continui ad essere condizionato da paradigmi istintuali che per almeno 100.000 anni hanno fatto di noi la specie vincente in assoluto.  
Questo li ha radicati profondamente nella nostra mente e, probabilmente, anche nei nostri geni, cosicché non riusciamo a liberarcene, malgrado nel contesto odierno siano diventati, a tutti gli effetti, degli istinti suicidi.

Conclude, tuttavia, dicendo che una speranza comunque c'è e e risiede nel fatto che la caratteristica principale dei sistemi viventi rimane l’imprevedibilità.   E le società umane sono sistemi viventi estremamente complessi, all'interno delle quali evolvono contemporaneamente numerose tendenze diverse, talvolta contrastanti.  

 In pratica, se il destino della società industriale globalizzata appare effettivamente segnato per motivi geologici, termodinamici ed ecologici, il futuro delle società che si formeranno dalla sua disintegrazione rimane del tutto imperscrutabile.  
Curioso che dopo tanti sforzi per dominare e controllare  completamente la Natura, ci troviamo a riporre ogni nostra speranza nel fatto che non ci siamo riusciti.    >>

JACOPO SIMONETTA

5 commenti:

  1. Dopo la lettura di questo testo mi sento paradossalmente meglio. Perché? Quando leggi cose sensate e ragionevoli come quelle di Simonetta hai l'impressione (o l'illusione) che non tutto sia perduto, insomma rinasce la speranza che si possa evitare il baratro, la speranza in un futuro migliore (se questa non è un'illusione!).

    PS. Caro Lumen, il titolo dice "Circolo vzioso". Immagino che sia un refuso. Forse intendevi "circolo sfizioso"?

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  2. Più che "sfizioso" intendevo "vizioso" e correggo subito. Grazie per la dritta.

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  3. << rinasce la speranza che si possa evitare il baratro, la speranza in un futuro migliore >>

    Caro Sergio, sono d'accordo anche io che la fine del tunnel ci potrà dare un futuro accettabile, forse anche migliore, ma resta l'incognita del tunnel stesso: quanto sarà lungo e quanto sarà duro.
    In fondo la vera frustrazione di noi "ambientalisti eco-malthusiani" (secondo la felice definizione di Agobit) è quello di vedere che l'umanità ha tutti gli strumenti tecnoloigici per uscire bene e rapidamente dal tunnel, ma pare non avere la volontà di usarli correttamente.

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  4. "...vedere che l'umanità ha tutti gli strumenti tecnoloigici per uscire bene e rapidamente dal tunnel, ma pare non avere la volontà di usarli correttamente."

    Direi che - pur con tutti gli strumenti disponibili - uscirne bene e rapidamente non è più possibile. Sarà già qualcosa uscirne e basta un qualche giorno.
    Quanto alla scarsa volontà di usare quei mezzi direi che non può esserci questa volontà mancando la coscienza del problema. Tutti - e io fra questi - preferiamo l'uovo oggi alla gallina domani, insomma il vantaggio o profitto immediato (del diman non c'è certezza). E l'uovo oggi è la fantomatica crescita che - mannaggia - stenta ancora a materializzarsi, con gran rammarico del Renzi che ne fa ora un problema europeo. Perché solo europeo? È mondiale. Quindi non lo possiamo risolvere da soli. I problemi nostri sono i problemi di tutti e solo insieme possiamo risolverli.
    Invece alcuni problemi, e non di piccolo calibro, potremmo risolverli noi.
    Un po' d'ordine possiamo farlo noi, senza aspetta l'UE e l'ONU, l'UNESCO e la NATO.

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  5. << Invece alcuni problemi, e non di piccolo calibro, potremmo risolverli noi. >>

    Ben detto. Il che è un po' il principio informatore di quell'eccellente libretto che è PREPARIAMOCI di Luca Mercalli, da te spesso - e giustamente - citato.
    D'altra parte, la saggezza popolare ci dice da sempre: "aiutati, che il cielo (o chi per esso) ti aiuta" !

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