sabato 29 giugno 2013

Libertà vo cercando

Ma il “Libero Arbitrio” esiste ? Il noto filosofo darwinista Daniel Dennett, nel suo libro “L’evoluzione della Libertà”, ci dice di sì, anche se la libertà non è qualcosa di astratto, ma si è evoluta da puri assemblaggi di meccanismi.

Quattro miliardi di anni fa non c'era libertà sul nostro pianeta perché non c'era vita. Poi, dai primi esseri pluricellulari agli organismi sempre più differenziati, si è prodotta una assenza progressiva di vincoli che, combinata con l’aumento delle possibili risposte, ha segnato l'emancipazione dalle catene della necessità, fino alla comparsa dell'Homo Sapiens. Ed è arrivato quello che noi, adesso, chiamiamo Libero Arbitrio.

Quella che segue è una breve recensione del libro di Dennett, scritta da Edoardo Boncinelli per il Corriere della Sera. Da leggere con il piacere e la gratitudine che si riserva ai grandi divulgatori della scienza.
LUMEN


<< Siamo tutti convinti di essere responsabili di noi stessi e perfettamente liberi nel nostro agire; ogni affermazione che sembra voler mettere in dubbio questa nostra libertà ci risulta odiosa.
Siamo anche profondamente convinti di esserci fatti interamente da noi. Poiché tutti ci riteniamo molto intelligenti, oltre che originali e creativi, vogliamo vedercene attribuito anche il merito, senza pensare che secondo questa logica se qualcuno è uscito, per avventura, un po' fessacchiotto, non solo lo è, ma è anche colpa sua.
Scherzi a parte, queste nostre convinzioni poggiano su presupposti di tutto rispetto.

La dottrina cristiana ci concede da secoli il possesso del cosiddetto libero arbitrio, anche se il vero significato di questa affermazione è stato ed è argomento di quotidiano approfondimento.
Abbiamo inoltre alle spalle cento anni di ideologia psicologistica, che ci viene quotidianamente ribadita da giornali, riviste e televisione.  Questa visione è nata dalla confluenza del punto di vista psicoanalitico e di quello comportamentistico e si nutre della retorica agiografica del self made man.

Secondo questa visione noi siamo quello che siamo, e ci comportiamo come ci comportiamo, per effetto di una serie di condizionamenti familiari e sociali, tra i quali hanno un' importanza primaria quelli della prima infanzia.
Uno sviluppo ulteriore, non del tutto logico, di questa dottrina ci garantisce che gran parte della propria personalità possa essere cambiata in ogni momento e che con un certo impegno si possa ottenere da noi stessi, da soli o con l' aiuto di qualche esperto, tutto ciò che si vuole.

Anche se non è chiaro chi è che vuole.
Ma come stanno realmente le cose ? L' argomento ha almeno due diversi risvolti:
1) fino a che punto siamo liberi di essere ciò che siamo ?
2) fino a che punto siamo liberi di agire, in questo preciso momento, in questa determinata circostanza ?
Non sono due domande completamente scorrelate, ma vengono frequentemente considerate di competenza di due discipline diverse: della biologia e in particolare della genetica la prima; della filosofia e della psicologia, magari sociale, la seconda.

Mi sono occupato più volte del primo aspetto del problema della libertà, mentre prevalentemente, ma non esclusivamente, del secondo si occupa Daniel Dennett nel suo ultimo libro che s' intitola L' evoluzione della libertà (…).
E' sempre un piacere stare a sentire Dennett, anche quando si dissente da alcune sue affermazioni; tale è l' intelligenza, la profondità, l'irriverenza e diciamo pure l'impudenza del personaggio.

Questa volta l'argomento in discussione è appunto il libero arbitrio e il suo rapporto con il determinismo.
Con una serie di serrate argomentazioni il nostro autore mostra come il libero arbitrio sia incompatibile tanto con il determinismo assoluto quanto con una visione indeterministica. Che senso avrebbe infatti riproporsi di compiere una determinata azione se le conseguenze dell'azione fossero imprevedibili e indeterminate ? (…)
Noi siamo abbastanza liberi perché l'evoluzione biologica ha creato organismi abbastanza complessi, alcuni dei quali hanno sviluppato anche un' organizzazione sociale.

