sabato 13 aprile 2024

Il senso della vita (secondo Giametta)

Il Post di oggi è dedicato al filosofo italiano Sossio Giametta (recentemente scomparso) ed è stato scritto dall'amico Sergio Pastore, che ha avuto la fortuna di conoscerlo per via epistolare e ad avere con lui un lungo scambio di opinioni.
L'argomento - come dice il titolo - è di quelli che tengono banco da secoli nel pensiero umano, per cui l'interesse è assicurato.
LUMEN


<< Giametta? Chi era costui? E che strano nome aveva, Sossio (Sossio è un martire cristiano giustiziato sotto Diocleziano e venerato soprattutto nel Meridione, e Giametta è nato a Frattamaggiore (NA), ma ha passato quasi tutta la sua vita a Bruxelles dove è morto quest’anno all’età di novantaquattro anni).

Giametta è stato un filosofo, scrittore, saggista, traduttore e un ... signore: disponibile, generoso, simpatico – mi ha gratificato della sua attenzione pur essendo io una nullità al suo confronto. Giametta non era popolare come i nostri eroi moderni (cantanti, calciatori, tennisti ecc.), ma ben noto a “color che sanno”, cioè alle persone serie.

Era considerato – e si considerava lui stesso – il massimo conoscitore di Nietzsche. Ha collaborato all’edizione critica di Nietzsche di Colli/Montinari e ha poi tradotto e commentato “tutto Nietzsche”, un’impresa ciclopica che non so apprezzare non avendo provato mai grande interesse per questo filosofo di cui ho letto solo alcune pagine.

Benedetto Croce non stimava Nietzsche e sconsigliò l’editore Laterza di pubblicare un’opera su Nietzsche “perché era un filosofo di cui ben presto nessuno avrebbe più parlato”. Non so cosa pensasse Giametta di questo giudizio di Croce! Ma Giametta non era fissato unicamente su Nietzsche, lo era anche su Schopenhauer – di cui ha tradotto il capolavoro, “Il mondo come volontà e rappresentazione” – e Spinoza.

Non so più come conobbi Giametta, mi pare attraverso il suo grande amico, lo scrittore Raffaele La Capria. Ci siamo poi scambiati molte lettere durante un paio d’anni e anche dei libri. Giametta mi fece omaggio di “I pazzi di Dio” e “Madonna con bambina” (un’opera narrativa – Giametta provò anche questo genere). Io gli regalai i romanzi brevi di Plinio Martini (“Il fondo del sacco” e “Requiem per zia Domenica”), una biografia di Christiane Vulpius, la moglie di Goethe e alcuni titoli di Ortega y Gasset.

Per Goethe Giametta provava immensa ammirazione, era un autore fondamentale per lui benché non fosse un filosofo in senso stretto. Giametta osservò a ragione che io sembravo più portato per la letteratura che per la filosofia. In effetti le mie scarse conoscenze filosofiche sono quelle del liceo e di qualche storia della filosofia, non ho letto e studiato i grandi classici della filosofia (Platone, Kant, Hegel, Schopenhauer, Spinoza ecc.).

Ho però frequentato ahimè a lungo Emanuele Severino e Ortega y Gasset, docente di filosofia e filosofo nonché – o forse soprattutto – brillante saggista. Giametta non conosceva stranamente Ortega che ha poi letto su mia proposta e apprezzato, lo considerava però un moralista più che un filosofo.

Mentre Severino mi ha fatto dannare ho provato sempre piacere e diletto dalla lettura di Ortega perché Ortega è chiaro e comprensibile e scrive da ... Dio, come Giametta. Che belle cose la chiarezza e la semplicità, se poi vi aggiungiamo stile e grazia siamo quasi in paradiso.

Che fatica invece seguire Severino che Giametta non stimava come filosofo. La filosofia di Severino, riassumibile nell’ «eternità del tutto», era per lui ridicola. Anche Nietzsche favoleggiava di un “eterno ritorno”, ma non so se il ritorno nicciano e l’eternità di Severino siano la stessa cosa, mi pare che Severino non voleva essere confuso con Nietzsche. Qualche esperto mi può spiegare la differenza?

