mercoledì 5 luglio 2017

Avanti Savoia !

I chiaroscuri del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, in questo provocatorio (ma interessante) articolo di Giuliano Guzzo (tratto dal suo sito). Lumen
 

<< [Nelle scuole] si continua a propagandare la storia dell’Unità d’Italia come plebiscito, come gioiosa ed applaudita passerella di garibaldini e compagni lungo la Penisola. Cosa totalmente inventata, come dimostra tutta una serie di eventi realmente accaduti durante il Risorgimento e tutt’altro che allegri.
 
Come la resistenza armata, durata sei mesi, di Federico II di Borbone. Di quei mesi molti testi scolastici riferiscono poco o nulla, ma vi furono scontri che costarono alle truppe borboniche qualcosa come 2.700 morti, 20.000 feriti e migliaia di dispersi. Un massacro dovuto – dicono gli storici – non già alla volontà del popolo italiano di unificarsi, come spesso si vuol far credere, bensì al comune rifiuto di un progetto politico che interessava, a quel tempo, appena il 2% della popolazione.
 
L’Unità d’Italia come idea estremamente elitaria, dunque, almeno all’inizio. I plebisciti di cui, in proposito, tanti libri scolatici parlano, sono pertanto colossali frottole.
 
Ma cominciamo dal principio. Tutto ebbe inizio nell’incontro segreto che, nel 1858, ebbero, a Plombières, Camillo Benso di Cavour e Napoleone III. Cavour portò con sé tre foglietti di memorie sulle questioni più urgenti da affrontare; principalmente, questioni di guerre d’annessione.
 
L’idea allora discussa, in estrema sintesi, era quella della futura tripartizione, sulla scia del modello germanico, dell’Italia: Alta Italia, Regno dell’Italia centrale e Regno di Napoli e Roma. Un’idea piuttosto interessante anche se, come sappiamo, rispetto a quelle iniziali intese le cose poi andarono molto diversamente.
 
Ma l’aspetto più inquietante, in tutto questo, fu l’atteggiamento del governo italiano o aspirante tale, disposto a cedere pezzi del proprio territorio – Nizza e Savoia – alla Francia, e a patrocinare matrimoni combinati – quello della figlia di Vittorio Emanuele II col cugino di Napoleone II – pur di farsi sostenere nel proprio progetto bellico. Progetto contrassegnato da episodi di gravità inaudita. Come quando, nell’ottobre 1860, la guerra d’invasione del Mezzogiorno e della conquista del Regno delle Due Sicilie iniziò senza nemmeno una dichiarazione formale, calpestando in pieno il diritto internazionale,
 
Il peggio, tuttavia, fu riservato alla Chiesa. E non fu un caso. Sin dal 1848, infatti, all’indomani dell’approvazione dello Statuto di Carlo Alberto, Parlamento e governo subalpino si mobilitano per ostacolare la vita ai gesuiti e agli ordini religiosi. Fanno testo, a questo riguardo, gli interventi del deputato Cesare Leopoldo Bixio, dichiarato anticlericale. Risultato: il ’48 si concluse col domicilio coatto imposto ai gesuiti e con la conversione dei loro collegi che diventarono caserme, ospedali, manicomi.
 
E quello non fu l’inizio di una persecuzione che sarebbe durata molti anni. Toccò infatti a Cavour, pochi anni dopo, attaccare le festività religiose, a suoi dire troppo numerose.
 
E solo quattro anni più tardi fu presentato in Parlamento un progetto di legge per privare di personalità giuridica gli ordini contemplativi e mendicanti. Una disposizione che coinvolse 335 case per un totale di 5.489 persone, che si ritrovarono – apparentemente senza una motivazione – bersagliati da una legge che tolse loro le proprietà donate dai fedeli, archivi e biblioteche.
 
