domenica 27 ottobre 2024

Di tutti i Colori

Non c'è dubbio che le arti figurative (e la pittura in particolare) si sono evolute seguendo il corso del pensiero umano, di cui hanno affiancato, ed a volte precorso, le tappe.
Ma notevole importanza hanno avuto anche le innovazioni tecniche connesse, a cominciare da quelle relative ai materiali usati per i 'colori', che, con il progresso della scienza, sono diventati sempre più accessibili e facili da usare.
All'importanza dei materiali nella pittura è dedicato questo post, scritto dall'esperto d'arte Alfredo Verdi Demma (il cui sito mi è stato segnalato dall'amico Agostino Roncallo). A seguire, un breve intervento di Philip Ball sui colori primari.
LUMEN



<< Il 15 Aprile 1875, a Parigi, Claude Monet, Camille Pissarro, Edgar Degas, Auguste Renoir e altri giovani artisti espongono per la prima volta dipinti che modificheranno radicalmente il corso della storia dell’arte: immagini e paesaggi quotidiani fatti di brevi tocchi di colori ad olio densi e nello stesso tempo aerei, in grado di trasferire sulla tela le sensazioni reali di aria, movimento e luminosità.

Il ruolo rivoluzionario dei quadri impressionisti, realizzati in base ad una precisa teoria della luce, è noto e riconosciuto da tutti; non sempre però si considera che questo radicale cambiamento nel linguaggio artistico è stato possibile anche grazie ad una banale innovazione tecnica: innovazione dei colori pronti in tubetto.

Grazie ad essi l’attrezzatura del pittore diventa agile, leggera e quindi facile da trasportare, ideale per dipingere in plein air; i colori in tubo sono più facili da utilizzare e permettono all’artista una maggiore libertà espressiva. Questo è solo un esempio di come, certi aspetti tecnici, a volte molto semplici, sono fondamentali per la comprensione dell’operare artistico.

Chi visita una galleria d’ arte o una chiesa si trova a contatto diretto con opere cariche di storia e di significati simbolici, ma anche con la loro parte materiale: la foglia d’oro racchiusa nelle tessere vitree dei mosaici bizantini, la lucida e compatta policromia di un’ancona lignea fiamminga, ma anche lo stupefacente blu di lapislazzuli che Lorenzo Lotto preparava in un procedimento particolare.

Questi elementi, sempre molto affascinanti, non sono semplicemente momenti accessori della costruzione di un’opera, ma indissolubilmente legati al contesto storico e alla personalità dell’artista, diventano portatori materiali del linguaggio simbolico delle immagini.

La tecnologia dei procedimenti e della materia diventa ancora più evidente nelle cosiddette arti applicate a volte impropriamente dette “minori”, che in ogni epoca- si pensi al panorama artistico quattro-cinquecentesco, ma anche al settecento- hanno assunto un ruolo di grandissima importanza, se non addirittura di vera e propria “guida”, per pittura, scultura e architettura.

Ricordiamo, per citare alcuni esempi, che l’oreficeria è stata il punto di partenza per Pollaiolo e Verrocchio e che molti pittori manieristi e barocchi amavano progettare e spesso realizzare bronzi decorativi, vetri e cristalli figurati.

Nell Settecento, poi la scoperta della formula della porcellana, rivelata da Bottger, è stata così determinante e rivoluzionaria che la delicata materia inventata in Cina diventa la vera protagonista del secolo influenzando il gusto in pittura e scultura, entrando di prepotenza anche nell’arredamento e nell’architettura: un esempio in questo senso sono gli studiosi in porcellana a Capodimonte e al Palazzo Reale di Madrid.

Dietro ogni opera, piccola o grande, si cela un infinito lavoro di ricerca, innumerevoli prove, vere e proprie sperimentazioni alchemiche, Inoltre casualità e fortunati “errori”, determinano talvolta la scoperta di procedimenti e ricette che il tempo e l’esperienza di artisti e “maestri sperimentatori” perfezionarono e tramandarono attraverso i secoli. >>

