domenica 17 aprile 2011

La lunga marcia (alle radici dell'Europa) - 1

Si è molto discusso sulla pretesa della Chiesa Cattolica di considerare le cosiddette Radici Cristiane tra gli elementi fondanti della Comunità Europea, una pretesa che molti, giustamente, considerano errata.
Di questa opinione è, per esempio, il sociologo italiano Luciano Pellicani, che in questo bellissimo testo, tratto dal suo libro “Le radici pagane dell'Europa”, ci racconta la Lunga Marcia percorsa dalla laicità europea per liberarsi dalle (pesanti) catene del pensiero religioso.
LUMEN

<< Contrariamente a quello che pensava Talcott Parsons, il passaggio, per tappe successive, dalla Città sacra alla Città secolare non è stato “uno sviluppo autenticamente cristiano”, bensì un progressivo distacco dal Grande Canone che, a partire dal IV secolo, aveva regolato l’esistenza storica della civiltà occidentale. Tale distacco è stato consumato in nome della ragione e dei diritti dell’homo naturalis, primo fra tutti quello che Popper ha chiamato il “diritto d’errore”. 

Ora, se si tiene presente che proprio il “diritto d’errore” fu stigmatizzato dal “dottore dei dottori” – Agostino di Ippona – come la “peste dell’anima” e la “libertà di perdizione”, non può destare sorpresa alcuna che la storia del cristianesimo sia stata la storia della lotta, condotta con tutti i mezzi e in tutti i modi, contro l’eresia   sulla base del seguente atto di fede: “C’è una verità, rivelata da Dio agli uomini, scritta nell’Evangelio, garantita dai miracoli e che, essendo perfetta perché divina, è immutabile: se variasse, non sarebbe più la verità. L’ufficio della Chiesa è di esserne la custode […] e l’individuo deve conformarsi a questa verità unica e immutabile, perché se ognuno si avvisasse di possedere la propria verità, si cadrebbe nel caos, nell’assurdo, giacché è evidente che su uno stesso soggetto non possono esserci milioni di verità, o mille, o cento, o dieci, o due, ma una sola”. 

Conseguenza: “Eretico – le parole sono di Bossuet – è colui che ha un’opinione: come indica la parola stessa. E che significa avere un’opinione? Significa seguire il proprio pensiero e il proprio sentimento particolare. Ma il cattolico è cattolico, ossia, è universale; e senza avere un pensiero particolare, segue quello della Chiesa”. Difficile immaginare un’opposizione più radicale di quella fra l’Europa pre-illuministica, plasmata dal cristianesimo, e l’Europa moderna, formatasi a seguito del processo di secolarizzazione che ha drasticamente ridotto il regno del sacro. 

Ciò che per la prima era la “figlia di Satana”,  l’eresia, per la seconda è il valore dei valori. Senza l’istituzionalizzazione del diritto all’errore, la Modernità, la civiltà dei diritti e delle libertà, non avrebbe mai e poi mai potuto affermarsi. E tale istituzionalizzazione non è stata – come tanti studiosi, suggestionati da una infelice ipotesi di Weber, continuano a pensare – la conseguenza oggettiva della metamorfosi endogena del cristianesimo. Il passaggio, per slittamenti progressivi, da Gerusalemme ad Atene non è neanche immaginabile. Sono, il “mondo della fede” e il “mondo della ragione”, due universi simbolici retti da principi e valori antinomici; e lo sono a tal punto da indurre Kant a confessare di aver “dovuto sospendere il sapere per far posto alla fede”. 

Del resto, non è certo un caso che la Chiesa cattolica ha opposto un’accanita resistenza al processo di secolarizzazione, nel quale ha visto la rivincita del paganesimo o, addirittura, un progetto satanico, teso ad estirpare la fede dal cuore degli uomini e a spingere l’Europa tutta verso l’empietà. Donde la condanna, continuamente rinnovata per generazioni e generazioni, di tutti i principi costitutivi della civiltà moderna. Nel 1791, Pio VI, con Quod aliquantum, respinse “la detestabile filosofia dei diritti umani”, quindi “tutte le forme di un sapere critico, tutte le istituzioni nate per garantire le moderne libertà”. 