E pensare che ancora oggi molti considerano Cavour un liberale. Con ogni probabilità senza sapere che proibì la circolazione delle encicliche di Pio IX. Chi avesse dubbi non dovrebbe fare altro che consultare quello che era il Codice penale piemontese che, all’articolo 269, puniva «severamente i sacerdoti pei peccati di parole, d’opere e di omissioni» contro il dogma liberale. Alla faccia del liberalismo.
 
Ma il personaggio che, nella memoria collettiva, gode più immeritatamente di onore e gloria è lui, Giuseppe Garibaldi. Anti-clericale d’assalto, noto massone, corsaro, trafficante di schiavi, ambientalista ante-litteram, nonché esempio per Mussolini – che riconobbe in lui il primo dittatore d’Italia -, Garibaldi gode ancora di una fama dorata.
 
Eppure ebbe una vita tormentata al punto che, per scrivere la sua storia fino a conferirgli parvenza eroica, Cavour chiamò ben quattro scrittori tra cui Alexander Dumas. Lo stesso sbarco dei Mille a Marsala fu una farsa, perché non sarebbe mai stato possibile senza il favore di due navi inglesi, “Intrepid” e “H.M.S. Argus”, lì ormeggiate.
 
Del resto, fu lo stesso Vittorio Emanuele II a ritenere Garibaldi un pericoloso criminale. Sentiamo cosa scrisse di lui a Cavour dopo lo storico “incontro di Teano”: «Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi […] questo personaggio non è affatto così docile né così onesto come lo si dipinge, e come voi stesso ritenete […] Il suo talento militare è modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il denaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui, che s’è circondato di canaglie».
 
Ovviamente, il cosiddetto ”eroe dei due mondi” odiava a morte il Papa, che arrivò a definire «un metro cubo di letame». E provò, con un sonoro fallimento, ad invadere Roma. Era il settembre del 1867 e, alla guida di ottomila uomini, dopo aver espugnato Monterotondo, Garibaldi era al ponte Nomentano dove, raggiunto dalla notizia dell’arrivo di un corpo di spedizione francese, se la fece sotto e fece dietro-front.
 
Lo scontro, tuttavia, ci fu. Avvenne a Mentana e fu una catastrofe: ben 1.600 garibaldini furono fatti prigionieri ed entrarono a Roma coi francesi, acclamati dalla città come eroi e vincitori. Un episodio, questo, che la disse lunga sulla volontà dei romani di diventare italiani. Non per nulla Hübner, ambasciatore austriaco fresco di nomina, in una lettera del 5 ottobre 1867 scrisse: «I giornali italiani, moderati e rivoluzionari, mentono sfrontatamente quando parlando d’insurrezione e di insorti negli Stati del Papa. Non si vede l’ombra di un movimento. Non una città, non un villaggio si è mosso».
 
Esistono fondate ragioni per supporre che anche i veneti ed i lombardi, in realtà, fossero [poco] desiderosi di diventare subito italiani, visto e considerato che, già a quel tempo, rappresentavano un’area economicamente produttiva.
 
Per non parlare del Meridione. Il Regno delle Due Sicilie in campo economico era al primo posto in Italia e al terzo in Europa e disponeva di una eccellente marina mercantile. La Campania, poi, era addirittura la regione più industrializzata d’Europa: poteva vantare l’Opificio di Pietrarsa – dove si producevano motori a vapore, locomotive, carrozze ferroviarie e binari – e cantieri navali all’avanguardia e perennemente sommersi di ordinazioni.
 
Ma torniamo alla conquista di Roma. Che non fu affatto una pagina allegra: i bersaglieri entrarono nella Città Eterna con una cannonata, e ci furono 49 morti italiani e 19 papalini. Chi dunque pensa la Breccia di Porta Pia una marcia felice sappia che ha in mente un’immagine falsa. Come falsa è l’ormai celebre fotografia – presente in tutti i sussidiari delle elementari – che immortala i bersaglieri col fucile spianato intenti ad entrare a Roma. Fu scattata il giorno dopo, il 21 settembre, coi bersaglieri in posa propagandistica.
 