ALFREDO VERDI DEMMA


 
IL PROBLEMA DEI COLORI PRIMARI

<< Dopo aver impiegato secoli per capire cosa sono i colori primari, siamo in procinto di abbandonarli. La nozione di primari, infatti, può scatenare furiose discussioni tra gli specialisti del colore.
Alcuni fanno notare che la terna che molti di noi hanno imparato a scuola – rosso, giallo e blu – si applica solo alla miscelazione dei pigmenti; mescolando la luce, come nei pixel degli schermi televisivi, servono diversi primari (approssimativamente il rosso, blu, verde). Ma se si stampa con degli inchiostri, si usa un sistema di “primari” ancora diverso: giallo, ciano e magenta. 
Nello spettro dell’arcobaleno della luce visibile non c’è alcuna gerarchia: non abbiamo alcuna ragione per preferire la luce gialla all’arancione, che ha una lunghezza d’onda leggermente superiore.
Inoltre, anche se i pittori imparano a mescolare i colori – ad esempio il blu e il giallo per ottenere un verde – sanno bene che i risultati possono essere deludenti se paragonati a un pigmento “puro” del colore desiderato: è difficile ottenere un bel viola dal rosso e dal blu.
Di conseguenza, gli artisti pensano al colore non tanto come una proprietà astratta, ma in termini della sostanza che lo produce: rosso robbia, blu oltremare, giallo cadmio.
Per capire davvero cosa significa il colore per un artista, dobbiamo pensare ai suoi componenti. O, per dirla diversamente, ciò che la tavolozza dell’artista è in grado di produrre dipende dai materiali a sua disposizione e dall’ingegnosità con cui se li è procurati. >>

PHILIP BALL

lunedì 21 ottobre 2024

Pensierini – LXXVIII

DIO E LA SCIENZA
Molti scienziati, pur essendo personalmente atei, affermano che il problema dell'esistenza (o non esistenza) di Dio si trova al di fuori dal campo di applicazione della Scienza e che pertanto è inutile cercare delle risposte scientifiche a questo problema.
Io, però, non ne sono convinto, in quanto la Scienza, nei secoli, ha elaborato moltissime leggi, e quindi è possibile verificare se la figura di Dio, quale ci viene descritta dalle Religioni, sia compatibile o meno con esse.
Le leggi scientifiche della natura sono moltissime, ed io ne conosco solo alcune, ma posso elencare almeno 4 casi di palese incompatibilità:
1 = Dio viola la legge dell'Entropia, perchè, essendo sempre uguale a se stesso, non si degrada secondo la freccia del tempo.
2 = Dio viola il limite posto dalla velocità della luce, perchè può intervenire istantaneamente ovunque voglia.
3 = Dio viola la legge dell'Evoluzione, perchè, pur essendo il massimo della complessità, non deriva da esseri più semplici.
4 = Dio viola il principio di causalità, perchè, essendo onniscente, conosce già il futuro, ma può ugualmente modificarlo.
E si potrebbe continuare.
Quindi la Scienza può pronunciarsi sull'esistenza di Dio e negarla, semplicemente richiamandosi al (mancato) rispetto delle proprie leggi.
Non mi pare una cosa da poco.
LUMEN


HANDICAP SOCIALI
La gestione dei 'diversi' è un problema sociale importante, ma anche molto delicato. E può essere risolto solo con la giusta misura.
Certo, le persone che hanno un handicap (sia fisico che mentale) non devono essere derise ed emarginate, come succedeva un tempo, e su questo siamo tutti d'accordo.
Ma non possono nemmeno essere trattate come tutti gli altri. Perchè non lo sono (ed io so di cosa parlo).
LUMEN


TRADIMENTI
Il tradimento del partner rappresenta una delle sofferenze psicologiche maggiori che possa subire l'essere umano.
Le motivazioni biologiche della gelosia sono abbastanza ovvie e sono legate all'investimento riproduttivo. L'uomo teme di dover allevare un figlio non suo, mentre la donna teme di non avere dal partner tutto il supporto necessario.
Oggi però, nella specie umana il rapporto tra sesso e riproduzione è diventato molto più tenue, per cui, a livello strettamente evolutivo, la gelosia sessuale dovrebbe essere molto meno importante.
Eppure le cronache non sembrano mostrare molte differenze. Perchè ?
Perchè il tradimento del nostro partner, che ha preferito un'altra persona a noi, ci fa sentire inferiori al nostro rivale.
E questo - secondo il meccanismo psicologico che lega la felicità al senso di superiorità - ci rende automaticamente arrabbiati ed infelici.
LUMEN


