mercoledì 31 agosto 2016

Quante storie

«Chi controlla il presente, controlla il passato. E chi controlla il passato, controlla il futuro». Questa celebre affermazione (contenuta in un romanzo di George Orwell) spiega nel modo più chiaro perché lo studio della Storia ha un’importanza “politica”, che va molto al di là della semplice erudizione.
Ma come viene insegnata la storia nelle nostre scuole ? E come, invece, dovrebbe essere insegnata ? Ce ne parla Aldo Giannuli, storico ed insegnante di grande esperienza (dal suo sito). LUMEN


<< Che ci sia un declino delle facoltà umanistiche, non solo in Italia ma in tutta Europa, è un fatto evidente (…) e la storia non fa eccezione. Non si tratta solo di cattedre soppresse, finanziamenti tagliati, orari scolastici ridotti, ma investe proprio l’interesse degli studenti per la materia: basti vedere le cifre degli immatricolati ai corsi di laurea di Storia, il numero dei tesisti (…) che scelgono una tesi in storia, ecc.
 
In parte, questa disaffezione si spiega con il “vento” culturale presente che esalta le scienze matematiche o naturali, o, al massimo l’economia e deprime tutte quelle umanistiche presentate come inutile erudizione. Ma in parte questo dipende anche dal modo in cui insegniamo la storia che annoia i ragazzi (giustamente, aggiungo io).
 
E il punto è che noi siamo rimasti al modello segnato dalla riforma Gentile (1923), che, per la storia, è: nozionistico-passivizzante, disciplinare, analogico, ossessivamente cronologico, evenemenziale, eurocentrico, a dominante politico militare e precettiva.
 
Mi spiego meglio. Il modello gentiliano immagina (non solo per la storia) la trasmissione del sapere come quella di un bagaglio di nozioni su cui solo dopo la fine del ciclo di studi (università compresa) una piccola parte dei neo laureati si applicherà per scopi di ricerca ed allo sviluppo di questa o quella disciplina, mentre gli altri si limiteranno ad applicare le nozioni apprese al proprio ambito lavorativo o al massimo per un uso personale a fini di intrattenimento.
 
Ovviamente, questo metodo individua lo studente come puro ricettore non interagente: allo studente non si chiede di appassionarsi alle materie che studia, ma di assimilare passivamente le informazioni trasmessegli. Gli serviranno dopo, per ora si limiti ad essere diligente. La motivazione allo studio viene dal valore culturale immaginato, non solo come elemento di promozione sociale, per la conquista di lavori più apprezzati e remunerati, ma come elemento gerarchico di comando: chi più sa, più sale nelle gerarchie sociali a cominciare da quella dello Stato e della politica, che più delle altre chiedono conoscenze storiche, la cui figura retorica regina è l’analogia.
 
Ne consegue che lo strumento per valutare e motivare lo studente è quello disciplinare espresso dalla promozione / bocciatura e, più in particolare, dal voto che esprime il suo valore intellettuale inteso soprattutto come adeguamento alle regole di apprendimento richieste dal modello sociale. E proprio in quanto l’analogia assume funzione chiave, la strutturazione del corso di studi deve essere cronologica e rigidamente tale, senza concessione alcuna né alla comparazione, né ad un taglio concettuale, che viene al massimo ammesso in funzione servente allo schema cronologico. (…)
 
In questo quadro non è affatto valorizzata la dimensione causale ed esplicativa, in omaggio alla prescrizione dello studiare la storia “per come è andata”, affastellando date e nomi senza nessuna particolare enfasi sui processi. Ed, ovviamente, questo rende inutile un approccio interdisciplinare, in particolare alla dimensione sociale.
 
La dominante resta quella politico-militare, dove per politico si intende l’assetto puramente statale (o della formazione o trasformazione degli stati, come per la Rivoluzione Americana, Francese, Risorgimento ecc.), accompagnata da una dimensione ideologica (…) e ad un sommario elenco di fatti militari, mai spiegati, se non con categorie indeterminate come il “genio” militare di questo o quel condottiero, ed il valore sul campo di battaglia degli uomini, mossi dall’adesione ad una qualche causa.
 
Quanto all’abito di osservazione esso non può che essere la storia europea, e la stessa scansione delle epoche - antica, medievale, moderna e contemporanea – (…) riproduce le tappe dell’ascesa dell’Europa nel Mondo, come affermazione del Progresso e della naturale superiorità dell’homo europeus. Donde deriva anche la dimensione precettiva dell’insegnamento della storia, che indica quali valori custodire.
 
Questo è lo schema di base che ancora regge l’insegnamento, salvo occasionali innesti, negli ultimi trenta anni, di storia sociale e culturale (storia di genere, dei giovani, dei consumi, del sindacato…) innesti peraltro del tutto inutili perché, per ragioni di tempo nessuno riesce a toccare quei capitoli. (…)
 
L’unico risultato è stato quello di aumentare il peso (ed il costo) del manuale, che resta ancora oggi l’oggetto di culto di tanto docenti, ed il modo infallibile per fare odiare la materia agli studenti, ai quali si chiede sostanzialmente di ingurgitare e digerire quello che c’è scritto in quelle pagine. Più il resoconto delle studente interrogato sarà fedele alle pagine del manuale e più il voto sarà alto. (…) 

Tutto sommato, lo schema gentiliano, pur nel suo furioso classismo e nazionalismo, ha funzionato a suo modo, riuscendo a fondare un sapere storico condiviso, base delle letture di età adulta, funzionale a stabilizzare il senso di identità nazionale, utile a selezionare una classe dirigente formata sull’asse letterario-filosofico. Cosa criticabile quanto si vuole ma che ha avuto una sua coerenza e che ha raggiunto i suoi scopi. Ma, nell’anno di grazia 2016 ci serve ancora questa storia ? A me sembra che ci serva come un manuale di astrologia in una base spaziale. >>
 

<< Dopo la “pars destruens”, veniamo alla “pars costruens”: che fare di fronte alla decadenza degli studi storici ed al disamore crescente dei ragazzi nei suoi confronti?
 
