sabato 5 gennaio 2013

Non è un paese per giovani

Ma, tutto considerato, è meglio vivere in una società di giovani o in una società di maturi ?
Se chiedete alla maggioranza “natalista”  la risposta è immediata (viva i giovani !) e si manifesta nel classico orrore per l’invecchiamento graduale della popolazione, visto come la fonte di tutti i mali e di tutte  le tragedie future della società.
Le cosa invece non stanno affatto così, ed una società invecchiata, se gestita con intelligenza, è tutto meno che un problema.
Come ci spiega, con molta chiarezza, l’amico Agobit in questo bel post tratto dal suo blog “Un Pianeta Non Basta”.
LUMEN


<< E’ consuetudine sentire da parte dei pro-natalisti  forti preoccupazioni per una società sempre più composta da anziani e con pochi giovani. Costoro, in genere di area cattolica o ideologica (di destra e di sinistra), paventano che la scarsa natalità porterà ad una società stagnante, con molti pensionati, pochi giovani, poca creatività e poca voglia di migliorare.
Si tratta di preoccupazioni immotivate sia dal punto di vista antropologico che socio-economico.

L’antropologa Rachel Caspari (…) ci dice invece tutto il contrario: gli anziani hanno svolto un ruolo centrale per la supremazia della nostra specie ed hanno influito in maniera essenziale e positiva  sulla cultura dell’uomo moderno.
In epoche arcaiche i nonni erano una rarità: “le ricerche da noi condotte indicano che gli individui in età tale da diventare nonni divennero comuni solo in un periodo relativamente recente della preistoria umana, e che questa novità si affermò più o meno nello stesso momento in cui un grande cambiamento culturale ci ha portato  verso comportamenti distintamente moderni, tra cui la dipendenza da una comunicazione basata sui simboli, indispensabile per l’arte e il linguaggio.
Queste scoperte suggeriscono che vivere fino ad una età avanzata ha avuto profondi effetti sulla dimensione delle popolazioni, sulle interazioni sociali e sulla genetica dei primi gruppi umani moderni, e potrebbe spiegare anche come i Sapiens abbiano vinto la competizione con gruppi umani arcaici come i Neanderthal”.  (…)

“Benché ci aspettassimo ritrovare un aumento di longevità nel tempo, non eravamo preparati a risultati spettacolari come quelli che abbiamo ottenuto. La differenza fra i primi Homo e gli umani moderni del Paleolitico superiore ha rivelato un drastico aumento di 5 volte nel rapporto Old/Young (rapporto fra adulti anziani e giovani adulti).
La sopravvivenza in età adulta è aumentata nettamente solo molto tardi nel corso dell’evoluzione umana. I nonni forniscono abitualmente risorse economiche e sociali ai loro discendenti e rafforzano anche complesse connessioni sociali contribuendo alla costruzione di una complessa organizzazione sociale umana.
Gli anziani trasmettono anche altri tipi di informazioni culturali, da quelle sull’ambiente (quali specie di piante sono velenose, dove trovare l’acqua in tempi di siccità e così via) a quelle tecnologiche (come intrecciare un cesto o costruire un coltello di ossidiana).”

Studi condotti da Pontus Strimling (…) hanno dimostrato che la ripetizione è un fattore di importanza cruciale nella trasmissione di regole e tradizioni in una cultura. Le famiglie multi-generazionali hanno più membri che si occupano di inculcare  nei giovani le nozioni più importanti.
In questo modo  è presumibile,  la longevità ha stimolato l’accumulo e il trasferimento intergenerazionale di informazioni, incoraggiando la formazione di quegli intricati rapporti di parentela e delle altre reti sociali che ci permettono di aiutare e di essere aiutati quando i tempi si fanno duri. 

Secondo Adam Powell (…) e molti altri ricercatori, l’ampliamento delle popolazioni dovuto alla presenza di folti gruppi di anziani, promosse lo sviluppo di grandi reti commerciali, di sistemi complessi di cooperazione e dell’espressione materiale dell’identità individuale e di gruppo.
In questa prospettiva, i fattori che più caratterizzano il Paleolitico superiore, per esempio l’esplosione dell’uso di simboli o l’inserimento di materiali esotici nella manifattura di strumenti, potrebbero essere stati la conseguenza dell’accrescimento dell’età media delle popolazioni. (…)

Apparsa inizialmente come sottoprodotto di qualche cambiamento culturale, la longevità è divenuta un prerequisito per il comportamento unico e complesso che contraddistingue la modernità.
Queste innovazioni, a loro volta, hanno  promosso la sopravvivenza e l’importanza degli adulti anziani, portando a quella tipologia di popolazione che ha prodotto effetti culturali e genetici così profondi sui nostri predecessori. Che, diventando più vecchi, divennero davvero più saggi.  (…).

Oggi possiamo vedere che le culle piene non portano i benefici che i natalisti sognano. Tutti i paesi arretrati e con economie di sussistenza hanno alti tassi di natalità.  Dove c’è benessere, la popolazione è stabile o tende alla lenta riduzione (al netto dei fenomeni immigratori).
L’espansione degli anziani, lungi dal determinare effetti negativi, porta ad una maggiore stabilità sociale, ad una protezione delle giovani generazioni, al mantenimento delle proprie tradizioni, allo sviluppo culturale e persino ad una maggiore creatività sia dal punto di vista sociale, scientifico ed artistico. La combinazione tra esperienza, cultura e stabilità sociale fa sviluppare l’intera società.