PROBLEMI E SOLUZIONI
Ad Aristotele viene attribuita questa massima, considerata molto profonda: "Se c'è soluzione perché ti preoccupi? Se non c'è soluzione perché ti preoccupi?”
A me, la frase appare non solo troppo semplicistica, ma anche di pessimo insegnamento.
Anzitutto perchè l'assenza di una soluzione può essere solo temporanea, o derivare da una analisi incompleta del problema. Il che rende senz'altro opportuno (per non dire necessario) riletterci ancora.
In secondo luogo, perchè, anche se è già stata trovata una soluzione, non è detto che questa sia l'unica, e che non ve ne siano delle altre migliori. Quindi, anche in questo caso, conviene riflettere ulteriormente sulla situazione.
In conclusione, continuare a preoccuparsi di fronte ad un problema non è solo umano, ma può essere anche utile.
Con buona pace del grande filosofo di Stagira.
LUMEN


VITE UMANE
Questo pensierino non è mio, ma è talmente profondo che non posso fare a meno di riportarlo qui, per la meditazione di tutti.
« Tutte le decisioni che impegnano delle vite umane sono prese da coloro che non rischiano niente. » (Simone Weil).
E' una riflessione molto amara, ma rappresenta, forse, la pricipale lezione della storia.
LUMEN
 

giovedì 17 ottobre 2024

De Profundis

Per quanto mi riguarda, sono assolutamente favorevole all'eutanasia, che considero una delle massime espressioni della libertà individuale.
Però, Marcello Veneziani non ha tutti i torti quando sostiene che, a furia di diritti individuali (di cui l'eutanasia può essere considerato il punto culminante), si perde irrimediabilmente la coesione della società; la quale, per funzionare, ha bisogno di valori condivisi e considerati superiori, anche se si tratta di finzioni ed inganni
Per questo, le società fondate sui diritti individuali, come la nostra, finiscono sempre con la dissoluzione. Resta da vedere chi verrà a sosituirla.
LUMEN


<< Da tempo i messaggi pubblici inviati dalle maggiori agenzie di riferimento della nostra epoca, tra i quali spiccano il cinema e la tv, ruotano intorno a certi temi [legati alla morte] e si raccolgono infine nell’elogio dell’eutanasia. (…)

Non entro nel merito dell’eutanasia, capisco alcune sue ragioni, reputo ragionevole stabilire dei limiti all’accanimento terapeutico o al mantenimento in vita solo artificiale, di persone che non hanno più una vita cosciente e non hanno più possibilità di riprendersi.

Capisco, condivido l’umana pietà di mettere fine alla sofferenza. No, non è di questo che voglio parlare. Ma del fatto che gli unici messaggi ideali e morali, civili e individuali che vengono diramati dalle messaggerie culturali dell’epoca nostra sono rivolti alla morte, al pensiero negativo, alla preferenza per il non essere rispetto all’essere. E l’unica sovranità riconosciuta è di tipo individuale e ancora negativo, come il potere di uscire dalla vita.

Rovesciando il punto di osservazione, noto che l’eutanasia è l’unico messaggio dominante sul passaggio tra la vita e la morte. Non c’è più il mistero di Dio, la scommessa sulla fede, la contemplazione della morte, il destino dell’uomo, la sua memoria e le eredità che lascia a chi resta, ma solo la possibilità del singolo di tagliare il nodo gordiano, di recidere il cordone della vita, come si recidono i cordoni ombelicali per mettere la mondo i neonati.

Questa recisione ha un significato inverso, come inverso è ormai il canone odierno. L’eutanasia è l’ultimo decisionismo dell’occidente-uccidente; una decisione-recisione volta solo a negare, a sottrarsi, in una via di fuga individuale. Autonomi nella dissoluzione, libertà come cupio dissolvi.

Aleggia in questa ossessione dell’eutanasia il segno di una società stanca e sfiduciata, demotivata e ripiegata nella vita singola, isolata, popolata da vecchi, impauriti dall’incipiente soglia; che allestisce terapie, balsami e culture utili a giustificare il trapasso indolore e inodore, asettico, verso l’estinzione. Un nirvana per via sanitaria, un nichilismo clinico come sollievo dal dolore di esistere.

Nei millenni passati furono attrezzati grandi cerimoniali per accompagnare la vita nel suo fatale distacco; riti, liturgie, pensieri, opere e missioni, lasciti, eredi e testamenti.

Ho visto degli splendidi 'tableau vivant' a Castellabate, in cui venivano inscenate alcune grandi opere pittoriche a tema religioso, in prevalenza sulla morte di Gesù Cristo: colpiva vedere la morte come atto corale, corpi viventi intrecciati a corpi morenti, dolore consorte, compagnia dell’addio. La nostra è invece morte ospedaliera, in solitudine.