Primissima cosa: basta con la noia ed il nozionismo. I ragazzi non sono otri da riempire di nozioni, ma cervelli che devono essere chiamati ad un ruolo attivo nella formazione della conoscenza storica. E questo lo si ottiene in primo luogo non dandogli la pappa pronta del manuale e rimandando ‘sine die’ il loro ruolo attivo, ma sollecitando il loro intervento costantemente ed, in secondo luogo, privilegiando un approccio concettuale, rispetto ad uno meramente nozionistico-cronologico.
 
Qui però dobbiamo capirci. (…) Lo studente deve essere [sempre] in grado di collocare un personaggio o un avvenimento nelle sue coordinate spazio temporali. Per fare questo potrebbe essere utile il ricorso a tavole sinottiche e magari tavole a “sviluppo progressivo”: una base iniziale generalissima per grandi epoche, poi altre più analitiche su periodi più ristretti, poi altre ancora più di dettaglio.
 
La cronologia è importante, ma va ridotta all’osso e poi sviluppata man mano che cresce l’interesse per un determinato periodo o paese: ormai con l’ipertesto si fanno cose prima impensabili e nel 2016 non dobbiamo necessariamente lavorare solo sul cartaceo, vi pare? Quindi va bene la cornice cronologica, ma senza inzeppare lo studente di nozioni che poi, scommetteteci, dimenticherà. (…)
 
Il manuale [da parte sua] è andato via via “ingrassando” perché, mentre venivano lasciate tutte le nozioni precedenti, se ne aggiungevano di nuove. (…) Solo che è perfettamente inutile aggiungere capitoli su capitoli, tanto l’orario di lezione è sempre quello e le altre materie da studiare sono sempre le stesse.
 
Allora, non è preferibile, data una cornice generale, insegnare ai ragazzi come scoprire quando c’è stata la lega di Cambrai, quando la guerra dei trenta anni, come è andata la rivoluzione russa e la guerra del Vietnam, ecc. ? Ma, soprattutto, saperle collocare concettualmente in un contesto coerente ?
 
Quindi, in primo luogo l’insegnamento deve avere un carattere metodologico e spiegare a che serve sapere certe cose (…) Questo significa insegnare ai ragazzi a formulare il quesito storico cui si intende rispondere. La ricerca del sapere è sempre la risposta ad una domanda, in mancanza della quale si fa solo dell’imparaticcio inutile o utile, forse, a “far bella figura in società”.
 
Dunque va preferito un approccio prevalentemente concettuale sia con schede per argomento (feudalesimo; sistema sociale proto-capitalistico; protestantesimo; simbolismo ecc.) sia curando “percorsi” tematici (storia dello Stato; storia delle città o della tecnologia ecc.) sia schede per paese via via espandibili, sempre con la tecnica dell’iper-testo. Il ragazzo che si chiede quali siano le ragioni storico-culturali del perché l’auto europea è diversa da quella americana e quali conseguenze ha questa differenza storica, deve essere messo in grado di rispondere a questa domanda e, quindi saper ricercare le fonti, saperle criticare e confrontare e ricavarne una conclusione ragionevolmente fondata.
 
E se poi ignora tutto sulla Lega di Smalcalda? E chi se ne frega?! Quando avrà ragione di occuparsene, andrà a vedere di che si tratta seguendo lo stesso metodo usato per la storia dell’auto. L’importante è che questo avvenga all’interno di una visione unitaria della storia (…): la storia è sempre spiegazione del presente, dunque un approccio più esplicativo che narrativo.
 
E le fonti ? Viviamo in un’epoca di sovrabbondanza di fonti (libri, riviste, televisione, cinema, web, per non dire archivi, musei eccetera), bisogna insegnare ai ragazzi a saper valutare le fonti e la loro funzione (…), pesarne l’autorevolezza, scomporle, verificarne autenticità e veridicità attraverso la verifica incrociata di esse ecc. (…) Certo che nel web viaggiano fior di schifezze, lo sappiamo. Ma, perché, libri e riviste sono solo oracoli di pura scienza ?
 
