sabato 10 marzo 2012

Intelligenti, ma non troppo - 1


Una recensione di George Mobus sul libro di Craig Dilworth “Troppo intelligenti per il nostro bene”, tratta da Effetto Cassandra – prima parte.



<< Un paradosso - Molti anni fa credevo, come la maggior parte della gente oggi, che l'intelligenza fosse la chiave per risolvere tutti i problemi dell'umanità (leggi innovazione, che supererà ogni problema, come danno per scontato i "tecnocornucopiani"). Ho passato un parte non breve della mia vita cercando di capire cosa sia l'intelligenza e come il cervello produca le capacità di risolvere i problemi complessi. 

Ho passato la mia infanzia guardando l'esplosione della scienza che si dispiegava e che è culminata, per esempio, nel portare degli uomini sulla Luna. Sono cresciuto sapendo che c'erano questi cervelli elettronici chiamati computer. Più tardi, ad un'età in cui si è ancora impressionabili, una volta che i prezzi e le dimensioni dei computer sono diminuiti, ho avuto la mia opportunità di giocarci.
Mi sono immediatamente innamorato di una macchina che potevo programmare per risolvere rapidamente problemi per risolvere i quali avrei impiegato giorni. E mi sono imbattuto nei lavori di Alan Turing sull'idea che un dispositivo computazionale potesse essere capace di emulare l'intelligenza umana, soprannominata “Intelligenza Artificiale” (AI). Il “Test Turing” ha postulato che dovremmo attribuire intelligenza alle macchine se in una conversazione alla cieca con un vero umano, il secondo possa non accorgersi che sta parlando ad una macchina. Ho cominciato a vedere come una tale meraviglia possa essere realizzata.


Molti anni più tardi sono riuscito ad ottenere un dottorato in scienza del computer programmando un computer non ad emulare l'intelligenza umana, ma l'intelligenza di una neurone con le sue connessione sinaptiche adattative. Queste le ho assemblate in un modello computazionale di un cervello di lumaca, certamente poco evoluto, ed ho mostrato come tali cervelli possano controllare il comportamento e, più importante, emulare l'apprendimento (biochimico) di tipo animale attraverso un condizionamento in stile Pavlov.
Mettendo questo cervello in un computer che controlla un piccolo robot Braitenberg ho potuto mostrare come il cervello abbia imparato caratteristiche dal suo ambiente sperimentato e come abbia adattato il proprio comportamento per conformarlo agli stimoli di quell'ambiente (gestito da stimoli causanti dolore e da stimoli di approccio gradevoli). 

Questo esercizio accademico mi ha fatto cominciare a scavare più a fondo su come funzionino le reti neurali biologiche nei cervelli reali. Ho letto ogni libro che ho potuto trovare e molti articoli di riviste sui vari aspetti delle neuroscienze cercando di capire come funzionavano. L'obbiettivo ovvio di AI era quello di riprodurre un'intelligenza di tipo umano in una macchina. La versione forte di questo programma contemplava anche la produzione di una macchina conscia (per esempio HAL 9000 di "Odissea nello Spazio")


Il campo di AI si è evoluto dai primi giorni ed ha prodotto alcuni prodotti computazionali utili. Ed anche se un programma come Deep Blue (IBM) ha battuto il maestro di scacchi Garry Kasporov e Watson (pure IBM) ha battuto i campioni d'azzardo di tutti i tempi a quel gioco, il fatto è che i computer ancora stimolano solo alcuni aspetti dell'intelligenza e quindi in settori di competenza limitati.


Attraverso l'evoluzione del campo, l'idea di un'intelligenza delle macchine ha generato un interesse considerevole da parte di psicologi, neurobiologi e filosofi. Innanzitutto, i dibattiti su cosa fosse l'intelligenza venivano generati ogni volta che AI sembrava far progressi. 