Fino a pochi anni fa l’unica eutanasia riconosciuta era morire per un motivo che fosse più importante della nostra vita individuale: morire per testimoniare la fede, come facevano i martiri, morire per la patria, come facevano gli eroi, morire per la Causa che trascende la vita dei singoli.

Inconcepibile oggi; ma di queste scelte estreme vorrei sottolineare la convinzione che la morte individuale fosse meno importante rispetto a entità, principi, realtà comunitarie che sopravvivono al destino dei singoli. Offrivi la vita sapendo che la tua morte non coincideva col nulla, ma era la fine di una foglia, forse di un ramo, non dell’albero, con le sue radici e il suo tronco e le sue stagionali rinascite; la tua morte rientrava nel ciclo delle stagioni, in cui si rinnova la pianta.

Nessun uomo di senno e di buon senso può rifugiarsi in quel paragone e limitarsi a rimpiangere quel mondo. Ma il fatto che oggi poniamo la questione solo a livello individuale e racchiudiamo la visione della morte solo nell’atto di andarcene, in libertà, quando lo vogliamo noi e non quando lo dice la sorte o la malattia, è il tema di cui dovremmo curarci, perché investe noi oggi, il nostro tempo, il nostro domani.

Sconforta osservare che anche su questo tema non esiste alcuna divergenza di vedute nei racconti pubblici, non c’è un film o un’opera che dica una cosa diversa se non opposta a quella del mainstream mortifero.

E stiamo parlando di una società che celebra la libertà sopra ogni cosa e ritiene anzi di essere superiore a tutte le epoche precedenti proprio per la sua raggiunta libertà. E invece non c’è possibilità di vedere e narrare diversamente le cose; non è possibile, esiste un muro invisibile, una cappa pervasiva che impedisce di articolare un pensiero differente e metterlo poi su strada.

Se ci provi ti saltano a uno a uno gli addendi: non trovi chi si esponga a scrivere, a sceneggiare, a produrre l’opera, a realizzarla, a recitare, a distribuire, a comunicare, a riconoscere e premiare una cosa del genere. Strada facendo il progetto si azzoppa, nessuno vuol andare a sbattere contro il muro, andare allo sbaraglio. Eutanasia del dissenso.

Noi occidentali viviamo in una società profondamente spaccata, con rari e confusi attraversamenti fra le due sponde; siamo divisi tra l’alto e il basso, tra oligarchie e popoli, tra comunitari e individualisti, fra tradizione e liberazione, e potrei a lungo continuare.

Non immagino che si possa ritrovare l’unità, se non attraverso l’intolleranza, l’egemonia e la supremazia coatta di una parte sull’altra: vorrei invece che fosse possibile avere la possibilità di scegliere, che sia legittimo divergere e soprattutto che sia possibile esprimerlo pubblicamente.

Ma se guardo la realtà, al momento, non vedo segnali e aperture. Chiedono la libertà dell’eutanasia, ma io vedo l’eutanasia della libertà. >>

MARCELLO VENEZIANI

domenica 13 ottobre 2024

Punti di Vista – 37

L'EGOISMO DELLA MIGRAZIONE
Ci sono tanti fattori che condizionano le scelte delle persone; io non voglio essere rigida e sicuramente non voglio demonizzare qualsiasi tipo di migrazione.
C'è chi migra per aiutare gli altri, o per amore, o per imparare, o per offrire un servizio all’umanità intera e non solo a una sua parte.
Ma dietro a tantissime storie di migrazione, per quanto umanamente comprensibili e anche ammirevoli nell’impegno e nel coraggio che hanno richiesto, c’è fondamentalmente una motivazione egoistica.
Per sè, per i propri figli. E basta. Non per il paese da cui sono partiti. Non per il paese che li riceve. Chi non è stato fedele la prima volta, forse non lo sarà neanche la seconda. Dovesse mettersi male, potrebbe scappare di nuovo. (…)
Dicevo che alcuni migrano per amore: trovano una persona o un posto e se ne innamorano, e per questo si spostano. Ma tanti migrano per interesse, per un lavoro che paga di più, per una vita con meno problemi.
Dal punto di vista di chi riceve, questa cosa può sia essere lusinghiera che sconfortante. È bello essere apprezzati, anche poter condividere quello che si ha con chi non ce l’ha, ma non essere obbligati a fare i conti con l’opportunismo altrui.
Per me questa è casa, è assolutamente insostituibile; spesso per chi viene qui è un posto come un altro.
GAIA BARACETTI