Il problema è saper valutare l’autorevolezza della fonte, soppesarne la struttura metodologica, la ricchezza documentale, la logicità delle affermazioni. E se lo studente è stato opportunamente addestrato, state tranquilli che riconoscerà le frescacce, che si tratti di web o di carta stampata. Dunque, insegnare come lavora uno storico deve essere uno degli assi portanti dell’intera impostazione formativa. (…)
 
Dove il paradigma tradizionale aveva un carattere nozionistico-passivizzante, narrativo, ossessivamente cronologico, ecc. (…), le esigenze del tempo presente chiedono un approccio attivistico, anti nozionistico e concettuale, esplicativo, transdisciplinare, comparativo, processuale, mondiale, non esclusivamente politico-militare e lontano da ogni pretesa moraleggiante.  Lo scopo della storia non è il giudizio morale, tanto caro a Croce, ma la spiegazione rigorosamente a-valutativa dei fenomeni storici. Poi il giudizio morale può esserci, se proprio se ne ha l’esigenza, ma è un aspetto successivo ed esterno alla ricostruzione storica. Non è il catechismo quello che dobbiamo scrivere. > >
 
ALDO GIANNULI

30 commenti:

  1. Mah, sì, d'accordo (più o meno). Ma mi sembra pretendere anche troppo. Non c'è solo la storia da studiare, ci sono anche tante altre materie. Non ho dei bei ricordi dell'insegnamento di storia al ginnasio e liceo. Sì, era in genere noioso e nozionistico (anche se trovo eccessivo questo sparare a zero sul cosiddetto nozionismo). Un insegnante di storia era veramente insopportabile (del resto non aveva nemmeno un'adeguata preparazione). Un mio compagno gli mise sulla cattedra un bigliettino tipo baci Perugina su cui era scritto (me lo ricordo benissimo): "Il peccato più grave dell'insegnamento è annoiare." Ma la noia - e la paura - regnavano sovrane nell'insegnamento in genere. Di quanti professori abbiamo un grato ricordo? Quanti ci entusiasmavano? Forse nessuno. Io ho un bel ricordo del mio insegnante di tedesco, ma il suo metodo è oggi improponibile. Qualcosa è cambiato davvero nella scuola e nella società. La scuola del Novecento è stata come la descrive Giannuli (credo almeno fino al 68). Ordine, disciplina, repressione erano le linee guida, oggi non più praticabili (anche se non apprezzo molto il casino attuale). Tutte queste assemblee, scioperi, sbrodolamenti concettuali, mah!
    Sì, le materie umanistiche sono in crisi. Per conto mio le facoltà umanistiche potrebbero essere chiuse (filosofia, storia, linguistica, storia dell'arte ecc. ecc.). Del resto ai "nuovi" italiani con smartphone incorporato cosa gliene può fregare di Manzoni, Leopardi, cristianesimo, Giotto ecc. ecc. Per noi erano punti di riferimento imprescindibili, ma oggi?
    Certo gli insegnanti delle materie scientifiche hanno meno problemi: fisica, matematica ecc. si prestano poco ad accese discussioni e contestazioni. Sono anche materie difficili, bisogna fare attenzione, c'è poco da discutere (forse questa è un'affermazione discutibile).
    In conclusione: Giannuli ha ragione (ma non troppo, esagera pure lui:
    un liceale non è ancora uno studioso, un ricercatore).

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  2. "Molti studenti, specie se poveri, sanno per istinto che cosa fa per loro la scuola: gli insegna a confondere processo e sostanza. Una volta confusi questi due momenti, acquista validità una nuova logica: quanto maggiore è l'applicazione, tanto migliori sono i risultati; in altre parole, l'escalation porta al successo. In questo modo si «scolarizza» l'allievo a confondere insegnamento e apprendimento, promozione e istruzione, diploma e competenza, facilità di parola e capacità di dire qualcosa di nuovo. Si «scolarizza» la sua immaginazione ad accettare il servizio al posto del valore.
    In questo libro mostrerò che l'istituzionalizzazione dei valori conduce inevitabilmente all'inquinamento fisico, alla polarizzazione sociale e all'impotenza psicologica: tre dimensioni di un processo di degradazione globale e di aggiornata miseria. Spiegherò come questo processo di degradazione si acceleri quando bisogni non materiali si trasformano in richieste di prodotti, quando la salute, l'istruzione, la mobilità personale, il benessere o l'equilibrio psicologico sono visti soltanto come risultati di servizi o di «trattamenti».
    Le burocrazie degli enti assistenziali rivendicano il monopolio professionale, politico e finanziario dell'immaginazione sociale, fissando i criteri mediante i quali si deve stabilire se una cosa è valida e fattibile. Questo monopolio è alla base della versione moderna della povertà. Ogni semplice bisogno per il quale si trovi una soluzione istituzionale permette di inventare una nuova classe di poveri e una nuova definizione della povertà.
    Una volta che una società ha trasformato i bisogni fondamentali in richieste di beni di consumo prodotti scientificamente, la povertà si definisce secondo parametri che i tecnocrati possono modificare a proprio arbitrio. Sono poveri quelli che non sono riusciti in misura rilevante a tener dietro a qualche reclamizzato ideale consumistico."

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    1. Sì, bel discorso, convincente. Penso però che anch'io, anche noi siamo stati vittime del sistema, tuttora applicato. Come uscirne, si può uscirne? Potrebbe essere un testo di Ivan Illich. Hai fatto però bene a non citare la fonte o l'autore (cosa d'obbligo, ne sanno qualcosa i ministri tedeschi destituiti per aver "copiato" nelle loro dissertazioni). In fondo che importa chi l'ha detto? È la sostanza che conta.
      Illich è completamente scomparso e di descolarizzare la società non parla più nessuno, anzi: la scuola continua a essere come prima, più di prima, veicolo dell'ideologia dominante. La prima preoccupazione - a Amatrice e in Africa - è di aprire o riaprire le scuole in cui ficcarci i bambini (rompiscatole).

