sabato 7 giugno 2014

Scommettiamo che ?

LUMEN – Abbiamo oggi con noi il grande pensatore francese Blaise Pascal, matematico, fisico, filosofo, teologo e chi più ne ha, più ne metta. Un nome talmente noto che non ha bisogno di presentazione.
PASCAL – Troppo gentile.

LUMEN – Per il momento.
PASCAL – Prego ?

LUMEN – Niente, niente. Dunque, monsieur Pascal, voi avete speso molto del vostro tempo a riflettere su Dio, sulla sua esistenza e sui suoi attributi.
PASCAL – “Cogito, ergo sum”.

LUMEN – Veramente, questa non è vostra, è di Cartesio.
PASCAL – Lo so, lo so. Volevo vedere se eravate preparato.

LUMEN – Oh, santo cielo.
PASCAL – “Tu non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato”.

LUMEN – Ah, questa invece è proprio vostra. Ed è anche molto commovente.
PASCAL - Grazie.

LUMEN – Peccato che sia falsa.
PASCAL – Come vi permettete ?

LUMEN – Lasciamo perdere. Parlatemi piuttosto della vostra famosa scommessa.
PASCAL – Ah, quella. Ha colpito molto anche voi, vero ?

LUMEN – In un certo senso. Allora, sentiamo.
PASCAL – Dunque, se c'è un Dio, è infinitamente incomprensibile, perché, non avendo né parti né limiti, non ha nessun rapporto con noi. Siamo, dunque, incapaci di conoscere che cos'è, né se esista.

LUMEN – Una premessa ineccepibile.
PASCAL – Resta però la domanda: “Dio esiste o no ?”.

LUMEN – Ma se avete appena detto che…
PASCAL – Non mi interrompete, che poi perdo il filo.

LUMEN – Pardon. Prego continuate.
PASCAL - Da qual parte inclineremo? La ragione qui non può determinare nulla: c'è di mezzo un caos infinito. All'estremità di quella distanza infinita si gioca un giuoco in cui uscirà testa o croce. Su quale delle due punterete? Secondo ragione, non potete puntare né sull'una né sull'altra; e nemmeno escludere nessuna delle due. Non accusate, dunque, di errore chi abbia scelto, perché non ne sapete un bel nulla. 

LUMEN – Può darsi. Ma il calcolo delle probabilità, dal punto di vista della scienza, non è certo 50 e 50 come presumete voi. L’esistenza di Dio è infinitamente più improbabile della non esistenza.
PASCAL – Vi ho detto di non interrompere. Qualcuno potrebbe dire: “ma io li biasimo non già di aver compiuto quella scelta, ma di avere scelto; perché, sebbene chi sceglie croce e chi sceglie testa incorrano nello stesso errore, sono tutte e due in errore: l'unico partito giusto è di non scommettere punto”.

LUMEN – Io, nel mio piccolo, non scommetto mai.
PASCAL - Sì, ma scommettere bisogna: non è una cosa che dipenda dal vostro volere, ci siete impegnato. 

LUMEN – Forse perché, come diceva il buon Dario Bernazza, l’esistenza di Dio è “il problema dei problemi” ? 
PASCAL – Esattamente. Che cosa sceglierete, dunque? Poiché scegliere bisogna, esaminiamo quel che v'interessa meno. Avete due cose da perdere, il vero e il bene, e due cose da impegnare nel giuoco: la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha da fuggire due cose: l'errore e l'infelicità. 

LUMEN – Non ho capito.
PASCAL – Peggio per voi.

LUMEN - Allora continuate pure.
PASCAL - La vostra ragione non patisce maggior offesa da una scelta piuttosto che dall'altra, dacché bisogna necessariamente scegliere. Ecco un punto liquidato. Ma la vostra beatitudine? Pesiamo il guadagno e la perdita, nel caso che scommettiate in favore dell'esistenza di Dio. Valutiamo questi due casi: se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. 

LUMEN – Questo lo dite voi !
PASCAL – Certo che lo dico io. Scommettete, dunque, senza esitare, che egli esiste.

LUMEN – Posso anche ammettere che bisogna scommettere, ma il rischio di perdere c’è in entrambi i casi, non in uno solo.
PASCAL - Vediamo. Siccome c'è eguale probabilità di vincita e di perdita, se aveste da guadagnare solamente due vite contro una, vi converrebbe già scommettere. Ma se ce ne fossero da guadagnare tre, dovreste giocare (poiché vi trovate nella necessità di farlo); e, dacché siete obbligato a giocare, sareste imprudente a non rischiare la vostra vita per guadagnarne tre in un giuoco nel quale c'è eguale probabilità di vincere e di perdere. Ma qui c'è un'eternità di vita e di beatitudine. 

LUMEN – Veramente ci sarebbe anche l’inferno, per chi crede in dio.
PASCAL – L’inferno ?
 
LUMEN – Certo, in fondo siamo tutti peccatori. E per un peccatore è più facile finire all’inferno che in paradiso, non trovate ?
PASCAL – Diable ! Non ci avevo pensato !
 
LUMEN – Ecco, allora pensateci su con calma, e poi ne riparleremo. Au revoir, monsieur Pascal.