Inoltre le società con forte prevalenza dei giovani sono aggressive, in preda al fanatismo e poco prudenti; molte delle guerre che si sono combattute nei secoli scorsi sono avvenute in società con le culle piene.
Le società con molti anziani sono in genere società pacifiche e prudenti, con poca presa del fanatismo politico o religioso.
Con un buon uso della tecnologia le società con alte percentuali di anziani possono offrire una vita migliore e una gestione più oculata delle risorse.  >>

AGOBIT

7 commenti:

  1. Quanto riferito da Agobit è sicuramente vero. Tuttavia sorgono parecchie domande. Intanto: quando uno è anziano o vecchio? Oggi abbiamo settanta e ottantenni in discreta forma e attivi. In tempi remoti l'età media era tra i trenta e quarant'anni: a questa età si era decrepiti, senza denti ecc. Ma ancora nel XIX s. una ragazza non ancora sistemata a 25 anni era ... perduta. La moglie 18enne di Tolstoi considera vecchio il marito che ha appena 35 anni... Non dimentichiamo però "nel mezzo del cammin di nostra vita": Dante ha circa 35 anni quando compone questi versi, per cui si poteva arrivare ai suoi tempi - salvo malattie e disgrazie - ai 70 anni.

    Una mia conoscente della mia età (68) trova che l'Italia è un paese di vecchi, e la cosa non le piace. Effettivamente i vecchi non piacciono a nessuno (probabilmente nemmeno a loro stessi!). Dà fastidio essere considerati vecchi. E poi questi non hanno vissuto abbastanza? Che cosa vogliono ancora, poi con quel che costano in assistenza ...

    Nell'era informatica l'esperienza e le conoscenze dei vecchi non sono più richieste e necessarie. Che fare allora di questi "scarti"? Però si potrebbe anche chiedersi: che fare di tutti questi giovani anch'essi inutili (e scrocconi), che non sanno far niente (anche se plurilaureati), che stanno in casa fino a 30 - 40 anni alle spalle dei genitori e pretendono il posto fisso?

    Però sinceramente sono ormai sempre più scettico in merito alle possibilità di trovare il "giusto" equilibrio tra giovani e adulti. Ci penserà la "natura onnipossente" a fare di nuovo ordine. Temo non con le buone.

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  2. Caro Sergio, credo che il concetto di vecchiaia non sia di tipo statistico-cronologico (si è vecchi a partire dall'età X), ma funzionale.
    Secondo me, uno è vecchio quando non è più in grado di essere utile alla società in cui vive, dando un contributo (inteso in senso lato) ALMENO PARI alle proprie necessità.
    Quindi il concetto può variare molto da periodo a periodo, da luogo a luogo, da cultura a cultura e, ovviamente, da persona a persona.
    Io, nel mio piccolo, cercherò (nel mio stesso interesse) di diventare "vecchio" il più tardi possibile ed è anche per questo che il recente allungamento dell'età pensionistica non mi fa nè caldo nè freddo.
    Poi, come sempre, sarà la sorte a dire l'ultima parola.

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  3. Caro Lumen,

    pienamente d'accordo: la tua definizione di vecchiaia mi piace (non ci avevo ancora pensato!). Logicamente se uno riesce a far la sua parte "fino in fondo" non dovrebbe mai essere considerato vecchio, cioè inutile, un sopravvissuto in conto spese a terzi.
    L'ideale sarebbe ... non invecchiare mai.

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  4. Certamente, non invecchiare mai è impossibile.
    Però invecchiare "bene", in modo intelligente, è un'impresa un po' più accessibile (sorte permettendo).
    Certo che la mentalità (tipica di molte ideologie) per cui il lavoro è sofferenza e prima si va in pensione meglio è, non aiuta ad invecchiare in modo intelligente.

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    1. Caro Lumen,

      resta però il fatto che il lavoro è oggi obiettivamente per molti, non so se per la maggioranza, spesso ingrato, una dura necessità, ergo sofferenza. Perciò si possono anche capire gli aspiranti al pensionamento anticipato.
      Credo anche che in un futuro ideale ci saranno sempre lavori poco piacevoli - che se però svolti da tutti sarebbero tollerabili. Inoltre molti lavori sono oggi meno duri o massacranti grazie al progresso.
      Credo che non conosci l'etimologia di "travail", lavoro in francese. Deriva dal lat. "trepalium" cioè strumento di tortura ...

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  6. << Credo che non conosci l'etimologia di "travail", lavoro in francese. Deriva dal lat. "trepalium" cioè strumento di tortura >>.

    No, sinceramente non conoscevo questa etimologia che, in effetti, parla da sola.
    Certamente non voglio sottovalutare la durezza e la fatica di alcuni lavori, ma il mio era più che altro un suggerimento psicologico sull'opportunità di restare attivi anche in età avanzata.
    Magari cambiando attività, visto che in una società moderna ci sono mille lavori che aspettano di essere fatti (la disoccupazione economica non dipende dalla mancanza di lavoro, ma da ben altre cause).

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