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    2. "veicolo dell'ideologia dominante"

      Dove l'ideologia secondo l'articolo di cui hai indovinato l'autore (non l'avevo citato apposta, come hai detto) non e' neppure nel bagaglio culturale, bensi' nel processo, cioe' nell'imparare ad arrivare primi e sgomitare in branco.

      Esattamente come lo sport, anch'esso ha un'importanza enorme nel modellamento dei membri della societa' contemporanea: man mano che passa il tempo trovo lo sport sempre piu' idiota, detestabile e assurdo, un miscuglio concentrato ed esclusivo di narcisismo, arrivismo, competitivita', indottrinamento, con premio finale per i migliori, al compimento di precise serie di riti manifestamente assurdi fuori del loro limitatissimo contesto.

      Mi rendo conto di essere un brontolone e di detestare cio' che e' considerato dalla nostra societa' di maestrine e marpioni, "del piu' alto valore educativo".

      Ma d'altra parte quale insegnante si prenderebbe a cuor leggero la responsabilita' di "formare" degli indatti, dei perdenti alla lotta della vita? Ce n'e' di che impazzire... meglio fare un altro mestiere.

      "La prima preoccupazione - a Amatrice e in Africa - è di aprire o riaprire le scuole in cui ficcarci i bambini (rompiscatole)."

      Adesso la scuola primaria ha il primo scopo di togliere i bambini dalle palle dei genitori, in particolare delle mamme che devono lavorare per pagare il mutuo della casa, e come scopo secondario ha quello di dar lavoro alla pletora di insegnanti e addetti vari. Credo si tratti del piu'perfetto esempio di istituzione autoreferenziale che si autoperpetua, ancora piu' delle altre burocrazie. Mi piacerebbe trovare una storia della scuola moderna, come istituzione e' estremamente recente, coincide con il formarsi degli stati nazionali e delle societa' di massa.
      Ricordo ad esempio che i giapponesi, venuti in contatto con l'occidente e vista la sua superiorita' militare, per prima cosa hanno adottato il modello di scuola prussiana, copiando perfino i grembiulini e le uniformi. Einstein riteneva che il rigido modello scolastico tedesco fosse il massimo responsabile della disumanita' mostrata da quella societa'.

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    3. Sullo sport ti do ragione. Trovo ormai assolutamente insopportabili la retorica e l'enfasi che accompagnano gli eventi sportivi. Ho appreso però con soddisfazione che l'ultima Olimpiade di Rio sia stata un fiasco: gli stadi erano vuoti o semivuoti. Si vede che pure i tifosi più tifosi (cioè scemi e abbrutiti) si sono stufati. Nemmeno lo sport, questa religione dei nostri tempi, fa più tanto effetto (malgrado la rituale presenza dei grandi capi che devono mostrarsi vicino alle masse - penosa la Merkel che esulta a un gol dei tedeschi).
      Però lo sport "per gioco" (non per la fama e i soldi) ci potrebbe ancora stare. Misurarsi per vedere fino dove si può arrivare può divertire e irrobustire il corpo (e forse anche la mente se è vero l'adagio mens sana in corpore sano). Oggi lo sport è ormai depravato e non capisco come i tifosi si facciano ancora spennare applaudendo degli autentici mercenari al servizio di chi paga di più, oggi anche un cinese. E lo chiamano campionato italiano di calcio (con squadre con dieci stranieri dai nomi impronunciabili).

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    4. << Dove l'ideologia (...) non e' neppure nel bagaglio culturale, bensi' nel processo, cioe' nell'imparare ad arrivare primi e sgomitare in branco. >>

      Appunto.
      Che sia l'arrivare primi negli studi, o nel lavoro o nello sport, si tratta sempre di arrivare davanti agli altri, ovvero di primeggiare.

      E da dove arriva questo istinto (personale e sociale) alla primazia ed alla sopraffazione ?
      Ma da "lui": il nostro caro, vecchio, insopportabile gene egoista.
      Non c'è scampo (o se c'è, è davvero per pochi fortunati).

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    5. Me lo presenterai di persona questo signor Gene Egoista, una volta o l'altra...

      Se si trattasse di un istinto primario geneticamente predeterminato, non ci sarebbe nessun bisogno di darsi tanto da fare culturalmente e socialmente, con un indottrinamento cosi' continuo, potente ed esplicito, per tenerlo vivo.

      La lotta darwinistica in questo caso e' fra memi, affinati durante i millenni attraverso tentativi ed errori, di organizzazioni sociali alternative.

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    6. Per lo sport, mi e' venuto l'accostamento ricordando un vecchio libretto di storia della Giunti, di una molto ben curata e illustrata collezione molto economica di questa specie di bignami, che compravo prima dell'avvento di internet e di mario monti, intitolato "il secolo dello sport", riferentesi al 1900.
      Vediamo se e' ancora edito.
      Era questo:
      http://www.libreriauniversitaria.it/era-sport-pivato-stefano-giunti/libro/9788809204478

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    7. "e non capisco come i tifosi si facciano ancora spennare applaudendo degli autentici mercenari"

      Fra l'altro molto spesso si tratta di gente che non ha MAI praticato per un solo secondo lo sport di cui e' tifosa. Conosco tifosi di calcio sfegatati che non hanno mai giocato a pallone nemmeno da ragazzini, l'unica cosa che li attrae e' il puro tifo bestiale, il puro istinto di branco, quello che in questo secolo i dittatori di ogni colore politico hanno saputo sfruttare per i loro fini. (ma anche nei due millenni precedenti non scherzavano, usando allo stesso modo la religione).

