venerdì 3 dicembre 2021

La scelta Svedese

Dice (giustamente) Gianni Pardo, in uno dei suoi post, che “il carcere è un’istituzione tremenda che tira fuori il peggio dagli uomini. Da tutti gli uomini.”.

Eppure in Svezia stanno provando, ormai da decenni, ad impostare le cose in un modo molto diverso. Ce ne parla Domenico Celi in questo interessantissimo articolo tratto dal sito Trasgressione.net.

LUMEN.


<< La Svezia a partire dagli anni trenta ha adottato un sistema punitivo basato sulla “filosofia del trattamento”, con l’intento di ridurre al massimo l’area della pena detentiva e di ampliare le forme alternative alla stessa. In particolare, in Svezia lo Stato si è impegnato nella definizione di una serie di leggi in materia penale e penitenziaria che offrono ai condannati l’opportunità di astenersi dal commettere qualsiasi infrazione per incamminarsi sulla via della dignità e del recupero sociale.

Obiettivo questo che deve essere realizzato, secondo l’ordinamento svedese, tenendo bene a mente che:

= la perdita della libertà è di per sé un intervento afflittivo di tale entità da non richiedere alcun aggravamento per puntualizzarne il valore intimidatorio;

= il detenuto deve essere trattato con fermezza, con premura e con tutta la considerazione dovuta alla sua persona.

Dopo aver conosciuto i principi su cui si fonda il sistema punitivo svedese passiamo ad analizzarne i contenuti. Le pene previste in caso dell’accertamento di un reato sono:

= L’ammenda o pena pecuniaria. Essa viene calcolata col metodo dei “ tassi giornalieri” ed è ampliamente praticata;

= Il Probation, che consiste nella sospensione dell’esecuzione della condanna per la durata di tre anni, prorogabile ad un massimo di cinque. Tale misura obbliga il soggetto ad osservare determinate regole di condotta. La loro inosservanza può determinare la revoca del probation;

= Il Parole, che consente la liberazione condizionale quando è scontata una parte della pena che varia dai 5/6 alla metà della medesima. Il parole può essere concesso anche prima di tale termine; in questo caso tale misura è adottata da una commissione amministrativa;

= La detenzione, semplice o a vita. La prima va da un mese a dieci anni elevabile a 12 nel caso di concorso di reati. La seconda è per consuetudine convertita, mediante un provvedimento di grazia, in detenzione da 10 a 15 anni;

= L’internamento. Si tratta di una misura adottata nei confronti di criminali pericolosi o recidivi e consiste nel carcere per un tempo minimo fissato dal giudice e a durata massima illimitata;

= La sentenza condizionale, che consiste nel non infliggere la pena e nella concessione di un periodo di prova di due anni, a condizione che non siano commessi altri reati. Detta misura viene adottata solamente nei casi in cui la recidiva risulti altamente improbabile;

= La sorveglianza intensiva. Si tratta di una misura che sostituisce la pena detentiva, adottata in via sperimentale nel 1994, nei confronti di soggetti condannati a non più di tre mesi di reclusione. In questo caso, il condannato può scontare la pena nella sua abitazione sotto controllo elettronico. Inoltre la misura comporta frequenti visite del personale del servizio sociale, controlli relativi all’uso di alcool o droghe e la partecipazione del condannato ad un programma personalizzato di rieducazione. (…)

Il trattamento a cui viene sottoposto il colpevole (…) è progressivo. Ciò significa che diviene meno afflittivo, fino in alcuni casi a scomparire, quando il soggetto mostra chiari segni di potersi inserire nella società. Sono previsti istituti chiusi ed istituti aperti. I primi sono complessi edilizi muniti di difese sicure contro l’evasione, i secondi non sono circondati da mura o da altre difese, non hanno sbarre alle finestre e dispongono di ampi spazi.

Nelle istituzioni aperte è assente ogni tipo di autoritarismo e viene lasciato largo margine di libertà e iniziativa al soggetto. Egli può ricevere le visite della moglie, dei figli e di altre persone che gli sono vicine. Di norma la corrispondenza non è sottoposta a censura. Il sistema, come abbiamo detto, è progressivo, sino al punto che i detenuti stessi fanno i turni di guardia durante la notte e il personale di sorveglianza giunge al mattino quando la giornata lavorativa è già iniziata. In altri istituti aperti i detenuti lavorano in libertà e trascorrono all’interno solo il tempo libero e la notte. Durante il fine settimana si recano alle proprie case.