​Trascrivo ora un bel passaggio di una lettera di Sossio Giametta in cui risponde alle mie domande, alle mie difficoltà esistenziali (Bruxelles, 28-12-2010).

« Ma affronterò, prenderò di petto il problema che La angustia, che ci angustia: il senso della vita. Ebbene la vita non ha altro senso all’infuori di sé stessa. Il mondo, l’universo, non ha nessun senso.

Ma la vita umana ne ha fin troppo, perché fin troppi sono i problemi che ogni giorno bisogna affrontare. Dunque finché siamo dentro la vita e magari dentro i suoi problemi, la questione non si pone.

Ma a noi capita di essere anche, talvolta, al di fuori della vita e dei problemi della vita. Magari perché la nostra Spannkraft [forza, tensione] si è esaurita e ricadiamo su noi stessi, sul già divenuto. Vorremmo allora trovare lo stesso il senso. Ma non lo troviamo. Viviamo, allora, a vuoto. Bisogna cercare un rapporto cordiale con la vita, diceva, ammoniva Valentino Bompiani.

Il che significa che bisogna badare bene a non farsela nemica. Se si è sani, prima o poi si rientra nella dialettica vitale. Se non si è sani, la piaga incancrenisce. Ma magari abbiamo appunto tagliato il tronco su cui siedevamo. La gioia del pero è di fiorire a primavera e di produrre abbondanza di pere anno dopo anno, per molti anni, finché l’albero si rinsecchisce e muore.

Così è fondamentalmente anche l’uomo, ma non del tutto. Ha anche la riflessione, che è vita ma non è la vita. Chi entra nella riflessione esce dalla vita. Se il pero, uscendo dal processo naturale, si domandasse qual è il senso dell’albero, dei fiori, dei frutti e dell’intero processo, non troverebbe risposta. E si rattristerebbe come l’uomo che riflette fuori del processo vitale.

La “produzione” dell’uomo può però continuare nella grandezza, per esempio la conoscenza, che può essere amara, ma dare lo stesso la voluttà. Legga Schopenhauer, non Safranski. Questi non è un grande interprete. Io ho letto i suoi libri su Schopenhauer, su Nietzsche e su Heidegger. Tempo non sprecato, ma che poteva essere impiegato meglio. Invece “Il mondo come volontà e rappresentazione” è il grande romanzo tragico dell’umanità, il più bel libro di filosofia.

Tuttavia la visione di Nietzsche è più disinteressata, più nobile di quella del suo maestro Schopenhauer. Bisogna amare la vita come si ama la madre, senza giudicare. Non bisogna incarognirsi nell’egoismo, che confina col titanismo, che si rovescia nel pessimismo. Non bisogna essere legati a noi stessi.

Bisogna sciogliersi, lievitare, galleggiare, partecipare con spirito libero alla grande avventura, da quando compariamo fino a quando scompariamo. È giustizia solo se rispettiamo e amiamo la vita nella sua caducità, ossia così com’è. Perché essa soltanto, così com’è, porta il frutto che ci nutre e ci sazia.

Per il resto ci sono due cose da considerare. La prima è che “alle guten muthwilligen Dinge springen vor Lust in’s Dasein” (Zarathustra – “tulle le cose buone nascono per il piacere di nascere”), anche se poi, per la sua stessa illimitata creatività, la natura non ha spazio per tutti e tutti finiscono per cozzare tra loro come pentole sulla corrente di un fiume (Goethe).

La seconda è che noi, come la nostra specie stessa e tutte le altre specie, non nasciamo per nostra volontà ma per necessità naturale, non avanziamo ma siamo spinti da dietro (Schopenhauer) e non siamo fini a noi stessi ma strumenti della natura, anelli della concatenazione vitale e causale.

Dunque un certo pessimismo è ineliminabile, salvo a credere in Dio padre amorevole e provvidente, come credono, con accanimento, due miei amici italiani di Bruxelles, cattolici di vecchio e duro stampo. Beati loro!