      L'istinto di branco sicuramente esiste ed e' molto forte nell'uomo, istinto che condividiamo coi cani, perche' come loro da soli siamo morti o quasi, perdiamo tutta la nostra potenza, che e' nella organizzazione della specie.

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    8. << Se si trattasse di un istinto primario geneticamente predeterminato, non ci sarebbe nessun bisogno di darsi tanto da fare culturalmente e socialmente, con un indottrinamento cosi' continuo, potente ed esplicito, per tenerlo vivo. >>

      Bella domanda.
      Può darsi che i tentativi della cultura di mettersi di traverso al signor Gene Egoista (che non ti presento perchè lo conosci già, come te stesso), predicando la cooperazione ed il buonismo, non funzionino a sufficienza.

      Oppure può darsi che la cultura, anch'essa controllata indirettamente dal suddetto "signore", nonostante le apparenze, lavori semplicemente per lui.

      Probabilmente le due spiegazioni convivono e si alternano a seconda delle circostanze sociali e politiche: le dittature, in genere, spingono la cultura a fianco del gene; le democrazie cercano di mettersi di traverso.

      Anche in campo religioso, possaimo per esempio vedere l'Islam come un esempio del primo tipo (la cultura che rafforza il gene), ed il cattolicesimo attuale come un esempio del secondo (la cultura che lo combatte).

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    9. "le dittature, in genere, spingono la cultura a fianco del gene egoista"

      Spingono pure quello altruista, almeno le dittature a sfondo collettivista/socialista, cioe' tutte quelle europee del secolo scorso.
      Ai tempi del PCI degli anni 50 e 60 era fortemente sconsigliato per i compagni usare il pronome Io, bisognava usare il Noi. Il fascismo, nonostante un certo retroterra superomistico, non era molto diverso, prima veniva la nazione, mentre l'individuo o la persona, per il loro presunto egoismo, non contavano un cazzo.

      L'unico regime che a questo "altruismo tribale" aggiungeva un sapore razziale su presunta base genetica, che peraltro era condiviso se non fomentato da tutti o quasi gli scienziati dell'epoca, era il nazionasocialismo. Il nazionalsocialismo si puo' davvero dire che abbia fatto proprio lo scientismo riduzionista del "gene egoista".

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    10. Questo e' il caso piu' emblematico di uso della
      https://it.wikipedia.org/wiki/Reductio_ad_Hitlerum
      dato che e' pure applicata al riduzionismo
      (rotfl)

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    11. Caro Diaz, io mi riferivo principalmente alla spinta ossessiva delle dittature verso la massima prolificità.
      Mentre la traslazione culturale dall'IO al NOI, che - come osservi giustamente tu - è tipica di quei regimi, può essere vista come un intralcio al gene egoista.

      Ma fino ad un certo punto.
      Forse è più di intralcio al fenotipo (a cui interessa principalmente il benessere individuale), che non al genotipo (a cui interessa invece la massima riproduzione).

      In ogni caso, in effetti, è difficile semplificare, perchè gli intrecci gene/cultura sono sempre più complessi di quanto ci piacerebbe.

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    12. "è difficile semplificare, perchè gli intrecci gene/cultura sono sempre più complessi di quanto ci piacerebbe"

      Diciamo pure che il determinismo biologico lascia il tempo che trova perlomeno negli esseri umani, la cui identificazione e' nei memi piu' che nei geni. Ci ammazziamo (e ci accoppiamo) per le idee non meno che per il colore della pelle o dei capelli, per cui potremmo dire semmai che sono le idee a determinare la genetica, cosa che sta diventando vera alla lettera con le ultime tecnologie.
      Una eccezione e' stata il nazionalsocialismo, ma fino a che punto? Anch'esso operava in base a delle ideologie complesse, non certo in base ad uno stimolo-risposta pavloviano semplice, tant'e' che il concetto di razza, che era dato per scontato dalla scienza dell'epoca, poi, dalla scienza successiva, e' stato respinto, per cui ora e' lecito parlare di razze solo per gli animali, e intendendo comunque con questo una variazione geografica di caratteri superficiali.
      Lo stimolo risposta pavloviano semplice resta nell'ambito di pensiero e azione degli economisti "scientifici" contemporanei, la cui base ideologica si trova nella psicologia comportamentista, quelli del governo pianificato della societa' attraverso gli incentivi/disincentivi, che sono rimasti gli ultimi a credere fideisticamente in una qualche forma di determinismo (e i risultati si vedono).

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    13. << tant'e' che il concetto di razza, che era dato per scontato dalla scienza dell'epoca, poi, dalla scienza successiva, e' stato respinto >>

      Occhio alla trappola.
      Il sillogisma: "il nazismo si fondava sulla razza / il nazismo era ignobile / ergo le razze umane non esistono" è troppo semplicistico per essere dato per scontato.
      Può darsi che sia vero e può darsi di no.
      Certamente oggi è passato troppo poco tempo perchè la scienza possa discutere serenamente e onestamente di queste cose.