Nell’insieme, gli istituti aperti raccolgono un terzo della popolazione carceraria. L’accesso ad un istituto aperto piuttosto che ad uno chiuso è stabilito da giudice nella sentenza: se la condanna è ad una pena detentiva superiore ai tre mesi, almeno la prima parte della condanna è scontata in un istituto chiuso. Le persone condannate ad una pena inferiore ai tre mesi, invece vengono affidate direttamente a istituti aperti. Quando il detenuto assegnato ad un carcere chiuso tiene un comportamento che dimostri un acquisito senso di responsabilità, può essere trasferito ad uno aperto. (...)

Il detenuto svolge, a fianco delle attività del tempo libero, di svago, di studio e al trattamento psicologico propriamente detto, un lavoro retribuito, volto a far acquistare dimestichezza professionale e autodisciplina. Il lavoro è organizzato, con attrezzature moderne, anche di eccezionale perfezione tecnica e, comunque, secondo criteri non diversi da quelli che si applicano all’esterno. (…)

Quando il detenuto ha scontato la pena non è abbandonato a se stesso: alla scarcerazione definitiva, i sindacati prestano un notevole aiuto per l’inserimento nel libero mercato del lavoro. La direzione del Mercato Nazionale del Lavoro, che è un organo della pubblica amministrazione, riserva ogni anno un certo numero di posti alle persone rimesse in libertà. Si tratta per lo più di lavoro forestale o di costruzione di strade.

Ricordiamo infine che il sistema punitivo svedese conta mediamente il 15% di evasioni. In caso di evasione, il soggetto viene di solito trasferito in istituzioni con un regime più rigoroso. Salvo casi di particolare gravità, l’evasione in sé non viene punita come reato. >>

DOMENICO CELI

7 commenti:

  1. Benissimo, niente da eccepire. Direi che gli Svedesi sono all'avanguardia nella gestione dell'universo carcerario, penso anche i norvegesi, basti vedere il regime di cui gode Brevik. Immagino anche che le prigioni, o forse sarebbe meglio dire i luoghi di soggiorno dei detenuti, siano alberghi ad almeno tre stelle muniti di tutti i confort. In Italia le carceri devono essere luoghi tetri, poco o per niente confortevoli. Tuttavia anche nelle carcerci italiane si può non solo sopravvivere, ma anche studiare e laurearsi, con vitto e alloggio sicuro.
    Va bene così, perché infierire su chi è già privato della libertà? Sono passati i tempi in cui Rocco insisteva sul carattere afflittivo della pena (i carcercati dovevano provare nella propria carne i morsi della giustizia).
    Detto questo va comunque ribadito che chi commette dei crimini, a volte atroci e odiosi, ha inferto un vulnus gravissimo all'umana convivenza ed è tenuto a sdebitarsi. Secondo la morale cattolica non basta pentirsi del furto, bisogna restituire il maltolto. La punizione non è una vendetta, ma un'ammenda che il trasgressore deve pagare. A parer mio s'insiste oggi un po' troppo sul recupero e il reinserimento del colpevole, che viene quasi vezzeggiato. In fondo non è colpa sua se ha trasgredito la legge, le tare ereditarie e le circostanze l'hanno costretto ad agire come ha agito, considerato che il libero arbitrio è una chimera. Il fatto è che senza sanzioni e punizioni una società non funziona.
    Recupero e reinserimento, d'accordo, ma non facciamo dei criminali delle vittime da mantenere e coccolare a spese della società, dimenticandoci persino le loro vittime, talvolta spedite all'altro mondo.

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    1. Caro Sergio, le tue perplessità sono anche le mie, perè è un fatto che gli Svedesi, in tutti questi anni, non hanno mai pensato di cambiare il loro sistema.
      Forse vuol dire che, tutto sommato (e tenendo conto che, in quste materie, la soluzione ideale non esiste), da questo sistema hanno tratto più vantaggi che svantaggi.

      Io ritengo che esistano, concettualmente, due tipi di reati: quelli razionali, commessi per calcolo, dopo una attenta pianificazione, e quelli irrazionali, commessi sull'impulso del momento o per condizionamento genetico.
      Secondo me il carcere afflittivo può funzionare bene solo per i primi, in quanto il timore della pena dovrebbe far parte dei calcoli preventivi, mentre per i secondi occorrono meccanismi diversi (forse la soluzione svedese, che prevede anche interventi psichiatrici).
      In ogni caso, come estrema ratio per i casi più estremi ed inequivocabili, dovrebbe essere considerata anche la pena di morte.