Le civiltà sono in piccolo (in piccolo!) come le specie. Durano magari duemila anni. Ma dopo essere nate ed essersi sviluppate, decadono e tramontano. Per la legge di autosuperamento di tutte le cose della vita, specie quelle grandi. “Was ich auch schaffe und wie ich’s auch liebe, - bald muss ich Gegner ihm sein und meiner Liebe“ (Zarathustra: „Cosa creo e cosa amo – presto devo esserne avversario“). »

Che lezione! Caro Giametta! >>

SERGIO PASTORE

17 commenti:

  1. Quello che mi sembra mancare, nelle riflessioni di Giametta, è il riferimento alle leggi biologiche, che (a partire dalla missione replicatrice del DNA), dominano la Natura ed il comportamento di tutti gli esseri viventi.
    E' vero che lui è un filosofo e non uno scienziato, ma anche i filosofi dovrebbero tenere presente, nell'elaborare le loro riflessioni, dei risultati che la scienza ha già raggiunto.
    Ignorare la scienza lo possono fare impunemente solo i Teologi, perchè hanno sempre il Dio trascendente da usare come jolly, ma i filosofi, che cercano comunque la verità in questo mondo, dovrebbero utilizzarla di più.

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    1. Non capisco la tua obiezione. In che senso una maggiore considerazione delle scienze avrebbe influito sul pensiero di Giametta? I letterati e i filosofi non ignorano le grandi scoperte scientifiche. La psicanalisi (allora una scienza!) influenzò la letteratura e artisti e filosofi come Savinio e Croce fecero alcune belle riflessioni sulla fissione dell'atomo. Per Giametta la vita e l'universo non hanno senso, come spiega nella lettera.
      La fisica quantistica non gli ha sicuramente fatto cambiare opinione. Non sottovalutiamo letterati e filosofi. Ortega invitò Einstein a tenere una conferenza, era quindi interessato alla relatività, una novità che non ignorava, non poteva ignorare. Severino non era solo un bello spirito e un fissato, non ignorava le novità scientifiche (non è un caso che sua figlia sia una matematica).

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    2. Forse mi sono espresso male.
      È che nelle parole di Giametta ho trovato un certo pessimismo di fondo che mi è parso eccessivo.
      Certo, se si guarda al flusso generico delle specie che si susseguono, tutto rimane senza senso.
      Ma se guardo le cose come singolo essere vivente, come il fenotipo a suo modo unico, un senso alla vita lo posso trovare.
      Quindi un po' di pessimismo, ma anche un po' di ottimismo.

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    3. Forse Giametta, essendo un grande conoscitore di Nietzsche, è stato un po' condizionato dalla sua visione che era, se non mi sbaglio, legata ad un pessimismo un po' tragico.
      Spero di non aver detto delle sciocchezze.

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    4. È che nelle parole di Giametta ho trovato un certo pessimismo di fondo che mi è parso eccessivo........
      Ma se guardo le cose come singolo essere vivente, come il fenotipo a suo modo unico, un senso alla vita lo posso trovare."

      Io invece trovo che Giametta nonostante la tragicità e l'orrore dell'esistenza sia fondamentalmente ottimista. Mi è sembrato uno che la vita se la sia goduta. O con le sue stesse parole:
      "Bisogna amare la vita come si ama la madre, senza giudicare.... Non bisogna essere legati a noi stessi.
      Bisogna sciogliersi, lievitare, galleggiare, partecipare con spirito libero alla grande avventura, da quando compariamo fino a quando scompariamo. È giustizia solo se rispettiamo e amiamo la vita nella sua caducità, ossia così com’è. Perché essa soltanto, così com’è, porta il frutto che ci nutre e ci sazia."
      Nessun pessimismo e disperazione leopardiani dunque.


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    5. Vero. Non avevo considerato questo passaggio nella sua giusta prospettiva.