      A costo di smentire il mio stesso blog, è tutto da dimostrare che il meme, in generale, sia in contrasto col gene.
      Il genietto ha le braccia lunghe...

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    14. Però, però, re melius perpensa, in effetti il meme ha una dote che il gene non ha e non potrà mai avere: la incredibile velocità di diffusione, che comprende anche le proprie variazioni.
      Quindi, tutto sommato, mai dire mai...

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    15. "ergo le razze umane non esistono"

      Cosa dire, quello di razza e' in gran parte un costrutto sociale, perche' mentre la specie e' chiaramente definita dalla impossibilita' di interfecondazione, la razza cos'e'? Quali caratteri fenotipici/genotipici devono essere presi in considerazione per definirla? Quale variazione e' ammessa in questi? Tale da comprendere tutta la specie umana o ristretta ad ogni singolo individuo?

      Dal punto di vista genetico c'e' pero' un fatto che taglia la testa al toro: secondo Cavalli Sforza la variazione genetica interna ad ogni popolazione e' 5-10 volte quella che c'e' fra le medie di ogni popolazione. In altre parole c'e' MOLTA piu' differenza genetica fra due svedesi purosangue presi a caso che fra lo svedese medio e l'aborigeno australiano medio, al di la' dei caratteri piu' vistosi e superficiali tipo il colore di pelle, capelli e occhi.

      Resta comunque il fatto che se arriva un Himmler che decide d'imperio che a definire una razza e' la tonalita' dell'occhio azzurro, e il resto non conta, e' libero di farlo proprio per la indeterminatezza del concetto (non so se hai mai visto i campioni di tonalita' di azzurro che venivano usati nel reich per classificare gli esseri umani).

      "è tutto da dimostrare che il meme, in generale, sia in contrasto col gene"

      E perche' mai dovrebbe essere in contrasto? E' solo un ulteriore livello di astrazione. Fra l'altro, subisce la variazione e la selezione piu' o meno allo stesso identico modo del gene, solo appunto in modo eccezionalmente piu'rapido. Ma il punto e' che gli esseri umani sono tali per la coscienza e la cultura, che sono fenomeni prettamente memetici, di flessibilita' e variabilita' di ordini di grandezza maggiori dei geni. E' "software", in termini moderni. Per cui attardarsi, e accanirsi, sul determinismo genetico giustifica in effetti un richiamo al terzo reich.

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    16. << mentre la specie e' chiaramente definita dalla impossibilita' di interfecondazione, la razza cos'e'? Quali caratteri fenotipici/genotipici devono essere presi in considerazione per definirla? >>

      Osservazione ineccepibile.
      Resta però il fatto che certe macro-differenze fisiche ci sono, sono pacificamente accettate (sarebbe ridicolo negarle) e, credo, passono essere abbastanza utili a livello scientifico.

      E' vero che ormai le popolazioni mondiali si stanno mescolando rapidamente, ma l'esistenza di caratteri intermedi o misti non vale certo ad eliminare l'origine di fondo, che risale alla grande migrazione di 120.00 anni fa, con le separazioni geografiche (spesso molto nette) che ne sono derivate.

      Il problema del razzismo, in realtà, e legato al buon vecchio Cartesio, ma questo è un altro discorso e si finerebbe OT.

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    17. "Resta però il fatto che certe macro-differenze fisiche ci sono"

      Si' ma non sono legate alla "razza" cosi' come volgarmente intesa: la forma del cranio, la forma corporea, variano molto di piu' all'interno di una "razza" che all'interno della specie: a parte il colore della pelle, che pero' se guardi le mappe moniali dipende praticamente solo dalla latitudine (con l'eccezione delle popolazioni che si alimentano di pesce e quindi non hanno problemi di vitamina D). Anche in cina il colore della pelle varia con la latitudine.

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    18. << la forma del cranio, la forma corporea, variano molto di piu' all'interno di una "razza" che all'interno della specie >>

      Può darsi che sia vero, non discuto.
      Io avrei sicuramente detto il contrario.
      E' evidente però che quella delle razze (o etnie, o quello che è) diventa un problema imbarazzante solo quando si passa dalle caratteristiche fisiche a quelle, come dire, mentali.
      Ma qui, ovviamente, mi fermo e chiudo la digressione.

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    19. Se non ricordo male lo dice questo che e' un'autorita' in materia e il capostipite di tutta una branca di studi, proprio sui geni, i popoli e le lingue:

      https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Luca_Cavalli-Sforza#Opere

      Sull'ultimo numero di le scienze dovrebbe essere allegato il suo libro http://www.lescienze.it/edicola/2016/08/31/news/l_evoluzione_della_cultura-3215705/
      che lessi, assieme ad altre opere di questo autore, molti anni fa.

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    20. Caro Diaz, ho letto qualcosa di Cavalli-Sforza, la cui competenza è fuori discussione, e, qualche tempo fa, ci ho anche fatto un post.
      Però mi darai atto che qualla di negare il problema alla radice è senza dubbio la soluzione più elegante ed efficace.