Forse uno dei più importanti contributi a questo campo è stato il mostrare come i cervelli reali fossero diversi da come i computer processano i dati. E con ogni nuova realizzazione dei computer, cercando di padroneggiare compiti che in precedenza erano stati pensati per richiedere intelligenza, diventava sempre più chiaro che il tipo di intelligenza umana era molto più complessa e sfumata dei nostri primi modelli. La mia stessa affermazione che il mio robot emulasse una “stupida” lumaca avrebbe potuto essere valida per un livello molto basso di intelligenza, ma è servita solo a sottolineare come i nostri approcci computazionali siano lontani dalla realtà del livello di intelligenza umano.


In ogni caso, le mie incursioni iniziali in AI attraverso fenomeni di apprendimento simulati in strutture simili ai neuroni, mi hanno tenuto agganciato all'idea di capire la realtà. Psicologia e neurobiologia hanno fatto passi così importanti per afferrare la natura dell'intelligenza e della consapevolezza umana che ho essenzialmente smesso di preoccuparmi di AI ed ho rivolto la mia attenzione più pienamente alla ricerca della vera intelligenza umana come oggetto di studio.


Per quanto è stato chiarito, specialmente negli ultimi decenni, sull'intelligenza umana, gran parte del mondo ritiene ancora che l'intelligenza sia la nostra più grande realizzazione mentale. In coppia con la capacità mentale gemella della creatività, l'intelligenza è vista come la quintessenza della cognizione; un genio è uno che ha grandi porzioni di entrambe in confronto agli umani ordinari. Il cervello umano è ritenuto fornire abilità nel risolvere problemi complessi. Noi identifichiamo spesso l'intelligenza con il pensiero razionale (per esempio la logica deduttiva) e portiamo i talenti matematici o scientifici come prova che siamo veramente una specie intelligente. Il solo fatto dell'esistenza della nostra abilità, prova che siamo più intelligenti di una qualsiasi scimmia.


Ma c'è un inconveniente in questo pensiero palliativo. Se provate a spiegare oggettivamente lo stato del mondo oggi come il risultato del nostro essere così intelligenti vi dovete porre una domanda molto importante: se siamo così intelligenti, perché noi umani ci troviamo in una situazione così terribile oggi? La nostra specie sta affrontando una costellazione di problemi straordinari e complessi per le quali nessuno può consigliare soluzioni fattibili (vedete sotto). Ironicamente, questi problemi esistono perché la nostra abilità, la nostra intelligenza, li ha creati. 
Le nostre attività, intelligenti come abbiamo pensato che fossero, sono le cause dei problemi che, collettivamente, minacciano l'esistenza stessa dell'umanità! Questo sembra un paradosso. Siamo intelligenti abbastanza da creare i problemi, ma non siamo intelligenti abbastanza per risolverli. La mia conclusione è che forse l'intelligenza non è abbastanza. Forse qualcosa di più importante della cognizione è andata perduta permettendo lo sviluppo di questa situazione difficile. Questo è stato il pensiero che ha motivato la mia ricerca di una risposta.


Craig Dilworth, docente di Filosofia Teoretica all'Univerisità di Uppsala in Svezia, si è fatto la stessa domanda da una prospettiva leggermente diversa, ma è arrivato ad una conclusione simile riguardo il ruolo dell'intelligenza nel creare la situazione difficile. In "Troppo intelligenti per il nostro bene" Dilworth ricostruisce magistralmente la storia di come gli umani, essendo cosi abili ma ancora motivati dai propri istinti e meccanismi animali, abbiano fatto un vero casino. Detto semplicemente, conclude che l'esperimento evolutivo chiamato Homo Sapiens è intrinsecamente insostenibile. Egli costruisce le prove con cura e sapientemente, anche se ho qualche preoccupazione per quanto riguarda alcuni particolari di poca importanza (che esporrò in seguito). E non lesina le frecciate, quando necessario. >>

GEORGE MOBUS

(continua)

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