Beninteso: con queste rapide e per forza di cose imprecise incursioni storiche, non si ha certo la pretesa – né tanto meno l’intenzione – di infangare l’Italia. Tuttavia, se si considerano gli episodi sopra richiamati, forse si capiscono meglio le ragioni dell’odierna difficoltà, per gli italiani, di sentirsi nazione. >>
 
GIULIANO GUZZO


(Link: https://giulianoguzzo.com/2012/11/09/brevi-appunti-per-una-controstoria-dellunita-ditalia/)

3 commenti:

  1. Di palo in frasca

    Dopo aver letto questo interessante articolo - grazie Lumen - mi sono ricordato dei poveri italiani che Cavour mandò a combattere in Crimea. Di questa storia della Crimea non sapevo niente e mi sono andato a leggere l'articolo di Wikipedia, lunghissimo. Il Regno di Sardegna dichiarò guerra alla Russia, accidenti (il topolino ruggì). Ecco un passaggio sulla spedizione sabauda in quelle lontane contrade:

    "Il corpo di spedizione piemontese partì da Genova il 25 aprile 1855. Era formato da 2 divisioni per un totale di 18.058 uomini e 3.496 cavalli, ossia 3.000 uomini in più del convenuto. Comandava il corpo di spedizione il generale Alfonso La Marmora; le due divisioni erano agli ordini del generale Giovanni Durando e del generale Alessandro La Marmora, fratello di Alfonso e fondatore dei bersaglieri. Dopo una breve sosta a Costantinopoli (oggi Istanbul) ai primi di maggio i piemontesi sbarcarono a Balaklava, disponendosi a fianco degli inglesi; qui dovettero subito lottare con il colera che, fra gli altri, colpì mortalmente Alessandro La Marmora[73]."

    Oggi invece in Europa, grazie al progetto dell'UE, regna finalmente la pace: settant'anni senza guerra. Ma io direi grazie agli USA che ci convolgono lo stesso nelle loro avventure (Yugoslavia, Guerra del Golfo I e II, Afghanistan, Libia, per un pelo ci trascinavano anche in Siria).
    Eh, il mondo non è ancora pacificato. Ma lo sarà mai? Eppure senza i paesi europei imperialisti e guerrafondai non saremmo ora davanti a un computer, anzi non ci saremmo proprio nemmeno noi.




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    1. Caro Sergio, grazie per il contributo.
      Mi pare di ricordare che il contingente mandato dal Piemonte in Crimea (dove non aveva interessi di alcun tipo) servisse al piccolo regno per acquisire dei meriti con la Francia e l'Inghilterra, da riscuotere poi a tempo debito.

      In fondo, la geopolitica ha sempre le stesse regole: anche oggi i piccoli stati mandano dei contingenti di qua e di là, in luoghi apparentemente senza senso, solo per compiacere qualche grande potenza.

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  2. Secondo Giordano Bruno Guerri, un precursore "di fatto" dell'unificazione dell'Italia fu niente meno che Napoleaone Buonaparte.

    << Benché divisa in diversi Stati, l'Italia ebbe da Napoleone il primo tentativo di unificazione amministrativa: misure, pesi, monete, dogane divennero uguali per tutti, come i codici civile,
    commerciale, penale.
    Il debito pubblico venne risanato con la vendita dei beni ecclesiastici, furono costruite strade di interesse europeo (fondamentale, per 'avvicinamento all'Europa, l'apertura del passo del Sempione).
    Vennero restituiti i diritti civili agli ebrei, fu stabilita l'uguaglianza davanti alla legge, furono
    introdotti il matrimonio laico e il divorzio. L'istruzione venne laicizzata. (...)
    Vennero gettate le basi di uno Stato moderno e laico, anche se non proprio liberale. >>

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