      Probabilmente le razze umane non esistono, o non esistono più, e sicuramente il termine è più ambiguo di quanto sembri, ma è difficile sostenere che negli ultimi 120.000 anni, con tutte le separazoni geografiche che ci sono state, la specie umana sia rimasta totalmente immune dalla selezione genetica.
      Il tutto, ovviamente, solo per amore di discussione e senza nessuna intenzione polemica.

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    21. Direi di piu': volendo rimarcare l'originalita' genetica di un qualsivoglia gruppo umano, c'e' solo l'imbarazzo della scelta: scegliendo adeguatamente i caratteri, qualsiasi insieme di uomini probabilmente puo' essere usato per definire una razza. Se osservo una famiglia di 10 fratelli (qualcuna ne conosco), personalmente non finisco mai di restare stupito di quanto diversi essi siano uno dall'altro, sia fisicamente che caratterialmente.
      Ma e' proprio questo il punto.

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  3. Sì, il testo citato da Diaz è di Ivan Illich e, tempo fa, ci avevo anche fatto un post (che si intitolava, giusto a proposito, "Abbasso la Squola").

    Quanto alla ritirata della materie umanistiche di fronte alle nuove esigenze tecnico-scientifiche, la cosa potrebbe non essere nè così ovvia, nè così auspicabile.

    Cito da un recente Buongiorno di Massimo Gramellini:
    << Uno dei mantra del luogocomunismo italico recita che la cultura classica non serve più a nulla. Poiché la romanità è ciarpame nostalgico e il latino una fabbrica di disoccupati, per procurare uno straccetto di futuro ai nostri ragazzi occorre togliere in fretta dai loro zaini il Castiglioni Mariotti e l’Eneide e sostituirli con un trattato sugli algoritmi e un dizionario di cinese.
    Siamo nell’era di Facebook, cosa volete che conti la conoscenza della storia antica?
    Poi un giorno sbarca in Italia colui che Facebook lo ha inventato e scopriamo che conosce il latino, ha una passione politica per la Pax Augustea e una artistica per i monumenti della Roma dei Cesari, cita la perseveranza di Enea come modello esistenziale e apprezza il «De Amicitia» di Cicerone. >>


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    1. "Poi un giorno sbarca in Italia colui che Facebook lo ha inventato e scopriamo"

      La tesi di gramellini puo' essere condivisibile, ma la dimostrazione veramente e' pietosa.
      E' piuttosto evidente cosa ci trova di magnetizzante il bel tomo nella storia imperiale: un esempio di grande successo da imitare. A quello la' della cultura non gliene mporta un fico, a lui interessano i segreti degli strumenti di manipolazione del mondo, per raggiungere lui il successo. Del resto il sistema scolastico e culturale americano e' incentrato su questo, sull'arrivare primi e piu' in alto, non importa salendo su quale cumulo di spazzatura. Lo sapete che in America e' in uso il sistema del "pool di voti" no? (non ricordo come si chiami, anzi "ranking" o qualcosa del genere): ogni insegnante alla fine del corso ha ha disposizione un numero percentuale fisso di voti da dare (a, b, c, eccetera), fra cui un numero fisso di insufficienze, per cui COMUNQUE i peggiori che ne so cinque della classe, devono essere bocciati, anche se si trattasse di una classe di einstein. Il motivo tanto celebrato per cui in America gli studenti non copiano e' solo questo, non perche' noi abbiamo il familismo amorale e loro no, e' perche' gli studenti cercano di fregarsi fra di loro per non essere fra gli ultimi dannati 5, e non di fregare il professore come accade qui da noi. E' un'educazione al piu' laido e spietato arrivismo fin dalla piu' tenera infanzia. Accoppiato al senso di superiorita' razziale e al patriottismo di quella societa', la rende vincente. E ce la sanno anche "vendere" bene, eccellono pure in questo... in realta' e' una societa' che deve ricorrere a tutti i tipi di droghe legali e illegali (hanno un enorme consumo di psicofarmaci) per non schiattare nel tentativo di prevalere.
      L'imperativo e' di fare sempre e comunque il massimo possibile nel tentativo di lasciare indietro gli altri, cioe' l'esatto contrario di cio' che in modo sofisticamente retorico proclamano per farsi belli (altra cosa che insegnano a scuola, mediata dalla cultura classica).
      A tenere in piedi il pateracchio e' l'illusione promossa da tutti i mezzi di intrattenimento che chiunque puo' arrivare primo (nei film americani c'e' SEMPRE il lieto fine, se avete notato). Sul fatto che cio' implichi che per uno che arriva primo ci sono tutti gli altri che arrancano insoddisfatti dietro nel tentativo di tirarlo giu' e sostituirlo, omerta'.

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  4. "Lo scopo della storia non è il giudizio morale, tanto caro a Croce, ma la spiegazione rigorosamente a-valutativa dei fenomeni storici. Poi il giudizio morale può esserci, se proprio se ne ha l’esigenza, ma è un aspetto successivo ed esterno alla ricostruzione storica."

    A-valutativita' weberiana, se non sbaglio, che poi si trova in una forma piu' generale nella legge di Hume, nella distinzione fra giudizi di fatto e giudizi di valore, per cui dall'essere non puo' derivare il dover essere. Notevole in uno che si autodichiara marxista come Giannuli.
    https://it.wikipedia.org/wiki/Legge_di_Hume

    Tempo fa pubblicasti invece questa roba di Bagnai, con questa confusione fra giudizio etico (prescrittivo) e giudizio storico (descrittivo).
    Uno storico che da' giudizi storici positivi o negativi, cioe' mischia descrizione e prescrizione, e' uno storico che ha sbagliato mestiere, chi si fiderebbe mai di uno storico del genere?