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  2. Il brano di G. sopra riportato conferma il notevole spessore etico-culturale di questo acuto e originale intellettuale, per molti versi accostabile ad altri importanti pensatori extra-accademici come Ceronetti, Sgalambro e soprattutto il germanista A. Verrecchia, studioso di Bruno, Nietzsche e Schopenhauer. Saluti

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  3. Scienza vs. filosofia, arte, religione?

    Noi moderni preferiamo la scienza, il solo lume - crediamo - che ci aiuta a penetrare i misteri dell'universo. E tuttavia! Trascrivo per intero un ragionamento di Benedetto Croce che ho letto recentemente.

    La disintegrazione dell'atomo e la vita dell'uomo

    La disintegrazione dell'atomo non è stata salutata con giubilo universale, ma accolta, se non generalmente, da larghe correnti del pubblico sentimento con inquietudine e tristezza, e perfino con orrore. Di questo sentimento il Vaticano è stato, se non la prima, una voce solenne.
    A me l'annuncio ha fatto tornare in mente la visione di colui che era il pensatore pessimista nei tempi della mia adolescenza, Eduardo di Hartmann, il quale, attraverso i progressi della scienza, presagiva e affrettava coi voti la redenzione dell'umanità dal male della volontà e della vita e la sparizione del genere umano.
    Le scoperte della scienza non sono luci di verità, della sola verità che è quella che è quella che rischiara e fortifica, quella che giova all'anima, e che non gli scienziati inventori apportano, ma solo i geni filosofici, religiosi e poetici, che si chiamino Gesù di Nazareth o Socrate, Omero o Shakespeare. Essi soli ci creano interamente uomini.
    Le scoperte delle scienze accrescono, come Bacone voleva, il dominio dell'uomo sulle cose, cioè la potenza delle mani e non dell'anima dell'uomo, e l'animale sapiens armano sempre più di sapienza, grande ma altrettanto pericolosa.
    (continua)

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  4. (continuazione)
    A parare il pericolo, e a trarre dalle scoperte scientifiche il bene che possono dare, si richiede non solo un proporzionato ma un superiore avanzamento dell'intelletto, dell'immaginazione, della fede morale, dello spirito religioso e, in una parola, dell'anima umana.
    Se ciò non accadesse, meglio sarebbe che la disintegrazione dell'atomo, al pari del tesoro dei Nibelunghi, fosse sommerso nel Reno - o piuttosto, questa volta, nel Missisipì - e invano le genti gareggiassero fra loro per ricuperarla.
    Napoli, 8 agosto 1945 !

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  5. Credo che sia necessario sottolineare ancora una volta la distinzione fondamentale tra scienza e tecnologia.
    La scienza è solo e soltanto conoscenza e quindi non può essere dannosa per nessuno, anzi.
    Purtroppo gli uomini non sanno mai quando fermarsi e dalle conoscenze scintifiche fanno derivare numerosisimi strumenti tecnologici, che a volte vengono usati a fin di bene ed a volte a fin di male.
    Ma la colpa non è della scienza in quanto tale, tanto è vero che 'a fin di male' si possono usare (e sono stati usati molto spesso) anche i precetti religiosi, che di scientifico non hanno proprio nulla.

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    1. Diceva Severino che se una cosa è fattibile prima o poi si farà, niente può fermare la volontà di potenza della scienza. Il potere potrebbe opporsi negando i mezzi, i finanziamenti, ma non lo farà perché è anche lui interessato al potenziamento della scienza che fornisce appunto al potere i mezzi per superare o tenere a bada gli avversari, i nemici. In questo preciso momento America, Russia, Israele, Nordcorea, India, Cina, Pakistan, Francia e Inghilterra - gli Stati canaglia della terra - stanno affilando le armi per non essere colti di sorpresa dai contendenti: hanno tutti il dito sul grilletto! Chissà come finirà. Certo fermare la conoscenza non si può. In Cina uno scienziato ha sperimentato sul DNA umano ed è stato condannato, ma ci riproveranno, questo è sicuro. Ciò che si può fare si farà, per la volontà di potenza della scienza e del potere.