Quarant’anni dopo Gregorio XVI, nella enciclica Mirari vos, non solo condannò ufficialmente le tesi del promotore del liberalismo cattolico F. R. de Lamennais, ma si spinse sino a definire “delirio” l’idea che si dovesse “sostenere e garantire a tutti la libertà di coscienza”. La ripulsa di tutto ciò che era connesso al processo di secolarizzazione fu ribadita nel 1864 con la pubblicazione del   Syllabus errororum, nel quale Pio IX giudicò inaccettabile la richiesta che il Papa potesse e dovesse “riconciliarsi e transigere con il progresso, il liberalismo e la civiltà moderna”. 

La dichiarazione di guerra contro la Modernità contenuta nel Sillabo – anche nella interpretazione attenuata della “Civiltà Cattolica”, basata sulla distinzione fra la tesi e l’ipotesi – non poteva che accelerare quella che Küng ha chiamato la “marcia della Chiesa cattolica verso un ghetto culturale”. Tanto più che Pio X, pubblicando nel 1907 l’enciclica Pascendi – in cui il modernismo veniva stigmatizzato quale “sintesi di tutte le eresie” –, legittimò la posizione dei “cattolici integrali”, per i quali “il mondo contemporaneo mostrava con i fenomeni di scristianizzazione, secolarizzazione e laicismo di essere totalmente in preda al Demonio, sicché, anziché cercare una apertura verso di esso, occorreva approfondire la separazione della Chiesa dalla storia, dal momento che, fuori di essa, non vi poteva essere vera civiltà, autentica cultura, valori morali e anche semplice onestà umana.

Perciò non solo la Chiesa doveva essere autosufficiente – in particolare rafforzando la sua gerarchizzazione interna e l’autorità del clero sul laicato –, ma il tentativo di settori cattolici di adeguarla ai tempi moderni rivelava semplicemente il loro tradimento, la loro acquisizione, più o meno consapevole, alla congiura diabolica in atto nella storia, che era diretta a privarla del suo potere sul mondo. 
Solo negli ultimi decenni la Chiesa ha attenuato la sua vocazione integralista sino a dichiarare che essa “si impegna per la tolleranza”. Del resto, per evitare di diventare un fossile storico, non aveva altro rimedio che quello di uscire dal ridotto nel quale si era chiusa e aprirsi alle esigenze fatte valere dai modernisti e dai cattolici liberali, i quali sinceramente aspiravano a conciliare la tradizione cristiana con il mondo moderno. Un mondo sempre più caratterizzato dalla potenza espansiva della secolarizzazione che ha alimentato una individualizzazione senza precedenti della vita e, conseguentemente, una riduzione della presa, sulle coscienze, delle istituzioni ierocratiche. 

Nell’Europa cristiana, saturata di sacro, “l’uomo si sentiva sostenuto e confortato, dall’infanzia alla vecchiaia, dalle strutture fondate in maniera religiosa: a partire da quelle della vita familiare e della residenza fino a quelle della politica, dello Stato e della Chiesa, passano attraverso quelle del lavoro e delle feste. E proprio le chiese, con i loro modelli interpretativi e forme di vita, plasmavano la vita quotidiana dell’uomo”. In un tale contesto, grande e determinante era il ruolo della religione e delle istituzioni ierocratiche. 