    GIUDIZIO POSTUMO
    << Il privilegio di chi esercita un lavoro intellettuale è quello di sopravvivere nelle proprie opere più agevolmente di quanto ciò non possa accadere a un bigliettaio, a un mungitore, a un tornitore, a un qualsiasi altro "meccanico".
    Ma ubi commoda, ibi et incommoda. Ciò che ti rende immortale, in re ipsa ti espone a una valutazione post mortem. (…)
    Il giudizio da etico diventa storico, ma, se era negativo, non può e non deve diventare automaticamente positivo per il semplice fatto che chi ha esercitato in modo discutibile la propria professione intellettuale non ci sia più. (…)
    Se bastasse morire per meritare un giudizio storico positivo, allora, da Attila in giù, la storia sarebbe piena solo di brave persone. >>

    Semmai:

    Secondo il modello convenzionale di "progresso" scientifico, partiamo da uno stato di superstiziosa ignoranza e ci muoviamo verso la verita' accumulando sequenze di fatti. In questa presuntuosa prospettiva, la storia della scienza finisce per ridursi a poco piu' che una fonte di aneddoti, poiche' essa non puo' che limitarsi alla cronaca degli errori del passato, e rendere onore a chi ha aperto degli squarci verso la verita' finale.
    Tutto si svolge in modo chiaro come in un melodramma di vecchio stampo: la verita' (quello che noi oggi riteniamo tale) e' l'unico arbitro, e il mondo degli scienziati del passato e' diviso in bravi che avevano ragione e cattivi che avevano torto.
    Negli ultimi dieci anni gli storici della scienza hanno abbandonato completamente questo modello. La scienza non e' una spassionata ricerca di informazioni oggettive, ma un'attivita' creativa umana; l'attivita' dei suoi geni assomiglia di piu' a quella degli artisti che non a quella di un elaboratore di dati.
    La sostituzione di una teoria con un'altra non e' una semplice conseguenza di nuove scoperte, ma il frutto di un lavoro creativo influenzato dalle forze sociali e politiche dell'epoca.
    Non dovremmo giudicare il passato attraverso le anacronistiche lenti delle nostre convinzioni, considerando alla stregua di eroi gli scienziati che ci sembrano aver ragione sulla base di criteri completamente esterni alla loro situazione. Chiamare Anassimandro (sesto secolo a.C. ) "evoluzionista" perche', difendendo un ruolo primario dell'acqua tra i quattro elementi, sosteneva che la vita era iniziata nel mare, e' pura stupidita'; eppure la maggior parte dei libri di testo gli fa questo onore.
    In questo saggio prendero' in considerazione il gruppo di cattivi che compare piu' spesso nei manuali e cerchero' di dimostrare che la loro teoria era ragionevole per la loro epoca e che ha tuttora qualcosa da insegnarci. [...]
    Stephen Jay Gould

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    1. Sbaglio, o al signor Gould piace da matti fare il bastian contrario ? :-)

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    2. A me pare che dica ovvieta'.
      La confusione fra "essere" e "dover essere" la facciamo anche qui spesso, e la fanno anche i catastrofisti e gli economisti piu' scientifici che gia' conosciamo: quante volte abbiamo detto che non vanno confusi i nostri desideri con le realta' di fatto? E quante volte che i desideri (cioe' i giudizi di valore) sono piu' che legittimi ma e' scorretto anzi da maramaldi usarli per costruire una realta' oggettiva di comodo che escluda, in quanto tale, gli altrettanto legittimi desideri altrui?

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    3. Un noto filosofo ha anche detto, esplicitamente, che "non possiamo trarre l'essere dal dover essere" (spero che la citazione sia corretta).
      Purtroppo non ricordo chi l'ha detto (forse Kant).
      Certo, però, che la tentazione, per una specie fortemente etica come la nostra, è fortissima.

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  5. @ Sergio e Diaz

    Due considerazioni personali (molto personali) sullo Sport.
    Io non mi ritengo (excusatio non petita) un fanatico della vita intesa come competizione per arrivare primi.
    Personalmente ho sempre pensato che "in medio stat virtus" e che rovinarsi la vita per arrivare in cima alla piramide sociale è piuttosto stupido.

    Però guardo allo sport con simpatia.
    In gioventù sono stato un atleta attivo ed, essendo fisicamente modesto, preferivo gli sport di squadra nei quali anche un mediocre poteva divertirsi.

    Degli sport che praticavo, ovviamente, ero anche spettatore e, avendo la fortuna di NON essere accecato dal tifo apodittico, ne ho ricevuto tante belle soddisfazioni.
    Ancora adesso, seguire approfonditamente alcuni specifici sport rappresenta per me un vero e proprio hobby.

    Certo, gli atleti dei massimi livelli professionistici sono sottoposti a pressioni notevoli, ma, in fondo, sono anche molto ben pagati per questo.
    Ed il loro esempio può servire ad incoraggiare i ragazzini all'attività fisica, tanto utile quanto trascurata.
    Fine del pistolotto.

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