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    2. << Ciò che si può fare si farà, per la volontà di potenza della scienza e del potere >>.

      Caro Sergio, questo, purtroppo, è sicuro.
      Ma come si fa a mettere dei paletti che funzionino ?
      E poi, resta sempre l'eterna, irrisolvibile domanda: quis custodiet ipsos custodes ?

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  6. In quanto a "volontà di potenza" la Storia insegna che ne hanno molta di più i grandi Centri decisionali (economico-)politico-religiosi piuttosto che le Comunità scientifiche e tecniche in quanto tali, spesso anche finanziariamente dipendenti dalle prime.

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    1. Vero anche questo.
      Certo, la ricerca ha bisogno di finanziamenti, che giungono dai centri di potere, e questo può condizionare gli scienziati.
      Ma io penso che lo spirito della scienza sia ancora quello di una volta e che la maggioranza degli scienziati sia animata soltanto da un sincero spirito di conoscenza.
      Cosa che ovviamente vale anche per i filosofi.
      Di diverso c'è solo il metodo.

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  7. A proposito del grande imteresse che aveva Giametta per Nietzsche, mi chiedo se la sua affermazione circa la mancanza di senso della vita (che condivido) non sia legata alla teoria di N. dell'eterno ritorno.
    Perché se la storia è lineare, un senso ultimo è possibile, anzi probabile, mentre se è solo ciclica e tutto si ripete non ci sarà mai una fine.

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    1. Linearità e ciclicità, interessante. Forse bisognerebbe intendersi su questo benedetto senso della vita. Cosa significa che la vita non ha senso o che ne abbia uno, e se sì quale? Se diciamo che la vita e l'universo non hanno alcun senso, come afferma Giametta, cosa vogliamo dire davvero? La linearità dovrebbe condurre in effetti a un risultato, a un senso ultimo. La ciclicità invece non tende a un risultato poiché tutto - niccianamente o severinianamente - si ripete sempre uguale a sé stesso. Il senso ultimo o risultato è già dato per così dire in partenza (in realtà non ci sarebbe però né partenza né arrivo, né inizio né fine, tutto è da sempre per sempre come abbiamo già visto).
      Per il credente il senso ultimo è la salvezza dell'anima e la vita eterna (sempre uguale a sé stessa?). Il non credente - come Giametta - non crede a questa finalità e si accontenta di vivere al meglio la sua vita (progetto tutt'altro che insensato). Ma chi sta meglio per finire? Il credente o il filosofo? Giametta e Severino dicono: la ragione è meglio della fede, con la ragione si vive meglio. Per il credente questo meglio è troppo poco, vuole di più, vuole l'eternità (e per raggiungere questo scopo si castra persino - vedi Origene). Mi segui, Lumen, o pensi che sia impazzito pure io (come certi filosofastri)?
      "Quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia,
      chi vuol esser lieto sia, del diman non c'è certezza".
      Cerchiamo di esser lieti allora, può bastare a chi si accontenta (che perciò gode). Che brutta cosa, dice Ortega, "cuando no hay [non c'è] alegría".

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    2. << Ma chi sta meglio per finire? Il credente o il filosofo? Giametta e Severino dicono: la ragione è meglio della fede, con la ragione si vive meglio. Per il credente questo meglio è troppo poco, vuole di più, vuole l'eternità. >>

      Caro Sergio, non solo ti seguo perfettamente, ma direi che hai colto proprio il cuore del problema.
      Una volta stabilito che gli approcci possibili sono due, qual è il migliore, quello che ci consente di vivere meglio ?
      Temo che la risposta non possa essere collettiva, ma solo individuale, per cui ognuno dovrà seguire la strada che PER LUI appare più convincente e gratificante.
      Io per esempio (come alcuni altri) preferisco la fredda ragione, a cui non potrei mai rinunciare, ma per tante persone la fredda ragione sarebbe solo triste e deprimente.
      Il guaio è che, una volta fatta la propria scelta personale, diventa poi terribilmente difficile capirsi.

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