giovedì 21 gennaio 2016

A qualcuno piace caldo

Le considerazioni di un grande esperto come Jared Diamond sul riscaldamento globale in atto, le sue cause e le sue temibili conseguenze (da Repubblica). Lumen

<< I cambiamenti climatici globali sono una delle forze che condizioneranno maggiormente la vita di tutti gli esseri umani che vivranno nei prossimi decenni. Quasi tutti ne hanno sentito parlare, ma è una materia così complicata e ricca di paradossi che poche persone, al di fuori degli addetti ai lavori, la capiscono davvero. Cercherò di spiegarla nel modo più chiaro possibile (…).

Il punto di partenza è la popolazione mondiale di esseri umani e l’impatto medio di ciascun essere umano (cioè la quantità media di risorse consumate e scarti prodotti per persona e per anno). Tutte queste quantità stanno aumentando, anno dopo anno, e di conseguenza sta aumentando l’impatto umano complessivo sul pianeta: l’impatto pro capite, moltiplicato per il numero di persone che ci sono al mondo, dà come risultato l’impatto complessivo.

Uno scarto importante è il biossido di carbonio o anidride carbonica (abbreviato in CO2), che provoca i cambiamenti climatici quando viene rilasciato nell’atmosfera, principalmente a causa del nostro consumo di combustibili fossili.

Il secondo gas più importante all’origine dei cambiamenti climatici è il metano, che esiste in quantità molto più ridotte e al momento rappresenta un problema meno grave della CO2, ma che potrebbe diventare importante per effetto di un anello di retroazione positiva: il riscaldamento globale scioglie il permafrost, che rilascia metano, che provoca ancora più riscaldamento, che rilascia ancora più metano e così via.

L’effetto primario della CO2, quello di cui più si discute, è la sua azione di gas a effetto serra. Significa che la CO2 assorbe una parte delle radiazioni a infrarossi della Terra, facendo crescere la temperatura dell’atmosfera. Ma ci sono altri due effetti primari del rilascio di CO2 nell’atmosfera.

Uno è che la CO2 che produciamo viene immagazzinata anche dagli oceani, non solo dall’atmosfera. L’acido carbonico che ne risulta fa aumentare l’acidità degli oceani, che già adesso è al livello più alto negli ultimi 15 milioni di anni. Questo processo scioglie lo scheletro dei coralli uccidendo le barriere coralline, che sono un vivaio di riproduzione per i pesci dell’oceano e proteggono le coste delle regioni tropicali e subtropicali da onde e tsunami. Attualmente, le barriere coralline del mondo si stanno riducendo dell’1-2 per cento ogni anno, il che significa che alla fine di questo secolo saranno in gran parte scomparse.

L’altro effetto primario del rilascio di CO2 è che influenza direttamente (in modo positivo o negativo) la crescita delle piante.

L’effetto del rilascio di CO2 di cui più si discute, in ogni caso, è quello che ho citato per primo: il riscaldamento dell’atmosfera. È quello che chiamiamo «riscaldamento globale», ma l’effetto è talmente complesso che questa definizione è inadeguata: è preferibile «cambiamenti climatici globali ».

Innanzitutto, le catene di causa ed effetto fanno sì che il riscaldamento atmosferico finirà, paradossalmente, per rendere alcune aree di terre emerse (fra cui il Sudovest degli Stati Uniti) più fredde, anche se la maggior parte delle regioni (fra cui quasi tutto il resto degli Stati Uniti) diventerà più calda.

In secondo luogo, un’altra tendenza è l’incremento della variabilità del clima: tempeste e inondazioni sono in aumento, i picchi di caldo stanno diventando più caldi e i picchi di freddo più freddi; questo spinge quei politici scettici che non capiscono nulla dei cambiamenti climatici a pensare che tali fenomeni siano la prova che i cambiamenti climatici non esistono.

In terzo luogo, c’è l’aspetto dello sfasamento temporale: gli oceani immagazzinano e rilasciano CO2 molto lentamente, tanto che se stanotte tutti gli esseri umani sulla Terra morissero o smettessero di bruciare combustibili fossili, l’atmosfera continuerebbe comunque a riscaldarsi ancora per molti decenni.

Infine, c’è il rischio di effetti amplificatori non lineari di vasta portata, che potrebbero provocare un riscaldamento del pianeta molto più rapido delle attuali, prudenti proiezioni. Fra questi effetti amplificatori c’è lo scioglimento del permafrost e il possibile collasso delle calotte di ghiaccio dell’Antartide e della Groenlandia.
Venendo alle conseguenze della tendenza al riscaldamento medio del pianeta, ne citerò quattro.