RIVOLUZIONI E CAOS
Alla rivoluzione francese nel 1789 seguì un decennio di caos. Le élite furono sostituite dall’equivalente settecentesco dei populisti.
Le conseguenze economiche furono gravi e diffuse, causando notevoli difficoltà per il popolo francese. La produzione e il commercio diminuirono, la produzione agricola crollò e la nazione dovette affrontare iperinflazione, carenza di cibo, corruzione e la confisca della proprietà privata.
Allo stesso modo, la rivoluzione russa e la guerra civile (1917-1922) causarono enormi perturbazioni economiche. Le infrastrutture furono danneggiate, la produzione industriale crollò e si verificarono diffuse carenze di beni e servizi.
Il cittadino medio russo ha dovuto affrontare notevoli difficoltà, tra cui carenza di cibo, disoccupazione e un forte calo degli standard di vita.
Nella maggior parte delle rivoluzioni moderne, le élite sono semplicemente sostituite da nuove élite, e non è raro che le vecchie riacquistino il potere entro pochi decenni.
ART BERMAN


C'ERA UNA VOLTA LA SINISTRA
L’antifascismo nasconde il tradimento della sinistra nei confronti della lotta al capitalismo: il capitale diventa alleato perché il nemico supremo da abbattere è sempre e solo il fascismo (che non esiste).
Così la sinistra diventa ovunque la guardia bianca del capitale. Cosa riceve in cambio? L’adozione del proprio manuale ideologico antifascista, filo-migranti e filo-transgender.
Al di là di una spruzzatina pop sui temi sindacali e sociali, la sinistra di fatto non sogna alcun superamento del capitalismo, è dentro il suo mondo e la sua tabula rasa, concorre a cancellare la civiltà ereditata; il suo nemico non è più il Padrone, i ricchi, i giganti della finanza e i potenti, che sono invece suoi alleati, ma la famiglia, la civiltà tradizionale, la sovranità nazionale e popolare, riassunti nella formula diabolica del fascismo, con aggravante obbligata del razzismo. (...)
La formula viene applicata ovunque. Se tu per esempio denunci che un treno ad alta velocità e lungo percorso non può abbandonare a metà corsa sui binari, per sciopero, i viaggiatori, tra cui donne, bambini, disabili, trovi sempre quattro deficenti di sinistra che ti attaccano: ah, il solito fascista, vuole abolire il diritto di sciopero.
I problemi concreti del presente, il disagio reale dei cittadini, cancellati dal solito mantra ideologico di un secolo fa. A questo serve l’antifascismo, usato dai cinici furbi e dai cretini acidi.
MARCELLO VENEZIANI


LE SFIDE INUTILI
Mi sono sempre domandato che senso abbia affrontare i pericoli scalando una montagna.
Gli scalatori dicono che "sfidano" la montagna. Si accorgono della sciocchezza che dicono? La montagna non è un essere vivente, non parla e non conosce. Si può sfidare un avversario che sia anch'egli un essere umano.
Non si può infatti dire che un uomo sfidi una tigre se non va a disturbarla o non si trovi aggredito perché entrato nel suo territorio disturbandola o addirittura con l'idea di cacciarla.
La tigre non ha intenzione di sfidare l'uomo. Come il povero toro non ha alcuna intenzione di sfidare il maledetto e vigliacco torero (quando qualche rara volta viene incornato ne provo grande gioia).
Tanto meno si può dire "Sfidare la montagna". La montagna non sfida alcuno. Sta lì ferma e, se avesse il pensiero, direbbe: " Sta' lontano da me. Io non ti sfido e tu non venire a rompermi le scatole. Non lamentarti poi se ti capita qualcosa. L'hai voluto tu, non io, che non sono sfidante". (…)
Fatta questa premessa mi domando: come mai i famosi scalatori, come anche quelli che fanno traversate oceaniche in solitario, appaiono come eroi moderni, degni di considerazione e di ammirazione?
Io li considero degli esseri inutili, se le loro imprese non hanno un significato scientifico. Per me non sono gente normale di testa.
Io ammiro invece i ricercatori che, pur senza correre rischi, lavorano nell'oscurità di un laboratorio per dedicare la loro vita alla ricerca scientifica con benefici per tutti. Essi sono i veri eroi dell'umanità, facendo funzionare la mente e non la passione inutile dell'impresa senza senso.
PIETRO MELIS

martedì 8 ottobre 2024

Putant quod Cupiunt

L'espressione latina del titolo (in inglese “wishful thinking people”) si riferisce a quelle persone che preferiscono credere alle affermazioni più piacevoli e consolatorie, anche se false, piuttosto che accettare le verità scomode.
Il testo che segue, a cui ho intercalato i miei commenti, è tratto dalla pagina FaceBook di 'Telefonoverde' e mi sembra perfettamente adatto a rappresentare il fenomeno.
LUMEN