Per quanto ci concerne in particolare, è proprio l' esistenza di una cultura e di un'evoluzione culturale che ci garantisce una grande varietà di comportamenti possibili e quindi una grande libertà.
Dennett è un grande polemista e si esprime al meglio quando attacca convinzioni che sembrano inattaccabili.

Ma non è soltanto un polemista, come dimostra la sua acuta e aggiornatissima trattazione del come, del dove e del quando inizia, all' interno del nostro corpo, il processo che conduce al compimento di un'azione e la discussione del significato degli esperimenti di Libet che indicano che alcune parti del nostro cervello si mettono sempre in moto qualche frazione di secondo prima che ce ne rendiamo conto.

La vera questione non è se siamo liberi o meno - un po' lo siamo certamente - ma piuttosto quanto siamo liberi e, in secondo luogo, se nel nostro agire siamo auto-diretti o etero-diretti.
La risposta al primo quesito è piuttosto semplice: siamo più liberi di un gorilla, che è più libero di un lupo, che è più libero di un serpente, che a sua volta è più libero di un radiolario.
Il numero dei comportamenti che noi esseri umani possiamo mettere in atto in risposta a una determinata sollecitazione esterna è incomparabilmente superiore a quello di tutte le altre specie animali ed è funzione della complessità del nostro sistema nervoso.

Potenzialmente siamo quindi abbastanza liberi, grazie soprattutto alla dotazione genetica che l' evoluzione ci ha assegnato, ma quanta ne adoperiamo di questa libertà ? Sono io (o qualche parte di me) che decido i miei comportamenti oppure è un altro ?
Per essere un altro, questo altro deve avere una consapevolezza, un progetto e una capacità di volere.
I miei geni, il mio corpo o quello che chiamiamo di solito inconscio non sono un altro - non ha un progetto o una volontà autonoma - ma sono una parte, magari disarmonica, di me.

Può essere che io veda un conflitto fra due parti di me e che io parteggi per una parte piuttosto che un' altra, ma se la decisione è mia non posso dire che c'è perdita di libertà.
C'è invece riduzione di libertà, che può essere anche gravissima, se un altro essere umano o un gruppo di esseri umani mi impongono materialmente alcuni comportamenti.
La questione è più sottile nel caso che nessuno mi imponga materialmente qualcosa, ma io riceva continue sollecitazioni o anche solo suggestioni verso questo o quel comportamento. 

Anche questa non è secondo me una vera limitazione della libertà, a patto che la decisione finale spetti comunque a me.
Ma in genere piace pensare che in casi del genere si è pesantemente condizionati, in modo che i meriti siano nostri e le colpe di qualche altro.
E ritorniamo così al primo punto.  >>

EDOARDO BONCINELLI
 

4 commenti:

  1. Mah, passa il tempo, ne sento di tutte, ma continuo a credere nel determinismo - che significa che il libero arbitrio è una chimera. Visto che non esiste, non può esistere effetto senza causa (ma sembra che nella fisica quantistica le cose vadano diversamente) la mia azione in qualsiasi momento non può essere che la sintesi di tanti fattori che non mi sono mai tutti noti.
    Che il repertorio delle possibili risposte dell'essere umano davanti a un problema sia infinitamente più vasto che di altri esseri viventi non significa che siamo più liberi, solo che abbiamo più possibilità, ma la scelta della nostra azione dipenderà almeno in parte da cause non note, da imponderabili. Dunque più possibilità, ma la scelta è lo stesso predeterminata, non c'è niente da fare (almeno per me).