La più evidente per molte parti del mondo è la siccità. Per esempio nella mia città, Los Angeles, questo è l’anno più secco della storia da quando si sono cominciati a raccogliere i dati meteorologici, nel primo decennio dell’Ottocento. La siccità è un problema per l’agricoltura. Le siccità causate dai cambiamenti climatici globali sono distribuite in modo disuguale nel pianeta: le aree più colpite sono il Nord-America, il Mediterraneo e il Medio Oriente, l’Africa, le terre agricole dell’Australia meridionale e l’Himalaya.

Una seconda conseguenza della tendenza al riscaldamento medio del pianeta è il calo della produzione alimentare, per la siccità e paradossalmente per l’aumento delle temperature sulla terraferma, che può favorire più la crescita delle erbe infestanti che la crescita di prodotti destinati al consumo alimentare. Il calo della produzione alimentare è un problema perché la popolazione umana e il tenore di vita del pianeta, e di conseguenza il consumo di cibo, stanno aumentando (del 50 per cento nei prossimi decenni secondo le previsioni): ma già adesso abbiamo un problema di cibo, con miliardi di persone denutrite.

Una terza conseguenza del riscaldamento del pianeta è che gli insetti portatori di malattie tropicali si stanno spostando nelle zone temperate. Fra i problemi sanitari conseguenza di questo fenomeno al momento possiamo citare la trasmissione della febbre dengue e la diffusione di malattie portate dalle zecche negli Stati Uniti, lo sbarco della febbre tropicale Chikungunya in Europa e la diffusione della malaria e dell’encefalite virale.

L’ultima conseguenza del riscaldamento medio globale che voglio citare è l’innalzamento del livello dei mari. Stime prudenti al riguardo prevedono che il livello dei mari salirà nel corso di questo secolo di circa un metro, ma in passato i mari sono saliti anche di dieci metri: la principale incertezza in questo momento riguarda il possibile collasso e scioglimento delle calotte di ghiaccio dell’Antartide e della Groenlandia. Ma anche un aumento medio di solo un metro, amplificato da tempeste e maree, sarebbe sufficiente a compromettere la vivibilità della Florida, dei Paesi Bassi, dei bassopiani del Bangladesh e di molti altri luoghi densamente popolati.

Gli amici a volte mi chiedono se i cambiamenti climatici stiano avendo qualche effetto positivo per le società umane. Sì, qualche effetto positivo c’è, per esempio la prospettiva di aprire rotte navali sgombre dai ghiacci nell’estremo Nord, per lo scioglimento dei ghiacci artici, e forse l’incremento della produzione di grano nella “wheat belt” del Canada meridionale e in qualche altra area. Ma la stragrande maggioranza degli effetti sono enormemente negativi per noi.

Ci sono rimedi tecnologici rapidi per questi problemi ? Forse avrete sentito parlare di ipotesi di geo-ingegneria, per esempio iniettare particelle nell’atmosfera o estrarre CO2 dall’atmosfera per raffreddarla. Ma non esiste nessun approccio geo-ingegneristico già sperimentato e che funzioni con certezza.

Inoltre gli approcci proposti sono molto costosi e sicuramente richiederanno molto tempo e provocheranno effetti collaterali negativi imprevisti, tanto che dovremmo distruggere la Terra sperimentalmente dieci volte prima di poter sperare che la geo-ingegneria, all’undicesimo tentativo, produca esattamente gli effetti positivi desiderati. È per questo la maggior parte degli scienziati considera gli esperimenti geo-ingegneristici qualcosa di pericolosissimo, da evitare a tutti i costi. > >

JARED DIAMOND

23 commenti:

  1. Risposte
    1. Ma Gesù è risorto, ha vinto la morte, e io credo in lui e vivrò in eterno. Che bella cosa la fede (diceva papa Giovanni XXIII). Abbasso i disfattisti, i nichilisti, i menagramo. Mai la vita fu più dolce di adesso per l'uomo occidentale, settant'anni e ancora tutti i denti, altro che Neandertaler sdentato senza rimedio a trent'anni (o anche defunto).