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    2. Non è che io abbia voluto criticare gli Svedesi (piuttosto certo buonismo nostrano). Per certi versi anzi gli Svedesi sono proprio all'avanguardia. Per combattere la droga hanno usato metodi radicali e hanno avuto successo. Se necessario sanno essere duri senza compromessi e ciò mi sta bene. Un po' meno per certi eccessi (carcere per chi da uno schiaffo a suo figlio - chissà forse anche per uno schiaffetto? Basta il gesto, l'intenzione?!). Anche l'azzeramento della prostituzione è discutibile (a parte che la si pratica comunque). Se pensi che San Tommaso la tollerava! Era sì una colpa grave, un peccato da spedirti all'inferno, ma - sosteneva l'Aquinate - scaricava tensioni nel malfattore prevenendo così eccessi ancor più gravi (per es. ammazzare qualcuno). Noi ci immaginiamo gli Svedesi molto permissivi, in effetti sembrano ... regredire a un vieto moralismo.
      Mi chiedo se certe scene di violenza nei film di Bergman non sono da bollino rosso per gli Svedesi di oggi.
      Grazie a Bergman ho preso nota che esiste un paese chiamato Svezia e volevo imparare perfino lo svedese (per leggere la saga degli emigranti di Vilhelm Moberg - Gli emigranti - I coloni - che era introvabile in una lingua che conoscevo). Lo svedese comunque non l'ho imparato e alla fine ho trovato un'edizione tedesca del libro di Moberg. Nell'Ottocento erano gli Svedesi a emigrare in America (i Nilsson diventavano Nelson), oggi la Svezia è terra d'immigrazione per gli africani. Con risvolti molto problematici.

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    3. << Noi ci immaginiamo gli Svedesi molto permissivi, in effetti sembrano ... regredire a un vieto moralismo. >>

      Tutto il mondo è paese.
      D'altra parte ogni società, per sopravvivere, ha necessità di avere dei punti fermi e di rispettarli con la massima convinzione.
      Il moralismo, in fondo, serve (anche) a questo.

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  2. Riporto qui di seguito una considerazione interessante di Marco Pierfranceschi sulla carcerazione tradizionale:

    << Le personalità critiche sotto il profilo dell’equilibrio emotivo/razionale finiscono col trovarsi a proprio agio, inevitabilmente, all’interno di gruppi di individui affini, col risultato di esasperare l’originale squilibrio.
    Questo è uno dei motivi del sostanziale fallimento della funzione riabilitativa delle istituzioni carcerarie, dove gli squilibri individuali trovano facilmente un rinforzo collettivo, ottenendo di fissarsi in strutture mentali patologiche ancor più difficili da recuperare. >>

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  3. COMMENTO di GPVALLA

    Interessante l'esame dettagliato di un ordinamento piuttosto differente da quello italiano (e di molti altri paesi).
    A riguardo trovo del tutto condivisibili le osservazioni di Sergio, che ringrazio.
    Le scelte di politica penitenziaria svedese mi sembrano non tenere in conto adeguato la situazione delle vittime dei reati, né dell'allarme sociale che più in generale la commissione di un crimine determina. Personalmente, la prospettiva di rivedere in libertà i responsabili di crimini gravissimi dopo dieci o quindici anni - anche se "redenti" o dichiarati tali - sembra inaccettabile.
    Inoltre l'efficacia di una politica dipende soprattutto dalla società in cui è applicata. Un sistema come quello svedese può forse funzionare in una nazione ricca, tranquilla, priva di gravi conflitti sociali o di contrapposizioni etniche o religiose, dotato di uno Stato sociale efficiente, ma non credo possa offrire buoni risultati in paesi poveri, con abissali disuguaglianze sociali, violenza diffusa sul territorio e magari potenti organizzazioni criminali.
    È significativo del resto che proprio la Svezia, a causa di una sconsiderata politica immigrazionista si trova con interi quartieri di grandi città ridotti a "no-go zones", dove la polizia esita ad entrare. Evidentemente l'approccio tradizionale non funziona gran che nei confronti di una popolazione immigrata abituata da sempre a ben altri livelli di violenza.
    Quanto alla osservazione di Lumen sul fatto che la politica penitenziaria non sia cambiata negli ultimi anni, penso che esista inevitabilmente una inerzia, una resistenza anche ideologica che impedisca spesso di reagire prontamente al modificarsi delle situazioni.
    Infine - particolare forse sgradevole ma concreto - un sistema come quello svedese è inevitabilmente molto costoso. È ragionevole destinare cospicue somme a carceri modello mentre contemporaneamente si chiudono ospedali e si tagliano i fondi pubblici per scuola, sanità, pensioni etc. ?

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  4. COMMENTO DI LUMEN

    Caro Beppe, condivido le tue considerazioni ed in effetti, vista l'evoluzione demografica della società svedese, è possibile che siano costretti, prima o poi, ad abbandonare il sistema attuale.
    Sarebbe un peccato, ma sarebbe comprensibile.
    Quanto all'aspetto economico, certamente il sistema svedese appare piuttosto costoso, ma è anche possibile che i suoi vantaggi sociali ritornino, almeno in parte, come vantaggi economici indiretti.

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