<< PERCHÉ DIO ESISTE? - Abbiamo provato a dare delle risposte a sostegno dell'esistenza di Dio che, andando oltre quelle che chiaramente darebbe la Bibbia, ci sono apparse ovvie, chiare, di assoluto buon senso ed universalmente accettabili.

È RAGIONEVOLE CHE DIO ESISTA
Senza l’esistenza di un essere supremo, che ha pianificato ogni cosa e che ha un disegno preciso, l’esistenza umana non ha ne capo ne coda; è occasionale e senza un reale senso. Senza Dio siamo senza una vera ragione se non quella fine a se stessa di sopravvivere, venendo dal nulla per riandare nel nulla.
L’esistenza di Dio, invece, colloca l’esistenza umana all’interno di una ragione; ha una causa ed ha un effetto. Con Dio l’esistenza umana assomiglia tantissimo a tutto quello che un essere intelligente normalmente fa e cioè: pensa, progetta e realizza qualcosa. 
Tutto nel creato segue questa logica. Gli animali non vagano a caso ma hanno degli obiettivi da realizzare. Le piante hanno un senso ed un ruolo all’interno dell’ecosistema così come tutto ciò che è creato. L’uomo, poi, è una sequenza interminabile di progetti ed obbiettivi da perseguire. 
Allora la cosa più irragionevole sarebbe che tutto questo creato, sensato e determinato, venga da un fatto insensato ed occasionale. È ragionevole invece che tutto venga da un fatto altrettanto, anzi, maggiormente sensato come l’esistenza di una intelligenza superiore che ha un progetto da perseguire ed una meta da raggiungere.

NOTA di LUMEN – La scienza biologica ha confermato che l’esistenza umana, così come quella di ogni essere vivente, non ha nessun significato particolare e nessuno scopo ultimo, che non sia la replicazione del proprio DNA. Dobbiamo farcene una ragione.


È GIUSTO CHE DIO ESISTA
Siamo tutti amanti della giustizia e dell’equità. Siamo in grado di concepire questi valori e di perseguirli. È assurdo concepire qualcosa che difficilmente possa poi trovare una vera e piena realizzazione. 
Nel mondo, infatti, esistono una infinità di ingiustizie e di iniquità che restano e che resteranno senza una risposta adeguata. Ingiustizie sociali, ingiustizie personali, ingiustizie genetiche (è ingiusto che uno sia più intelligente di un altro o che uno sia sano mentre un altro nasca disabile ecc…).
Questa ingiustizia dalla quale siamo pervasi, associata al senso di giustizia che tutti abbiamo, ci spingono energicamente a credere che esista una giustizia oltre i nostri limiti ed oltre quello che è al momento fuori dalla nostra portata pratica e cognitiva. Una giustizia che toccherà tutto e tutti; una giustizia che risponderà equamente ad ogni ingiustizia.
Ora questa giustizia è chiaro che non possa essere di questo mondo per cui deve essere per causa di forza maggiore una giustizia che risiede in qualcuno intelligente e potente che è sopra gli uomini, e chi se non Dio può essere questo giudice? Dio soddisfa il bisogno profondo di giustizia che è in ogni essere umano. Se Dio non esistesse questo mondo oltre che essere senza senso sarebbe anche un luogo profondamente e biecamente ingiusto ed impunito.
L’esistenza di Dio come esecutore di una giustizia sovrana, certa ed infallibile, colloca l’umanità in un quadro reale e profondamente compatibile con le aspettative dei sentimenti e dei valori umani, molto più di quanto non lo sarebbe la sua inesistenza.

NOTA di LUMEN - La scienza fisica ha dimostrato che il mondo è solo una sequenza di eventi oggettivi, privi di qualsiasi significato etico, e quindi non può che apparirci profondamente ingiusto. Possiamo cercare di contenere i danni, difendendoci dai pericoli, ma se ci limitiamo a confidare in una fantomatica giustizia soprannaturale, subiremo una sorte anche peggiore.