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  2. << Moriremo tutti! >>

    Beh, non proprio tutti.
    Moriranno sicuramente tutti i fenotipi (consapevoli o meno).
    Poi moriranno tutti i 'genotipi' dei fenotipi che non hanno fatto figli (quorum ego).
    Per gli altri 'geni' direi che c'è speranza. ;-)

    @ Sergio
    Non so se Gesù è davvero risorto (da ateo, direi di no).
    Ma se, come pare, non ha neppure avuto figli (biologici), vale anche per lui il discorso di cui sopra. ;-)

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    1. Moriranno anche tutti i genotipi... quella che sembra non morire mai, come osserva Sergio, e' solo la tendenza a considerare il mondo fisso e stabile in cui le specie sono state create una sola volta e poi nulla e' piu' mutato: questa tendenza cambia nome, ma non muore mai... Del resto primo ufficio degli organismi e' mantenere la loro omeostasi, con quella del loro ambiente circostante (e vale anche per le societa' di organismi e la burocrazia), per ogni uomo in particolare il mondo e' stato creato quando lui e' nato ed e' cresciuto, e cosi' deve restare per sempre, altrimenti sara' il disastro, la catastrofe, il collasso, l'apocalissi.

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    2. Nell'uomo si tratta di una forma di delirio di onnipotenza infantile, del resto si tratta di una specie che mantiene piu' a lungo i caratteri dell'infanzia anche allo stadio adulto, specialmente nei tratti psicologici e nelle capacita' mentali.

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    3. Vero: si tratta della c.d. neotenia.

      Copio e incollo da wiki:
      << Viene definito neotenia il fenomeno evolutivo per cui negli individui adulti di una specie permangono le caratteristiche morfologiche e fisiologiche tipiche delle forme giovanili.
      La neotenia può essere importante per fornire un più ampio spettro di adattabilità ambientale rispetto alla specie ancestrale più specializzata. >>

      Nel caso nostro, alle caratterisitiche fisiologiche ci aggiungiamo anche quelle intellettive, e il quadro è completo.
      Però se è vero che "più neotenia" è uguale a "più adattabilità", questo spiega molti dei nostri (innegabili) successi.

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    4. Pero' i "successi" forse derivano solo dalla nostra stizzosa incontentabilita' e pazzia.

      In altre parole, senza neotenia, niente pazza incontentabilita', e senza pazza incontentabilita', niente successo.

      Pure riguardo l'adattabilita', mi pare che si possa vederla al contrario: e' perche' siamo in grado di adattarci solo minimamente all'ambiente, che adattiamo lui a noi. Nessun animale delle migliaia che ci circondano e di cui neppure ci accorgiamo finche' non diventano molesti, ha bisogno di una casa "certificata" da cento autorita', e di vestiti, e di supermercati e ristoranti, per sopravvivere... ci vestiamo in modo da avere a contatto con la pelle 27 gradi, la temperatura dei luoghi dove la nostra specie si e' evoluta e dove sarebbe in grado di sopravvivere senza mille ammennicoli tecnologici (fra cui, appunto, i vestiti).

      Detto questo, spero si chiarisca un po' perche' nutro tanto scetticismo, anzi disprezzo, per le scienze economiche e sociali.

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  3. << nutro tanto scetticismo, anzi disprezzo, per le scienze economiche e sociali. >>

    Sullo scetticismo posso essere d'accordo con te, sul disprezzo no.
    E mi spiego.
    Può darsi che quelle c.d. sociali non siano delle vere scienze, ma solo manifestazioni culturali.
    In questo caso il sentimento da provare è di indifferenza.

    Ma può anche darsi che siano scienze ancora giovani, ai primi passi, e che debbano soltanto migliorare i propri strumenti di indagine.
    In questo caso, il disprezzo sarebbe ingeneroso, e andrebbe sostituito da un partecipe incoraggimento, nella speranza di vedere sempre ulteriori miglioramenti.

    Io sarei più propenso a questa seconda ipotesi, anche se mi rendo conto che le scienze sociali si devono scontrare con difficoltà psicologiche notevoli (i nervi scoperti del politicamente corretto), che sono davvero difficili da superare.
    Ma la curiosità scientifica è quasi sempre riuscita a trovare la strada per arrivare là dove voleva (e poteva) arrivare.