La situazione storica è radicalmente cambiata con l’avanzata della secolarizzazione, che ha portato all’“eclissi del sacro”: una situazione caratterizzata dal fatto che “coloro stessi che credono di essere sinceramente religiosi non hanno, per lo più, della religione, che un’idea assai indebolita; essa non ha nessuna influenza effettiva sul loro pensiero né sul loro modo di agire; è come separata da tutto il resto della loro esistenza”. E’ accaduto che – a partire dal momento in cui quello che Dietrich Bonhoeffer chiamava il principio medievale della “eteronomia in forma di clericalismo” è stato progressivamente sostituito dal “principio dell’autonomia” – l’azione elettiva, valore centrale della civiltà moderna, ha preso a scalzare l’azione prescrittiva e ciò ha determinato il passaggio dal “religioso per tradizione” al “religioso per scelta” che ha fatto emergere l’inedita figura del “credente autonomo”. 

E questo perché la Modernità “è un gigantesco spostamento dal destino alla scelta nella condizione umana”, talché l’uomo della Città disincantata è divenuto – giusta la bella immagine di Ortega y Gasset – il “romanziere di se stesso”. Liberato dal paralizzante controllo delle istituzioni ierocratiche, egli rivendica il diritto di elaborare il suo personale progetto di vita: una situazione diametralmente opposta a quella della Cristianità medievale, nella quale la realtà era immediatamente “sentita e pensata come religiosa” a tal punto che, a rigore, “non vi poteva essere nulla di profano”; sicché il sacro dominava, incontrastato, su tutto e tutti e, precisamente per questo, l’individuo era completamente assoggettato ai comandi divini così come erano fissati dalla Chiesa, dai quali non poteva deviare senza incorrere in una severa sanzione. 

La vittoria di Atene su Gerusalemme – una vittoria scaturita da quella che Rudolf Bultmann ha descritto come “la lotta moderna per la libertà, che fu anzitutto una lotta per la libertà dall’autorità ecclesiastica” – ha portato ad un restringimento della sfera del sacro di tali proporzioni da indurre alcuni studiosi a parlare di fine della Cristianità o, addirittura, di fine del cristianesimo. Pochi dati sono sufficienti per evidenziare le dimensioni dell’impressionante declino della fede in Europa. 

Negli ultimi trent’anni, il numero dei consacrati – sacerdoti, monaci, monache – si è dimezzato e la loro età media si aggira intorno ai sessant’anni. L’Azione cattolica ha perso un milione di soci e i trecentomila membri attuali sono in prevalenza ragazzini o bambini iscritti dai genitori. Ad Amsterdam, dove il paradigma della crisi è più evidente, molte sono le chiese diventate magazzini o cinema porno. 

Nella provincia francese è ormai impossibile andare a messa senza ricorrere all’automobile, poiché sul posto si trovano solo parrocchie sbarrate o abbandonate. La domenica, a Parigi, se il tempo è bello, coloro che si recano in chiesa per la santa messa non superano il 3% della popolazione. Secondo un sondaggio Csa del marzo 1997, il 51% dei giovani francesi non crede in Dio e il 67% ritiene che il cattolicesimo non è adatto al mondo moderno; in aggiunta, solo il 12% prega e appena il 2% si confessa! 

Di fronte a questi dati, si capisce perché Joseph Ratzinger, poco prima di essere eletto papa, abbia definito l’Europa una “terra di missione”, vale a dire un Continente da ri-convertire. E si capisce, altresì, perché i redattori di Gesù Cristo portatore dell’acqua viva. Una riflessione cristiana sul “New Age” si siano così espressi: “Visto che né la fede nella creazione, né la fede nella resurrezione di Cristo sono presenti nella maggioranza dei Francesi, è d’uopo concludere che non hanno più idea di ciò che è, e potrebbe essere, la fede in un Dio trascendente. In altri termini, la maggioranza dei Francesi si trova ormai al di fuori della tradizione ebraico-cristiana, del monoteismo. 