 
È NECESSARIO CHE DIO ESISTA
Proviamo ad immaginare quale reazione susciterebbe la notizia secondo la quale sarebbe stato inequivocabilmente dimostrato che Dio non esiste. Pensiamoci un attimo. Credo che la disperazione sarebbe totale e globale e non solo da parte dei credenti, come ci si aspetterebbe, ma sono convinto che questa disperazione investirebbe inaspettatamente anche gran parte dei non credenti: agnostici, atei e affini.
La disperazione sarebbe globale perché in fondo in fondo, anche se alcuni molto in fondo, tutti sperano, in modi differenti e con aspettative differenti, che dopo la morte possa davvero esistere qualcosa come una una specie di giusto riscatto dalle sofferenze di quaggiù. Una speranza alimentata da quel barlume di probabilità prodotto dal fatto che in realtà nessuno, ma proprio nessuno, può affermare il contrario e cioè che dopo la morte tutto realmente si estingue nel nulla.
I credenti hanno le loro idee molto chiare; i meno credenti hanno le loro idee confuse; gli atei e affini vedono alla possibilità che Dio esista e che esista un al di là nello stesso modo in cui vede la vincita uno che ha comprato un biglietto della lotteria; non ci crede mica più di tanto che vincerà, anzi ci crede poco, o niente, ma in fondo in fondo spera che possa essere proprio lui il vincitore.
 Così molta umanità guarda a Dio e all’aldilà. Non ci crede molto, poco, pochissimo, ma in fondo in fondo nutre una piccolissima, (o grande?) speranza che ciò che si dice in giro sia vero e che Dio sia benevolo poi con lui.
Se ci fosse la tragica notizia della certa inesistenza di Dio tutto ma proprio tutto il mondo sarebbe inevitabilmente ed irreversibilmente depresso e disperato perché tutti in qualche modo, in modo più o meno evidente, magari come un segreto inconfessabile del proprio cuore, sentono la necessità che Dio esista per davvero. Questa speranza in Dio e nella sua esistenza è il pensiero dell’eternità che abita ogni cuore e che spinge l’uomo a cercare la verità su se stesso e su Dio.

NOTA di LUMEN – La consapevolezza della 'non esistenza' di Dio comporterebbe, in effetti, una grande disperazione tra la gente. Questo però spiega soltanto l'esistenza delle Religioni ed il loro successo millenario. Null'altro.


È INEVITABILE CHE DIO ESISTA
Da che esiste il genere umano esiste anche il pensiero dell’eternità e di una qualche realtà sovrumana che possa avere un’influenza sul destino dell’umanità. Tutti gli esseri umani di tutti i tempi e di tutti i luoghi della terra, dalla tribù più sperduta fino al popolo più evoluto; dalla notte dei tempi fino ad oggi, hanno sempre avuto nel loro cuore la percezione di qualcuno o qualcosa al di sopra di essi e che li sovrastava.
Sono stati dati molti nomi a questa entità sovrumana, da Manitù agli alieni, dai politeisti ai monoteisti, dalle energie non meglio precisate alle divinità famigliari ecc… ; ma in un modo o in un altro l’idea del sovrumano, del divino, o di qualcuno che ci sovrasta e che possa intervenire per cambiare le sorti dell’umanità è sempre stata costantemente presente.
Se ci pensiamo, l’ateismo o l’agnosticismo sono relativamente recenti come pensieri filosofici ed anche se si cerca di collocare questo pensiero nella notte dei tempi in realtà dobbiamo arrivare al diciottesimo secolo per trovare l’ateismo positivo. 
Inoltre, la stragrande maggioranza di coloro che si compiacciono di definirsi “atei o agnostici” non sa assolutamente nulla di queste filosofie ma semplicemente scelgono l’ateismo perché banalmente non gli piace credere nell’esistenza di Dio passando di fatto, a piè pari, da una fede in Dio ad una sprovveduta fede negazionista, perché sempre di fede si tratta.
Chiediamoci: tutta questa umanità mondiale che dalla notte dei tempi ad oggi ha sempre percepito il divino è una umanità debole, ignorante e sprovveduta? No! La verità è piuttosto che l’esistenza e la presenza di Dio è inevitabile; la si trova in ogni angolo dell’universo, in ogni cm sulla terra ed in ogni angolo del pensiero, del credente come dell’”ateo”. 
La presenza di Dio è inevitabile ed invadente e nessuno potrà mai cancellarla ma ognuno dovrà piuttosto conciliarla alle aspettative, troppo spesso frustrate, di un cuore e di un pensiero che da sempre sono in grado di percepirla. >>