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    1. "anche se mi rendo conto che le scienze sociali si devono scontrare con difficoltà psicologiche notevoli (i nervi scoperti del politicamente corretto), che sono davvero difficili da superare"

      Le "scienze sociali ed economiche", proprio perche' le puoi tirare come e dove vuoi, e lo dimostra anche il piccolissimo scambio di opinioni di cui sopra, in cui e' facilissimo invertire a volonta' la causa con l'effetto, con uguale grado di regione e verita', sono la principale risorsa del politicamente corretto, sono il modo in cui si esprime, altro che sue vittime.

      E in ogni caso sono lo strumento dell'ingegneria sociale, che non e' uno strumento scientifico, neutrale e asettico, ma a sua volta costituisce una ben precisa visione politica del mondo, non necessariamente condivisibile.

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  4. Mi auguro che Diamond "pecchi" di pessimismo, ma poichè si tratta di uno studioso serio e preparato (si vedano i suoi best-sellers 'Armi, acciaio e malattie' e 'Collasso') temo che queste sue affermazioni/previsioni siano sostanzialmente corrette: con buona pace dei fondamentalisti della crescita (demografica, economica, ecc.) "a tutti i costi"...

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    1. Onestamente Diamond qui sopra dice un bel po' di esagerazioni (=cazzate...), probabilmente ben sapendo di dirle, dato che solo cosi' oggi come oggi si "buca lo schermo", nella speranza forse di attirare l'attenzione dei "media" e influenzare un'opinione pubblica che senza promesse di apocalissi o paradisi non si muove di un millimetro.

      Ma continuare a blandire, anzi evocare, questo spirito del "chi grida piu' forte la vacca e' sua" non credo portera' a nulla di buono, servira' solo a risvegliare prima del tempo la voglia di "menare le mani" connaturata alla specie umana, cui qualsiasi pretesto va bene.

      Poi che la "crescita infinita" sia un assurdo, e' vero fino ad un certo punto, dipende da cosa si intende per crescita infinita: un osservatore ai tempi dei primi procarioti avrebbe potuto dire le stesse cose.

      Probabilmente si intende crescita infinita senza cambio di paradigma, ma qui casca l'asino, chi si oppone alla "crescita infinita" di solito intende proprio senza cambio di paradigma, e prevede sfracelli in caso di "business as usual", senza accorgersi che il "business as usual" di questi tempi cambia in fretta come non e' mai cambiato, ed e' proprio per questo la "crescita" galoppa.

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    2. Il cambio di paradigma arriverà di sicuro, solo che non abbiamo idea di come sarà fatto (e forse anche per questo, l'idea fa piuttosto paura).
      Ma mi sentirei di escludere che avrà ancora le fattezze del BAU, nonostante le sue indubbie capacità camaleontiche.

      (Forse sarà più simile a un Sarchiapone :-))

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    3. Sì, non sappiamo che fattezze avrà: ormai è rivoluzione continua, nascono in continuazione nuove realtà alle quali bisogna giocoforza adattarsi, ammesso che sia sempre possibile.
      Tuttavia è anche vero che la nostra vita - come individui e società - è un progetto: agiamo in vista di un certo futuro che contribuiamo a preparare. Poi magari non si realizza per i più vari motivi. Ma un progetto (anche minimo minimo) bisogna averlo, se no la vita è insopportabile. Un entomologo studia le varie specie di mosche che vivono in una regione del Nord-Europa. Può esistere un progetto più scemo e inutile di catalogare e studiare le specie di mosche in un'isola del nord? Ma questo "studioso" dice giustamente che è una necessità conoscere bene qualcosa: se no s'impazzisce.
      E qual è il progetto attuale dell'Italia, dell'UE, di Cina, India, Africa, Brasile ecc. LA CRESCITA, I CONSUMI. Un progetto - bisogna ammetterlo - sublime, per il quale si può anche morire (di eroismo e veleni). Ah, la crescita, i consumi, il benessere universale! Il welfare! Tutti ricchi e benestanti! Il paradiso in terra.
      Però poi le cose andranno in un altro modo, è quasi sicuro. Allora non vale la pena progettare il nostro futuro?
      Evidentemente no, non c'è alternativa (un'espressione alata dei nostri politici - alternativlos, dice la Merkel). In un modo o nell'altro lo prenderemo o ce lo metteranno in quel posto.

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    4. << Allora non vale la pena progettare il nostro futuro? >>

      Caro Sergio, io continuo a pensare che ne valga la pena.
      E' vero che ci sono mille difficoltà e che poi le cose posoono andare - anche solo in parte - in modo diverso; ma la progettualità è troppo importante per noi umani, quasi tutto.