5 commenti:

  1. Ho dovuto rileggere il tutto due volte per capirci qualcosa. E quasi quasi mi tocca rivalutare Pascal per quanto è sottile. Sì, doveva essere davvero una testa fina, magari anche un genio come dicono (io non posso stabilirlo). Con la "scommessa" però Pascal si è sputtanato perché è una cosa troppo volgare, oserei dire materialista: vi si parla infatti di "giocate", vincenti o perdenti, e lui - opportunisticamente ma anche ragionevolmente - punta su quella più promettente (la vita eterna beata, hai detto niente!). Però nel dire che se Dio non c'è non avrò perso niente sbaglia alla grande: perché per ottenere la giocata vincente (Dio e la vita beata) mi sarò privato in questa vita terrena di tante belle cose che invece potevo godermi. Invece questa triste religione che è il cristianesimo mi ha fatto credere che praticamente quasi tutto ciò che procura gioia e piacere è peccato (a cominciare da un buon gelato - peccato di gola). Dunque non è vero che non mi sarò perso niente se avrò vissuto etsi Deu daretur. Certo il gelato, il sesso, i soldi, il successo ecc. sono davvero poca cosa rispetto a una vita eterna beata, questo è vero. Ma perché quasi tutto ciò che arreca gioia e piacere è male e da evitare, santo cielo, chi l'ha detto? Ma che ci ha creato a fare questo sadico Dio? Ah già, ci ha dato la libertà per meritarci il cielo, ci vuole mettere alla prova, per vedere se amiamo più le bellezze e gioie del creato o Lui - e se non amiamo più lui di tutto il resto saranno mazzate per l'eternità, buio e stridor di denti. Mah! Eppure persone per altro dotate hanno creduto simili cose (Agostino, Dante, Pascal ecc.). Ma un po' alla volte l'umanità sta uscendo dalle tenebre di una religione o religioni nemiche della vita.
    Odifreddi racconta che Pascal un giorno battè la testa per terra e da allora non fu più lui, il genio che sappiamo. Non so se sia vero, ma certo dopo essersi tanto occupato di numeri, i numeri cominciò a darli. Ma si può scusarlo, visto che anche il grande Newton era ossessionato dalla bibbia.

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    1. La differenza fra noi e loro e' che per loro la morte era un'esperienza quasi quotidiana e dovuta a cause misteriose e imperscrutabili, cosa che rendeva tale anche la vita stessa.
      Per noi la morte e' un'esperienza rara e con specifiche cause fisiche (infatti siamo intimamente convinti che eliminando le cause fisiche vivremo per sempre, cosa che si riflette nella paura per la sovrappopolazione, il riscaldamento globale, la fine del petrolio eccetera, questi sono i nostri problemi - in un mondo dove la vita fosse estremamante precaria di suo, queste preoccupazioni sarebbero del tutto insensate, e dal punto di vista di Newton e Pascal credo infatti che siamo del tutto insensati per motivi ben diversi da quelli che crediamo noi, piu' che a un superiore livello di coscienza).

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  2. << Ma perché quasi tutto ciò che arreca gioia e piacere è male e da evitare, santo cielo, chi l'ha detto? >>

    Gran bella domanda, la tua, ma io una risposta ce l'avrei: è un po' il principio per cui sulle strade italiane mettono dei limiti di velocità ridicolmente bassi sul presupposto che gli automobilisti li superano lo stesso, ma, forse, senza esagerare troppo.
    La religione, probabilmente, usa lo stesso meccanismo: tutte le cose belle che hai citato tu non sono negative (e quindi peccaminose) in sè, ma lo diventano quando superano la giusta misura e diventano eccessive (in medio stat virtus).
    Allora le regole religiose vietano in toto certi comportamenti, sperando che quando poi i fedeli li seguiranno ugualmente (cosa inevitabile), lo faranno però in modo non eccessivo, per il timore del peccato, e quindi in misura più accettabile.
    Che ne dici ?

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    1. Be', sì, interessante, potrebbe essere. Però propenderei lo stesso per la spiegazione classica del controllo sociale totale e allo scopo si presta ovviamente la colpevolizzazione dell'individuo - è colpevole comunque, già quando nasce (peccato originale) e non può non continuare a peccare e quindi a sentirsi colpevole. Però l'agenzia della salvezza, la Chiesa, concessionaria di Dio padre, ha in serbo anche il rimedio: la remissione dei peccati - che però l'uomo, vista la natura dell'uomo (corrotta per definizione), continuerà a commettere, e l'agenzia della salvezza continuerà a rimettere, conservando così il potere ("a voi do il potere di legare e di sciogliere"). Però ormai tutti hanno capito che la voglia di cose buone e belle è non solo perfettamente legittima, ma salutare, se no s'instaurano tristezza e la depressione che possono bloccare individuo e società (il depresso non lavora). Contro la depressione da privazione dei beni della terra l'agenzia della salvezza propone cure palliative, come la "gioia cristiana", il canto gregoriano (bellissimo, piace anche a me), i viaggi della speranza a Lourdes, le processioni e feste del patrono paesane e altre cose del genere che però ormai non "tirano" più.
      Gli interdetti statali invece sono improntati al buon senso (per es. il limite di velocità) e al funzionamento in genere della società (non si dice il falso, non si ruba e non si ammazza).
      L'agenzia della salvezza è ormai in difficoltà, nonostante l'appoggio del potere civile che con la colpevolizzazione dell'individuo ci guadagna anche lui (il colpevolizzato è remissivo, più controllabile e manipolabile - se gli dai i giochi è subito contento).

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  3. << Però propenderei lo stesso per la spiegazione classica del controllo sociale >>

    Giusto anche questo.
    Chissà, forse la religione attuale è l'incontro di due diverse anime.
    Una, che viene dal basso, elabora le regole necessarie per la convivenza sociale, rafforzandole col precetto divino; l'altra, che viene dall'alto, elabora le regole utili per il controllo sociale.
    E può darsi che molte delle contraddizioni presenti nelle varie religioni derivino proprio da questa duplice matrice.

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