    E come la mettiamo allora con la responsabilità individuale delle proprie azioni che tutti sentono? Sappiamo che certe azioni non sono tollerate dalla comunità che infatti punisce i trasgressori delle regole. La stragrande maggioranza della gente si attiene alla regole (per fortuna, se no sarebbe il caos, il bellum omnium contra omnes). La comunità investe anche moltissimo con l'educazione per ottenere determinati comportamenti standard. Tuttavia alcuni trasgrediscono lo stesso e rischiano a volte grosso (persino la pena capitale). Perché lo fanno, perché rischiano, perché alterano gli equilibri sociali? La mia risposta è che non possono fare altrimenti perché sono "necessitati" ad agire in modo trasgressivo. In un essere agiscono molte forze contrastanti. L'imperativo è di fare semrpe il proprio interesse - immediato o remoto. Nelle nostre società avanzate dobbiamo combattere nostri impulsi distruttivi per il bene comune o rimandare il godimento di qualche bene. Però qualcuno non ce la fa a controllarsi o a rimandare e trasgredisce. Ma è davvero responsabile dell'infrazione se è necessitato (obbligato) da fattori che nemmeno conosce? Evidentemente no, ma lo stesso la sanzione, la punizione che la società gli infligge è giustificata, perché la società (e gli individui che la compongono) hanno anch'essi degli interessi da difendere (a cominciare dalla sopravvivenza, singola e di gruppo).
    Il sottoscritto non ha mai pensato di assaltare una banca o di rubare. Merito: zero. Sa che non gli conviene, che è pericoloso, ed è poi stato educato (addomesticato) a considerare certe azioni riprovevoli, a considerarle cattive, per cui non le commette.

    Il mio professore di filosofia, un sacerdote, usava dire che prima di commettere un'azione l'abbiamo in effetti già commessa: la decisione è preceduta da una pre-decisione (Vor-entscheidung). Alludeva anche all'opera dell'educazione che può indirizzare i comportamenti. Giustissimo, solo che - essendo sacerdote e credendo nel libero arbitrio senza il quale crolla tutta l'impalcatura del cristianesimo - non traeva la logica conseguenza della predeterminazione delle azioni.

    La responsabilità che proviamo in genere tutti nasce dalla consapevolezza che la comunità ci giudica: approva e disapprova certe azioni, loda e punisce certi comportamenti.

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  2. Caro Sergio, anche a me il libero arbitrio convince poco (e pare che l'indeterminazione quantistica non c'entri nulla in questo ambito), ma questo è più un problema per la religione che per la società civile.
    Infatti, come dici anche tu, se togli il libero arbitrio crolla tutto l'edificio del peccato e della colpa, e non resta più molto senso al giudizio finale di Dio.

    Nella società civile, invece, si tratta solo di proteggere la convivenza dal comportamento scorretto o violento di alcuni dei suoi componenti e quindi il meccanismo norma-sanzione può funzionare lo stesso, anche in assenza di libero arbitrio.

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    1. Aggiungerei che nel nostro microcosmo umano il senso di colpa ha una funzione: quella di inibire comportamenti nocivi alla comunità. E la sanzione contribuisce all'inibizione di tali comportamenti, è deterrente efficace.

      Ma non può sussistere alcun dubbio che un effetto sia generato da una causa. E se davvero esiste questa Causa Prima alias Dio è lui il responsabile (la causa) di tutto ciò che succede. Si dice che Dio ci avrebbe dotato del libero arbitrio grazie al quale possiamo persino andare contro la sua volontà: semplicemente assurdo che qualcuno voglia e possa opporsi alla volontà dell'onnipotente. Ma anche ammesso che ciò sia possibile resta poi il fatto che il Sommo Bene "si vendica" con la dannazione eterna. Dio ci ama, dice il papa, però se non facciamo quello che dice lui (quando l'ha detto? Sul Sinai?) grazie al libero arbitrio, poi ci punisce e in modo orribile. Decisamente qualcosa non quadra! O siamo effettivamente liberi e Dio non ha diritto di punirci se facciamo uso della libertà da lui donataci, oppure liberi non siamo - come non siamo in effetti. Dio o la Causa Prima esclude la nostra libertà.

      Ciò non significa naturalmente che possiamo fare tutto ciò che ci piace, per es. rubare e ammazzare. I nostri simili si opporranno e a ragione.

      Una domanda: esisterebbe il senso di colpa se l'uomo fosse solo? Penso di no. Il senso di colpa e la responsabilità sono possibili solo se si è in due.

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  3. Caro Sergio, sono perfettamente d'accordo.
    Il senso di colpa è molto importante per la coesione di un gruppo e quindi di una società.
    Ma non viene dal cielo, ovviamente, viene semplicemennte dai meccanismi dell'evoluzione darwiniana.

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