Non c’è nessuna via di mezzo: se non procedono più dal monoteismo, significa che procedono da una forma di paganesimo”. In effetti, pagana è l’idea della pluralità delle “lingue di Dio”, pagana l’idea della piena sovranità della ragione e pagana l’idea che non ci sia altra realtà che questo mondo. E tali idee, oggi, dominano la scena a tal punto che, “nel seno delle società cristiane occidentali, si è operata come una cesura nella trasmissione da una generazione all’altra di tutto un insieme di nozioni, di idee e di valori”; il che ha prodotto “una brutale cancellazione della cultura religiosa”, cui ha fatto seguito una silenziosa rivoluzione culturale sotto il segno di quei valori che il cristianesimo ha sempre stigmatizzato come pagani. Di qui il fenomeno della “progressiva perdita di rilievo pubblico della religione: le grandi decisioni in campo politico, sociale, economico, culturale sono sempre più prese senza tenere conto della religione”. 

Nulla, pertanto, è più lontano dalla realtà dell’idea che sia alle viste il “ritorno del religioso” o, addirittura, la “rivincita di Dio”. Ciò che si registra sulla scena europea è il tentativo di rinvenire nel cristianesimo una sorta di “supplemento morale” per contrastare efficacemente la dichiarazione di guerra contro la civiltà occidentale lanciata dal fondamentalismo islamico. Un’operazione schiettamente politica, di fronte alla quale gli stessi credenti hanno reagito negativamente, scorgendo in essa il rischio di trasformare il cristianesimo in un instrumentum regni.

In effetti, sono facilmente immaginabili i pericoli, per la fede, che possono emergere dalla trasformazione del cristianesimo in una religione civile. “Se – ha osservato a questo proposito Giovanni Ferretti – per un verso la fede, e più in concretamente la comunità dei credenti, può e deve offrire un effettivo e gratuito servizio alla comunità degli uomini, per altro verso ciò può portare il cristianesimo storico ad appiattirsi nella sua funzione di supporto alla società civile, così che questa si autocomprende di fatto alla luce dei valori cui si ispira, perdendo così la sua caratteristica propria di essere testimonianza escatologica di un modo diverso da quello attuale e quindi costante riserva cristiana nei confronti dello status quo mondano”. 

Non meno gravi sono i pericoli, per i valori assiali della Città secolare, connessi alla proposta – avanzata da Marcello Pera   – di riportare al centro della scena pubblica il cristianesimo con l’argomento che “le nostre libertà e il nostro stesso liberalismo dipendono (sono derivati, legati, connessi) dal cristianesimo”: un argomento frontalmente e massicciamente contraddetto da tutta la storia della civiltà moderna, la quale è stata la storia della progressiva emancipazione della società dalla dittatura spirituale del cristianesimo e delle sue istituzioni. 

Giustamente, perciò, Vincenzo Ferrone ha energicamente polemizzato contro la “fantomatica […] idea di una primogenitura del cristianesimo rispetto ai diritti dell’uomo, al principio democratico e all’idea stessa di libertà in Occidente”. 

Tale primogenitura – esplicitamente rivendicata da Ratzinger – costituisce una distorsione ideologica della realtà le cui motivazioni sono assai chiare: dopo aver accanitamente combattuto la “libertà dei moderni”, percepita come la source della miscredenza, la Chiesa, non potendo più arrestare il dilagare dell’individualismo, ne rivendica la maternità; e avalla altresì l’idea che la laicità non sia nata fuori, o contro, ma dentro il mondo cristiano: una tesi completamente arbitraria, poiché, se c’è stata una cosa che la Chiesa ha sempre avversato, è stata proprio la libertà di credere e la conseguente separazione fra lo Stato e la religione; e lo ha fatto in coerenza con uno dei principi fondamentali del cristianesimo, secondo il quale “tutto ciò che non è di Dio è di Satana”; un principio da cui Sant’Agostino estrasse il corollario che la repressione dei diversamente pensanti era un sacrosanto dovere della Chiesa così argomentando: “Qualunque cosa faccia una madre vera e legittima, anche se quello che fa sa di aspro e di amaro, essa non rende mai male per male ; espellendo il male dell’iniquità, essa offre la dottrina salutare, non mossa mai da odioso desiderio di nuocere, ma dal benigno desiderio di sanare”.  >>

LUCIANO PELLICANI

(continua) 

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