      Forse la difficoltà maggiore non risiede tanto nel fare o non fare progetti, ma nell'individuare un obbiettivo ragionevole (anche modesto se del caso), che non risulti al di sopra delle nostre forze.

      Non possiamo cambiare il mondo, questo è certo, ma qualche piccola cosa delle nostre piccole vite, sì.
      E allora proviamoci.

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    5. Mi è molto piaciuto questo tuo commento. Non c'è alternativa: vogliamo sopravvivere, ancor meglio vivere, e nel miglior modo possibile. Perciò ci costruiamo un futuro, andiamo a scuola, impariamo un mestiere, affrontiamo la quotidiana fatica - per un futuro migliore! Che ci immaginiamo in un certo modo e che quindi prepariamo. Poi inevitabilmente ci saranno le sorprese, belle o brutte, e il nostro progetto subirà delle modifiche (o una battuta d'arresto, magari torneremo anche alla casella di partenza). Ma "il faut tenter de vivre" dice il poeta (Valéry). (Bisogna tentare di vivere). Certo oggi siamo più cauti nelle previsioni, quasi paralizzati perché sentiamo incombere minacce inaudite.

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    6. << Certo oggi siamo più cauti nelle previsioni, quasi paralizzati perché sentiamo incombere minacce inaudite. >>

      Ma non per questo dobbiamo cessare di progettare. Magari tenendoci di scorta (come spesso faccio io) un ragionevole piano B.

      Si potrebbe dire che una vita soddisfacente è una delicato equilibrio tra quello che progettiamo e quello che riusciamo a realizzare.

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    7. "Ma un progetto (anche minimo minimo) bisogna averlo, se no la vita è insopportabile."

      Poiche' la vita _e'_ insopportabile, ne consegue che oggi e' impossibile avere un progetto.

      "Certo oggi siamo più cauti nelle previsioni, quasi paralizzati perché sentiamo incombere minacce inaudite."

      Il millenarismo, per cui la fine del mondo sarebbe prossima, e' vecchio di almeno due millenni, in modo storicamente assodato. Direi che e' una costante antropologica, e credo derivi dalla nostra intrinseca instabilita' e insoddisfacibilita'.

      Parrebbe quasi che l'uomo sia la creatura piu' imperfetta del mondo, e condannata ad esserlo per sempre, per definizione.

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    8. Olof Lagercrantz (scrittore svedese, autore di una pregevolissima opera su Dante, "Scrivere come Dio", apprezzata anche dalla nostra Maria Corti):

      "Per il mondo a cui appartengo non ho alcuna speranza. Il collasso è insito nel sistema poiché ogni grido di allarme è subito ridicolizzato e così sterilizzato. Nessuna meraviglia che si ripresenti il mito di Cassandra.
      Tuttavia non vivo nella disperazione. Fa parte dell'esistenzza dell'umanità come del singolo individuo vivere sempre al limite della catastrofe.
      Sento lo sguardo benevolo di comisserazione con cui i giovani mi guardano: sono un povero vecchio ormai per loro. Riconosco questo sguardo. Ma loro non sanno che anch'io li guardo con lo stesso animo e considero la vita che ancora resta loro sotto il segno della stessa caducità. Lo stesso destino ci unisce."

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    9. Bello. Grazie per la citazione.

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  5. << ma poichè si tratta di uno studioso serio e preparato >>

    Caro Claudio, è appunto per questo che ho deciso di pubblicare il suo pezzo.
    Non si tratta di cadere nella trappola dell'ipse dixit, ma se certe cose vengono dette da una persona competente ed affidabile - come Diamond in questo caso - le affermazioni acquistano ben altra credibilità.

    Poi, certamente, tra il dire e il fare c'è di mezzo l'oceano.
    Ma parlarne - ed esserne consapevoli - è comunque il primo passo.

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  6. Pienamente d'accordo su questo punto: come diceva L.Einaudi, "conoscere x deliberare"...
    Ne approfitto x segnalare (x maggiore chiarezza) che i commenti del sottoscritto su alcuni blog di argomento/tendenza affine a 'Il fenotipo consapevole' (x motivi sostanzialmente casuali) appaiono firmati C.P.

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    1. Ah, ma allora sei tu il C.P. con cui sto (piacevolmente) dialogando sul blog di Luca Pardi.
      Chi l'avrebbe mai detto.
      Grazie per la "dritta".

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    2. Che potrebbe essere p claudio "giapponese"! Eventualmente, ciao!

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