NOTA di LUMEN – E' vero che i credenti religiosi sono la maggioranza nel mondo, mentre gli atei e gli agnostici sono solo una minoranza, ma questo non significa nulla. La maggioranza può avere la forza di decidere, ma il numero non basta per avere ragione.

giovedì 3 ottobre 2024

Pensierini – LXXVII

I QUATTRO PILASTRI
Le leggi che governano la natura sono moltissime ed è bene conoscerne il maggior numero possibile.
Esistono però quattro leggi fondamentali, che è assolutamente necessario conoscere per avere una adeguata comprensione del mondo, cioè per essere un Fenotipo Consapevole.
La prima riguarda l'universo nel suo complesso ed è la legge dell'ENTROPIA, secondo cui tutte le strutture passano inevitabilmente da uno stato di ordine ad uno di disordine, seguendo la freccia del tempo.
La seconda riguarda gli esseri viventi ed è la legge dell'EVOLUZIONISMO, secondo cui lo scopo ultimo di tutti gli esseri viventi è quello della massima replicazione.
La terza riguarda le società umane ed è la legge delle ELITES, secondo cui ogni gruppo organizzato si divide sempre tra una minoranza che comanda ed una maggioranza che obbedisce.
La quarta, infine, riguarda la nostra mente ed è la legge della SUPERIORITA', secondo cui, una volta soddisfatti i bisogni fisici primari, le persone hanno come obiettivo principale quello di sentirsi superiori agli altri.
Non sono leggi difficili da conoscere e nemmeno da applicare, ma, per qualche strano motivo, vengono ignorate dalla maggior parte delle persone.
LUMEN


VERO AMICO
Come si fa a distinguere un vero amico da un semplice conoscente ?
Non è difficile.
Un vero Amico è una persona a cui puoi mostrare i tuoi punti deboli, sapendo che non li userà mai contro di te.
Con tutti gli altri, invece, è meglio andare cauti.
LUMEN


TERRA NOSTRA
Nel suo ultimo libro (molto interessante), dedicato ai disastri ecologici del turismo di massa, Gaia Baracetti si chiede, tra le altre cose, a chi appartenga davvero un territorio.
Appartiene a chi lo abita oggi e se ne prende cura ? A chi l'ha abitato nel recente passato ? Nel lontano passato ? Oppure a chiunque voglia venirci ad abitare ? O, addirittura, a tutti gli uomini, indistintamente ?
L'autrice non ha una risposta definitiva e conclude che le cose devono essere valutate di volta in volta.
Io, invece, una risposta ce l'avrei, anche se è cinica e sgradevole: 'una terra appartiene a chi ha la forza militare per occuparla e difenderla'.
E' vero che l'affermazione viola i principi del diritto internazionale, ma questo diritto esiste davvero o è solo un'illusione ?
LUMEN


FEMMINISMO ESTREMO
Ho l'impressione che le femministe più estreme, quelle che continuano a battersi come furie anche dopo il raggiungimento (sacrosanto) della parità giuridica tra i sessi, non abbiano ben chiaro il ginepraio in cui vorrebbero inoltrarsi.
Quello che chiedono, infatti, è che le donne non si accontentino dei propri difetti naturali, ma ci aggiungano anche quelli degli uomini.
Non mi sembra un grande guadagno.
LUMEN


AMARE
Pochi termini sono importanti, ed al tempo stesso generici, come il verbo amare. Ma la precisione lessicale è importante.
Secondo me, 'amare' vuol dire mettere un'altra persona prima di sé, cioè pensare al bene dell'altro prima che al proprio.
Per questo le donne amano di più degli uomini: perchè sono abituate a farlo con i propri figli.
LUMEN


SFORTUNA
Il principio secondo cui gli uomini vogliono sempre primeggiare, non viene meno neppure nei casi di autolesionismo o di masochismo.
Nel senso che anche le vittime di questi handicap psicologici tentano comunque, come tutti, di essere superiori agli altri, e non riuscendo ad esserlo 'in positivo' ci provano (paradossalmente) 'in negativo'.
A confema di ciò, ho trovato sul web questo piccolo calambour, che risulta divertente proprio perchè lo sentiamo vero.
« Sono un tipo molto sfortunato. Sono così sfortunato che quando ho partecipato ai campionati mondiali di sfortuna sono arrivato secondo. »
Ma crogiolandosi nel 'tanto peggio, tanto meglio' non si potrà mai combinare nulla.
LUMEN